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27 dicembre 2017

Pubblichiamo un'intervento di Vittorio Bugli, assessore alle riforme istituzionali e partecipazione Regione Toscana.

Perché un libro verde regionale sull’economia collaborativa?

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In Toscana abbiamo deciso di occuparci di economia collaborativa e vorremmo provare a spiegare perché.

Innanzitutto la “nostra” economia collaborativa è cosa diversa da quella sharing economy generata da piattaforme come airbnb o blablacar, per citare le più note, basate sulla disintermediazione da un lato e sull’uso condiviso di un bene proprietario dall’altro. Queste piattaforme, infatti, al netto della retorica della condivisione, appaiono in modo sempre più evidente come nuovi attori economici che operano all’interno di mercati globali. Sono attori che in pochissimi anni hanno cambiato abitudini di consumo e comportamenti sociali, che stanno trasformando una certa idea di struttura di impresa, che – nel bene e nel male – stanno cambiando il volto delle nostre città; sono attori che pongono interrogativi su tanti fronti: dalla regolazione dei rapporti di lavoro al rispetto dei principi di equità fiscale. Questioni che devono essere affrontate dal legislatore europeo e nazionale.

Con #collaboratoscana, il percorso che ha portato alla redazione del “LIBRO VERDE per un’agenda sull’economia collaborativa e i beni comuni” abbiamo voluto invece costruire un’agenda per sostenere e definire un tipo di economia sulla quale pensiamo che il governo locale possa giocare un ruolo decisivo e per la quale occorre costruire una cornice di politica pubblica ancor prima che regolazioni.

Si tratta di un’economia che è tanto analogica quanto digitale, che è attenta agli impatti sociali quanto a quelli economici, che è fedele alle vocazioni o specializzazioni locali molto più che ai grandi trend globali.

Rispetto alla sharing economy, è un’economia che non si limita a suggerire la condivisione di risorse in alternativa al consumo proprietario, ma fa qualcosa in più: punta sulla messa in comune della proprietà individuale, sulla co-gestione di servizi, sulla co-produzione di beni manifatturieri e, dunque, fa leva più sulla collaborazione che sulla mera condivisione.

È un’economia che è anche strumento di coesione sociale, che è occasione per creare capacità e valore all’interno delle comunità locali. È un’economia che riconosce il valore non solo del profitto ma anche delle relazioni che crea e del benessere sociale che produce.

È un’economia che potremmo definire generativa.

Per questo con il percorso di #collaboratoscana siamo partiti dal mappare le esperienze che si stanno sperimentando in Toscana con questo spirito in diversi ambiti che interessano le politiche pubbliche.

Abbiamo cercato di andare a scovare quelle pratiche di auto-organizzazione della società e di auto-produzione di beni e servizi, non pubblici, né privati, bensì di interesse comune. Pratiche che costruiscono nuove relazioni sociali e forme alternative o complementari di sostentamento e di protezione sociale.

Abbiamo cercato e ascoltato esperienze che esprimono la ricerca di nuovi modelli di sviluppo e di consumo, che tentano di dare risposta a nuovi bisogni sociali attraverso un approccio mutualistico e cooperativo, che rispondono alla necessità di creare reti e legami di comunità. Esperienze che richiamano il bisogno crescente di riconoscere i “beni comuni” e di farsi carico della loro cura come espressione di cittadinanza attiva.

In questo nostro percorso abbiamo raccolto raccomandazioni, incoraggiamenti, richieste attraverso un confronto che ha coinvolto Comuni, imprese, startup, università, scuole, terzo settore e cittadinanza attiva. Un processo che per definire l’insieme delle raccomandazioni fatte proprie dalla Regione ha usato metodi e strumenti mutuati dalle pratiche partecipative e del co-design.

Lo abbiamo fatto perché crediamo che queste pratiche possono indicare nuove strade per un diverso modello di sviluppo, e in questo senso crediamo sia giusto sostenerle e incoraggiarne la crescita e diffusione. In particolare abbiamo guardato a quelle comunità che – anche in collaborazione con l’attore pubblico – si sono organizzate per rispondere in modo nuovo alle molte sfide di questi tempi.

Ma lo abbiamo fatto con occhio comunque critico: condivisione, collaborazione e comunità appaiono le chiavi per disegnare un nuovo modo di relazionarsi tra pubblica amministrazione, cittadini, università, organizzazioni economiche e sociali, ma occorre prestare molta attenzione e cautela.

Occorre diffidare delle ricette semplicistiche e delle retoriche di chi enfatizza eccessivamente le potenzialità dell’auto-organizzazione delle comunità locali e dell’associazionismo spontaneo. Sono ricette infatti che rischiano di offrire argomenti e strumenti tanto ai fautori del progressivo smantellamento dello Stato sociale, quanto ai difensori dello status quo e della conservazione.

Occorre vigilare affinché la promozione della collaborazione civica e/o della sussidiarietà orizzontale non venga strumentalizzata per sostituire o sussidiare l’intervento dello Stato con l’azione del volontariato. Occorre vigilare per non lasciare senza risorse le comunità locali e poi chiedere ad esse di supplire a quella mancanza con le proprie forze. Occorre vigilare affinché pratiche ed esperienze che sono potenziali volani di coesione sociale e innovazione economica non divengano “cavalli di troia” per rendere le comunità locali ancora più fragili ed isolate.

Per questo crediamo che per esprimere al meglio il proprio potenziale di innovazione economica e sociale queste pratiche debbano essere accompagnate e sostenute da una presenza pubblica forte, vigile e attenta. Per questo con il Libro verde abbiamo avviato una riflessione sistematica e ampia con tutti gli attori che animano il tessuto economico e sociale di questa Regione.

Dare attenzione e sostegno all’economia collaborativa significa infatti provare a ricostruire rapporti tra persone e unirle sui temi nell’urgenza del cambiamento; significa provare a mettere in contatto le diversità, restituendo un senso di comunità vera, che è cosa diversa e opposta a quello di communitas, chiusa ed escludente, tanto caro a questi tempi.

Con questo Libro verde stiamo provando a costituire un piccolo laboratorio di sperimentazione che impari a rapportarsi senza paure ma con urgenza a un mondo che corre velocemente e in modo sempre più complesso. Per questo stiamo mettendo in campo una serie di sperimentazioni, a livello locale e regionale, che spaziano dal riuso di beni comuni urbani alla sperimentazione di Social Impact Bond; dalla promozione della “banca della terra” al sostegno alle cooperative di comunità; dalla sperimentazione di modelli di mobilità collaborativa per le aree deboli alla promozione di modelli di accoglienza basati sulla collaborazione tra migranti e comunità locali.

Stiamo provando, in questa urgenza, a facilitare l’unica cosa possibile da fare: rimettere in campo la Persona, il suo protagonismo, la sua capacità di riappropriarsi a pieno della grande ricchezza data dal pensare e fare cose insieme agli altri. Perché fare insieme consente non solo di fare meglio, ma anche di stare meglio.


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