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Come conoscere la mutazione culturale generata dal Coronavirus

Il 6 gennaio 2021, a poco meno di un anno dallo scoppio dell’epidemia di Coronavirus in Italia, i principali siti d’informazione annunciavano, con grande clamore, la notizia di una folla rabbiosa che negli Stati Uniti stava assalendo la sede del Congresso a Washington D.C..

Da mesi si erano concluse le elezioni presidenziali che avevano visto prevalere Joe Biden, la cui vittoria non era stata, però, riconosciuta dal presidente uscente Donald Trump. A partire dal novembre 2020 la rabbia dei suoi sostenitori era montata di settimana in settimana, alimentata dalla frustrazione e dalla convinzione che la risicata affermazione democratica fosse dipesa da brogli elettorali.

In un crescendo di tensioni, il Tycoon sconfitto radunò i suoi seguaci a Washington proprio il giorno in cui il Senato doveva formalizzare la vittoria di Biden. L’assalto della folla fu repentino quanto massiccio: i manifestanti penetrarono con violenza nel palazzo senatoriale, prendendo di sorpresa le esili forze di sicurezza schierate a difesa delle sedi istituzionali. Negli incidenti si contarono 140 feriti e 5 morti. Per l’intera giornata il mondo, incredulo, assistette col fiato sospeso al dramma in corso.

La tragedia fu scambiata, inizialmente, per farsa quando le immagini rimbalzate nella rete restituirono un variopinto quadro d’insieme: quasi tutti i manifestanti non indossavano la mascherina protettiva contro la pandemia, ma sfoggiavano le più svariate divise, sventolando le più disparate bandiere.

A colpire l’attenzione, fu, in particolar modo, l’aspirante attore Jake Angeli, travestito da guerriero vichingo, con in capo un elmo fatto di corna di bufalo, mentre tronfio e ridicolo occupava lo scranno del Senato. A uno sguardo più attento, però, non poteva sfuggire l’impressionante concentrato di simboli e sigle che si richiamavano alle diverse anime dell’universo cospirazionista: dai negazionisti del Coronavirus a quelli dell’Olocausto, dagli antisemiti alle sette neopagane, dall’estrema destra del Partito repubblicano alle chiese evangeliche integraliste, dalla rete dei gruppi bianchi-suprematisti all’arcipelago della destra eversiva.

Tra gli assalitori, di cui molti giovanissimi, non erano pochi i reduci delle guerre combattute dagli Stati Uniti nell’ultimo ventennio. Lo stesso Angeli apparve in una luce inquietante quando si apprese essere uno degli “sciamani” di QAnon, tra i movimenti cospirazionisti di massa sorti in rete, con aderenti perfino all’interno delle forze armate statunitensi.

L’assedio al Senato, prima di apparire come una traumatica cesura politica, non solo per la storia degli USA, rivelò la profondità della mutazione culturale intervenuta in questi anni che l’epidemia di Coronavirus-19, ancora in corso, ha accelerato in maniera vertiginosa. Bisogna interrogarsi a fondo su questi cambiamenti: il «senso del grottesco» con cui si maschera oggi la politica e l’affermarsi, attraverso le tradizionali emittenti televisive e le tecnologie digitali, di una nuova cultura di massa dal volto deforme e multiforme allo stesso tempo. 

È la domanda che attraversa le pagine del diario intellettuale tenuto da Pietro Polito, direttore del Centro studi Piero Gobetti e responsabile dell’Archivio Noberto Bobbio di Torino, nel corso dei primi mesi della pandemia di COVID-19. Le riflessioni sono, poi, confluite in un agile libro, La cultura dell’iniziativa, pubblicato per le Aras Edizioni di Fano alla fine del 2020. Il volume ruota attorno ad un interrogativo centrale: se e in quale misura l’emergenza sanitaria abbia trasformato la cultura, mutandone la sostanza e deviandone le finalità. 

Polito non cede alla tentazione di calarsi nei panni del profeta, evitando di preconizzare il futuro, offrendo, piuttosto, al lettore una serie di strumenti di analisi. A partire dall’esperienza individuale che ciascuno di noi ha vissuto nei mesi del confinamento: la solitudine e con essa la paura dell’incognito. Attraverso un fitto confronto con i testi di Gobetti e Gramsci, costantemente richiamati nel testo, la paura viene mostrata come momento disvelatore della crisi globale di civiltà. La riflessione porta al cuore dell’Europa tra le due guerre mondiali e alle molteplici poste in gioco che allora erano sul tavolo. Per molti aspetti–  ci viene suggerito – oggi stiamo vivendo in uno scenario analogo. La cultura, nella sua sostanza di «forza mite», razionale e persuasiva (p. 27), può ancora tracciare un percorso attraverso il quale incanalare le tante e contrastanti energie in movimento. 

Difficile, tuttavia, capire come. Proprio in un momento in cui, come ha richiamato più volte la filosofa Martha C. Nussbaum, è in corso la più profonda crisi del sapere e dell’istruzione pubblica dell’età contemporanea. Tra le molteplici cause, l’impatto, innanzitutto, cognitivo delle tecnologie digitali, ma che sole non bastano a spiegare la deriva galoppante. Piuttosto è il loro impiego subalterno alle logiche dell’iper-capitalismo a fare la differenza, una forza motrice paurosa in grado di far combaciare la strumentalità tecnica con la sua finalizzazione. Polito, in tante pagine, torna sulla distinzione gobettiana tra «cultura della genialità» e «cultura dell’iniziativa», facendo coincidere la prima con una cultura dell’immediatezza, tipica dell’età digitale, destinata ad auto-consumarsi e autoriprodursi in un ciclo continuo; la seconda, invece, combacia con un sapere di tipo neo-illuministico (p. 69), visto, a ragione, come l’unico antidoto a cui ricorrere.

Tuttavia, la cultura in sé non basta, come non è sufficiente reimpostare il sapere nella giusta direzione. Ne è consapevole Polito che pone in diverse pagine l’interrogativo di come riformulare il rapporto tra politica e cultura. La pandemia ha avuto immediate ricadute politiche e sociali, ha aperto uno squarcio su un movimento di fondo dell’intera civiltà globale: in questo senso, parafrasando Gobetti, è stata «un’autobiografia della specie» (p. 27). I grandi squilibri che ne conseguono possono, però, ingenerare un paradosso: la tentazione, cioè, di rinunciare al conflitto e alla «funzione educativa del contrasto», come scriveva nel 1922 l’intellettuale torinese di fronte al dilagare del fascismo (La Rivoluzione liberale, Einaudi, Torino 1971, p. 147).

In maniera del tutto simile, infatti, ovunque il populismo, in qualsiasi forma si è presentato in Europa, ha riprodotto la medesima dinamica, costruendo la sua ragion d’essere sul rifiuto stesso della dialettica politica, vuoi in ragione del tradizionale appello al popolo, di per sé in grado di assorbire qualsiasi contrasto, vuoi in obbedienza alla potenza dell’algoritmo digitale, sintesi e superamento di ogni divisione. La società del futuro non sarà certo liberale, la realtà post-pandemica ci sta consegnando nelle mani di un potere disciplinante e verticale. Sarà possibile sfuggire a questa morsa? Lo stesso Polito riflette sulla necessità di riscoprire, nel mondo che verrà, il diritto alla Resistenza, non-violenta e ispirata ai principi del neo-illuminismo (p. 57). In fin dei conti, a conclusione del suo diario, l’autore ci ricorda l’esistenza di una vasta rete informale di associazioni, movimenti e realtà sommerse, a carattere inter-generazionale (p. 79), il cui potenziale non è stato ancora utilizzato sul piano politico, prima che intellettuale.

Sono forse, queste, le pagine più stimolanti, anche per lo sguardo retrospettivo che necessariamente si apre. C’è da interrogarsi, infatti, quanto la questione generazionale abbia pesato sulla mancata riflessione culturale, soprattutto in Italia dove i rapporti di forza tra generazioni sono inversamente proporzionali rispetto ad altri paesi, con i giovani in posizione marginale e minoritaria. È esistita, a partire dagli anni Novanta, con la transizione dalla prima alla seconda Repubblica (per quanto imprecisa sia questa sintesi) e con il passaggio dall’ordine internazionale della guerra fredda all’ordine multipolare, l’ipotesi di una proposta culturale giovanile autonoma? S’intende in ordine alla possibilità che essa potesse prendere forma all’interno dei rapporti di potere, non come mera libertà d’espressione o come agibilità di uno spazio politico pur sempre garantiti in democrazia. Forse è troppo tardi per rispondere a questa domanda, ne varrà la pena sul piano storico, non c’è dubbio, tanto più perché sarebbe corretto parlare, oggi, di una molteplicità di questioni giovanili, visto il susseguirsi di generazioni sulla scena politica e sociale che non hanno avuto, però, alcuna reale possibilità d’incidere. 

D’altronde lo stesso Gobetti, nella Torino del primo dopoguerra, vedeva il carattere innovatore dei Consigli operai, sorti sull’onda dei conflitti di fabbrica che segnarono quella tormentata stagione, nella loro capacità di generare una forza autonoma, in grado di esprimere un «potere accanto e contro» a quello degli altri attori sociali (La Rivoluzione liberale, cit., p. 111). C’è da augurarsi che la cultura possa tornare a funzionare come strumento d’orientamento alle energie che dappertutto sono oggi in movimento: il rischio, altrimenti, è che la crisi globale di civiltà venga pericolosamente declinata a destra e che le nuovissime generazioni si rivolgano, per una sua soluzione, verso direzioni autoritarie, quanto capaci ed efficienti.