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18 Febbraio 2019

Possiamo avere più potere: perché quello del cittadino incompetente è un mito

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L’immagine del cittadino non educato, disinteressato, disinformato e perfino della “gente politicamente immatura”, guidata dalle sue passioni e da interessi egoistici piuttosto che dalla ragione, ha accompagnato per secoli lo sviluppo della democrazia e ha continuamente ritardato la piena emancipazione dei diversi gruppi di cittadini all’interno della vita politica. L’immagine del cittadino medio, politicamente non competente, è sempre stata strumentalizzata dai governanti: prima per non estendere il diritto al voto a tutti e tutte, poi per opporsi a richieste di partecipazione diretta da parte dei cittadini.

Tuttora l’argomento dell’incompetenza spunta spesso quando si parla dell’ampliamento dei diritti referendari.

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Tendenzialmente il cittadino comune è ritenuto incapace di farsi un giudizio e di decidere su “questioni complesse”.

L’argomento ha una lunga storia, essendo stato usato per molti decenni contro il suffragio universale, poi contro il diritto di voto alle donne, più tardi ancora contro il diritto di voto della popolazione nera del Sudafrica. Ogni volta che un gruppo, a suo tempo discriminato, è riuscito a conquistare il diritto al voto, l’argomento è svanito.

Nel Diciannovesimo e Ventesimo Secolo l’argomento dell’incompetenza veniva sfoderato contro la democrazia stessa e contro l’estensione del diritto al voto agli uomini senza grandi patrimoni e alle donne in generale

Oggi non sono più la democrazia e il suffragio universale a essere contestati con questo argomento, ma l’estensione dei diritti di partecipazione diretta di tutti i cittadini. Si nega, cioè, che le persone comuni siano in grado di valutare, elaborare, bloccare, abrogare delle leggi.

E si obietta che “persone esperte nel governo, i custodi platoniani appunto, sarebbero superiori nella loro conoscenza del bene generale e dei mezzi migliori per realizzarli” (Robert Dahl, Sulla democrazia, 2000, 75). Anche l’attribuzione generica dell’etichetta “populista” ad un politico o una forza politica parte da un’immagine del cittadino medio non veramente maturo per ragionare e decidere su questioni politiche, vittima di manipolazioni e strumentalizzazioni, se non vota il partito sostenuto dal rispettivo commentatore.

Oggi, tranne in alcuni paesi islamici, il diritto di voto alle donne non viene più messo in discussione da nessuno. Lo sono invece le capacità del cittadino medio di comprendere e valutare problemi politici

Nel diciannovesimo e ventesimo secolo l’argomento dell’incompetenza veniva sfoderato anche contro la democrazia stessa e soprattutto contro l’estensione del diritto al voto ad altre categorie di uomini, soprattutto quelli senza grandi patrimoni, e alle donne in generale.

Oggi, tranne in alcuni paesi islamici, il diritto di voto alle donne non viene più messo in discussione da nessuno. Lo sono invece le capacità del cittadino medio di comprendere e valutare problemi politici dei tempi odierni, quando si tratta di esercitare i diritti referendari.

Nella prima metà dell’Ottocento venne paventato il pericolo che, a seguito dell’introduzione degli strumenti referendari, la Svizzera sarebbe stata sommersa da una valanga di leggi mal riuscite

Ma alla luce dei fatti tale argomento non regge. Se fosse stato così la Svizzera, una democrazia dotata della gamma completa degli strumenti referendari, dovrebbe trovarsi sull’orlo dell’autodistruzione.

Già nella prima metà dell’Ottocento venne paventato il pericolo che, a seguito dell’introduzione degli strumenti referendari, il paese sarebbe stato sommerso da una valanga di leggi mal riuscite, dettate da interessi egoistici e dall’ottica ristretta della gente comune.

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Benché i liberali in Svizzera fossero arrivati al potere grazie ad elezioni popolari (con elettori solo maschi), il loro leitmotiv era “governare per il popolo” e non invece governare con il popolo.

Dal loro punto di vista le persone comuni erano politicamente immature e incapaci di partecipare alle decisioni politiche.

Alcuni scienziati pronosticavano che la democrazia svizzera si sarebbe sfracellata sugli scogli dell’incapacità cognitiva della maggioranza dei suoi cittadini. Sappiamo che è diventata una delle democrazie più vive e stabili del mondo

Questo argomento continuava a giustificare un sistema parlamentare puramente rappresentativo. In Svizzera un tale sistema rimase intatto solo fino al 1869, ma oggi nella maggior parte dei Paesi democratici è ancora in vigore.

Alcuni scienziati pronosticavano che la democrazia svizzera si sarebbe sfracellata sugli scogli dell’incapacità cognitiva della maggioranza dei suoi cittadini. Sappiamo che è avvenuto piuttosto il contrario: è diventata una delle democrazie più vive e stabili del mondo.

All’inizio del ventunesimo secolo in diversi paesi cresce la domanda di maggior partecipazione alle decisioni politiche. La popolazione dei Paesi europei dimostra un livello di istruzione medio che non lascia spazio a valutazioni sulla sua mancanza di capacità intellettuali.

La popolazione dei Paesi europei dimostra un livello di istruzione medio che non lascia spazio a valutazioni sulla sua mancanza di capacità intellettuali

Eppure nei dibattiti sulla democrazia diretta i difensori della democrazia puramente rappresentativa continuano a proiettare situazioni in cui i risultati di votazioni referendarie segnerebbero gravi contraccolpi allo sviluppo di una società liberale, aperta e solidale.

Da qualche inchiesta demoscopica si desume che attraverso iniziative popolari potrebbe essere reintrodotta la pena capitale, verrebbe reso quasi inapplicabile il diritto all’asilo politico, verrebbero tagliate le imposte sui consumi di oli minerali e le tasse sulle automobili e così via.

In Svizzera dopo quasi 150 anni di regolare esercizio degli strumenti di democrazia diretta nulla di questo si è verificato. Il dibattito sembra ignorare un secolo e mezzo di sviluppo dei sistemi democratici e l’accresciuta competenza politica del cittadino medio, legata alla scolarizzazione di massa e al grado di diffusione degli organi di informazione di ogni tipo.

Non c’è motivo per desumere che ci siano élite politiche di per sé più capaci di giudicare questioni politiche rispetto al cittadino comune

Anche in altri Paesi industrializzati, come mai prima, le condizioni culturali, tecnologiche ed educative sono favorevoli a un approfondimento della democrazia.

Non c’è più motivo per ritenere che ci sia una categoria ristretta di persone che, per formazione o vocazione, sia predestinata a condurre gli affari politici. Non c’è motivo per desumere che ci siano élite politiche di per sé più capaci di giudicare questioni politiche rispetto al cittadino comune.

Le elezioni e le carriere politiche all’interno dei partiti non generano automaticamente un’”intelligenza politica più avanzata”, che il cittadino normale non è mai in grado di raggiungere.

Eppure, nella nostra società, la classe politica può costituire un gruppo che coltiva un’immagine di élite sociale, diversa dai cittadini comuni che non ne fanno parte

Nella democrazia non esiste un esame di maturità politica, requisito per i cittadini comuni per occuparsi di questioni politiche, a differenza dei politici professionisti.

Eppure, nella nostra società, la classe politica può costituire un gruppo che coltiva un’immagine di élite sociale, diversa dai cittadini comuni che non ne fanno parte.

Per contro, in un sistema democratico integrato dai principali strumenti referendari il rapporto fra il cittadino e il politico è diverso rispetto a un sistema rappresentativo puro.

La mancanza di competenza del cittadino medio è nella sua essenza un argomento contro la democrazia in quanto tale

In questo secondo caso, sia per i politici sia per i cittadini ci sono libertà e possibilità di intervenire sulle decisioni politiche anche se le opportunità di azione sono differenti. Politici e cittadini si incontrano con pari dignità.

Monopolizzando le decisioni politiche

La mancanza di competenza del cittadino medio è nella sua essenza un argomento contro la democrazia in quanto tale. Se i cittadini non sono competenti per decidere su singole questioni politiche, come potrebbero essere capaci di valutare bene dei personaggi che si candidano a prendere decisioni per loro?

Nel caso dell’elezione di un candidato, infatti, non si tratta solo di valutare l’integrità morale ed intellettuale di una persona, la sua competenza ed abilità, ma si dovrebbe conoscere e valutare anche tutto il suo programma politico.

L’idea che il governo dovrebbe essere affidato a persone esperte dedite a governare per il bene comune e superiori agli altri nella conoscenza dei mezzi per raggiungerlo, è sempre stata la principale avversaria delle idee democratiche

Non è chiaro perché gli elettori da una parte vengano giudicati capaci di scegliere fra partiti e candidati, mentre dall’altra parte sono ritenuti incapaci di giudicare su problemi politici concreti.

Questa critica tacitamente suggerisce anche un’immagine quasi mitica del politico: supremamente intelligente, estremamente ben informato, razionale e moralmente ineccepibile, uno statista saggio, insomma una sintesi perfetta fra il presidente di un consiglio di amministrazione e un professore universitario.

L’idea che il governo dovrebbe essere affidato a persone esperte dedite a governare per il bene comune e superiori agli altri nella conoscenza dei mezzi per raggiungerlo, è sempre stata la principale avversaria delle idee democratiche.

Oggi, all’interno delle democrazie puramente rappresentative, i cittadini eleggono e delegano, ma solo i politici decidono

Ai tempi delle lotte popolari per il suffragio universale questo atteggiamento soleva legittimarsi in termini non solo conoscitivi, ma anche morali, che Robert Dahl riassume così:

Come voi anche noi crediamo fermamente nell’intrinseca uguaglianza. Ma non ci limitiamo a essere profondamente devoti al bene comune; sappiamo anche meglio di molti altri come realizzarlo. Dunque siamo molto più adatti della maggioranza della gente a governare. Perciò, se ci assicurate un’autorità esclusiva sul governo, metteremo la nostra saggezza e i nostri sforzi al servizio del bene comune; e nel fare ciò, terremo in uguale considerazione il bene e gli interessi di ciascuno (Robert Dahl, 2000, 74).

L’argomento serviva ai politici per controllare la selezione del personale politico e per restringere il diritto al voto.

Oggi, all’interno delle democrazie puramente rappresentative, i cittadini eleggono e delegano, ma solo i politici decidono. In presenza di diritti referendari molto limitati e votazioni referendarie assai rare come è il caso in Italia oggi, la situazione è simile.

Non sono solo i politici a coltivare il mito del cittadino medio incompetente confrontato con l’élite politica, ma anche esperti di vario genere

I politici detengono il monopolio su tutta una serie di risorse, tra cui quella di decidere su quasi tutte le questioni di maggior importanza, quella di determinare l’agenda politica e quella di avvalersi delle risorse finanziarie per diffondere le loro posizioni.

Il loro accesso esclusivo a queste risorse è alla base dello squilibrio di potere fra politici e cittadini. Ancora una volta questo squilibrio viene giustificato con due argomenti principali: l’atto di legittimazione democratica, cioè le elezioni, e la competenza professionale del personale politico.

Se la natura della legittimazione tramite elezioni democratiche può essere ineccepibile – anche se i sistemi elettorali vigenti oggi per farsi eleggere meriterebbero un discorso a parte – lascia molti dubbi l’automatismo con cui si lega l’acquisizione della competenza politica alla sola attività parlamentare.

La democrazia e l’espertocrazia

Non sono solo i politici a coltivare il mito del cittadino medio incompetente confrontato con l’élite politica, ma anche esperti di vario genere.

Con il progresso tecnologico e l’aumento della complessità delle società industriali, vi sono sempre più élite scientifiche che, in rappresentanza degli interessi dei potenti, sfidano la capacità normativa e legislativa degli organi di rappresentanza democratica.

In una società sempre più complessa come la nostra accade spesso che si ricorra al parere di esperti per prendere decisioni cruciali che influiranno direttamente sul proprio benessere.

Ma delegare certe decisioni agli esperti non equivale a cedere il controllo finale sulle decisioni più importanti. Una cosa è ricorrere all’aiuto di esperti nel governo, altra cosa è dare a un’elite il potere di decidere leggi e politiche che dovremo seguire. Quindi la questione è chi o quale gruppo dovrebbe avere l’ultima parola nelle decisioni prese per governare uno stato o una regione (Robert Dahl, 2000, 76).

Ora il governo di un paese democratico non è una scienza come la fisica, la chimica o, al limite, la medicina:

Da una parte, praticamente ogni decisione politica importante, che sia personale o di governo, implica dei giudizi etici, e questi giudizi non sono giudizi “scientifici” nell’accezione corrente. Poi resta sempre un margine considerevole di incertezza e conflitto sui mezzi: come raggiungere il fine e la desiderabilità, praticabilità, accettabilità dei mezzi e le loro possibili conseguenze (Dahl, 2000, 77).

Il fatto che gli esperti possano essere qualificati per servire come gli agenti dei cittadini, cioè incaricati di compiti specifici, non significa che siano qualificati a servire come governanti, cioè poter imporre le loro scelte, conclude Robert Dahl, uno dei più autorevoli politologi e studiosi della democrazia dei nostri tempi.

Il dibattito sulla “espertocrazia” negli ultimi anni si è intensificato in seguito alle ingenti somme pagate dai governi e dalle giunte regionali e provinciali per le consultazioni più varie

Ciò significa che gli esperti di ogni genere, screditando argomenti come “scientificamente non fondati” o dilettantistici, non possono negare la legittimità degli organi eletti ed eventualmente gli elettori nel loro insieme nel fissare norme vincolanti per tutti.

Il dibattito sulla “espertocrazia” negli ultimi anni si è intensificato in seguito alle ingenti somme pagate dai governi e dalle giunte regionali e provinciali per le consultazioni più varie.

Senza mettere in dubbio la qualifica e la competenza degli esperti, è necessario sottolineare che le loro scelte, il tipo di consultazione e le condizioni di regola vengono decise dai politici e da gruppi di interesse coinvolti in base a criteri spesso poco trasparenti.

Per evitare l’abuso del ruolo degli esperti da parte delle élite politiche è necessario migliorare le procedure decisionali

Per evitare l’abuso del ruolo degli esperti da parte delle élite politiche è necessario migliorare le procedure decisionali. Uno degli strumenti più utili per questo scopo può essere la democrazia diretta, con l’iniziativa e il referendum.

L’”espertocrazia” va controbilanciata con un ruolo rafforzato dei cittadini stessi che chiedono trasparenza e rivendicano un ruolo indipendente e neutrale degli esperti stessi.

Per contro, non esiste un antagonismo fra esperti legittimati e i cittadini-elettori nonché cittadini promotori di referendum, tant’è vero che per tantissime iniziative civiche anche i cittadini, pur con mezzi finanziari molto più limitati, si avvalgono delle conoscenze scientifiche e dei pareri di tecnici ed esperti.

Le votazioni in Svizzera dimostrano che gli elettori non votano preconcettualmente per o contro l’opinione degli esperti. Generalmente l’elettorato svizzero vota con prudenza

L’importante è che tra democrazia ed “espertocrazia” si stabilisca un giusto rapporto, che tenga separati i ruoli tra chi prende le decisioni politiche e chi, in qualità di esperto legittimato da conoscenze e titoli accademici, esprime consigli e pareri.

In un sistema di diritti referendari ben istituzionalizzati gli esperti hanno più difficoltà a imporre i loro pareri rispetto ad un sistema puramente rappresentativo nel quale è necessario convincere solo le élite politiche.

Le votazioni in Svizzera dimostrano che gli elettori non votano preconcettualmente per o contro l’opinione degli esperti. Generalmente l’elettorato svizzero vota con prudenza, combinando criteri tecnici con valutazioni normative che esulano da un ragionamento puramente scientifico.

Con gli strumenti referendari il monopolio delle decisioni nelle mani di una piccola minoranza di politici viene sostanzialmente rotto

In Svizzera la popolazione sembra essere più consapevole del fatto che un ruolo troppo forte degli esperti, in ultima analisi, restringerebbe la capacità di autodeterminazione del libero cittadino, concetto molto caro ai cittadini elvetici.

Con gli strumenti referendari il monopolio delle decisioni nelle mani di una piccola minoranza di politici viene sostanzialmente rotto, senza che per questo vengano limitate o modificate le loro generali responsabilità di membri eletti dagli organi politici.

L’immagine del cittadino incompetente svanisce ed è sostituita da quella di un cittadino attivo, interessato, più responsabile, politicamente più competente e consapevole del suo ruolo nella società.

L’immagine del cittadino incompetente svanisce ed è sostituita da quella di un cittadino attivo, interessato, più responsabile, politicamente più competente

Allo stesso tempo cambia anche l’immagine del politico che, dalle alte sfere delle decisioni condivise solo con pochi altri politici e lobbisti, è costretto più spesso a calarsi in realtà più terrene e a confrontarsi con i “cittadini normali”.

I politici dovrebbero percepire questo processo non tanto come perdita di potere e status, ma come un’opportunità per aumentare la loro empatia e umanità.


Pubblichiamo un estreatto da Più potere ai cittadini di Thomas Benedikter (Mimesis edizioni)

Immagine di copertina: ph. Rawpixel da Unsplash

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