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15 Febbraio 2019

Pianificazione urbana e democrazia: dal diritto alla casa al diritto alla città

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Storico, paesaggista, designer e urbanista, Lucius Burckhardt è stato un pensatore tanto influente quanto eccentrico. Maestro di Jacques Herzog e Pierre de Meuron, teorico dell’ecologia, della partecipazione e dell’«intervento minimo», ha sviluppato quest’ultimo concetto, insieme a Bernard Lassus e Bazon Brock. 

La sua è stata una voce critica, affine a quella di Ivan Illich, caratterizzata dalla capacità di formulare le più ardue argomentazioni scientifiche con un’acuta semplicità espressiva che ha pochi termini di paragone.

Pubblichiamo un estratto da Il falso è l’autentico (Quodlibet) che propone per la prima volta in Italia un’ampia raccolta degli scritti di Burckhardt, dalle prime riflessioni degli anni Sessanta sui temi della democrazia e della pianificazione, sul design e sull’«industria della porta accanto», fino al dibattito degli anni Novanta sul paesaggio, sulle periferie e sulla marginalità urbana.


E se fra 2000 anni gli archeologi, scavando, ci ritroveranno, e se la conoscenza della nostra scrittura sarà andata perduta, la fisionomia della città resterà l’unico criterio per giudicarci

Non è strano, in effetti, che la cittadinanza, o, meglio, la cittadinanza in quanto entità pubblica, non si interessi dell’immagine della città? Eppure questa è la manifestazione più pubblica della nostra vita, la rappresentazione più visibile dell’attività umana. E se fra 2000 anni gli archeologi, scavando, ci ritroveranno, e se la conoscenza della nostra scrittura sarà andata perduta, la fisionomia della città resterà l’unico criterio per giudicarci. […]

Dobbiamo dunque chiederci perché, mentre tutte le espressioni del vivere sociale – dalla politica allo sport, all’arte – sono soggette a un continuo confronto con un pubblico critico, e devono praticamente misurare ogni passo a seconda dell’impatto che esercitano sul pubblico, l’urbanistica sfugga invece a questo confronto, pur essendo innegabile che una manifestazione sociale di notevole impatto espressivo viene tradotta per suo tramite in un materiale ben più duro e durevole di quanto non avvenga in qualsiasi altro campo.

Come possono due interlocutori, di cui uno loda le proporzioni di una piazza e l’altro lamenta la scarsità di parcheggi, trovare un terreno comune di discussione?

Quel che manca, a nostro avviso, è un punto di vista a partire dal quale una critica dell’urbanistica possa essere formulata dai cittadini ed espressa apertamente e pubblicamente. L’urbanistica è una materia complessa, in cui vengono contemplati il fattore estetico, ma anche altri aspetti eminentemente pratici.

Come fare per trovarsi d’accordo? Come possono due interlocutori, di cui uno loda le proporzioni di una piazza e l’altro lamenta la scarsità di parcheggi, non dico mettersi d’accordo, che sarebbe pretendere troppo, ma almeno trovare un terreno comune di discussione?

Ma lasciamo da parte per un momento gli aspetti pratici e concentriamoci sul fattore estetico; chiedete a un gruppo di persone di dare un giudizio su un certo edificio: nascerà una vivace discussione.

Chiedete allo stesso gruppo di esprimersi sull’impatto visivo di una fila di case, su un aspetto dell’immagine della città: nascerà una babele di opinioni confuse e contraddittorie. Al pubblico mancano i criteri per poter giudicare il fenomeno urbanistico.

La città è stata costruita da esseri umani, è l’espressione di un agire consapevole

L’arte di costruire la città è una materia tutta particolare: particolare per la sua posizione tra ciò che è intenzionale e ciò che no lo è. Ce ne accorgiamo soprattutto quando cerchiamo un responsabile, un ente a cui attribuire la colpa di una determinata situazione, o a cui ricorrere per migliorarla.

Ogni casa della città è stata voluta, voluta da qualcuno esattamente com’è; solo l’esito complessivo – l’immagine della città, o quella che dovrebbe essere l’immagine della città e non lo è – non è frutto di una volontà. Eppure la città è stata costruita da esseri umani, è l’espressione di un agire consapevole.

L’immagine della città può dunque essere del tutto casuale? È possibile che nel suo insieme non si esprima alcun significato? È retorica affermare che l’immagine della città esprime i rapporti sociali, è, anzi, lo specchio della società? […]

L’appartamento che doveva andare bene per tutti non va bene per nessuno, non è stato inventato da nessuno, progettato per nessuno e da nessuno voluto così come lo vediamo

La novità di questo atteggiamento consiste soprattutto nel fatto che esso ha un obiettivo, che non si perde nell’indeterminatezza, che non è un semplice lamento contro la sorte. Il cittadino arrabbiato percepisce il divenire della città non più come sviluppo organico, o, nel peggiore dei casi, come crescita incontrollata, ma come qualche cosa di tangibile e per certi aspetti governabile; in ogni caso come qualche cosa di voluto e quindi attribuibile a qualcuno. Come mai?

L’abitante delle grandi città oggi vive in affitto. Non ha senso chiedersi se è soddisfatto della sua casa. Certo lui l’avrebbe fatta diversa… Eppure ha preferito questo appartamento ad altri dieci, tutti identici a questo, a parte la minuscola veranda cui si accede dal soggiorno. […] In breve, l’appartamento che doveva andare bene per tutti non va bene per nessuno, e lo stile abitativo che oggi produce appartamenti ideali identici sotto forma di edilizia popolare non è stato inventato da nessuno, progettato per nessuno e da nessuno voluto così come lo vediamo.

Come per l’appartamento dove abita, anche di fronte allo sviluppo dell’immagine della città il singolo è impotente. Ma la città è il suo destino, determina la sua vita fin nei minimi particolari: dal costo dell’affitto al tragitto per andare al lavoro, egli dipende dallo sviluppo urbanistico.

Come nascono le nuove città? Non nascono da sole, vengono costruite in seguito a una decisione. Dove non nascono nuove città, significa che nessun ente governativo e nessun consorzio industriale hanno deciso di costruire una città

Eppure neanche la città è espressione della volontà di qualcuno. Nessuno, apparentemente, l’ha voluta così com’è; apparentemente non esiste un colpevole se in un posto il traffico aumenta eccessivamente, provocando incidenti, o se in un altro i negozi falliscono perché la strada su cui si affacciano è finita in un angolo morto rispetto ai flussi del traffico.

Apparentemente tutto dipende dal destino, dallo sviluppo economico, dall’andamento delle cose. In Germania, in Francia, in Olanda, in Inghilterra, molte città sono state distrutte durante la guerra, e ora bisogna ricostruirle. Da altri paesi, come gli Stati Uniti, l’India, la Svezia, giunge notizia di trasferimenti di popolazione in città di nuova costruzione.

Come nascono le nuove città? Non nascono da sole, vengono costruite in seguito a una decisione. Dove non nascono nuove città, significa che nessun ente governativo e nessun consorzio industriale hanno deciso di costruire una città. Si potrebbe anche dire: qui il governo ha rinunciato all’urbanistica, ha deciso di non servirsi dell’urbanistica.

La pianificazione può essere contemporaneamente consapevole e democratica?

È chiaro che una città nuova, o una città distrutta, può essere costruita o ricostruita in un modo invece che un altro, però, prima di cominciare, il pianificatore si trova a dover valutare ipotesi alternative. […]

La nuova città, dunque, a differenza di quelle costruite finora, sarà frutto della volontà di qualcuno; o, per dirla in parole povere, si saprà contro chi poter imprecare.

E qui si pone la domanda: è proprio inevitabile che le autorità cittadine e urbanistiche si impongano «con forza» e «senza curarsi delle perdite» contro il volere della popolazione, se ne assumano la responsabilità e raccolgano in seguito le maledizioni o gli allori? In altri termini, ci si pone di nuovo il quesito se la pianificazione possa essere nel contempo consapevole e democratica.

Se alcune delle nostre grandi città fanno finta che non ci siano decisioni da prendere, è proprio così facendo che ne prendono una: decidono cioè di lasciare la crescita in balia delle forze economiche

Tutto ciò che abbiamo detto per le nuove città riguardo alla possibilità di alternative e alle scelte preliminari, vale anche per le città già esistenti. Oggi nelle nostre città lo sviluppo è così intenso e cruciale che le autorità urbanistiche e la popolazione si trovano continuamente a dover prendere decisioni di ampia portata. Se alcune delle nostre grandi città fanno finta che non ci siano decisioni da prendere, è proprio così facendo che ne prendono una: decidono cioè di lasciare la crescita in balia delle forze economiche; e la responsabilità per aver deciso di non fare nulla ricadrà comunque su di loro, anche se forse non vivranno abbastanza per vederne le conseguenze. Ma perlopiù queste città non si limitano a non far nulla: al contrario, compiono una grande quantità di scelte; le quali, non derivando da un progetto complessivo, singolarmente o nel loro insieme provocano effetti collaterali che trasformano l’intenzione originaria nel suo opposto.

Queste città, potremmo dire, anziché permettere ai politici locali di dilettarsi con i problemi della pianificazione, farebbero meglio a coinvolgere un esperto. Generalmente, infatti, il fallimento a cui qui ci riferiamo non è opera degli esperti: è innescato dalle istanze politiche che trascurano di riconoscere le questioni politiche preliminari come tali.

In una vera democrazia, è importante che vi sia una netta distinzione tra quello che dev’essere deciso dalla cittadinanza politica e quello che invece dev’essere deciso dagli esperti

In un percorso decisionale democratico, è proprio al momento di queste scelte preliminari che la cittadinanza politica potrebbe far sentire la propria voce, stabilendo una scala di priorità tra le diverse esigenze che si impongono.

Devo qui precisare che quando parlo di democrazia intendo una vera democrazia, e non quelle dove si rinvia semplicemente al fatto che il popolo ha eletto i parlamentari, e questi hanno nominato gli amministratori, che a loro volta hanno incaricato gli esperti, che poi si fanno carico dell’azione.

In una vera democrazia, è importante che vi sia una netta distinzione tra quello che dev’essere deciso dalla cittadinanza politica e quello che invece dev’essere deciso dagli esperti. L’esperto è competente per l’esecuzione concreta, sulla base dell’incarico ricevuto dalla politica. Alla politica spetta il compito di chiarire quali sono le volontà pubbliche dei cittadini e di formulare una scala di priorità tra i valori esistenti e quelli che si intendono promuovere. Una tale partecipazione cittadina troverà forse voce, inizialmente, a fianco e al di sopra dei partiti.

Guarda anche il percorso di cheFare sulla rigenerazione urbana

Ma se vuole diventare politicamente efficace, dovrà passare per i partiti. Che i partiti vogliano avere una propria opinione sulle questioni urbanistiche è spesso considerato ridicolo, quasi la prova dell’impossibilità di una pianificazione democratica.

Io sostengo l’opinione contraria; e credo che se consideriamo la città non solo come un esercizio di gestione tecnica del traffico, ma come l’espressione visibile della nostra convivenza, e se vogliamo per suo tramite migliorare la convivenza stessa in base agli scopi che ci siamo prefissi – dall’impegno dei partiti sul terreno urbanistico non potranno che scaturire nuove opzioni politiche e nuovi temi ideali.

Che cosa sono infatti i partiti se non i paladini di differenti utopie sociali, e che cos’è la pianificazione urbana se non il tentativo di realizzare visibilmente le utopie?


Immagine di copertina: ph. Eric Karim Cornelis da Unsplash

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