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4 Settembre 2018

Piattaforme partecipative: una democrazia per l’era della dispersione

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Piattaforme deliberative, referendum online, parlamentarie, partiti digitali: questi e simili termini che si stanno diffondendo nel dibattito politico in Italia e in molti altri paesi europei, riflettono l’emergere di nuove forme di partecipazione politica, che fanno uso di quegli strumenti e piattaforme digitali, che sono diventate parte della nostra vita quotidiana. Nell’era di Facebook e Twitter, di AirBnB e Uber, di Google e Amazon, anche le organizzazioni e istituzioni politiche vogliono emulare i social media e le app, trasformando la partecipazione politica in un processo per quanto possibile diretto e disintermediato.

Quella che potrebbe essere descritta come la “seconda ondata della democrazia digitale” per distinguerla da quella piuttosto velleitaria degli anni ’90 e primi 2000 è un fenomeno di ampia scala che si manifesta nell’emergere di una comunità “civic tech”, di informatici, sviluppatori e attivisti dedicati a usare la tecnologia digitale per migliore il modo in cui partecipiamo e decidiamo collettivamente. È da questa comunità che sono emerse un gran numero di nuovi software, come il Liquid Feedback utilizzato dal Partito Pirata, il Consul usato dal municipio di Madrid e da Podemos, o il molto più rudimentale e pasticciato Rousseau usato dal Movimento 5 Stelle.

Di fatto la democrazia digitale non è più solo un fenomeno che riguarda nuovi partiti come il 5 Stelle o Podemos. Anche partiti più classici hanno cominciato o stanno cominciando a usare applicazioni digitali per le loro decisioni interne. Vedi ad esempio il caso del Labour Party, che offriva agli attivisti l’opzione di votare online in occasione del secondo voto sulla leadership di Jeremy Corbyn nel 2016 o il PSOE che ha ripetutamente consultato in rete i militanti su scelte importanti. Sembra ormai evidente che la democrazia digitale è destinata a divenire un elemento cardine della democrazia interna dei partiti nel 21esimo secolo. Ma ancora non è chiaro quale la forma definitiva che la democrazia digitale acquisirà, anche al netto delle distorsioni a cui stiamo assistendo, come quelle del Movimento 5 Stelle, con serie falle di sicurezza informatica, e una gestione a dir poco opaca delle votazioni.

Quali sono le ragioni per questo sviluppo di nuovi strumenti e processi di democrazia digitale? E fino a che punto possiamo davvero considerare questi fenomeni come portatori di un rinnovamento democratico in una società ammalate di apatia e disillusione verso la politica?

Oltre il partito zombie

Per capire lo sviluppo di nuove forme di democrazia e di organizzazione politica bisogna prima di tutto considerare questo fenomeno in un contesto storico caratterizzato da una profonda crisi di fiducia verso le istituzioni e le organizzazioni politiche, e dei partiti in particolare, e che si riflette nei bassi livelli di partecipazione all’attività di associazioni e partiti. Da questa prospettiva l’utilizzo della democrazia digitale è un tentativo di rispondere all’agonia di un partito massa, e di un sistema della delega in profonda crisi negli ultimi decenni come proposto dalla scienziata politica americana Theda Skocpol nel libro Diminished Democracy in cui si collega questa crisi di partecipazione alla crisi dell’organizzazione di massa novecentesca, soppiantata dalle ONG e dalle advocacy.

Questo fenomeno si è manifestato prima di tutto nella caduta verticale degli iscritti ai partiti politici, ma pure nel fatto che molti degli iscritti nominali non partecipano più attivamente. Se in passato, in un paese come l’Italia, la partecipazione politica era un processo che coinvolgeva pressoché quotidianamente milioni di persone, oggi parliamo di centinaia o decine di migliaia di persone che sono attive nella vita interna dei partiti e dei loro processi decisionali. Questo certo in parte per un disamore verso la politica, conseguenza della “fine delle grandi narrazioni” del Novecento. Ma anche per l’incapacità della rigida struttura organizzativa del partito novecentesco di organizzare un’esperienza sociale estremamente fluida e frammentata.

Il partito di integrazione di massa è divenuto di fatto un partito di esclusione di massa, attorno a cui si continuano a aggregare quei cittadini, sempre più anziani, che sono ancora legati alle forme di partecipazione politica novecentesca, ma che non riesce più ad attrarre le nuove generazioni e gli esclusi che non si riconoscono in quel tipo di struttura e di comunità politica. Il partito di massa è così diventato non solo partito liquido, ma anche partito zombie, un partito sempre più invecchiato e sempre più incapace di adattarsi alla trasformazione sociale.

A lungo la sinistra ha creduto che questa degenerazione della forma-partito novecentesca potesse essere arrestata con un’inversione a U nel flusso della storia, andando a ritroso, e ricostruendo da capo partiti massa come quelli dell’era industriale, con le loro sezione di partito, le loro riunioni del lunedì sera, le loro accese discussioni e i litigi tra membri riottosi e quadri. Questo tipo di speranza è comprensibile, e comprensibile è pure la nostalgia per il passato. Ma pensare di superare la degenerazione del partito politico in partito zombie, riesumando la salma del partito massa si è rivelato una pia illusione. L’unica opzione credibile è provare a costruire forme di organizzazione che facciano i conti con la trasformazione radicale della realtà sociale.

Dispersione e disintermediazione

Quello che spesso dimenticano i nostalgici del partito-massa è che il partito massa non è una forma applicabile a qualsiasi condizione storica, ma al contrario era un assemblaggio tecnico-sociale che rifletteva le forme di produzione proprie dell’era industriale. Esso si sosteneva su tecnologie come il telefono, il ciclostile e la macchina da scrivere che affollavano i suoi uffici. I suoi luoghi e tempi erano segnati dalla presenza imponente della grande fabbrica fordista e dai suoi turni di lavoro. Così come sostenuto da Marco Revelli nel libro Finale di Partito esiste un’omologia tra il modo di produzione e il modo di organizzazione.

Il partito massa era l’equivalente nella sfera politica, di quello che la fabbrica fordista era nella sfera economica. La struttura del partito massa rifletteva una società caratterizzata da grandi concentrazioni produttive, con la fabbrica fordista a fare da centro nei processi di organizzazioni sociali, uno dei perni – assieme al partito, e al quotidiano politico – di quello che Regis Debray ha descritto come l’assemblaggio industriale. Quell’assemblaggio oggi giorno è marginalizzato nella sfera produttiva e non è più rappresentativo dell’esperienza quotidiana della maggioranza delle persone. Le forme di lavoro, di consumo e di vita sono caratterizzate da estrema dispersione e individualizzazione in un contesto produttivo dominato dalla tendenza all’esternalizzazione e alla segmentazione, spesso con lo scopo più o meno esplicito di indebolire la capacità di organizzazione della forza lavoro. Pensare che sia possibile continuare organizzarsi così come si faceva al culmine dell’era industriale è dunque fuori luogo.

Come ripensare dunque una forma-partito nell’era presente? Per farlo dobbiamo fare i conti con uno spazio sociale la cui cifra centrale è la dispersione; dispersione sia in termini spaziali, che temporali. I luoghi di lavoro in cui passiamo le giornate sono spesso più piccoli di quelli dell’era industriale, a causa della tendenza all’esternalizzazione produttiva, e al mito del “mettersi in proprio” specie in un paese come l’Italia affetto da un nanismo del settore produttivo e dalla piaga dei falsi autonomi. Le grandi concentrazioni di lavoratori nelle fabbriche sono cosa di altri tempi. Lavoriamo in piccole imprese, con mansioni e gruppi di lavoro sempre più spezzettati. Aumentano il lavoro autonomo, e il lavoro precario, che comporta una minore radicazione territoriale e una concentrazione organizzativa. A soffrirne non è solo la cosiddetta densità sindacale, ovvero la concentrazione di lavoratori sindacalizzati in una data impresa, ma pure in una data area, ad esempio in un quartiere o in una città, ma pure la densità politica, ovvero la capacitá dei luoghi fisici di essere spazio di aggregazione e base di mobilitazione.

Le piattaforme deliberative come quelle di Podemos, Partito Pirata e 5 Stelle offrono una risposta a questa situazione di crisi delle forme di partecipazione tradizionale. Esse permettono una partecipazione diffusa, che permette a persone che per motivi di tempo o distanza fisica non potrebbero partecipare ad assemblee faccia-a-faccia. Per partecipare a una votazione non serve andare alla sezione locale del partito, che anche a causa delle svendite del patrimonio dei partiti tradizionali si trova sempre più lontana da casa o dal luogo di lavoro. Per esprimere la propria opinione non bisogna dedicare diverse ore in dibattiti che per i non militanti possono sembrare molto onerosi in termini di tempo e energia da dedicare. Basta connettersi a un sito internet, partecipare alle discussioni ed esprimere il proprio parere, talvolta veramente con un semplice “clic”.

Le piattaforme di deliberazione online abbassano quelle che gli esperti di partecipazione politica chiamano “barriere alla partecipazione” o per usare una metafora economica “i costi della partecipazione”. Il motivo è semplice: costa di meno in termine di energia e di tempo, partecipare a una votazione online piuttosto che recarsi in un dato luogo, magari lontano da casa, a un dato tempo, magari a un’ora o giorno che interferisce con il proprio orario di lavoro. Hanno ragione I critici della democrazia digitale quando sostengono che questa diminuzione dei costi di partecipazione comporta anche un abbassamento del “valore” della partecipazione. Ma questo è al contempo pure anche l’elemento di democratizzazione delle piattaforme online. Abbassando la soglia di partecipazione esse aumentano il volume di partecipazione, anche se spesso a costo della qualitá della partecipazione.

Per decidere se queste innovazioni costituiscano una forma di democratizzazione o uno svilimento della democrazia è sufficiente porsi una domanda piuttosto semplice, ma la cui risposta è molto difficiel dato che deriva da considerazioni valorali e ideologiche sulla buona società e la buon politicq. È più importante la quantità delle persone che partecipano a un processo decisionale o l’intensità con cui esse partecipano? È più democratico un referendum in cui partecipano milioni di persone magari esprimendo un’opinione molto semplice come un SI o un NO o un’assemblea a cui partecipano poche decine di persone ma tutte con la possibilità di intervenire?

È vero che la partecipazione politica deve essere articolata e permettere alle persone di avere discussioni serie e approfondite. Ma pensare che la riunione del mercoledí sera sia l’unico spazio possibile di partecipazione politica è sbagliato. In tempi di bassa partecipazione alla vita politica è anche necessario aumentare la quantità della partecipazione, riportare persone che oggi si trovano ai margini del processo politico, a prendere nuovamente parte nel processo decisionale a partire dalla vita interna dei partiti, che da sempre hanno fatto da anello di congiunzione tra la cittadinanza e le istituzioni. E per fare questo è necessario creare forme di partecipazione semplici che utilizzino tecnologie ormai diffuse in maniera pervasiva nella nostra vita quotidiana, con cui la maggioranza dei cittadini hanno ormai familiarità e che possono permettere a grandi numeri di persone di dire la loro, anche se in forma estremamente semplificata; del resto la democrazia di massa, dall’elezione al referendum si è sempre retta su meccanismi di estrema semplificazione.

È su questo versante che nonostante tutti i loro limiti, è necessario riconoscere al Movimento 5 Stelle di aver provato a sperimentare qualcosa di nuovo, anche attraverso il processo di legislazione condivisa, con funzioni come Lex Iscritti che permettono ai membri di proporre disegni di legge. Quello che tuttavia, i 5 Stelle, così come altri fautori della democrazia digitale spesso dimenticano, o fanno finta di ignorare, è che la democrazia digitale non porta a una eliminazione della gerarchia e della rappresentanza. Ma piuttosto a un sistema che potremmo “democrazia reattiva”, basata su quel “feedback reattivo”, che David Karpf ha evidenziato nei siti di petizioni come MoveOn.org, in cui gli iscritti/utenti più che essere chiamati a un’interazione propositiva, sono limitati a un potere di ratifica di decisione prese dalla leadership che usa le piattaforme partecipative come un sistema di verifica costante del livello di consenso di cui godono presso la base. La democrazia digitale sarà pure una democrazia più diretta e disintermediata. Ma la disintermediazione comporta in realtà nuove forme di mediazione a livello più lato. In economia come in politica disintermediazione è in realtà reintermediazione, o “infomediazione” in cui un intermediario fisico è sostituito da un intermediario informazionale.

La piattaforma non è piatta

Le piattaforme decisionali non sono puramente sistemi tecnici, ma anche sistemi politici che rispondono a diverse visioni della politica e della democrazia. Nascosti nel codice del software di questi sistemi decisionali ci sono presupposti profondamente ideologici su chi può partecipare e come, su chi può decidere e in che forma, su cosa significa partecipare e cosa significa dirigere. A questo livello è evidente una contraddizione profonda tra discorso e pratica; tra la promessa che queste piattaforme porteranno all’orizzontalità e alla fine della leadership, idee simili a quelle che hanno dominato nei movimenti di 2011 come Occupy Wall Street. Quello che viene spesso dimenticato in questo discorso è che per definizione la partecipazione (prendere parte) può esistere solo se esiste una struttura e uno “spazio” in cui partecipare. La verità è che la piattaforma non è mai “piatta” ma risponde sempre a dinamiche di potere e di leadership. Perché c’è sempre qualcuno che deve prima di tutto creare la piattaforma, convocare le votazioni, definire le forme di partecipazione. Nel back-end della piattaforma c’è sempre uno staff responsabile per la sua gestione. Anche la piattaforma più avanzata non è mai completamente automatizzata. E dietro questo processo apparentemente neutrale di gestione, si celano in realtà forme di micropotere che possono avere un’influenza determinante sul risultato delle votazioni.

Sia nel Movimento 5 Stelle che in Podemos si è visto ripetutamente come lo staff del partito possa influenzare in maniera indiretta le votazioni, favorendo cosí un certo risultato. Nel caso dei 5 Stelle si è spesso criticato non solo il modo molto poco trasparente in cui sono gestite le votazioni e i loro risultati, che solo in pochi casi sono stati certificati da un ente terzo, ma anche il modo discutibile in cui si sono fissate le votazioni, annunciandole a poche ore dall’apertura e con un’apertura delle urne digitali molto breve, come se si volesse prevenire qualsiasi risposta dai “malpancisti” nel movimento. Anche dentro Podemos, si sono criticate pratiche come le “liste chiuse” usate durante elezioni per incarichi interni, che offrivano agli utenti come scelta di default una squadra già completa, con l’opzione di modificarla che essendo più laboriosa veniva adottata solo da un numero limitato di utenti. E pure si è criticato il modo in cui la formulazione dei quesiti sembra aver spesso favorito le opzioni sostenute dalla leadership; per ultimo nel caso del referendum condotto nel maggio 2018 su Pablo Iglesias e la sua compagna Irene Montero, dopo lo “scandalo” dell’acquisto di una villa fuori porta da parte dei due leader, scelta in apparente contraddizione con loro retorica anti-casta.

In conclusione, si può dire che la democrazia digitale è un cammino necessario per la ricostruzione del partito politico nell’era dei social media e delle app. È necessario perché è imperativo abbandonare quell’attitudine misoneista che fino ad oggi ha bloccato la trasformazione delle organizzazioni politiche, anche come comprensibile reazione alle forme distorte di democrazia digitale messe in scena dai 5 stelle. Ai 5 stelle e altri partiti digitali va riconosciuto il merito di aver provato a creare non solo piattaforme partecipative, ma a immaginare una nuova forma-partito che possa fare i conti con l’esperienza sociale contemporanea e la sua estrema dispersione. In questo contesto il modello della piattaforma, come spazio di convocazione dell’assemblea di tutti gli iscritti, sembra fornire una risposta alla crisi del sistema rappresentativo dei partiti tradizionali.

Tuttavia la democrazia digitale non è una panacea per i problemi del partito politico, e per il problema della leadership e del potere, questioni che da sempre hanno creato grandi conflitti nelle organizzazioni politiche e continueranno a crearli. È un’illusione pensare che la creazione di piattaforme partecipative elimini il problem della leadership. Questa rivoluzione organizzativa porta con sé nuove forme di potere e di influenza sui processi decisionali che sono tanto più problematiche proprio perché sono invisibili, e per fare fronte alle quali sono necessarie nuove regole e nuove istituzioni democratiche, ma anche una consapevolezza diffusa sui limiti e sui rischi della democrazia digitale, oltre la narrazione utopica e facilona che spesso ci viene servita

 


Immagine di Randy Colas da Unsplash

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