Il capitalismo visto da Foucault

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Che contributo la filosofia può dare per inaugurare una nuova stagione politica? Come elaborare nuove categorie capaci di riaprire un varco in un orizzonte apparentemente chiuso? Quale relazione tra la crisi globale della politica e i punti ciechi del pensiero contemporaneo? Pubblichiamo un estratto dal saggio di Christian Laval contenuto in Crisi dell’immanenza. Potere, conflitto, istituzione (Quodlibet) diretto da Roberto Esposito e a cura di Mattia Di Pierro e Francesco Marchesi.


L’ipotesi della produttività si oppone a diverse tesi sul potere, almeno parzialmente sovrapposte.

La prima, di natura giuridica, riconduce il potere all’esercizio o alla minaccia di una repressione in nome della legge e del divieto.

La seconda, di natura politico-economica, generalizza la logica predatrice della sovranità, ossia il meccanismo di prelievo delle risorse materiali, umane e simboliche per servire la potenza e la gloria del Principe.

La terza versione è certo critica ma si accontenta di rovesciare la seconda: essa considera il prelievo operato dal potere sempre come un furto, che funziona sulla base della cattura illegittima di risorse a beneficio di pochi.

Di fronte a queste tre versioni – quella della repressione, quella del prelievo legittimo e quella del furto – l’ipotesi produttiva sostiene che il potere non impedisce di agire ma fa agire, che il potere non sottrae ma aggiunge, che fa credere.

Insomma, il potere nelle sue forme moderne non sopprime né indebolisce delle presunte forze naturali e originarie della vita o della società, non cattura le risorse esistenti ma organizza, struttura, compone delle forze per creare e massimizzare le risorse disponibili per i pochi o per i molti.

È un «potere destinato a produrre delle forze», che «produce del reale». L’ipotesi della produttività del potere, per come si presenta nell’opera di Foucault, assume quattro aspetti:

Il primo è quello di una notevole continuità [all’interno della ricerca di Foucault]. Questa ipotesi produttiva si sviluppa abbastanza presto, ma in forme e secondo formule differenti. Produzione di saperi e discorsi, addestramento di corpi utili, incremento del processo di vita, incitazione al piacere, direzione delle condotte, forme di soggettivazione: si tratta sempre di una stessa linea principale, seppur in evoluzione, del pensiero di Foucault. L’ipotesi produttiva del potere fa così eco al tema centrale della «positività» delle pratiche, dei discorsi e dei saperi che è rintracciabile nelle sue opere degli anni ’60.

Il secondo aspetto è quello dell’omogeneità tra questa analisi e il suo oggetto. Il potere moderno, per come viene giustificato nei discorsi e per come si sviluppa nelle pratiche, opera secondo principi e obiettivi finalizzati ad aumentarne l’efficacia. La produttività del potere ha dunque due aspetti. Foucault ne fa infatti un metodo d’analisi, senza mai dimenticare che quest’ultima costituisce una caratteristica centrale dei poteri della società moderna, da lui definita disciplinare o panottica. L’ipotesi del potere produttivo non cade dunque dal cielo, non è un’invenzione di Foucault, che registrerebbe così una mutazione nell’esercizio del potere annunciata dalla voce dei suoi prolissi portavoce.

Il terzo aspetto riguarda la molla stessa della produttività del potere. La sua efficacia politica è dovuta alla disciplina, alla norma, al controllo e più tardi alla governamentalità, che hanno in comune il fatto di non esercitarsi dall’alto e dall’esterno ma di attraversare i corpi, di mescolarsi alle attività, di indurre certe pratiche, di divenire condizioni indispensabili e dimensioni inseparabili dell’azione, di modellare gli individui e/o modulare i processi inserendosi all’interno di essi. In una parola, il potere moderno si fa immanente alle pratiche, alle azioni o alle condotte. Le citazioni che potremmo qui esibire sono innumerevoli e sono distribuite su un lungo periodo.

Il quarto aspetto è l’irriducibilità dei diversi prodotti del potere alla sola produzione di ricchezza economica. Foucault rifiuta ogni schema di emanazione delle pratiche e delle istituzioni a partire da un centro o da una base economica. Egli chiarisce questo punto più volte e spesso con fermezza, per esempio quando se la prende con «l’economicismo nella teoria del potere», condiviso da liberali e marxisti. […]

Foucault propone esplicitamente un uso duplice di Marx: come sostegno per analizzare i meccanismi disciplinari nella produzione materiale e come riferimento al fine di mettere al centro della vita sociale la lotta di classe o, come egli stesso si esprime, la «guerra civile» di cui la lotta di classe fa parte. Insisteremo qui sul primo aspetto. […]

Foucault, nelle sue analisi più sviluppate della produzione capitalistica, mostra che Marx ha smesso di pensare il potere come «furto», rompendo con la moda della sua epoca, tipica dei socialisti, che comprendeva e denunciava il furto in modo tale da spiegare tutti i mali sociali e in primo luogo la miseria proletaria. […]

Ma Foucault non si accontenta di una riproduzione delle analisi di Marx. Sviluppa anzi due nuove direzioni di ricerca. Da un lato, intende ampliare la concezione dei fattori e dei processi che hanno generato il capitalismo, mostrando l’insieme dei meccanismi positivi necessari alla costituzione di una manodopera disciplinata.

La formazione del proletariato ha avuto bisogno di un’ampia guerra sociale contro tutte le condotte che sfuggivano alla fissazione della manodopera e impedivano la mobilitazione di una popolazione laboriosa.

Era insomma necessario tanto occuparsi dell’«accumulazione degli uomini» quanto di quella del capitale; bisognava organizzare questa molteplicità umana, comporla, renderla utile socialmente, politicamente, economicamente.

Questo allargamento dell’analisi completa il lavoro di Marx più di quanto lo contraddica. D’altra parte, secondo certi marxisti l’analisi foucaultiana è perfettamente compatibile con l’idea «ortodossa» secondo la quale le nuove forme di potere nelle istituzioni sociali possono essere considerate come degli effetti più o meno diretti dei processi economici. […]

Vi è tuttavia un’altra direzione che conduce Foucault a superare un limite che Marx non oltrepassa. Potremmo definirlo come il passo oltre Marx. Si tratta dell’idea per la quale non è il capitalismo ad essere la causa originaria dell’estensione delle discipline nella società.

In verità, esso è condizionato dall’importazione nel campo della produzione materiale di una serie di tecnologie politiche inventate al suo esterno, dotate di una loro storia, in parte indipendente dallo sviluppo capitalistico, e poi divenute «costitutive» del modo di produzione capitalistico.

È necessario soffermarsi un momento su questo. Foucault gioca con alcune formule che recupera o crede di recuperare direttamente dal lessico di Marx e che trasforma abbastanza liberamente, fino a introdurre dei rovesciamenti molto significativi.

Nel 1973, nel suo corso La società punitiva, come d’altro canto nelle sue conferenze brasiliane intitolate La verità e le forme giuridiche, sostiene che le discipline sono puramente e semplicemente la condizione dell’estrazione di plusvalore (che è per lui sinonimo di «plusprofitto»).

Queste discipline costituiscono per certi aspetti un «sottopotere», inteso come un infrapotere, ossia un «potere dal basso», situato al di sotto di ciò che viene generalmente considerato come il livello politico, lo Stato.

Può allora scrivere che «perché ci sia plusprofitto, ci dev’essere sottopotere. Si deve stabilire, al livello stesso dell’esistenza dell’uomo, una trama di potere microscopico, capillare, che fissa gli uomini all’apparato di produzione, che fa di loro degli agenti della produzione, dei lavoratori.

Il legame dell’uomo con il lavoro è sintetico, politico; è un legame operato dal potere. […] Ciò che ho voluto fare è l’analisi del sottopotere come condizione di possibilità del plusprofitto». Il sotto-potere, che è collocato «al di sotto» sul piano della rappresentazione spaziale della struttura dei poteri, è al tempo stesso un sur-potere (sur-pouvoir), ossia un meccanismo di potere «riconcentrato», «reintensificato», che funziona tramite sequestro e separazione dal resto della società, dotato delle sue regole e delle sue sanzioni giudiziarie, ossia di norme di condotta che vanno al di là dell’oggetto specifico dell’istituzione disciplinare.

Il capitalismo presuppone dunque storicamente tutti questi meccanismi di potere che costituiscono ciò che Foucault chiama un «supplemento di costrizione», un «supplemento di potere», un «sur-potere», altre volte un’«eccedenza di potere», o ancora, in Sorvegliare e punire, un «plus di potere», con un’espressione di cui è difficile non cogliere il rimando alla serie marxiana di surplus value, surplus labour, surplus product.

Il «plus di potere» è in effetti il meccanismo di intensificazione e moltiplicazione di cui Foucault cerca lo schema generale in Bentham, la cui funzione ed effetto è la produzione di una forza individuale e collettiva capace di generare un surplus, condizione stessa della produzione di valore nel regime capitalista. […]

In altre parole, Foucault estrae da Marx l’idea per la quale la disciplina è al tempo stesso un sotto-potere, inteso come un infra-potere rispetto al potere dello Stato, e un sur-potere quale potere concentrato e moltiplicato sugli individui.

Di conseguenza, l’eccedenza di potere delle discipline è la condizione storica dell’eccedenza di valore. Questo «plus di potere» sarebbe la vera scoperta di Marx, e in ogni caso la scoperta che Foucault opera leggendo Marx incrociandolo con Bentham.


Immagine di copertina da Unsplash: ph. Koushik Chowdavarapu

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