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Perchè nell’era di Spotify anche la musica ha bisogno di un sindacato

Nell’anno più difficile per gli spettacoli dal vivo, il sistema musicale ha mostrato tutti i suoi limiti. Se a Sanremo e nei talent televisivi è visibile solo una minima parte di quella che è la realtà di chi fa musica in Italia, a più di un anno dalla sospensione della maggior parte dei concerti e degli eventi dal vivo, musicisti, tecnici, promoter, arrancano, spesso dovendosi inventare un secondo lavoro o nuove forme di introito, nel pieno di una gestione della pandemia che ha messo in ginocchio interi settori economici.

Il vasto universo dei lavoratori della musica, compresi gli orchestrali di Sanremo, è fatto di precariato, di scarsissime tutele, di contributi non pagati e di cachet ricevuti spesso in nero. Il mondo dei piccoli club, dei festival, dal più piccolo locale al grande evento, conosce un’estesa area grigia che spesso si accompagna a poca sicurezza sul lavoro (a fine marzo, ad esempio, a Reggio Calabria sono state confermate le condanne agli organizzatori di un concerto di Laura Pausini del 2012, in cui ha perso la vita Matteo Armellini, uno degli operai che stava montando la struttura del palco).

Un piccolo segnale di speranza arriva tuttavia dal moltiplicarsi di iniziative e gruppi che nel corso dell’ultimo anno hanno fatto sì che all’interno del mondo musicale italiano prendesse il via un dialogo che mancava da troppo tempo. Quella dei lavoratori della musica è una categoria poco considerata, lo si è visto chiaramente nella mancanza di aiuti specifici per chi ruota attorno al mondo degli spettacoli dal vivo. La nascita di piattaforme e organizzazioni ha messo in moto un confronto prima di tutto tra operatori, promoter e musicisti, mettendo insieme una serie di rivendicazioni comuni in un panorama molto frammentato, in ottica corporativa.

Il coordinamento La musica che gira, che raccoglie esperienze trasversali quanto al tipo di lavoratori, ha portato le istanze del mondo della musica direttamente al Ministero della Cultura, ottenendo la promessa (finora disattesa) di fondi per le realtà della musica dal vivo. Un’altra associazione come Bauli in piazza ha portato la sua coreografica protesta in Piazza Duomo a Milano ad ottobre, tornando a manifestare il 17 aprile, questa volta a Roma. La campagna L’ultimo concerto dello scorso febbraio ha messo in rete oltre 130 live club italiani per un evento in streaming: nessun concerto però, solo un palco vuoto, a mostrare in modo quanto mai esplicito quale sia il presente (e, ci auguriamo, non il futuro) della crisi della musica. Ha preso forma anche un’associazione come Nuova Musica (ne ho scritto per Il Manifesto), che mette insieme alcuni musicisti sperimentali e si interroga sulle condizioni di lavoro, rappresentazione, formazione. C’è poi Note legali, che da anni si occupa di consulenza legale per chi lavora nell’ambito musicale. 

In Italia non esiste tuttavia un vero sindacato dei musicisti o dei lavoratori della musica. Negli Stati Uniti ne esistono almeno due, ma evidentemente non sono sufficienti per affrontare tutti i nodi che il settore musicale si trova a dover affrontare. Con l’idea che molte di questi temi siano davvero globali e comuni a una grande parte di musicisti e lavoratori della musica nel mondo, nell’aprile del 2020 è nata UMAW – Union of Musicians and Allied Workers, che ha sede negli Stati Uniti ma vuole proporsi come un sindacato sovranazionale aperto a musicisti da tutto il mondo. 

Ne fa parte fin dall’inizio anche Marco Buccelli, musicista originario di Napoli, che da oltre quindici anni vive a Brooklyn. 

«La mia è una storia di immigrazione privilegiata. Sono venuto qui per studiare musica, al Berklee College of Music di Boston (una delle università musicali più importanti al mondo, nda). Se ottieni una laurea negli Stati Uniti hai diritto a un permesso di un anno per fare esperienza nel tuo campo di studi» spiega, «così mi sono trasferito a New York e sono rimasto». Marco è un batterista e un produttore discografico. Collabora da molto tempo con Xenia Rubinos e con il cantautore italiano Giovanni Truppi, grazie a cui torna spesso a suonare e lavorare in Italia. «Ho approfondito molto il lavoro da produttore negli ultimi anni. Mi ritengo fortunato, perché in quest’ultimo anno complicatissimo, in cui è venuta meno l’attività live, mi sono ritrovato con molto lavoro».

Quanto alla nascita di UMAW, «conosco i fondatori della Union, sono amici. Tra questi c’è Karna Ray, batterista dei Kominas, band con cui ho lavorato come produttore. Si parlava di questo sindacato che si stava formando e mi sono interessato. In questi anni si è creata una scena musicale molto ampia che però non ha rappresentazione. E questo vale ancora di più se ci riferiamo a determinate comunità di persone che sono da sempre svantaggiate, anche nel mondo della musica, vittime di razzismo o di gender inequality». Tra i fondatori di UMAW ci sono membri di Speedy Ortiz e Downtown Boys (band presente nella colonna sonora di Miss Marx), mentre il numero di chi partecipa alle assemblee e alle iniziative continua ad aumentare. «Il sindacato non si è mai incontrato di persona, tutte le riunioni sono state via Zoom» spiega Marco, «e questo rende un po’ difficile identificare con precisione il numero di membri attivi. Il sindacato è molto giovane, siamo tutti volontari, ci stiamo dando ora una struttura».  

La campagna più importante avviata da UMAW è Justice at Spotify, uno dei più importanti servizi di musica streaming al mondo, che secondo i membri della Union paga troppo poco gli artisti autori delle canzoni. Da mesi la protesta ha assunto diverse forme, fino allo scorso 15 marzo in cui UMAW ha organizzato una giornata di protesta davanti a 15 sedi dell’azienda in tutto il mondo, presentando le oltre 28mila firme raccolte a sostegno delle richieste avanzate all’azienda. Questi numeri danno un’idea del tipo di risonanza che un sindacato appena nato stia riscuotendo tra chi lavora con la musica. 

La Union è organizzata in diversi gruppi di lavoro, suddivisi in base ai temi di competenza, dai rapporti con le etichette, ai concerti, allo streaming. Esistono dei gruppi di lavoro dedicati alla comunità nera, alle realtà LGBTQ, alle persone indigene.

Marco Buccelli è a capo del subcommittee che si occupa di immigrazione. «Riguardo a questo tema, la situazione negli Stati Uniti è particolarmente complicata e confusa. Non c’è un posto dove tutte le informazioni convergano in maniera chiara e affidabile. Se si ha necessità di un consulto legale, non esiste un luogo dedicato specificatamente agli artisti», racconta. «Serve avere accesso a determinate informazioni, ed anche questa è una questione di privilegio. Ho pensato che ci fosse l’esigenza di mettere in collegamento artisti con studi legali e risorse. Abbiamo preparato un questionario, per organizzare un database di avvocati a disposizione degli artisti. Quello che ci auguriamo di fare, come sindacato, è cercare di dare un aiuto».

E mentre in Australia si è già tornati a suonare davanti a un pubblico e a Barcellona si è tenuto (come esperimento) un concerto con 5mila persone sottoposte al test rapido, si avvicina sempre di più il momento del ritorno sul palco. 

«Sono sicuro che ritornerò a fare dei concerti, anche se non so ancora come e quando», riflette Marco Buccelli. «È difficile immaginarsi quello che succederà. Siamo tutti molto felici e spaventati allo stesso tempo. Molti locali nel frattempo hanno chiuso, questo negli Stati Uniti come in Italia. Sicuramente sarà molto caotico, perché ci saranno tantissime band ed artisti con l’esigenza di fare un tour e di promuovere il loro lavoro. Mi auguro la creazione di nuovi spazi. E spero anche che la necessità di organizzarci come in UMAW abbia generato maggiore consapevolezza attorno alla musica live e ai tour. Speriamo si torni a suonare in modo più sano, in cui i musicisti possano essere pagati meglio, con più consapevolezza rispetto al gender gap e al razzismo».