Per riabitare la città, serve una visione comune di area vasta

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    Il 15 aprile alle ore 17,30 si terrà il primo incontro della serie “Nuovi mondi. Quattro incontri aspettando Biennale Democrazia”.

    Il titolo dell’incontro sarà “Riabitare la città”. Perché “Riabitare?”? E quale città? Le risposte a queste domande si trovano ne Il “Manifesto per Riabitare l’Italia” (Donzelli, 2020), che invita a guardare il paese non dai centri, non dalle città e dai poli urbani, ma dalle aree interne e dai luoghi del margine. Riabitare la città significa mettere al centro del nostro essere residenti, lavoratori e cittadini, un territorio il cui tratto unificante è la diversità.

    Relatore sarà Filippo Barbera (Università di Torino), che discuterà con Alessandro Coppola (Politecnico di Milano) ed Elena Ostanel (Iuav di Venezia).

    L’Italia è il Paese il cui più pervasivo tratto unificante è la rugosità: rilievi, monti, colline, picchi, valli, coste, dirupi, dorsali, litorali, precipizi, saliscendi. Poche grandi città, pochissime “metropoli”, molte città medie, una miriade di piccoli comuni, borghi, frazioni e reti di città. Campagne produttive che si spopolano e coste abitate per due mesi l’anno; quartieri storici trasformati in bei di consumo per il turismo di massa e periferie urbane desertificate.

    L’intero Paese appare così come il mosaico di una geografica policentrica composta da sistemi territoriali diversificati, configurando di fatto un paese “metromontano” e “metrorurale. “Se il mare, alzandosi di pochi metri, ricoprisse quel golfo di terra che è la valla padana, l’Italia sarebbe una sola e grande montagna”. Così scriveva nel 1919 Meuccio Ruini in “La montagna in guerra e dopo la guerra”.

    In Italia, accanto ai problemi di latitudine vi sono quelli di altitudine. Se letto attraverso queste lenti, l’intero Paese appare come il mosaico di una geografica sistemi territoriali rugosi che intrecciano senza soluzione di continuità zone pianeggianti, aree urbane, valli e montagne, nello stesso territorio, con anche sbocchi al mare. Tipi di montagne e di pianure, intersecati con città grandi, medie e piccole, colline e borghi, campagne, aree costiere contornate da montagne. Una geografia che richiede nuovi atlanti e nuove mappe che inducano la politica a non governare con la montagna alle spalle e lo sguardo speranzoso alla pianura, come se le aree del margine non potessero generare ricchezza e benessere anche per la città.

    Le politiche separano sulla base di confini che hanno natura amministrativa, in ossequio a criteri disegnati dai centri o in funzione della ricerca del consenso politico e, solo raramente, seguono le interdipendenze funzionali del policentrismo e le strategie di sviluppo degli attori che vivono e lavorano all’interno di quei confini.

    La valorizzazione del policentrismo richiede politiche di connessione tra territori. Politiche capaci di generare mercati, reti e infrastrutture, forme di remunerazione dei servizi, strategie demografiche e filiere economiche. Elemento portante di questa prospettiva è la consapevolezza che il policentrismo non riguarda solo le aree “marginali”, ma è un reagente che mette in evidenza tensioni e ambivalenze del modello di sviluppo urbano-centrico che ha caratterizzato il ‘900.

    Quale immagine evoca la denominazione “città metropolitana”? Edifici, piazze e monumenti connessi da una rete di trasporto, sopraelevato e/o sotterraneo; conurbazioni segnate dall’alternarsi di case, capannoni e raccordi stradali; centri abitati con una elevata densità demografica che si estendono in aree pianeggianti.

    Quelle che oggi in Italia sono denominate città metropolitane (in seguito all’approvazione della legge n. 56/2014, nota come “Legge Delrio”) sono, con pochissime eccezioni, costituite da percentuali rilevanti di Comuni montani e/o parzialmente montani. Genova, la “città di mare”, è parte dell’area metropolitana italiana con il più alto indice di montanità. Anche la città metropolitana di Torino è caratterizzata in grande parte da un territorio montano. Fatta eccezione per Milano e Venezia, 10 su 12 città metropolitane italiane sono costituite da percentuali importanti di Comuni classificati come montani o parzialmente montani. Inoltre, circa 90 tra capoluoghi di Provincia e Comuni con più di 50.000 abitanti distano meno di 15 km da un’area montana, configurando di fatto un sistema nazionale metromontano di città e montagne diverse. Le città sono agglomerati densi di potere – imprenditoriale, burocratico, politico – dove sono concentrati servizi fondamentali e “a portata di mano”.

    Le città sono così assurte ai luoghi del merito, dove le economie, i talenti e le capacità, delle persone utili a sé e utili agli altri si aggregano in base a logiche di agglomerazione, progrediscono e fanno progredire la società. In questa accezione, le città sono anche i luoghi del potere, della “libertà di”.

    Chi merita è chi può agire, chi può esercitare la libertà positiva che l’esercizio del merito e dei suoi correlati implica. Asimmetrie di potere eccessive e concentrazione cumulativa delle diseguaglianze territoriali sono quindi alla base della maggiore o minore possibilità di poter agire. Le aree del margine, al contrario, sono state poste nella condizione del bisogno, territori non in grado di essere utili a sé e agli altri, emarginati dalla capacità di creare ricchezza, dai doni della dalla conoscenza e del benessere economico. Territori relegati alla necessità di agire: accettare qualsiasi scambio con la città, mettere a rischio la bellezza paesaggistica per diventare meta di sport stagionali, patire diseguaglianze di riconoscimento e vedere priorità, valori e stili di vita disegnati su quelli della vittoriosa città.

    Le situazioni di bisogno pongono persone e territori in condizioni di vulnerabilità, esclusione, diseguaglianza, in carenza di “libertà da”. Serve, in altre parole, un nuovo “contratto spaziale” tra aree a insediamento urbano e aree del margine che si affranchi da logiche urbano-centriche e che generi valore attraverso il mutuo riconoscimento. I temi potenziali sono molteplici, e riguardano la valorizzazione delle risorse ecosistemiche e agro-alimentari, i cambiamenti di uso del territorio e insediativi che si imporranno col crescere del cambiamento climatico, le opportunità di residenzialità e telelavoro, la creazione di filiere di produzione locale, lo scambio di competenze, le nature-based solutions e le infrastrutture verdi.

    Ciò richiede una visione comune di area vasta, non schiacciata dai confini amministrativi, non schiava della ricerca del consenso politico a breve termine, che identifichi e promuova l’innovazione sociale e istituzionale a livello del policentrismo, delle sue risorse e dei suoi attori. 

    Note