In un articolo pubblicato sul numero 6/2017 di Welfare Oggi il direttore di AICCON Paolo Venturi approfondisce il complesso tema della misurazione dell'impatto sociale, entrato con vigore nel dibattito in pubblico in seguito all'approvazione della Riforma del Terzo Settore. Lo studioso definisce le motivazioni per cui un ente del Terzo Settore dovrebbe valutare le proprie attività e propone un percorso intenzionale alla valutazione.

La questione della misurazione dell’impatto sociale. Proposta di un percorso intenzionale

Perchè valutare?

Prima di entrare nel merito del tema della valutazione dell’impatto sociale applicata al mondo del Terzo Settore, occorre riflettere su un aspetto della Riforma che lo riguarda: l’Italia ha finalmente una legge organica, un framework, che abbraccia tutti gli enti e le varie espressioni del Terzo Settore, raggiungendo – e in molti casi anticipando – numerosi Paesi europei. Ovviamente questa legge non è perfetta, ma ha la forza di affermare tre principi oggi decisivi. Il primo, che ritengo il più importante, è il passaggio da un regime “concessorio” al regime del “riconoscimento”. L’articolo 2 del Codice del Terzo Settore “Principi generali”, infatti, afferma che “è riconosciuto il valore e la funzione sociale degli enti del Terzo Settore”. Fino a poco tempo fa era solo l’autorità pubblica (Stato, Regioni, Comuni) a concedere il permesso ai cittadini di organizzarsi liberamente per realizzare determinati obiettivi. La seconda novità sta nell’introduzione nel nostro Paese del Codice del Terzo Settore, grazie al quale tali enti avranno finalmente una legittimazione giuridica. Fino ad ora questi avevano ottenuto una legittimazione in chiave sociologica oppure in chiave economica (spesso di derivazione fiscale e tributaria), ma non giuridica. Infine la terza caratteristica significativa è quella che riconosce piena legittimità al cosiddetto “Terzo Settore produttivo e imprenditoriale”. Come sappiamo il Terzo Settore produttivo è un’invenzione tipicamente italiana che nasce nel 1200 in terra toscana con le prime Misericordie. In altri Paesi questa convergenza fra diverse finalità (economica e sociale) è recente, mentre è sempre esistito quello che potremmo chiamare un Terzo Settore redistributivo. Concetti ben diversi: un conto è creare qualcosa, altro è redistribuirlo, ossia suddividerlo e diffonderlo in modalità più eque. Questo è un riconoscimento rilevante perché dà ali concrete all’articolo 118 della Carta Costituzionale che introduce il principio di sussidiarietà. Dal 2001 ad oggi quel principio non ha potuto funzionare pienamente proprio perché mancava alla base una legge di riforma. È stata quindi una conquista di civiltà che va salutata in senso positivo.

Dentro questo quadro “istituente”, la valutazione di impatto sociale, che la Riforma in più parti richiama, rappresenta un’innovazione positiva su cui è utile però riflettere. Per cogliere gli elementi originali ed essenziali (connessi all’essenza) occorre partire dall’art. 2 della legge n. 106/2016, “Principi generali”, dove si enuncia che: “È riconosciuto il valore e la funzione sociale degli enti del Terzo Settore, dell’associazionismo, dell’attività di volontariato e della cultura e della pratica del dono quali espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo […]”. Il riconoscimento del “valore”, e non solo della “funzione sociale” è all’origine di una normativa che si propone di promuovere non solo la dimensione strumentale (a cosa serve? che utilità produce?), ma anche la dimensione espressiva (che valore apporta e genera?) degli enti del Terzo Settore (ETS). La valutazione, perciò, è parte di questo riconoscimento che, come afferma l’art. 2, non può limitarsi alla mera funzione, ma deve arrivare a definire e promuovere il valore generato dalle attività svolte.

L’emersione e la pervasività del tema della misurazione dell’impatto sociale degli enti del Terzo Settore trovano il loro meccanismo generativo nella fase di passaggio che il Terzo Settore italiano sta attraversando e che si lega inevitabilmente alla transizione da un modello di welfare State ad uno di welfare society (o “civile”), due sistemi di welfare che si basano su altrettanti principi. Da un lato, quello di redistribuzione, in cui lo Stato preleva dai cittadini risorse tramite la tassazione e le redistribuisce attraverso il sistema di welfare; dall’altro, il principio di sussidiarietà circolare in cui i cittadini sono coin volti nel processo di pianificazione e di produzione dei servizi (coproduzione), che supera la dicotomia pubblico-privato (ovvero Stato- mercato) aggiungendovi una terza dimensione, quella apportata dai beni e servizi generati dal soggetti privati che però svolgono una funzione pubblica (cioè di interesse generale). Passare da una logica di produzione ed erogazione di servizi ad una di produzione condivisa con i beneficiari di quei servizi (co-produzione) postula un cambiamento di prospettiva e rende centrale la valutazione. In altri termini, se dieci anni fa era sufficiente rendicontare (dare conto dell’uso delle risorse), nell’era del welfare generativo è indispensabile valutare, ossia dare valore.


Foto: Flickr

Altri titoli di interesse