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2 ottobre 2017

Per una sharing economy di comunità

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Il concetto di doppio movimento, ideato da Karl Polanyi (1944), si presta come lente teorica per leggere il fenomeno della sharing economy e delle pratiche collaborative che si stanno diffondendo nelle società capitalistiche avanzate. Il processo di mercificazione identifica, infatti, un “doppio movimento simultaneo permanente”, il quale offre opportunità di lavoro e di consumo che libera gli individui dalle tradizionali, spesso oppressive, condizioni istituzionali (il cosiddetto disembedding).

Uber: “let’s turn workers into commodities!”


People: “wtf?”

Uber: “also you won’t have to talk on the phone to order a taxi.”

People: “oh, ok then.”

Al contempo, crea una frattura e un deficit di protezione sociale obbligando gli attori a ricostruire i legami sociali che sono compatibili con il mercato e in grado di mantenere la sussistenza degli attori stessi (la parte re-embedding del movimento).

Dopo una fase in cui gli assetti istituzionali del capitalismo welfaristico hanno oscurato l’impatto del doppio movimento nelle società industrializzate, la fase di de-industrializzazione e la trasformazione post-fordista rimette in luce le tensioni e i conflitti in contesti sociali sempre più individualizzati, flessibili e non-standardizzati. Gli attori hanno più opportunità di auto-realizzazione e di autocoscienza – si pensi ai free-lance e alla classe creativa in generale. Grazie ai dispositivi tecnologici, gli individui possono condividere non solo emozioni, immagini, contenuti, ma anche beni e prodotti mediante le piattaforme collaborative.

Tuttavia, essi sono allo stesso tempo più vulnerabili e meno rappresentati politicamente, mancando di protezioni provenienti dallo Stato sociale, dai legami sociali e dalle relazioni comunitarie. Nelle scienze sociali, questa dinamica attuale del doppio movimento e le strutture di agency che si creano, andrebbero esplorate in termini di disuguaglianze sociali e di nuove forme di discriminazione e di esclusione.

“La commodity [merce] può essere concepita solo nella sua essenza non distorta,
quando diventa la categoria universale della società nel suo complesso.
Solo in questo contesto, la reificazione prodotta dalle relazioni mercificate
assume un’importanza decisiva sia per l’evoluzione oggettiva della società
sia per la posizione adottata dagli individui verso di essa.”
Lukács – History and Class Consciousness (N.d.R.)

La mercificazione digitale del capitale: logica economica

Così come la tecnologia abbatte le distanze, gli stili di vita, i modi di produzione e gli spazi del consumo possono creare polarizzazione e distanze “simboliche” all’interno della stessa società. I processi di mercificazione, infatti, vanno contestualizzati storicamente con un’analisi delle condizioni socio-culturali in cui il doppio movimento si innesta. Il fenomeno della collaborazione si basa sull’accesso condiviso di beni e risorse e sulla presunta disintermediazione. L’effetto congiunto di questi due fattori – insieme alla spinta della tecnologia – ha determinato una notevole riduzione dei costi di transazione per alcuni mercati tradizionali, offrendo nuove opportunità di business e legami sociali. In tal modo si sono creati mercati prima inesistenti, ossia “un passaggio in auto” o “dormire in una stanza” di uno sconosciuto, che tendono verso la mercificazione di beni che prima non erano considerati come commodity.

L’etichetta sharing economy è divenuta un dispositivo retorico che definisce una pratica economica avanzata, in cui si osserva un’estrazione del valore e una forma di accumulazione. In questi termini, si intende come un disallineamento (disembedding) che distrugge i legami sociali tradizionali per accogliere nuove opportunità di mercato, in cui il mercato è inteso come una forza competitiva e antisociale.

L’altra spinta del movimento permette una ricomposizione (re-embedding) dei legami sociali e relazioni istituzionali.

Seguendo Polanyi (1957), i processi di re-embedding si articolano mediante un mix di principi e logiche che regolano le istituzioni sociali: reciprocità, ridistribuzione e mercato inteso come logica di cooperazione (Pais e Provasi, 2015).

L’economia della collaborazione offre sia nuove opportunità di mercato, sia possibilità di creare legami sociali, per lo più deboli, mediati dalla tecnologia. Si pensi a Couchsurfing, in cui si offre un posto per dormire a un utente che fa parte della stessa piattaforma, uno scambio basato su una forma di reciprocità.

Ora pensiamo ad Airbnb, in cui vigono le norme del mercato e la presunta condivisione avviene per mezzo di una transazione economica tra utenti (peer) della stessa piattaforma. Non a caso il turismo è un settore in cui lo spazio della mercificazione si estende anche ai beni e ai prodotti presenti in quel luogo. Non solo dormo in hotel (o in una casa su Airbnb), ma visito la città, vado al museo, bevo una birra e consumo un pasto… Guy Debord (1967) definisce il turismo come “una circolazione umana impacchettata per il consumo e di conseguenza per la circolazione delle commodities”.

Non stupisce che Airbnb punti a diventare un’agenzia di viaggi globali.In tal modo avrà più merci a disposizione da mettere a profitto e capitalizzare le intermediazioni tra provider, utenti e beni presenti nelle città. Le relazioni sociali vengono così mercificate al fine di favorire un processo di accumulazione che, a quanto pare, finisce nelle mani di pochi eletti.

Non entro nel merito delle forme di regolazione locale e nella tassazione delle imprese digitali, ma rimando ai lavori di Guido Smorto che trattano magistralmente l’aspetto della disciplina giuridica della sharing economy.

La retorica della Sharing Economy

Non-condividere appare un comportamento antisociale in un’era in cui si condivide tutto, o quasi… per i giganti come Uber e Airbnb il profitto è l’unica cosa che si dimenticano di condividere. O meglio, essi operano in un’ottica di distribuzione, ben diversa dal principio redistributivo inteso alla Polanyi. Ridistribuire significa letteralmente riassegnare le risorse a chi ne possiede meno.

Il paradigma sharing è inteso come strumento retorico per creare profitto, ma anche come pratica per progetti extra-mercato. È importante monitorare il processo di sviluppo sia delle aziende digitali come Airbnb, sia delle pratiche rimaste a margine (si fa per dire). Sebbene sia implicato uno sfruttamento economico delle risorse, in alcuni casi le pratiche collaborative si sviluppano al di fuori delle logiche di mercato. In questo spettro rientrano tutte quelle attività il cui principio regolativo si fonda sulla reciprocità all’interno di una comunità. L’accento è posto sullo scambio di beni, servizi e competenze, tra individui che non perseguono uno scopo di lucro/profitto. La banca del tempo è uno degli esempi più noti. Talvolta, sono implicati gli usi di valute alternative e complementari, come il Sardex in Italia.

A questo punto, dovrebbe essere piuttosto evidente che le aziende come Airbnb e Uber vogliano essere definite come le “icone dell’economia della condivisione” in quanto la parola contiene già di per sé un’accezione positiva. Un po’ come è accaduto al termine città intelligente. Quale città vuole essere definita stupida? Tutte concorrono per divenire smart city e come dice Swyngedouw (2014) questa partita è talmente ridicola da essere a-politica (Vanolo, 2015).

In termini scientifici una strada da percorrere è il disinteresse verso il termine, e l’interesse verso le pratiche, gli attori, le risorse e le politiche che ne derivano.

Il postulato riguarda la narrativa e i discorsi costruiti attorno al fenomeno sharing il quale diviene, sovente, l’asse portante di azioni e dinamiche che si reggono su tale retorica e non sulla pratica stessa. E fin qui nulla di nuovo… l’aspetto di (ri)appropriazione di un immaginario socioeconomico e l’allineamento del capitale simbolico che ne consegue è una dinamica ben nota degli studi culturali. A partire dal 1970, gli studiosi che si occupavano di produzione culturale spostarono la loro attenzione da un livello macro, in cui si assumeva una forte omologazione tra cultura e struttura sociale, a un livello meso-micro. Il fuoco è posto sui beni simbolici, inclusi gli ambienti legali, tecnologici, professionali, organizzativi, industriali e di mercato in cui sono creati e circolati i beni, come tutti gli altri prodotti commerciali. In sostanza, il processo di produzione culturale risulta più importante rispetto alla creazione di significati e della mera retorica.

Già nel 2013, Bertram Niessen si domandava a quale futuro andasse incontro questa nuova economia. Dopo quasi quattro anni, il discorso pubblico sul fenomeno è ancora lontano dal cogliere i principi dirimenti che sottostanno alla diffusione delle pratiche collaborative.

Le piattaforme digitali per il turismo urbano, come Airbnb, non solo hanno modificato la relazione tra i turisti e i residenti, ma hanno aggiunto una nuova dimensione alla mercificazione della porzione residenziale urbana, portando trasformazioni impreviste e rapide in numerose città prominenti nella mappa globale. In breve, Airbnb è l’interfaccia tra gli agenti che scambiano un alloggio residenziale che in precedenza non è mai stato negoziato come una tourist commodity.

Non è sufficiente sapere che un numero ridotto di persone integra il proprio reddito affittando la casa, ogni tanto, su Airbnb. Uno sguardo critico dovrebbe evidenziare il potenziale riassetto delle classi sociali a scala urbana: quali sono i gruppi sociali e le forme di agency che partecipano e subiscono gli effetti dell’attività di affitto di Airbnb? Esistono nuovi intermediari? Chi vince e chi perde in questa partita? Chi ne beneficia e chi rimane escluso? I lavori di Giovanni Semi, che vanno in questa direzione, tentano di offrire delle risposte.

De-mercificazione e logica sociale

L’articolo si propone come una mappa per identificare le pratiche che tendono verso la de-mercificazione per comprendere: come esse si evolvono e come dialogano tra loro, come si scambiano e come si mascherano all’interno della metafora del doppio movimento. Iscritta in una fase del tardo capitalismo, l’economia della collaborazione investe i paesi occidentali ponendosi come leva di cambiamento e modificando, in diversa misura, la struttura produttiva, sociale e lo stile di vita urbano.

Le iniziative dal basso, le forme di autorganizzazione e la micro-imprenditorialità trionfano nella retorica della collaborazione, perché nel “nuovo spirito del capitalismo” c’è un bisogno imperante di fai-da-te, autenticità, esperienze, informazioni, recensioni, relazioni sociali e interazioni.

Questa famigerata abbondanza di informazione, intesa nel libro di Paul Mason come un bene sociale, non è altro che nuova merce da consumare nel ciclo di autopoiesi del capitalismo contemporaneo. Beninteso, la logica della condivisione è certamente una parte importante del sistema capitalistico attuale e lo sarà anche nella fase di post-capitalismo. Ma come sottolinea Adam Arvidsson, si tende a confondere la condivisione come modo organizzativo della produzione, con la condivisione intesa come principio distributivo.

La spinta della condivisione, può generare azioni collettive e forme di dissenso credibili e radicate per prevenire la deriva della sharing come moltiplicatore di disuguaglianze? Inoltre, le pratiche che tendono alla de-mercificazione riescono a garantire le protezioni sociali che lo Stato sociale fa mancare? Quale impatto sociale può avere la tecnologia impiegata nell’economia collaborativa? Per definire impatto sociale si guarda agli aspetti fattuali delle pratiche, ossia ai risvolti che possono avere nella misura di creazione di posti di lavoro, servizi sociali e welfare complementare, produzione culturale e artistica, nonché momenti educativi e di formazione. In questo processo di scambio, economico e sociale, mediato dalla tecnologia, vi è un trasferimento di conoscenza, la quale può essere tecnica, informativa, professionale. Tramite la condivisione il cittadino dovrebbe ottenere più potere e capacità contrattuale, senso di legittimazione, maggiore capacità d’azione e consapevolezza sia a livello collettivo sia individuale.

Qui ci sono tante variabili in gioco: la tipologia e le caratteristiche del bene prodotto e scambiato, il ruolo del settore privato e del pubblico, l’intervento dello Stato, la cultura politica locale, etc.

Prima di presentare le pratiche selezionate nelle due città europee in cui sto conducendo la ricerca (Milano e Amsterdam), occorre spiegare cosa si intende per de-mercificazione. Sempre nella stessa vena di Polanyi, Esping-Andersen (1990) impiega questo concetto per spiegare le diversità nei sistemi welfaristici europei. Secondo la sua analisi, nelle società capitalistiche avanzate la de-mercificazione (protezione contro la mercificazione) avviene attraverso una combinazione tra diverse strutture istituzionali che operano protezione per gli individui: famiglia/parentela/comunità; il mercato (destinato alla provvisione del reddito o dell’occupazione che consente l’accesso a risorse e servizi di protezione privata); lo Stato sociale. È facile riconoscere in questo passaggio le “forme pure di integrazione sociale” come accennato da Polanyi (1957): reciprocità, ridistribuzione e mercato.

Se all’estremo del polo della mercificazione, troviamo Uber, Airbnb, Foodora, etc., quali sono le pratiche che invece cercano di ricomporre il tessuto sociale, favorendo l’inclusione e la coesione sociale? Il concetto di welfare collaborativo, così come il welfare aziendale, è una risposta alla crisi del welfare tradizionale, alla ritirata dello Stato e del settore pubblico come fornitori dei servizi assistenziali, di cura e del benessere più in generale.

In questa ottica, la tecnologia diventa uno strumento a favore della creazione di reti dal basso che coinvolgono attivamente cittadini, associazioni, sindacati. Insomma, un connubio tra innovazione sociale e tecnologica, in cui il principio dirimente pare essere quello della de-mercificazione.

Milano e Amsterdam, così come Barcellona con la piattaforma per i cittadini En Comú, sono delle fucine per la sperimentazione di nuove pratiche collaborative. Un esempio è il progetto Fairbnb, nato ad Amsterdam, che opera secondo un principio cooperativo e ridistributivo. Una piattaforma che tende a non creare strutture gerarchiche ed estrattive.

In pratica, si pone come servizio di alloggi a breve termine, i cui proventi vengono reinvestiti in progetti locali attraverso un sistema di crowdfunding civico via blockchain. La comunità che ha ideato il progetto è composta da attivisti, coder, ricercatori e designer.

Dopo aver costruito una rete di partner internazionali, il progetto è ora in una fase di sperimentazione pubblica che coinvolge consulenti, esperti di smart city e residenti. Un secondo caso interessante sono le reti come Commonfare.net, parte di un progetto europeo in cui collaborano partner italiani, croati e olandesi. L’idea è creare maggiore consapevolezza collettiva rispetto alle possibilità di un welfare alternativo, con l’obiettivo di rendere accessibili le disposizioni esistenti sul benessere statale, condividere pratiche mutualistiche e promuovere la rete e la collaborazione tra persone in diversi luoghi e paesi in Europa.

In seno a questa filiera, sono state presentate iniziative come il commoncoin di Macao a Milano, le cripto-valute di Dyne.org e il progetto promosso da Effimera sul reddito di base (BIN Italia). Un ultimo esempio è il progetto OpenCare, parte della cordata di progetti europei Horizon2020, e in particolare l’iniziativa OpenRampette. WeMake (maker lab), insieme al Comune di Milano, si sono impegnati per abbattere le barriere architettoniche e migliorare l’accessibilità degli esercizi commerciali presenti in città che non dispongono di rampe e scivoli adeguati per l’accesso ai negozi.

Questa azione di co-progettazione ha coinvolto diverse comunità (es. disabili e commercianti), ponendosi l’obiettivo di offrire un servizio grazie alle potenzialità della fabbricazione digitale. L’integrazione e l’inclusione dei gruppi sociali più deboli riguarda anche i migranti, così sia a Milano che ad Amsterdam si trovano iniziative come ResQ (rescue-care-refugees) e Hack your Future, il primo facilita la comunicazione tra operatori di cura e migranti, il secondo offre formazione ai migranti e skill (es. coding).

Questi progetti citati possono rappresentare un’alternativa alla logica estrattiva e al processo di mercificazione che la sharing economy, con le sue vesti attuali, perpetra nella società contemporanea. Qui il discorso sui common, inteso come produzione dell’attività umana e controllo di quest’ultima, acquisisce un’importanza cruciale. Riprendo il concetto di Polanyi – di doppio movimento – aggiungendo la variabile tecnologia: perché se è stata la tecnologia (e futura la deriva del platform capitalism) a causare tutto questo, essa è anche l’unica che ci può salvare! In Europa vi è crescente consapevolezza riguardo alla necessità di regolazione di alcune piattaforme, talvolta il limite è il ‘vuoto normativo’ che impedisce la reale attuazione delle norme e della tassazione prevista.

Il problema rimane sempre politico: il dibattito pubblico deve essere accompagnato da scelte politiche in grado di governare sistemi socio-tecnici complessi e garantire spazio alle alternative locali. Sono le comunità locali che devono guidare l’esodo digitale, mi riferisco qui alla resistenza e l’attivismo urbano di Berlino, Barcellona e Amsterdam, casi in cui esistono barricate contro la logica estrattiva del capitalismo di piattaforma.

Tutto inizia con il rifiuto, con il coraggio di dire no all’economia libera e al paradigma sfrenato del mercato, per combattere le condizioni di lavoro precarie e la rivolta contro i monopoli di Internet e dimostrare che un’altra economia è possibile.


Immagine di copertina: ph. rawpixel.com da Unsplash

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