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11 Luglio 2017

Come sopravvivere al lavoro culturale, tra antipatie e logiche da clan

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Il trauma per me più difficile da gestire è stato, in assoluto, questo. Scoprire che potevo stare sui coglioni a qualcuno.

Anche negli anni di scuola, quando avevo il sospetto di suscitare un’antipatia pregiudiziale, soffrivo, mi chiedevo perché, sognavo l’occasione utile a correggere quell’impressione, a rimettere tutto a posto. Non c’è motivo per stare antipatici a qualcuno che nemmeno conosci bene. Mi facevo l’esame di coscienza, mi chiedevo se avessi coltivato anch’io antipatie pregiudiziali; concludevo quasi sempre che, se mi stava un po’ antipatico quel tizio di quinta, era per il sospetto che gli stessi un po’ antipatico io.

Oh, non è questione di vivere in un mondo disneyano, o tra i gattini del Facebook “buono”. È – o era – l’illusione di non doversi rassegnare a tutte le dinamiche stronze del mondo cosiddetto adulto. Sì, certo, anche i bambini fanno comunella, fanno i clan, fanno i cattivi. Ma io ho sempre provato a essere inclusivo – come orrendamente si dice oggi: e forse era il mio modo per essere incluso.

Resto convinto che in rarissime, rarissime occasioni, due esseri umani entrati davvero in contatto possano starsi antipatici. Mi pare che in fondo, conoscendoci, conoscendoci di più, sia impossibile arginare un trasporto, un sentimento di complicità, di alleanza, una forma di superiore e perfino allegra pietà per tutti, per il fatto di essere vivi, insieme, in questo momento.

Che c’entra questa tirata con il lavoro culturale? C’entra il trauma di cui dicevo; e c’entra anche la delusione. C’entra che appena ti fai – come si dice? – un po’ di nome, quello che basta a farti prendere in considerazione dal mondo a cui aspiri, comincia una strana e logorante battaglia. E no, non l’hanno creata i social, c’è sempre stata; solo, l’hanno resa più visibile, l’hanno moltiplicata a dismisura. Così, la parte più idiota e più dispersiva delle nostre giornate sembra avere a che fare con l’antipatia.

Quella che proviamo per altri, quella che suscitiamo. Non dite che non è così. C’è chi ci sguazza, chi sa prendere il tutto dal verso giusto, chi fa il superiore. Io no, io non mi do pace. Io sarei capace di suonare al campanello di quella che ha scritto «io x non lo sopporto» per convincerla che una frase così non ha senso, è uno spreco immenso di energia, che se uno sopporta la vita può sopportare anche x, può sopportare tutto. Fatto è che starsi-sui-coglioni è la linea dominante, il polo magnetico di questo sgangherato (e comunque vivace) cantiere della cultura.

Conosco bene solo la sfera editoriale, e coltivo e poi reprimo desideri di parlare, dialogare, incontrare soprattutto persone a cui so di stare sui coglioni. Ma quanto è difficile? Tempo fa, [ ] mi massacrò per aver scritto di Montanelli, che a [ ] fa schifo, perché era fascista ecc. Ho provato a entrare in relazione, gli ho mandato una mail – garbata, mi pare – che voleva essere una mano tesa. Come a dire, la vediamo diversamente su Montanelli, o forse nemmeno troppo, ma parliamone. [ ] pubblicò la mia mail su Twitter, e mi prese per il culo. Fine della storia triste. Fatti personali? Non ne sono sicuro. Certo, [ ] e chi per lui o per loro hanno tutta la libertà di non aver voglia di dialogare con me.

Ma se c’è un motivo per cui “fare cultura” mi diverte un po’ meno è che più vado avanti (si fa per dire, non so bene quale sia la direzione) e più incappo in situazioni simili. Quasi ogni giorno. Avevo detto da qualche parte che certe cose di [ ] non mi piacevano, non mi piacciono. Mando un invito per un dialogo in un festival, mi arriva per risposta una mail con scritto: “Hai parlato male di me, non voglio avere niente a che fare con te”. Addirittura! Eppure, non sono indagato per mafia.

È sempre più la logica del clan, dell’appartenenza che definisce rapporti, indirizza le curiosità, mette in moto strategie, attiva o non attiva un dialogo. A quale tribù appartieni? Se c’è il sospetto di non avere tessere, di non volerne, di voler parlare con le persone e non con i gruppi, le cose si complicano subito. Non posso aver voglia di parlare con [ ] e anche con [ ] senza dover scegliere a chi voglio più bene, come si chiede ferocemente ai bambini? Aboliti i partiti, ci chiudiamo nelle ghenghe. Guardate i postumi social dell’ultimo Premio Strega. Una rissa fra fazioni. Un ridicolo giochetto al massacro. Essere vagamente (e curiosamente) ecumenici è additato come il peggiore dei difetti. Eppure, dialogare solo fra simili, fra sodali, fra complici non porta quasi mai avanti il discorso, lo fa girare ottusamente su sé stesso.

Domanda diretta: dentro questo piccolo mondo editoriale, culturale, stiamo davvero comunicando? Comunicare, dico, in un senso che rimanda all’etimo, mettendo cioè qualcosa “in comune”? O ci parliamo solo quando ci incrociamo ai festival, senza dirci mai niente di importante, di davvero sentito? Voglio fare l’ingenuo: ci va davvero di leggere i libri degli altri, di discuterli? Non i libri della singola cerchia (editoriale, amicale), non quelli baciati da momentanea “social coolness”; dico i libri che non dobbiamo presentare in una libreria, i libri che non dobbiamo recensire, i libri che non dobbiamo votare a questo o quel premio, ecc.? I libri di quelli che ci stanno sulle scatole. I libri di quelli che scrivono cose molto diverse, molto lontane, o che ci sembrano tali. I libri di quelli con cui non usciamo mai.

Stiamo annegando in un paradosso: chiacchieriamo, chiacchieriamo, siamo nomi nei cartelloni delle rassegne di città e di provincia, chiacchieriamo e firmiamo qualche copia e “mipiacciamo”, ma ci confrontiamo sempre più raramente. E se non capita l’aperitivo o il soggiorno nello stesso albergo di Matera, niente, nemmeno quella mezza frase di confidenza fra appartenenti alla stessa specie animale, nemmeno quel pensiero sorpreso («Ah, vedi, non è poi così stronzo!»)…

Se mi diverto un po’ meno in questo strano e ansioso mestiere, è perché mi piacerebbe che ci mettessimo di continuo attorno a un tavolo, di continuo, e non intorno a un buffet, che falsa le carte; che ci scrivessimo mail vere, mail come vecchie lettere, mail come lettere fra gente che scrive e si confronta – senza piaggeria, sempre come quando avevamo vent’anni e ci appassionavamo e ci incazzavamo sui libri che leggevamo e sui libri avremmo voluto scrivere. È utopistico? Sì. Di mezzo ci sono l’età, la pigrizia, le bollette. A volte anche solo l’imbarazzo.

Però qualcosa potremmo fare. Cercare di trasformare le occasioni che ci sono date in qualcosa di più. Qualcosa di meno esteriore, di meno superfluo. Le occasioni in occasioni per andare un po’ più in profondità. Per risalire le correnti di antipatia e simpatia, con uno spirito vagamente più avventuroso.

Citare a questo punto Calvino e Pasolini è quasi patetico, mi rendo conto. E non mi piace quella vena di insensata nostalgia che prende il discorso quando li si evoca. Ma c’è un loro confronto pubblico dell’autunno 1975 che mi piace parecchio, al di là della questione che tocca.

La questione è il delitto del Circeo. Calvino ha scritto un articolo, Pasolini gli risponde. Sono due scrittori polarmente distanti, si sa. Pasolini si rivolge così a Calvino: «Tu dici (Corriere della Sera, 8 ottobre 1975): “I responsabili della carneficina del Circeo sono in molti e si comportano come se quello che hanno fatto fosse perfettamente naturale, come se avessero dietro di loro un ambiente e una mentalità che li comprende e li ammira”. 
Ma perché questo? 
Tu dici: “Nella Roma di oggi quello che sgomenta è che questi esercizi mostruosi avvengono nel clima della permissività assoluta, senza più l’ombra di una sfida alle costruzioni repressive….” Ma perché questo?». Ripete sei volte lo stesso interrogativo: «ma perché questo?». Provoca il collega, lo incalza: «Tu sai bene come documentarti, se vuoi rispondermi, discutere, replicare. Cosa che finalmente pretendo che tu faccia».

C’è qualcosa di esemplare – al di là del merito – in questo corpo a corpo tra scrittori, in questa sfida reciproca alla responsabilità, alla discussione. In questo – posso dirlo? – prendersi sul serio, in questo vivere una polemica non come un oltraggio. Ci si può parlare ancora così? Ne abbiamo voglia? O già ci viene, tutto sommato, da alzare le spalle, da pensare che non ne valga la pena, che sia energia sprecata? Mi piace questo “modello”, proprio perché è il confronto tra due che si stanno evidentemente poco simpatici. Mi piace perché non si sono inclusi reciprocamente in una lista nera. Mi piace perché – essendo diversi, pensandola diversamente – hanno il coraggio di dirsi qualcosa di serio, qualcosa che non somigli al ghignetto – gentile o stronzissimo – che è la moneta di scambio più diffusa fra gente di cultura, in Italia, in questi anni Dieci.

Ps. So bene quanto un pezzo simile si presti alla derisione, alla presa per il culo. E proprio per questo l’ho scritto. Perché ogni tanto bisognerebbe provare a essere un po’ sinceri, a costo di apparire goffi. E perché l’ironia a buon mercato, sorella spigliata dell’antipatia preventiva, è la malattia da cui non riusciamo più a guarire.

Immagine di copertina: ph.  Warren Wong da Unsplash

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