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10 Agosto 2018

Dal piano periferie al piano del conflitto: la guerra tra poveri come consenso politico

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Stiamo lavorando a un nuovo progetto sul significato delle parole che usiamo per parlare, scrivere, discutere: 40 Mondi, il vocabolario di Biennale Democrazia — è una partnership tra cheFare, il Polo del ‘900 di Torino e la manifestazione culturale torinese Biennale Democrazia per scoprire insieme, attraverso una scrittura collaborativa, le tematiche più importanti da esplorare nella prossima stagione della manifestazione. Il Secondo Mondo esplora il significato del concetto di Faglie, partecipa anche tu alla nostra inchiesta.

Il governo Conte ha inserito nel decreto milleproroghe un emendamento (votato al Senato anche col supporto di Pd, Forza Italia e Leu, non si sa se per condivisione o per distrazione) che congela per due anni i fondi stanziati dai governi Renzi e Gentiloni per il piano Straordinario per le Periferie. La ragione ufficiale è permettere di sbloccare prima il fondo sui disavanzi di bilancio della legge di stabilità (che, in teoria, dovevano comunque essere attivati).

Il piano periferie era un progetto che prevedeva, in due tranches, il finanziamento dei 120 micro-progetti che avevano superato una selezione, e che avrebbero permesso un intervento mirato e diffuso lungo lo stivale con una chiara destinazione per i contesti periferici. Sebbene si trattasse di un primo provvedimento non esaustivo, nelle parole degli amministratori e del governo c’era l’intendo per tramutarlo in un fondo strutturale. Tutte le amministrazioni, a prescindere dal colore politico, avevano accolto positivamente gli stanziamenti. Molte delle proposte erano già state avviate, e alcuni dei Comuni hanno di fatto speso e anticipato fondi che arriveranno (forse) tra due anni (qui una ricostruzione dell’accaduto durante la votazione)

I progetti spaziano dalla riqualificazione di Sanpierdarena a quella di Scampia, dalla scuola media del quartiere Adriano di Milano al parco circolare diffuso di Rieti, e poi ancora, Siracusa, Enna, Varese, Prato. La notizia è stata accolta con clamore, molti dei comuni coinvolti, anche attraverso l’Anci, hanno condannato la decisione del Senato.

Tuttavia, se si scorre il contratto di governo, non c’è una voce singola dedicata al tema della periferia, come problematizzazione sociale, infrastrutturale e politica. Una scelta che potrebbe anche essere compresa se giustificata da altri e più consistenti interventi tesi a ridurre le diseguaglianze. Invece a questa modifica del milleproroghe, non è seguito un contraltare per i quartieri più sofferenti delle città. Tra le voci autorevoli, Renzo Piano, fautore del piano de “Rammendo” e della ricucitura della città (il progetto G124).

Negli intenti, il senatore a vita aveva posto: La prima cosa da fare è non costruire nuove periferie. Bisogna che le periferie diventino città ma senza ampliarsi a macchia d’olio, bisogna cucirle e fertilizzarle con delle strutture pubbliche. Si deve mettere un limite alla crescita anche perché diventa economicamente insostenibile portare i trasporti pubblici e raccogliere la spazzatura sempre più lontano. Oggi la crescita anziché esplosiva deve essere implosiva, bisogna completare le ex aree industriali, militari o ferroviarie, c’è un sacco di spazio disponibile. Parlo d’intensificare la città, di costruire sul costruito. In questo senso è importante una green belt come la chiamano gli inglesi, una cintura verde che definisca con chiarezza il confine invalicabile tra la città e la campagna”.

A seguito della votazione, Piano ha rafforzato il suo intento a spendersi per i quartieri periferici: “me ne occupo da tutta la vita, sapevo che la periferia è la terra di frontiera che accende l’immaginazione, eccita il desiderio, quella vita che sta ai margini della vita ma è più vita della vita. Le periferie sono le città che faremo, quelle che lasceremo, che parleranno di noi. Ad Atene i governanti giuravano di restituire la città migliore di come la prendevano. In greco dicevano “più bella”. È il termine giusto”.

La rabbia del senatore si rivolge direttamente al governo Conte: “Davvero non riesco a credere che i Cinque stelle non capiscano. Dicono di essere il cambiamento. Ma è nelle periferie che si trova l’energia del cambiamento che è anche la forza del disagio”, al punto di evocare un “Periferia pride”. Pur comprendendo le ottime intenzioni di Piano, non credo che un “periferismo” alla stregua dell’orientalismo di Said, possa essere la soluzione concreta alla sofferenza metropolitana, che si sparpaglia, mutatis mutandis, lungo tutto lo stivale quando si parla di “aree interne”.

Se subiamo tutti la fascinazione pasoliniana per i sobborghi, da Tor Sapienza al Corviale, dal Gratosoglio a Quarto Oggiaro, non è l’oggettivazione dell’alterità che potrà risolvere le questioni aperte nelle città.

Soggettivare la periferia in quanto tale è rafforzare quel confine di differenziazione, che è fatto di diseguaglianze ancor prima che di civici e vie, e che solo un ragionamento su cittadinanza sociale e politica può davvero rendere più indefinito. Perché è la crisi della politica e del welfare che ha trasformato i quartieri popolari in “periferie”. E la stessa crisi ha rafforzato il binomio periferie-insicurezza, attraverso la narrazione emergenziale delle “polveriere” spesso connotate in relazione alle migrazioni come “souk”, “kasbah” o ancora “banlieues” per evocare quel conflitto già esploso nelle grandi metropoli neoliberali.

Non è un caso che il concetto di periferia urbana e di critica della stessa risale al modello americano di Jane Jacobs, che nel suo “The Death and Life of Great American Cities” del 1961 invitava ad un ritorno ad un modello di sviluppo più a misura d’uomo.

La  città americana agisce da modello anticipatore per il destino delle città  europee. Così, la città del dopoguerra, in America come in Europa, si assesta prima sul modello della città industriale, per poi tramutarsi sempre più nella c.d. città del  Welfare (Petrillo  2006).

Come aveva anticipato  Lefebvre (1976) nella  città degli anni Settanta è lo stato sociale a garantire la tenuta e la ripartizione dell’assetto  urbano nei contesti occidentali ed europei. E, possiamo aggiungere, i legami politici e i corpi intermedi a livellare gli scambi, i dialoghi e gli incontri tra segmenti urbani. La  città attraverso il sistema assistenzialistico riduce le polarizzazioni tra gruppi, le politiche abitative offrono alternative metropolitane e impediscono, di fatto, il diffondersi dei sistemi urbani dello slum.

La crisi del modello industriale innesca un domino di eventi che vanno ad impattare fortemente sul modello urbano, con il passaggio dalla città postindustriale alla c.d. “città globale”. La crisi dello stato sociale rivela nel contesto urbano, prima che in altri, la maggior insicurezza e la risposta penalistica da parte dello Stato.

Vista in questa prospettiva, risulta più semplice comprendere perché un governo come il governo Conte non abbia nessun interesse a ridurre le diseguaglianze, e perché nel contratto questa non sia una priorità. Perché in questi primi due mesi di governo, se molte questioni sono rimaste fumose, è apparsa invece chiara la costruzione politica del conflitto sociale non più tra borghesi/ricchi e proletari, ma tra ceto medio impoverito (favorito dalla nuova prevista flat tax) e poveri. Il conflitto tra ultimi e penultimi che alimenta il consenso politico si svolge lì, in quella linea di confine che determina il periferico, e che necessita di quel confine per poter essere fomentata.


Immagine di copertina: ph. Delaney Turner da Unsplash

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