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8 Novembre 2019

Per avere innovazione sociale bisogna trasformare la pratica in politica

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Questo contributo apre una serie di approfondimenti in collaborazione con il Master U-RISE dell’Università Iuav di Venezia sul rapporto tra rigenerazione urbana e innovazione sociale. La serie vuole discuterne gli impatti socio-spaziali, raccontare pratiche virtuose e allo stesso tempo imparare da ciò che non ha funzionato. I docenti del Master U-Rise Elena Ostanel, Adriano Cancellieri e Ezio Micelli (Università Iuav di Venezia), Ilda Curti (IUR – Innovazione Urbana e Rigenerazione), Martina Bacigalupi (The Fund Raising School) e Nicoletta Tranquillo (Kilowatt Bologna) ci accompagneranno in queste settimane con le loro analisi e riflessioni. Buona lettura.

Innovazione sociale, valutazione e misurazione dell’impatto, metriche di valutazione. Apparteniamo a delle comunità di pratiche che quotidianamente affrontano la necessità di calibrare, disegnare, riflettere ed esplicitare il proprio contenuto innovativo nell’agire sui territori o in contesti sociali definiti.

Lo dobbiamo prevalentemente agli enti erogatori che lo richiedono esplicitamente, siano essi Istituzioni pubbliche o enti filantropici. Lo dobbiamo agli investitori e ai player territoriali, quando ne troviamo di sufficientemente interessati a mettere a disposizione risorse pazienti, siano patrimoni fisici o capitali da investire.

Lo dovremmo in misura maggiore alle nostre organizzazioni e ai contesti nei quali agiamo: loro, in ultima analisi, dovrebbero essere i più interessati a capire come, cosa e quanto l’innovazione produce cambiamento negli ecosistemi sociali e organizzativi in cui siamo immersi.

Da un lato la tensione a valutare l’impatto sociale che si genera quando “si sta in mezzo” – tra gli uomini e le donne di questo pianeta, come scrive Edgard Morin – sta generando dei glossari, dei linguaggi e degli strumenti salutari per un mondo che spesso si è autodefinito innovatore con quel compiacimento tipico degli indomiti e coraggiosi cavalieri del Bene che si sentono agenti di cambiamento a prescindere.

Stefano Zamagni definisce l’innovazione sociale come “quel processo che serve a modificare i processi economici per generare prosperità inclusiva”

La valutazione dell’impatto costringe a misurarsi con il limite – intanto il proprio – e ad analizzare il senso e le prospettive del cambiamento prodotto. Impone rigore e maturità di fronte alle sfide sociali che si stanno affrontando. Rende “raccontabili” le pratiche oltre la retorica e lo story telling delle “best practises” che, ovviamente, sono sempre best, mai worst. Per inciso, sogno da tempo una banca dati sulle peggiori pratiche che analizzi i fallimenti anziché i successi, gli ostacoli e le fatiche dei processi, il mancato raggiungimento degli obiettivi. L’analisi delle peggiori pratiche ci permetterebbe di fare un esercizio onesto e coraggioso sul fallimento e ci permetterebbe di affrontare, lo scriverò più avanti, il tema della responsabilità.

Tuttavia è bene affrontare il tema dell’innovazione e della valutazione di impatto con uno sguardo critico, capace di ricondurre le parole al loro significato ultimo per non smarrire il senso e per continuare a produrre pensiero senza scivolare nell’algoritmo ossessivo della misurazione e nelle metodologie da applicare. Gli strumenti, la techné, hanno significato quando sono capaci di nutrire il logos, il pensiero. Se consentono di analizzare e orientare il cambiamento. Altrimenti restano tecniche dal significato esornativo, utili ad alimentare una retorica generalmente interessante per altri.

Stefano Zamagni – in modo icastico ed efficace – definisce l’innovazione sociale come “quel processo che serve a modificare i processi economici per generare PROSPERITA’ INCLUSIVA”. Dimensione sociale, processi economici e contrasto alle disuguaglianze: termini che, messi insieme, implicano un cambio di paradigma da parte di tutti gli attori in campo. Quelli pubblici, quelli economici, quelli ibridi, di Terzo Settore, civici.

Questo cambio di paradigma implica intanto abilitare le competenze – anche quelle implicite e tacite – degli individui, delle comunità di pratiche, degli attori – istituzionali in primo luogo – che concorrono a promuovere prosperità inclusiva. Significa agire per estrarre il valore (sociale, culturale, economico) di cui ogni comunità territoriale è portatrice per rimettere in circolo il capitale sociale in modo che generi capitale economico e “prosperità inclusiva”.

Sempre per citare Zamagni, questo valore deve essere inserito nella “triplice elica della sostenibilità”: ambientale, sociale, economica. Parlare di “elica della sostenibilità” significa ricondurre il termine al suo concetto matematico: “linea a spire che si avvolge su una superficie cilindrica o conica e che incontra tutte le generatrici secondo un angolo costante”. Tutte le generatrici devono incontrarsi e avvolgersi. Tenerle insieme, costringerle a avvolgersi, costruire interrelazioni tra saperi, discipline, interessi, modalità diverse di misurazione del valore è una sfida enorme.

Il tema è capire chi si assume il rischio del fallimento, come viene condivisa la responsabilità

Se questa definizione di innovazione sociale e di sostenibilità ci convince, è indispensabile sperimentare processi abilitanti, dispositivi più che regolamentazione, reti collaborative e tentativi ed errori intesi come grande palestra di apprendimento collettivo. Vale a dire: le pratiche di innovazione sociale hanno un alto potenziale di fallimento quando rischiano, azzardano, cercano soluzioni inedite a problemi complessi. Si situano ancora, pienamente, nel campo empirico della sperimentazione. Sono laboratori nei quali si cerca, si intuisce, si prova una strada e si torna indietro. Si sbaglia o si scopre quello che si era escluso di trovare. I processi innovativi agiscono dentro sistemi aperti e hanno bisogno di tempo e strumenti di valutazione capaci di leggere anche gli esiti inattesi e non previsti.

Il tema è capire chi si assume il rischio del fallimento, come viene condivisa la responsabilità, quali lezioni si imparano quando si percorrono strade che non portano da nessuna parte, cosa si ricava leggendone gli esiti. Il fallimento è un processo di apprendimento indispensabile per generare sostenibilità nelle pratiche innovative, purché ne sia condivisa la responsabilità.

Il senso critico rispetto alla nuova retorica dell’innovazione sociale, valutabile e misurabile in tempi dati, va esercitato non per rifiutarne la ratio bensì per amplificare la sua potenzialità. E di questo ne devono essere consapevoli “gli innovatori” ma soprattutto ne devono avere avvertenza gli “scouter dell’innovazione”: i costruttori di policy, gli enti erogatori. I nuovi scrivani del millennio: gli incaricati dell’editto che si trasforma in bando, allegato A, B. I generatori di box max 2000 caratteri.

È urgente una grande operazione verità che riconduca il tema dell’innovazione sociale alla responsabilità collettiva di cambiare paradigmi, per evitare “il paradosso dell’innovazione”.

Paul Watzlawick, nel suo saggio “Istruzioni per rendersi infelici” parla del “paradosso della spontaneità”. “Sii spontaneo”: la madre che impone al figlio di essere spontaneo, il quale, per ubbidire ad un ordine, trasgredisce a quello stesso ordine. “Sii innovativo” rischia di essere lo stesso paradosso che induce all’ubbidienza. Non c’è niente di più conservativo e meno innovativo dell’ubbidienza.

I policy maker e la filantropia, in generale, devono evitare di indurre alla reiterazione del paradosso (sii innovativo) scaricando il cambiamento – e la responsabilità del fallimento- esclusivamente sulle spalle delle comunità di pratiche e di quelle organizzazioni che accettano – talvolta anche obtorto collo – di percorrere questa strada.

I processi di innovazione sociale sono abilitanti – se funzionano – quando lo sono per tutti

Abilitare competenze significa mettersi a disposizione ed in ascolto, come i pellerossa che appoggiano l’orecchio a terra per cogliere tracce. Significa co-progettare accettando di saperne meno di coloro che si finanziano, imponendo tuttavia rigore, trasparenza, capacità innovativa nella lettura dei bisogni e nella costruzione di processi sociali complessi.

Se il tema dell’innovazione sociale diventa così mainstream da perdere la consapevolezza del fallimento, chiedendo cautela e anticipazione del rischio imponendo di essere convincenti nel dimostrare ex ante la sostenibilità e replicabilità, saremo tutti innovativi – se abbiamo mestiere per dimostrarlo – e nulla sarà innovativo. Siamo stati creative un decennio fa, saremo innovative in questo decennio. Con cinismo, mestiere e scarsissimo impatto sociale.

I processi di innovazione sociale sono abilitanti – se funzionano – quando lo sono per tutti: se implicano delocalizzazione del potere, rigenerazione delle modalità con cui le istituzioni si mettono in relazione con il resto del mondo, se concorrono a modificare il contesto e le modalità con cui si connettono gli attori in gioco. Se inducono anche innovazione amministrativa e istituzionale. Altrimenti rimangono pratiche – non diventano mai politiche – e se opportunamente raccontate diventano anche buone pratiche. Entrano nel catalogo, nella banca dati: basta raccontarle, è sufficiente stare dentro la narrazione gloriosa dell’innovazione che non affronta mai i nodi, i gangli delle questioni ma costruisce nuove parole senza metterne mai in discussione il senso.

Essere innovativi significa anche essere un po’ disubbidienti. Vorremmo esercitarci su formulari in cui ci sia il box – max 2000 caratteri – in cui ci viene chiesto se e quanto siamo disponibili ad essere disubbidienti. Chiedeteci di spiegarvelo, di raccontarvelo. Chiedeteci la verità.

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