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28 Agosto 2018

La perdita sociale della verità. La fine del sapere condiviso

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«I social media stanno minando la verità». È la tesi di Jaron Lanier, la quarta delle sue Dieci ragioni per cancellare subito i tuoi account social. Lanier non la presenta come una tesi originale, anzi, ammette subito: «L’idea che la verità sia morta è uno dei tropi più familiari dei nostri tempi». L’autore ha un altro obiettivo: rendere chiara la connessione tra social network e distruzione della verità. Fa un esempio per mostrare come questo processo sia devastante: quello dei vaccini. Un caso in cui «la perdita sociale della verità» inferta dai social «colpisce anche chi non ha alcun rapporto con essi». Scrive Lanier: «Conosco genitori, americani istruiti e di classe sociale medio-alta, che non prendono nemmeno in considerazione la possibilità di vaccinare i propri figli. Alcuni sono “di sinistra”, altri “di destra”. Non si limitano a pensare che i vaccini facciano male, credono proprio che siano malvagi, alieni e mostruosi. Sono convinti che causino l’autismo. Non riescono a togliersi dalla testa le teorie del complotto».

Per Lanier questo è un esempio lampante di distruzione della verità messa in atto dai social: «Ho provato a discutere con questi genitori – scrive Lanier – e loro mi mostrano il loro feed FREGATURA. Ogni giorno digeriscono meme, bufale raccapriccianti e contenuti clickbait che sembrerebbero provenire da bot, anche se non si può saperlo con sicurezza. Un’atmosfera di paranoia e rifiuto ha avvolto questi FREGATURA-dipendenti». “FREGATURA” per Lanier è sinonimo di “social network”. L’effetto che descrive (senza citarlo direttamente) è quello delle echo chamber, le camere dell’eco: «Gli individui sono raggruppati in cluster di loro simili paranoici, perché così possono essere più facilmente e prevedibilmente influenzati». E nella nostra era «le informazioni che arrivano alla gente dipendono dalla combinazione di inserzionisti manipolatori, tech company assetate di potere e folli competizioni sociali programmate ad hoc. Ciò significa che l’esplorazione sociale che ci aiuta a trovare la verità è meno autentica».

(Lanier insiste molto sull’autenticità. Un’altra ragione per cui i social fanno male alla verità è che i social sono pieni di «persone false»; non nel senso di ipocrite, ma proprio false persone: bot, fake e simili, account senza un individuo reale dietro. «Le persone False non hanno motivo di dire la verità». E aggiunge: «La percezione della verità necessita che le persone siano autentiche, in modo che possano percepire in modo autentico»)

Ma che cos’è la verità secondo Lanier? Nel libro troviamo una sola definizione: «Un’affermazione che può essere verificata o uno o più eventi documentati onestamente – qualcosa che tutte le persone condividono». Come definizione è deludente, circolare, troppo vaga e troppo restrittiva allo stesso tempo. Dire che un’affermazione per essere vera deve essere verificata, presuppone la nozione di verità, non la definisce. Allo stesso modo, affermare che dev’essere «documentata onestamente», equivale ad affermare che dev’essere documentata rispettando la verità. Inoltre, chiedere che la verità sia qualcosa che tutti condividono significa restringere di molto il campo della verità. Quali sono le cose che condividiamo tutti? Molto poche, forse nessuna. Tutti chi, poi?

Ma questo non è importante. Possiamo anche non avere una definizione soddisfacente di verità – chi ce l’ha? – e andare avanti lo stesso. Ciò che è importante è quello che i social fanno alla verità, qualsiasi cosa questa sia. I social «creano a tavolino forme di dipendenza per manipolare le masse per scopi commerciali, quelle masse vengono automaticamente allontanate dalla verità».

Si può concordare sulla prima affermazione, ma avere qualche dubbio sulla seconda. Siamo sicuri che l’effetto (o l’obiettivo) della manipolazione dei social sia l’allontanamento dalla verità?

Supponiamo sia possibile una manipolazione contraria: a favore della verità. Quale risultato avrebbe? Sforzi di questo tipo non mancano. Riprendiamo l’esempio dei vaccini. Pensiamo ai volenterosi difensori delle ragioni della scienza. Si prodigano in un’opera che mostra la falsità delle tesi no vax, si impegnano nel fact checking e nel debunking. Risultato? I no vax sono più convinti e numerosi di prima. Com’è possibile? I no vax si trovano proprio in quella che viene definita una camera dell’eco.

Come mostrano Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini nel loro Liberi di crederci: Informazione, internet e post-verità (Codice, 2018) nelle camere dell’eco «le correzioni non riescono a ridurre le false percezioni ma generano piuttosto un effetto controproducente nel rinforzare e radicalizzare le credenze erronee dei soggetti coinvolti». È quello che viene definito un «effetto di rinforzo» (backfire effect) che spiega l’inefficacia di fact checking e debunking. «Un individuo non cambierà certo la sua opinione se un esperto bolla la sua fonte di informazioni come inattendibili». Diversi studi concludono che «di fronte a informazioni correttive di informazioni false o errate è più facile rafforzare il proprio punto di vista preesistente che modificare le proprie percezioni», questo perché le camere dell’eco sono «luoghi di segregazione, non di aggregazione».

Troviamo un’utile definizione di “camera dell’eco” citata in un articolo pubblicato su Aeon del filosofo C. Thi Nguyen: «una camera dell’eco è una struttura sociale in cui voci rilevanti all’esterno sono state attivamente screditate». Questa definizione viene da un libro del 2010, Echo Chamber: Rush Limbaugh and the Conservative Media Establishment, scritto da Kathleen Hall Jamieson e Frank Cappella. Un saggio sulla destra mediatica ultra conservatrice americana post 11 settembre (quindi anche pre-social).

Gli autori descrivono una camera dell’eco come qualcosa di simile a una setta: una setta isola i suoi membri rendendoli ostili a tutto ciò che si trova al di fuori, chi sta fuori è pericoloso e inaffidabile, la setta si rafforza esaltando oltremisura la voce di chi sta all’interno. Il punto centrale è questo: chi si trova nella camera dell’eco non si fida di ciò che dicono gli altri. È la ragione per cui le camere dell’eco possono avere effetti pesanti su ciò che crediamo di sapere. Soprattutto se ci si trova a vivere nella cosiddetta società della conoscenza: un sistema che si basa proprio sulla fiducia negli altri, in particolare negli esperti. Non possiamo fare a meno degli esperti, un individuo da solo non è in grado di gestire la mole di sapere specialistico tipica di una società complessa. Dobbiamo fidarci, ma la fiducia ci rende vulnerabili, per definizione. È proprio questa vulnerabilità quella sfruttata dalle camere dell’eco, anche da quelle generate dai social. Nguyen ricorda questa definizione per suggerire che oggi non ci troviamo di fronte a un’inspiegabile esplosione di irrazionalità.

Non è vero che le persone abbiano perso curiosità o voglia di approfondire. O siano addirittura disinteressate alla verità. Chi si trova in una camera dell’eco non è disinteressato alla verità. Anzi, spesso chiede chiarezza, cerca i fatti, lo fa con forza e rifiutando le ambiguità, usando anche pensiero critico e procedure razionali. Non c’è solo pigrizia o malafede. Ciò che lo distingue è un altro atteggiamento: chi si trova in una camera dell’eco crede che le fonti autorevoli siano altre rispetto a quelle tradizionali, si fida di altre autorità e altre istituzioni, cerca quelli che ritiene siano «fatti alternativi» o «verità alternative». Il problema è che una verità alternativa non è una verità, un fatto alternativo non è un fatto – è in questo modo che la verità viene «minata».

Lanier si dichiara «sconvolto» dal fatto che siano proprio i genitori «istruiti» – e quindi probabilmente ricchi – a fomentare posizioni come quelle dei no vax. Si chiede: «Ma l’istruzione non dovrebbe servire proprio a rendere le persone meno influenzabili da idiozie pericolose?». Dovrebbe, non è detto che ci riesca sempre. E non dipende dai social: è facile pensare alle adesioni di illustri intellettuali ai peggiori totalitarismi del Novecento. Si può essere genuinamente mossi dall’interesse per la verità e allo stesso tempo credere alle peggiori stronzate in circolazione.

«La società ha sempre conosciuto strane fasi in cui ha dominato la falsità, ma in qualche modo, per progredire e traghettarci nella nostra confortevole modernità, abbiamo gradualmente trovato una via per raggiungere la verità, insieme», scrive Lanier.

Questa impegnativa tesi di filosofia della storia lascia perplessi: quali sarebbero le fasi della storia dominate dalla verità?

Un’idea di questo tipo – prima regnava l’oscurità, poi è arrivata la luce – è tipica delle religioni, che dividono la storia in un prima e un dopo l’avvento della verità. Però Lanier indica un problema con cui dobbiamo davvero fare i conti: c’è progresso quando lo sviluppo della conoscenza è un percorso condiviso. Di sicuro si è rotto qualcosa nei meccanismi di condivisione del sapere: si è rotto il sistema della fiducia. «Il problema di chi si trova in una camera dell’eco è quello di essere mentalmente intrappolati e di non rendersene conto», scrive Nguyen. Già, come si esce dalla trappola? I social ci possono manipolare, non c’è dubbio, anche se non credo lo facciano allo scopo indicato da Lanier. Non manipolano la nostra propensione alla verità, ma il modo in cui ci fidiamo. Questa sì che potrebbe essere una buona ragione per abbandonarli.


Immagine di copertina: ph. Jorge Reyna da Unsplash

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