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25 Marzo 2020

Il nostro pensiero è in trappola da sempre, dobbiamo liberarlo

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Come ha scritto molto opportunamente qui su cheFare Pasquale Terracciano, una delle cose che più sorprendentemente stanno mancando nei diversi tentativi di fronteggiare l’emergenza sanitaria – al di là naturalmente delle carenze materiali – è il pensiero.

In questi giorni di confinamenti e iperconnesse quarantene, dentro un tempo sospeso che si fa fatica a definire libero, oppressi dalle incombenze quotidiane legate alla riconfigurazione della vita, sembra davvero mancare il respiro necessario a ragionare su quello che ci sta succedendo, tanto a livello individuale quanto a livello collettivo.

E mentre scienziati e scienziate, medici, biologi, matematici, studiosi di statistica, hanno più o meno lucidamente messo il proprio sapere al servizio dell’intelligenza pubblica – al netto di una certa mistica della competenza, paradossalmente irrazionale ma comprensibile –, i saperi cosiddetti umanistici hanno fatto più fatica a partecipare all’elaborazione culturale della crisi.

L’arte certo ha pescato dal proprio patrimonio di immagini alcune figurazioni capaci di riportare al già noto dall’umanità lo stato d’eccezione, ma un pensiero critico nuovo, emergente, capace di ingaggiare un corpo a corpo vivo e significativo con questi giorni concitati, fa fatica ad affiorare.

Al contrario, con le esternazioni del filosofo Giorgio Agamben, e il dibattito non proprio ispirato che ne è seguito, scaduto anche in piccole scaramucce giornalistiche, la riflessione di impianto filosofico ha mostrato di avere il fiato corto: in sostanza, chi ha preso la parola si è limitato a correggere, ribadire e precisare lo schema interpretativo di fondo proposto da Agamben, dicendo che la pandemia non è altro che un acceleratore e un avveratore del funzionamento ordinario della ben nota (ai filosofi) governamentalità moderna.

Il virus fa semplicemente emergere lo stato d’eccezione latente nei sistemi di vita contemporanei: riducendo l’inatteso della vita al già noto della teoria, i filosofi si sono barricati dietro un’interpretazione minimizzante, sorprendentemente inefficace di fronte al mutamento integrale dell’esistenza di cui stiamo facendo esperienza.

Del resto, la visione di cui Agamben – vale la pena ricordarlo: per distacco il filosofo italiano più noto nel mondo, e unanimemente considerato tra i più influenti – si fa portavoce è l’ultimo paradigma epistemologico (ovvero, modello di conoscenza e interpretazione della realtà) forte elaborato dalla filosofia occidentale, che necessariamente a quello si aggrappa ormai da diversi decenni, con poche variazioni, per spiegare i più svariati fenomeni che si producono nel presente.

Si tratta di un paradigma fondato sul concetto di biopolitica, ovvero sull’idea che le forme di vita contemporanee costruiscano dei dispositivi di potere onnipresenti e attivi in ogni articolazione dell’ingranaggio sociale, che fanno presa direttamente sulla vita biologica dell’individuo, e non più soltanto sulle sue idee e sui suoi sistemi di valori. Conseguenza decisiva di questa visione, è la sostanziale identificazione di sapere e potere: le forme della conoscenza, soprattutto quella tecnico-scientifica, sono tutte inevitabilmente alleate delle forme dell’oppressione. Ogni sapere è funzionale alla riproduzione del potere.

A partire da questo quadro interpretativo – troppo brutalmente riassunto, certo – si è venuta edificando la proposta politica dei movimenti radicali degli ultimi anni, all’interno di una prospettiva capace tuttavia di colonizzare la forma mentale di gran parte dell’intelligenza delle ultime generazioni, anche quella non direttamente militante. Questo discorso politico è fatto di antagonismo integrale, rifiuto senza eccezioni del sistema, rifiuto di ogni prospettiva di collaborazione con le istituzioni, critica sistematica alla globalizzazione spesso rovesciata in forme di estremo localismo se non di “sovranismo”, freddezza quando non aperta ostilità nei confronti dell’Europa, anticapitalismo di principio che raramente arriva all’elaborazione di alternative percorribili e compatibili con le pratiche e i sistemi di vita diffusi.

Con l’arrivo del virus, gli automatismi interpretativi radicati in quell’abitudine filosofica si sono inceppati

Come è stato suggerito, le parole di Agamben non rappresentano solo una formulazione deteriore o frettolosa delle sue idee, ma rivelano questo paradigma interpretativo a sé stesso, mostrano probabilmente la sua vera natura. Mostrano cioè, per dirlo in estrema sintesi, quanto irrazionalistiche, oscurantiste, anti-scientifiche, tecnofobe, regressive erano le sue permesse. Quanto, in fin dei conti, questa filosofia e questa politica siano una negazione della tradizione umanistica, se per umanesimo intendiamo quello “sforzo di specie” col quale l’umanità ha costruito una piattaforma di conoscenze in grado di supportare i sistemi di accrescimento del benessere materiale e spirituale, di favorire lo sviluppo e il progresso, di rendere possibile l’auto-comprensione degli esseri umani e la comprensione dei loro ambienti, da quelli naturali a quelli sociali a quelli immaginari.

Attraverso il sospetto nei confronti di queste conoscenze “positive” si pensava di difendere i saperi non tecnici da quelli orientati all’uso; invece, si stava privando la conoscenza del suo carattere di utensile necessario all’evoluzione della specie. Questo atteggiamento inibiva ogni tentativo di allargare i campi del sapere, di ibridarli, di alleare nuovamente – come più volte era avvenuto in passato – la conoscenza qualitativa e quella quantitativa; ogni tentativo, soprattutto, di comprendere i linguaggi e i codici della tecnica, per capire cosa il trasferimento dell’esperienza negli ambienti digitali stava facendo all’umano. Il programma di difesa della cultura dallo scientismo e dal tecnicismo si è rovesciato in una “volontà di non sapere”, un rifiuto del presente, delle sue complessità, dell’accelerazione dei processi cognitivi necessari a viverci dentro.

Con l’arrivo del virus, gli automatismi interpretativi radicati in quell’abitudine filosofica si sono inceppati: di fronte alla ragionevole necessità di rallentare il contagio, le evidenze fornite dalla comunità scientifica internazionale, la relativa affidabilità delle informazioni (per quanto non dei media, e in un contesto di preoccupante incertezza relativa ai dati ufficiali), il lavoro divulgativo fatto dagli scienziati, come potevamo continuare a ripeterci che la scienza è solo una narrazione tra le narrazioni, che il potere agisce solo e sempre contro di noi per autoriprodursi, che le competenze sono un inganno orchestrato dalle classi dirigenti?

Al contrario: lo stato d’eccezione che la critica della biopolitica solitamente smaschera, normalmente agisce a protezione dell’interesse di un’entità astratta (lo Stato, la Nazione, più spesso il Mercato), contro gli individui. Lo stato d’eccezione presente, invece, tutela proprio la salute degli individui, la loro nuda vita, pregiudicando gli interessi economici e finanziari.

Un rompicapo. Il pensiero entrava in rotta di collisione con la realtà. E a parte un manipolo di mattoidi che non riescono ad abbandonare la comodità dello schema mentale che attiva la visione del complotto, è diventato abbastanza evidente, di colpo, come per un’epifania, che combattere contro lo stato d’eccezione non aveva nessun senso. E di conseguenza, con altrettanta naturalezza, è diventata visibile, perfino banale, tutta la distanza tra le oltranze della teoria e la durezza dell’esperienza, tra le rarefatte altezze della speculazione e il piano materiale, refrattario, spigoloso, sporco della vita.

Stavolta non era il re a essere rimasto nudo, ma il filosofo

Stavolta non era il re a essere rimasto nudo, ma il filosofo. E di fronte a questa sconosciuta nudità ci siamo ritrovati spiazzati, senza strumenti interpretativi; anzi ci siamo chiusi in casa con una certa voluttà di auto-negazione, abbiamo obbedito con un senso di accettazione quasi religiosa, felici di farlo, felici di liberarci dei nostri fardelli interpretativi.

L’intelligenza, salvo eccezioni, si è schierata con forza, a volte perfino con isteria dalla parte dei decreti e dell’isolamento sociale: secondo lo schema (fallace) che governa il nostro tempo, “l’élite” si è subito chiusa in casa, e a recalcitrare semmai era il popolo ignorante.

Ci siamo lasciati coinvolgere, per quanto ironicamente, nella retorica sentimentale della comunità nazionale che si compatta nello sforzo comune, fratelli d’Italia e andrà tutto bene. Al limite, abbiamo visto nella clausura la rivelazione dell’orizzonte ristretto delle nostre ambizioni, lo smascheramento del vuoto che occupava prima il nostro tempo di vita.

Naturalmente era giusto, ma lo abbiamo fatto quasi senza capire perché, quasi in deroga a tutto quanto avevamo creduto.

Questo basso livello di consapevolezza, come ha scritto anche Terracciano, è tanto più sconfortante e pericoloso proprio perché siamo in un momento in cui, al contrario, il pensiero dovrebbe fare un grande sforzo immaginativo per comprendere e affrontare le enormi alterazioni nelle quali siamo immersi, e che probabilmente sul lungo periodo si stabilizzeranno in dirompenti trasformazioni politiche, sociali, economiche. Servirebbe davvero, adesso che la comfort zone del paradigma biopolitico è saltata, un pensiero all’altezza delle emergenze che incombono.

Servirebbe un pensiero in grado di comprendere in che modo il distanziamento sociale, un comportamento contro-intuitivo per la nostra specie, snatura l’umano e tutte le sue dinamiche di funzionamento; in che modo potrebbe ridare forma ai nostri corpi e ai nostri cervelli, alterare i nostri circuiti emotivi.

Servirebbe un pensiero politico in grado di risalire la catena delle responsabilità che hanno reso i nostri sistemi politici e sociali così vulnerabili alle epidemie, esponendo a tal punto le nostre vite. E di comprendere come la retorica dell’unità nazionale e l’inquietante metaforica bellica che rimbalza un po’ ovunque sono – oltre che strumenti dell’emergenza – anche modalità per occultare le tracce di quelle responsabilità, e responsabilizzare l’individuo a protezione del sistema. Servirebbe, quindi, un pensiero in grado di ripensare la democrazia, a partire dalla sua fragilità, e addirittura dalla sua inefficienza nei momenti di crisi.

Servirebbe, nel momento di massima identificazione tra isolamento individuale e isolamento delle comunità, un pensiero in grado di affermare la necessità della cooperazione, di ripensare l’interazione e il sostegno reciproco proprio nel reciproco distanziamento, come ha suggerito Harari in un’intervista.

Servirebbe un pensiero in grado di integrare le conoscenze scientifiche necessarie non solo alla comprensione dell’epidemia, ma alla comprensione della trasformazione ecologica che necessariamente dovremo affrontare per proiettare i nostri sistemi di vita al di là del virus, e dentro l’emergenza climatica della quale il virus probabilmente è solo una delle componenti.

Servirebbe, infine, un pensiero davvero in grado di pensare la libertà, non nei termini assoluti e romantici in cui l’abbiamo pensata fino a ieri, ma proprio dentro l’intricatissima rete di determinazioni in cui l’abbiamo scoperta impigliata oggi, per effetto della quale attraverso il veicolo della reciprocità viaggiano tanto il contagio quanto il suo antidoto.

Sono tutti pensieri letteralmente impensabili restando chiusi dentro le forme mentali con le quali abbiamo pensato finora. Se non ci liberiamo di quelle, difficilmente usciremo dal confinamento delle nostre idee, che alla lunga si rivelerà il più distruttivo.

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