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10 ottobre 2018

Professione fotografo: un mestiere sempre meno a fuoco

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La fotografia è attività svolta a più livelli e non sempre quando si trasforma in una professione fornisce gli spunti più alti d’interesse, anzi, probabilmente, quando è avulsa da contingenze commerciali e da una condizione di servizio, fa venir fuori il suo lato inatteso, aprendosi maggiormente alla sperimentazione, con conseguente, possibile rigenerazione espressiva. Ma é anche vero che tanta fotografia realizzata su richiesta specifica o integrata in progetti multidisciplinari, è importante, non soltanto per il valore documentario e per la varietà degli approcci metodologici messi in campo, ma anche per l’assunzione di responsabilità in rapporto alle questioni della comunicazione visiva e dell’utilizzo dei media.

Stiamo parlando di una professionalità cosciente, che non si attiene semplicemente alle convenzioni della fotografia “di genere”, ma che è capace di riformularsi, facendosi ascoltare con attenzione, conquistandosi rispettabilità, a volte educando il gusto della committenza più aperta e disponibile al dialogo.

La “qualità”, a mio avviso, nella professione di fotografo, si dimostra a partire dalla concomitanza di più fattori: la capacità di sintesi e il saper veicolare intelligentemente, senza didascalia, i contenuti delle immagini, la conoscenza profonda delle tecniche e delle sue variabili, comprese quelle di output, tali da permettere l’interfaccia chiara con altri operatori della comunicazione, come art directors, grafici, ecc., l’adattabilità alle situazioni complesse, la credibilità nella gestione organizzativa, da quella relazionale a quella logistica.

Questa figura di professionista fotografo è sempre mobile, sia nel pensiero che nell’azione, e, quanto più questa mobilità si rende attiva, tanto più i risultati sono tangibili. Ma oggi gli spazi per la riconoscibilità della serietà della committenza diventano sempre più risicati. Fino a poco tempo fa ci si districava in vari ambiti, scegliendo a chi proporre il proprio lavoro, con l’auspicio di poter sviluppare un rapporto continuativo. Per quel che mi riguarda, dagli inizi degli anni ’80, interessandomi principalmente ai temi dell’architettura, ai processi industriali e all’editoria di libri d’arte, ho iniziato a cercare in Europa quali potessero essere riferimenti stimolanti, ponendomi in confronto aperto, vis-à-vis con i possibili committenti ed evitando intermediari (agenzie, ecc.).

La professione del fotografo mi sembra stia, ora, diventando sempre più sfuocata nei contorni.

Soprattutto per i giovani sta diventando un problema serio questo non riuscire a capire come e dove guardarsi intorno, viceversa cresce la loro attenzione e passione per questa bellissima disciplina, e/o arte.

Il momento è davvero difficile in molti Paesi. “La fotografia non è mai stata così seguita, i fotografi non sono mai stati messi così male”, è il ritornello che si ascolta, qui in Francia, negli ambienti degli addetti ai lavori, che lamentano nei primi mesi del 2018 un credito di più mezzo milione di euro riguardante fatture emesse e non ancora saldate, con dilazioni di pagamento oltre i centocinquanta giorni, soprattutto in ambito fotogiornalistico.

Il Ministro della Cultura, Françoise Nyssen, ha presentato, ad inizio luglio, diverse proposte per una migliore remunerazione dei fotografi, previa consultazione con i rappresentanti della professione. Tra le varie voci si legge che “il Ministero della Cultura bloccherà i finanziamenti agli organi di stampa se le scadenze di pagamento per i fotoreporter non saranno rispettate”. E ancora: “i fotografi autori dovranno anche essere sistematicamente retribuiti quando le loro fotografie saranno esposte in eventi pubblici, attraverso un nuovo sistema proposto entro ottobre”. “Non è più accettabile che agli autori non venga dato un compenso economico dalle istituzioni culturali quando presentano le loro opere in rassegne pubbliche.”

“Questa pratica è stata cattiva abitudine per anni e sento che non ha più ragione di continuare ad esistere”, ha sostenuto la Nyssen. A ottobre il ministro gestirà fattivamente anche una tavola rotonda aperta fra gli attori che compongono la variegata scena professionale della fotografia francese. Personalmente ho fiducia che questo porti a qualche soluzione concreta. Peraltro in Francia si comincia a registrare, seppur in ristretti ambiti, qualche segno positivo di volontà di ripresa, ad esempio attraverso la riattivazione delle commandes publiques sul territorio, tradizione che ha permesso la costituzione di un archivio fotografico, fra i più complessi e importanti al mondo, sulle modifiche del paesaggio naturale e antropizzato, come testimoniato dalla recente esposizione alla BnF “Paysages français: une aventure photographique, 1984-2017”.

Per il terzo anno consecutivo, gli Ateliers Médicis e il Centre National des Arts Plastiques lanciano un bando di concorso internazionale, invitando autori che lavorano nel campo dell’immagine documentaria a proporre un articolato progetto fotografico che deve prendere in considerazione la nuova mappa della Grand Paris che sta lentamente formandosi, ma soprattutto le forze che agiscono su di essa, le storie che vi circolano dentro e gli abitanti che partecipano o assistono ai molti cambiamenti mentre sono in corso i lavori di costruzione di nuove abitazioni, di infrastrutture e di trasporti pubblici.

fotografo

In un orizzonte di dieci anni, a partire dal 2016 e fino al 2026, viene mantenuto un ritmo di un mandato per sei fotografi, minimo, all’anno. Questo progetto di documentazione a lungo termine è anche attento alla creazione artistica contemporanea e ai suoi attori, intendendo fare eco alla molteplicità di approcci e forme che, in qualche modo, si intersecano col linguaggio fotografico.

Anche in Italia c’é un tentativo di inquadramento delle problematiche legate all’attività fotografica nelle sue molteplici declinazioni, con gli “Stati Generali della Fotografia”, a partire da una quantità impressionante di incontri che l’instancabile Lorenza Bravetta, coordinatrice di questa operazione per il precedente Ministero dei Beni e delle Attività Culturali, ha portato avanti da Nord a Sud del nostro Paese. Apprezzabile lo sforzo, ma, dopo attenta lettura del voluminoso dossier prodotto successivamente agli incontri, si evince, a mio parere, una certa dispersione tematica, un eccesso di ecumenismo condannato a produrre fatalmente lentezza pachidermica nelle decisioni.

Mi sembra che, pur nella lodevole volontà di dedicare attenzione ad argomenti che in Italia sono stati ignorati per decenni, si cerca di emulare strategie che in altri Paesi sono state messe in moto tanti anni fa con altri presupposti e necessità, ma che oggi rischiano di essere in ritardo eccessivo sui tempi. Non c’è, sostanzialmente, una reale intuizione progettuale a monte che miri a qualcosa di veramente innovativo e funzionale, di carattere originale. Intanto si continua a espandere la grande illusione del poter vivere di fotografia: si moltiplicano rassegne, iscrizioni a workshops e a corsi specialistici, non c’é città grande o piccola che non abbia il suo festival, spesso riconducibile più a dimensione di sagra che a occasione di dibattito.

Mancano soprattutto centri nevralgici con polmoni forti, si assottigliano ancora di più le fila delle persone, gerenti ambiti decisionali sia privati che pubblici, con lo sguardo lontano, con la gioia dell’ascolto, con l’apertura ai progetti inediti, con strumenti culturali atti a vagliare da più angolazioni le proposte dei fotografi.

C’è apatia, o tendenza alle parole al vento. L’avvento del digitale ha, poi, avuto un doppio risultato. Da un lato la fornitura di maggiori palettes espressive; dall’altro, con l’alibi della democratizzazione del linguaggio, un ribaltamento dei connotati originari della fotografia. Da scrittura fluida, corporale, basata su una costruzione fisico – chimica e sulle dinamiche di un processo instabile e, per questo, eccitante, dove la volontà di maggiore o minore intervento dell’operatore definiva, comunque, un certo carattere nel risultato, la fotografia si è trasformata in design elettronico, con la sola apparenza di immagine fotografica, sviluppandosi in diverse direzioni, a tratti esaltanti, ma spesso deprimenti e omologanti.

Ogni punto della tessitura digitale è sostanzialmente alterabile e questo la immette in un serbatoio potenziale d’invenzione, da cui molti operatori o artisti sono in grado di far emergere o esplodere narrazioni impreviste, sviluppando vitalità e possibilità poetiche sorprendenti. Viceversa, in uno sfrenato (se pur lecito) ambito di edulcorazione che dà accesso al recinto predisposto dalle case produttrici di software, polli d’allevamento attendono impazienti il ricatto dei nuovi, “miracolosi”, strumenti di aggiornamento, imbeccati periodicamente, con estrema furbizia, dalle suddette ditte. Il cattivo gusto viene travasato inesorabilmente in una vasta gamma di presets offerti copiosamente, dove effetti di ipersaturazione di colore, di sottolineatura maldestra, vengono acclamati con valanghe di “like”.

Verso la fine dell’800, i padri della fotografia, in sodalizio coi grandi progettisti e costruttori di ottiche, pensavano che il fotografo, per quanto potesse predisporre l’inquadratura, avrebbe dovuto attendere il risultato finale per verificare quanto lo scenario e la sua stessa composizione fossero stati modificati, in parte, dal filtro degli apparati. In qualche modo i fotografi si donavano quella possibilità di stato di grazia, o di tonfo (in cui c’era comunque qualcosa da salvare, qualche perverso “errore” da rivalutare), che contribuiva a generare l’intrigo dell’immagine fotografica. L’attesa di una latenza, più o meno lunga, era condizione imprescindibile della fotografia.

La capacità di interagire con l’elemento alchemico dava un’aura di unicità al mestiere di fotografo, la sua abilità era ammirata, al di là della sola sensibilità e del talento. Voglio sperare che attraverso queste mie righe non si legga una vena romantica per i tempi che furono, la nostalgia di un alto artigianato, ma si legga l’urgenza, attraverso la constatazione della perdita di contorni chiari di una professione, della sua ridefinizione, che sta soprattutto agli operatori riscrivere con dignità, applicando spartiacque chiari e muovendo su volontà e consapevolezze comuni.


William Henry Jackson “The Photographer’s Assistant, Mule and Man”, 1873 (5×8 glass plate negative)

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