1

Tra distopia e resistenza, quel che resta di Internet è ancora molto

A questo punto credo proprio che ogni considerazione su come la pandemia di Coronavirus ha stravolto le nostre vite e la nostra quotidianità non possa che suonare scontata, o banale.

Tuttavia, a qualcuno che si fosse leggermente distratto nell’ultimo mese e mezzo e non avesse afferrato la delicatezza della situazione, direi che basta prestare attenzione a quante volte si sente parlare di “guerra” nei discorsi di politici e rappresentanti di governo in tutto il mondo: uno dei casi più noti è stato quello di Macron che, come notato da molti, ha ripetuto il termine per ben sei volte nel discorso al popolo francese trasmesso nella serata del 16 marzo. Alla parola “guerra” si accompagna poi l’espressione volta a identificare il nemico, che è sempre la stessa: quello contro cui stiamo combattendo è un “nemico invisibile”.

Ancor prima della metafora militare, per inquadrare la realtà in cui stavamo man mano scivolando c’era stato l’ampio ricorso ai paragoni con film e romanzi di fantascienza – sul serio, quante volte avrete letto l’aggettivo distopico in questi giorni su quotidiani e siti d’informazione? E quante volte v’è capitato di sentirvi come catapultati all’interno di un’opera di fantasia?

Magari proprio mentre stavate assistendo ai solenni interventi istituzionali di ministri e capi di Stato rivolti alla nazione, che – soprattutto quelli in lingua straniera – fanno tanto blockbuster apocalittico americano; o mentre eravate in fila al supermercato, ben attenti a rispettare le distanze di sicurezza e circondati da gente con guanti e mascherine.

Non abbiamo mai affrontato una crisi del genere prima, e abbiamo bisogno di comparare quel che sta accadendo con qualcosa che conosciamo già

Il motivo per cui sentiamo la necessità di utilizzare metafore belliche e fantascientifiche è legato al carattere di novità della situazione: non abbiamo mai affrontato una crisi del genere prima, e abbiamo bisogno di comparare quel che sta accadendo con qualcosa che conosciamo già, o che pensiamo di conoscere (sebbene dovremmo tener presente che questa non è una guerra).

Fa parte dei meccanismi di difesa messi in atto dal nostro cervello, per riuscire a decifrare e cercare di risolvere lo stato di profonda incertezza nel quale ci siamo ritrovati a vivere; un’incertezza a tratti angosciante che ci pone delle domande alle quali non sappiamo rispondere: riguardo la salute (nostra, dei nostri cari e della società di cui facciamo parte), riguardo il lavoro, i nostri progetti, l’economia (nazionale o globale, non fa differenza).

La riscoperta della nostra fragilità ci ha messi a disagio, stiamo sfidando l’ignoto e questo ci mette in ansia – nonostante molti di noi siano al riparo tra le loro mura domestiche. Anzi, proprio il fatto che sia necessario osservare un lungo periodo (anche qui, quanto durerà davvero tale periodo?, non lo sappiamo) di autoisolamento in casa può finire per incrementare i nostri livelli di stress, perché ci ha obbligati a ridurre al minimo uno dei fattori chiave per il benessere della nostra specie: il contatto diretto con altri esseri umani.

Gli sforzi per rispondere a questa emergenza vanno avanti, quindi, su due livelli diversi. C’è l’impegno eroico e mai lodato abbastanza di personale medico, infermieri, operatori sanitari e protezione civile per curare i malati e contenere il contagio nel mondo reale – e anche di  tutti coloro che devono continuare a recarsi sul posto di lavoro perché impiegati in settori che non possono arrestarsi, e che talvolta si ritrovano a lavorare in condizioni di sicurezza insufficienti.

E c’è un altro livello, quello del contrasto all’incertezza e al disagio indotto dall’isolamento. Un movimento di resistenza che coinvolge tantissime persone, e agisce in un ambiente ibrido: in parte virtuale e in parte reale. Un po’ sui nostri smartphone, un po’ sui nostri balconi.

Fughe dalla realtà

Di come l’emergenza Covid-19 potrebbe rappresentare l’opportunità, per Paesi come l’Italia, di accelerare il processo di digitalizzazione del mondo del lavoro e di quello dell’istruzione è già stato detto e scritto negli scorsi giorni. Molte aziende e imprese italiane implementano sistemi di smart working (l’espressione anglofona del momento) per consentire ai propri dipendenti di lavorare da casa, mentre insegnanti e istituti scolastici si sono impegnati per caricare online lezioni e materiale di studio grazie a piattaforme specifiche.

La Rete è il luogo d’elezione di tante forme di resistenza al disagio causato dal Coronavirus

È proprio la Rete, allora, il luogo d’elezione di tante forme di resistenza al disagio causato dal Coronavirus; non solo la dimensione dove vanno reinventandosi il lavoro e l’educazione, ma anche quella in cui coltiviamo la resilienza delle nostre identità, delle nostre abitudini e dei nostri legami sociali.

Una buona parte di noi, lo sappiamo, sta approfittando del tempo a disposizione per recuperare film e serie tv via streaming (io ve lo dico, se non avete mai visto “I Soprano” perché vi spaventava la mole di episodi/stagioni e non provvedete nemmeno adesso, allora avete qualcosa che non va; ah, e avete qualcosa che non va anche se non date una chance alla ben più breve “Atlanta” di Donald Glover), ma c’è anche chi va alla ricerca di stimoli alternativi a quelli offerti da Netflix e co.

Per fortuna il web è il posto giusto anche per loro: che si voglia restare aggiornati sulle notizie e ciò che succede nel mondo, che si voglia vivere l’esperienza di visitare un museo, o che si voglia leggere un bel libro, le risorse e i canali online da fruire gratuitamente non mancano.

Tuttavia, a registrare un incremento record in questi giorni – tale da far spuntare una serie di articoli che si interrogavano sulla reale capacità di Internet, in Italia e nel mondo, di reggere l’elevato numero di connessioni – è stato l’utilizzo di quelle app che ci aiutano a sopperire alla mancanza di contatti con gli altri.

L’ascesa più clamorosa da noi è stata quella dei videogiochi online: a quanto pare, orde di ragazze e ragazzi che si sono ritrovati improvvisamente a casa dopo la chiusura delle scuole si sono dati appuntamento in arene e mappe virtuali – come quelle di Fortnite e di Call of Duty, tanto per capirci. O almeno questa è la descrizione del fenomeno fornita da varie testate (quasi tutte hanno ripreso questo articolo uscito su Bloomberg), ma siamo sicuri che riguardi solo le fasce più giovani?

L’ascesa più clamorosa da noi è stata quella dei videogiochi online

Le statistiche degli ultimi anni mostrano che gli italiani sono un popolo di gamers a prescindere dal genere e dall’età (una cospicua fetta di videogiocatori si colloca nella fascia che va dai 45 ai 64 anni), e se uno dei motivi per cui certi prodotti vengono consumati così avidamente in questi tempi grevi è legato – ancor più che in tempi normali – alla possibilità che essi offrono di scacciare i pensieri negativi, va considerato anche un altro aspetto: attraverso l’utilizzo del microfono, la maggior parte dei multiplayer online ci dà la sensazione illusoria di essere davvero in compagnia dei nostri amici, coi quali possiamo parlare come se fossimo nella stessa stanza (mentre i nostri avatar si muovono in contesti di guerra, incastrati in un’altra metafora militare).

La componente di gioco (con i suoi obiettivi e le sue difficoltà da superare) perde allora importanza a favore di quella sociale, che diviene centrale; non è un caso, infatti, che si sia parlato di alcuni videogames esplosi ultimamente come dei “nuovi social media dell’era del coronavirus”.

E non ci sono solo gli sparatutto tra i videogiochi più scaricati del momento: in Italia, naturalmente, vanno forte anche le app di giochi di carte online, che nel nostro Paese costituiscono da sempre uno dei principali pretesti per riunirsi e stare insieme – tranne che nei circoli per anziani, dove si gioca per vincere e si perde per bestemmiare, e li citiamo con la speranza che quei luoghi possano prima o poi riaprire in sicurezza.

Di solito questi giochi non supportano l’utilizzo del microfono, ma ad ostacoli simili si può ovviare organizzando, simultaneamente, videochiamate di gruppo.

Vedersi

L’altra tipologia di app che va per la maggiore sui nostri pc e dispositivi smart al tempo della quarantena è proprio quella dei programmi per effettuare videochiamate e teleconferenze.

Molti di questi programmi li conoscevamo già benissimo; altri – come Zoom, che veniva utilizzato principalmente per lavoro – stanno acquisendo adesso maggiore popolarità. Ma sebbene li avessimo ben presenti, l’utilizzo che ne facciamo adesso è inevitabilmente diverso, più intenso e necessario.

Parlo per me: non sono mai stato un amante della videochiamata informale, in passato ne ho effettuata qualcuna per aggiornarmi con persone che non vedevo da tempo, o anche solo per il gusto di sfruttare uno strumento comunicativo a nostra disposizione – un gusto che però sentivo presto venir meno, per lasciar posto alla sensazione di superfluità del mezzo che stavo utilizzando e pensieri del tipo: in fondo bastava una telefonata, perché utilizzare la telecamera?, questa è roba per colloqui di lavoro … sto assumendo un’espressione troppo seria?

Si ha la sensazione che i social network ricoprano quel ruolo unificatore spesso oscurato dall’uso edonistico-aggressivo affermatosi negli ultimi anni

Mi è invece capitato di usare queste app nelle ultime settimane, connettendomi in conversazioni multiple coi miei parenti in Puglia o i miei amici sparsi per l’Italia – tutti rigorosamente in autoisolamento; e ho avuto come la sensazione che il senso del loro utilizzo fosse cambiato, mentre realizzavo che la telecamera è effettivamente un plus, perché ti consente di stabilire un contatto visivo con quelle persone a te care che sono a chilometri, o centinaia di chilometri da te, in un momento di stress e preoccupazione collettiva – e che non sai quando potrai rivedere di persona.

Aldilà poi dei molteplici modi in cui possono essere sfruttate – su varie riviste online sono emersi articoli riguardo il nuovo trend degli aperitivi e dei festini virtuali, iniziative descritte sempre con un certo entusiasmo ma che a me invece paiono un po’ artificiose – le app di videochiamata ci permettono innanzitutto questo: di guardarci in faccia, per sentirci più vicini.

Sono considerazioni piuttosto ovvie, lo so – tanto più che si tratta di programmi per nulla nuovi, e che anzi venivano utilizzati quotidianamente da milioni di persone già prima dell’avvento del Coronavirus. Ma il punto è proprio qui: nell’emergenza che stiamo vivendo siamo completamente aggrappati a Internet e alle possibilità che ci offre, e riapprezziamo i vantaggi di strumenti che davamo ormai per scontati.

Cavolo, a volte si ha la sensazione che addirittura i social network stiano ricoprendo quel ruolo unificatore e socialmente utile, le cui funzioni positive sono state spesso oscurate dall’uso edonistico-aggressivo affermatosi negli ultimi anni. Di recente abbiamo infatti visto individui e comunità sfruttare i social per organizzarsi e darsi una mano a vicenda, o anche solo per infondersi coraggio e fare un po’ di rumore tutti assieme – come nel caso dei flashmob e dei canti dai balconi.

Flash mob

Nati – probabilmente – da un’iniziativa della street band romana Fanfaroma, i “flash mob sonori” hanno preso a diffondersi in maniera spontanea in tutta Italia, trovando nei social media – e soprattutto in Facebook – lo strumento ideale per raggiungere in pochissimo tempo il maggior numero possibile di persone. Così, l’atto di affacciarsi alle finestre o sui balconi per intonare assieme ai propri vicini canzoni classiche e note a tutti s’è consolidato in fretta ed è presto divenuto un appuntamento quotidiano – sebbene negli ultimi giorni pare aver definitivamente perso quella forza propulsiva iniziale e i balconi tendono sempre più a rimanere vuoti.

Queste manifestazioni collettive hanno diviso l’opinione pubblica, tra chi ne appoggia l’idea e chi invece ritiene che non siano rispettose del momento che stiamo vivendo e delle vittime del coronavirus. Capisco le ragioni di questi ultimi e giudico sensata la decisione di alcuni comuni di sospendere i flashmob sonori; allo stesso tempo, però, credo sia sbagliato bacchettare moralmente coloro che vi hanno partecipato perché questi eventi erano animati da un sentimento benevolo – nei momenti di crisi, anche farsi coraggio e cercare di andare avanti è importante e utile.

Sebbene la Rete sia ormai molto lontana da quel che avevamo in mente, le possibilità che ci offre sono pur sempre tantissime

Io non so se posso dire di avervi mai davvero preso parte: essendo un pessimo conoscitore dei classici italiani e un cantante scarsissimo mi sono sempre limitato ad uscire sul balcone e a guardarmi attorno, provando a esibire un sorriso convinto e convincente. Ad ogni modo ho osservato queste iniziative e le ho trovate interessanti e in parte rivelatorie, perché distinte sotto certi aspetti da molte delle azioni simili che abbiamo visto in passato.

Certo, il termine “flash mob” è stato utilizzato nel corso degli anni per classificare azioni collettive anche molto diverse tra loro ed è difficile mettere sotto lo stesso cappello quelle nate a scopo di protesta, altre messe in atto per puro divertimento e altre ancora per fini di marketing e viralità online. Ma rispetto a queste ultime, che negli ultimi tempi hanno finito per dominare il nostro immaginario quando pensiamo a questa espressione, i flashmob sonori al tempo dell’autoisolamento hanno mostrato di possedere delle caratteristiche diverse.

Prendiamo ad esempio quegli eventi che hanno visto le persone riunirsi all’aperto in gruppi più o meno grandi per ballare e cantare insieme la hit del momento (ricordate i video in cui si vedeva gente cantare “Happy” di Pharrell Williams in giro per le città?). In quei casi l’iniziativa nasceva sui social media dove gli utenti si organizzavano e si mettevano d’accordo fra loro; proseguiva nella realtà, dove concretizzavano la danza o comunque la performance in oggetto, ben attenti a riprenderla con una telecamera; e faceva il giro, andando a finire nuovamente sui social dove si cercava di renderla virale. (Pare per certi versi la descrizione della maggior parte dei video presenti su Tik Tok oggi, e invece le reinterpretazioni collettive di “Happy” si diffondevano ormai sei anni fa …)

Ecco, ai canti dai balconi manca quest’ultimo step – o comunque non ne costituisce l’elemento precipuo, come invece avveniva nell’altro caso: qui l’azione dei partecipanti si esaurisce quasi sempre nel mondo reale, dove raggiunge il suo scopo ultimo, che è quello di farsi forza a vicenda e non perdere il buonumore.

Naturalmente la condivisione sui social (molte volte anche sui siti di informazione) non è mancata, e probabilmente ci saranno stati casi di performer che ci hanno visto prima di tutto un’occasione per acquisire notorietà; ma questo succede sempre, e stavolta s’è trattato di un comportamento collaterale all’interno di manifestazioni connotate da una necessità di socialità diversa, più urgente e slegata dalle logiche di visibilità online … come avrà notato chiunque di voi a cui sia capitato di affacciarsi alla finestra in queste occasioni e ritrovarsi a salutare qualcuno che non conosceva, affacciato a sua volta alla propria finestra dall’altra parte della strada, magari qualche signora o signore avanti con l’età intenti a cantare “Azzurro” (alla signora che mi ha salutato mentre non spiccicavo una parola del brano di Celentano chiedo scusa ma a parte qualcosa del ritornello non so nulla del testo, mea culpa).

Non si tratta di affermare un qualche tipo di superiorità di questi “flash mob” nei confronti di quelli citati in precedenza, né di lodarli in quanto dimostrazione dell’utilizzo virtuoso che dei social può esser fatto – ci sono indubbiamente tanti modi più produttivi e utili per sfruttare i social media.

Tuttavia, credo valga la pena di notare come le condizioni dell’autoisolamento abbiano portato molte persone (di tutte le età e anche con una certa partecipazione da parte dei non giovani) a riapprezzare un uso semplice di questi network, un uso dei social per staccarsi dai social e connettersi agli altri in maniera diversa.

Ritorno alla realtà

Bene, fin qui credo di aver esaltato in maniera abbastanza naïf i pregi di Internet al tempo della quarantena. La verità è che in questi giorni abbiamo avuto modo di cogliere anche tutto quello che non va con la Rete in Italia, con l’uso che ne facciamo e con gli effetti negativi di molti strumenti digitali sulla società.

Il nostro tempo è prezioso, e lo sono anche i nostri dati che continuiamo a rilasciare sempre alle stesse grandi aziende private del digitale

Tra i Paesi sviluppati, l’Italia è uno di quelli con il maggior divario digitale (il 5% della popolazione non ha accesso nemmeno a servizi ADSL di livello base) ed il boom di connessioni registrate in questo periodo ha messo a nudo l’arretratezza delle nostre infrastrutture, costringendo peraltro il Governo ad intervenire in questo senso. Si tratta di problematiche da risolvere e tendenze da invertire, perché la disparità di accesso a Internet e di padronanza dei suoi servizi costituisce, nel 2020, l’ennesima fonte di disuguaglianza che va a sommarsi alle altre e a peggiorare le possibilità di chi rimane indietro.

Ora più che mai dovremmo fare attenzione ai meccanismi con cui molte delle app e dei programmi che utilizziamo generano dipendenza in noi e lottano per colonizzare il nostro tempo – dalle loot boxes dei videogiochi alle notifiche dei social media, passando per il design e i suggerimenti continui delle piattaforme di streaming (ma non preoccupatevi, I Soprano e Atlanta almeno per ora non sono disponibili su queste piattaforme e per vederle dovrete trovare metodi alternativi).

Il nostro tempo è prezioso, e lo sono anche i nostri dati che continuiamo a rilasciare sempre alle stesse grandi aziende private del digitale, le quali potrebbero riemergere da questo periodo critico ancora più solide di prima – se riuscite a immaginarle più solide di prima, fatelo pure. Nel momento in cui la questione della privacy assume nuove sfumature coinvolgendo nuovamente i governi nazionali nell’equazione, non dovremmo dimenticarci che il controllo delle nostre informazioni lo abbiamo perso già da tempo e non stiamo facendo abbastanza per riprendercelo.

Non dovremmo dimenticarci nemmeno di quanto velocemente viaggia la disinformazione sui social media, una piaga che risulta ancor più destabilizzante adesso, nella situazione di estrema fragilità sociale che stiamo vivendo – una fragilità che si ritrasmette anche nella fiducia dei popoli verso le istituzioni democratiche. Ne abbiamo visti di esempi in questi giorni, tra catene Whatsapp in cui sedicenti medici sconosciuti spiegano tutto del virus e di come si combatte, Stati che organizzano campagne per accusare altri Stati della sua diffusione, e post di ex Ministri degli Interni che scoprono la verità (“pazzesco!!!”) grazie a vecchi servizi del TG3. [E allora, a volte non è meglio spegnere tutto e affacciarsi alla finestra, canti o non canti?]

La quarantena, insomma, non ha reso il web un luogo migliore o più bello: tutte le problematiche che hanno accompagnato la sua evoluzione sono ancora lì, e non si correggeranno da sole. Del resto, tornando per un attimo all’immaginario sci-fi, quante volte avremo letto l’aggettivo “distopico” in riferimento ad Internet negli ultimi anni? Qualche mese fa ci ha pensato direttamente Tim Berners-Lee a parlare di “distopia digitale”.

Tuttavia, questa situazione di emergenza ci ha forse ricordato che, sebbene la Rete sia ormai molto lontana da quel che avevano in mente i suoi fondatori, le possibilità che questa tecnologia ci offre sono pur sempre tantissime: in termini di condivisione di risorse e informazioni, capacità di accorciare le distanze, salvaguardia delle relazioni sociali.

Dovremmo tutti quanti vigilare maggiormente ed essere più attenti ai cambiamenti e alle distorsioni che lo coinvolgono, ma nel momento più difficile Internet ha dato prova di essere ancora e sempre di più uno strumento irrinunciabile – e fondamentale per resistere.