A margine del Festival Di Pubblica Utilità di Imola, l’opinione di Paolo Venturi, uno dei più importanti studiosi del terzo settore in Italia: «La politica non riconosce valenza pubblica a ciò che è esterno a essa»

Paolo Venturi: «Il peggior nemico dell’innovazione sociale? La politica che non la capisce»

Alcune considerazioni di Paolo Venturi sull’innovazione sociale e il suo rapporto con la politica, a margine del Festival Di Pubblica Utilità di Imola.
Riprendiamo la prima parte dell’articolo di Paolo Cancellato pubblicato su Linkiesta; per leggerlo tutto cliccate sul pulsante azzurro ‘Vai all’articolo’ in fondo alla pagina.

«È ora di finirla con questa retorica della cittadinanza attiva, del terzo settore che deve metterci una pezza!». Non sono frasi che ci si aspetterebbe da uno come Paolo Venturi, direttore di Aiccon, centro studi sull’economia sociale promosso dall’Università di Bologna e dall’Alleanza delle Cooperative Italiane, direttore di The FundRaising School, prima scuola italiana sulla raccolta fondi. Nelle sue parole, tuttavia, si coglie il senso di un’evoluzione necessaria: quella, per usare le sue parole, tra civicness e publicness. O se preferite tra l’idea che all’economia sociale vada riconosciuta come un pezzo del welfare italiano, e non più come un pezza, un rattoppo per arrivare dove lo Stato non riesce ad arrivare.

«L’evoluzione si chiama pubblica utilità», continua Venturi. E non a caso è su questa parola chiave che si è discusso a Imola, lo scorso 20 ottobre, nel festival organizzato da Fondazione Symbola e dal Comune di Imola, intitolato per l’appunto “Di pubblica utilità”. E che ha proposto, lungo tutta una giornata di discussioni, l’idea che «si debba dilatare il perimetro pubblico, che le istanze pubbliche non debbano più essere solo ad appannaggio della pubblica amministrazione», per usare ancora le parole di Venturi: «Per troppo tempo – continua – pubblica utilità è stato considerato un ossimoro. L’utilità era privata, la redistribuzione era pubblica. Oggi invece questa parole deve diventare un’endiadi. E in molti così già lo è».

Una visione innovativa? Mica troppo, se si pensa che, stando alla ricerca di Ipsos presentata proprio in occasione del festival da Nando Pagnoncelli, per il 76% degli italiani già oggi la pubblica utilità comprende attività che perseguono il benessere dei cittadini indipendentemente dal soggetto (pubblico o privato) che le svolge. E che il 40% tra loro è convinto che la cittadinanza non debba limitarsi alla fruizione dei beni pubblici, bensì debba partecipare attivamente alla definizione e alla realizzazione dei servizi di pubblica utilità.

Ok, quindi: ma allora dov’è l’evoluzione rispetto al civismo?

Altri titoli di interesse