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3 Marzo 2016

Chi vigila sul potere dei media?

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“O credete a noi (i buoni), oppure credete a loro (i cattivi)”. A quanto pare è questo il motto che ha segnato gli ultimi 40 anni di giornalismo, almeno in Italia. E poco importa che lo stesso motto sia passato dall’essere lo slogan con cui agli esordi veniva pubblicizzata la Repubblica, all’essere lo slogan (implicito o esplicito) di una quantità enorme di blog, siti internet e pagine Facebook che fanno di una sedicente contro-informazione la loro cifra; perché quello che conta davvero – e che risalta nelle pagine di Senza Filtro, chi controlla l’informazione di Alessandro Gazoia (Minimum Fax) – è come il passaggio epocale dalla carta stampata al mondo di internet ha prodotto sconvolgimenti ovunque tranne che nella storica contrapposizione tra il giornalismo al servizio dei padroni e l’informazione come arma di ribellione. La dicotomia, però, non va presa alla lettera, visto che – e la cosa oggi è ancora più evidente – spesso la pretesa di essere dei ribelli puri e indipendenti è solo una facciata dietro la quale si nasconde la volontà di raccattare quantità immense di click.

media

Un cortocircuito inevitabile, quando il giornalismo viene storicamente usato come clava per difendere i propri interessi e quando i “ribelli” di ieri (com’è il caso di Repubblica) diventano gli asserviti di oggi, o almeno accusati di essere tali dalla nuova “informazione ribelle”, che può essere quella de Il Fatto Quotidiano o addirittura del blog di Beppe Grillo (fino ad arrivare a pagine Facebook da centinaia di migliaia di like e una credibilità prossima allo zero, com’è il caso di Informare X Resistere). E in questo caos si staglia, inarrivabile, l’esempio del giornalismo anglosassone e della sua ossessione per l’indipendenza e per i fatti, i due fattori essenziali per produrre un buon giornalismo d’inchiesta. Il che vale sia nel mai troppo citato caso del Watergate, sia nello scoop del Sexgate di Clinton insabbiato da Newsweek e che ha permesso al destrorso Drudge Report di conquistarsi la sua fama agli albori del web; due casi che ritroviamo anche nelle pagine di Senza filtro.

Una linea rossa, quindi, attraversa tutto il saggio di Gazoia. Una linea rossa che, alla fine, trasmette la sensazione inquietante di essere solo degli utili idioti nel gioco di qualcun altro; siano questi i potentati economici tradizionali, i colossi della Silicon Valley, ma anche dei semplici social media manager, costretti dalla volontà degli editori a studiare sempre nuovi modi per farci cascare nelle loro esche. A cui ormai si abbocca anche solo per criticare il “click-baiting”, regalando comunque quel click così agognato (Gazoia parla di “click de-negato”).

L’informazione viene quindi prodotta da cartacei che devono fare il gioco di potentissimi editori il cui vero interesse sta altrove (Fiat, Confindustria, i potentati dell’ex patto di sindacato di Rcs, De Benedetti), viene diffusa e veicolata da colossi della Silicon Valley che mirano ai nostri dati per venderli ai migliori offerenti e amplificata al massimo da social media manager che forzano le regole del gioco allo scopo di conquistare il nostro click: tanto più agognato quanto più il suo valore decresce.

Una manipolazione dell’informazione cui non si sottraggono nemmeno i gruppi terroristici: oggi l’Isis, ieri le Brigate Rosse durante il sequestro Moro, il cui lavoro comunicativo è ottimamente ripercorso nel libro. Un ruolo diverso lo giocano anche le nuove testate che si fingono novità mentre continuano a perpetuare i vecchi giochi (Gazoia porta l’esempio di Dagospia), la televisione commerciale dell’epoca del berlusconismo, i social network in mano a potenti che non sanno proprio come usarli (con qualche rilevante eccezione), fino ad arrivare alle insidie del dark web.

Il mix di enormi interessi, strumenti potentissimi, invasione totale della privacy ed estrema difficoltà nel capire chi sia il “buono” in questa storia, fa sì che un libro come quello di Gazoia sia importante soprattutto per ricondurre alla ragione chi ancora pensa che l’informazione (e ancor più la controinformazione) italica possa ambire a quella credibilità che non è mai riuscita a ottenere. Per quanto riguarda il web (e in questo caso i confini nazionali si possono tranquillamente travalicare) la disillusione è talmente marcata che, inevitabilmente, le speranze dei “tecno-utopisti” non possono più essere riposte nella “libera informazione online”, ma vadano cercate altrove (per esempio nella tecnologia blockchain).

A distanza di vent’anni, della dichiarazione d’indipendenza di internet di John Perry Barlow non rimane più nulla: il potere di internet è saldamente nelle mani di colossi monopolisti, mentre il sogno di un “giornale personalizzato” si è trasformato nell’incubo della “filter bubble”, in cui freddi algoritmi manovrati a scopi commerciali decidono cosa dovremo leggere e con chi entrare in contatto.

L’amaro in bocca si fa sempre più forte mano a mano che si procede nella lettura e dalla manipolazione della grande stampa da parte delle Brigate Rosse (alle cui tecniche ormai ci si può approcciare con la simpatia riservata a ciò che suona davvero vintage) si arriva al fallimento della controcultura che sperava, con internet, di ottenere ciò che gli era sempre mancato: la diffusione libera di saperi indipendenti.

Tutto si tiene, ma la necessità e la volontà di Gazoia di mostrare questo tutto si trasforma a volte in confusione; in montagne russe in cui gli argomenti cambiano rapidamente, i riferimenti saltano e non si capisce se si stia leggendo un testo accademico (di cui a volte ha un po’ il sapore), un pamphlet polemico, un libro destinato ad addetti ai lavori o al contrario un libro di divulgazione giornalistica; mentre uno spazio forse eccessivo viene dedicato a tematiche che, negli ultimi vent’anni, hanno ottenuto una sterminata bibliografia (vedi Berlusconi & la televisione), dando un senso di già letto a un libro che, invece, in alcuni, punti è davvero all’avanguardia.

Pur nei difetti e nella confusione, è solo a fine lettura, quando si ripone il libro e tutti i mille rivoli disseminati tra le pagine si depositano e prendono forma, che si capisce come, probabilmente, un testo che tentasse una così difficile summa fosse davvero necessario.

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