Almanacco > Inediti
6 Febbraio 2020

Il fermento delle città intermedie: l’Italia policentrica

Scarica l'inedito in PDF!

Per scaricare l’articolo in pdf bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.

Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter. Questa è la nostra informativa privacy

[recaptcha size:compact]

I nuovi centri culturali sono spazi di confronto, di scontro e di trasformazione. Il lavoro che svolgono è inestimabile ma è necessario fare di più per sostenerli. Farlo significa superare gli ostacoli economici e pratici che li hanno limitati fino ad ora: dobbiamo condividere strumenti, conoscenze ed esperienze. Abbiamo bisogno di una presa di coscienza collettiva. Vogliamo unire le forze con tutti i nuovi centri culturali d’Italia. Compila il nostro questionario e raccontaci chi sei.


Nuove diseguaglianze, marginalità crescenti, città periferiche e città metropolitane, aree interne e fascia costiera, piccoli comuni, isole, povertà educativa, emigrazione dei giovani, invecchiamento della popolazione, ascensore sociale bloccato, green society, green economy, metamorfosi sociale, vocazioni territoriali, sono solo alcuni dei campi di indagine su cui abbiamo accumulato una ricca letteratura, sviluppato grandi dibattiti che ci riportano ad una considerazione paradossalmente semplice: l’Italia è complessa. Si nutre di interdipendenze. E non sempre abbiamo il coraggio di scoprirle. Oggi più di ieri.

Pubblichiamo in occasione della presentazione del volume oggi 7 febbraio presso la Presidenza del Consiglio con  un estratto dall’introduzione di Ledo Prato.

In assenza di un progetto di sviluppo di lungo periodo, i processi di cambiamento e modernizzazione si condensano in alcuni luoghi e si diffondono con fatica. Ma si diffondono in tempi e forme tutt’altro che omogenee. La vocazione economica dei territori, per essere valorizzata, merita misure di accompagnamento proprie di politiche economiche strutturali di cui, oggi, siamo sprovvisti. Non c’è una traccia visibile, riconoscibile, di qualche ambizione coraggiosa, di sistema.

In questo contesto, come rispondono le città, in particolare quelle intermedie? Lontano dalle aree metropolitane, come vanno ripensando il loro futuro, concretamente, radicalmente? Come cercano di uscire dal cono d’ombra in cui sono state collocate tra riforme istituzionali incompiute e retorica sui grandi centri urbani? Come sopravvivono quando la carenza di infrastrutture e la scarsità di servizi di qualità determina un certo isolamento? Rappresentano ancora quell’Italia policentrica che ha segnato decenni di sviluppo e di crescita, a partire dal secondo dopoguerra? Perché è prima volta che si redige un Rapporto sulle Città Intermedie?

Come rispondono le città, in particolare quelle intermedie? Lontano dalle aree metropolitane, come vanno ripensando il loro futuro, concretamente, radicalmente?

De Rita descrive un Paese che “vive una fase di inerzia e di disattenzione al suo processo di sviluppo”. E se questa condizione così generalizzata non può essere invertita dalla capacità di iniziativa, dalla spinta propulsiva del solo universo delle 161 città intermedie (individuate secondo i criteri adottati nel Rapporto), è altrettanto vero che esse rappresentano almeno una sfida all’inerzia. Attraversandone alcune, confrontandoci con oltre 300 testimoni della vita istituzionale, economica, sociale, culturale, persino quelle che sembrano ai margini dei processi economici e sociali più dinamici, ne abbiamo ricavato un quadro incoraggiante.

Ciascuna con le sue peculiarità, sono tutte città resilienti, a volte con un dinamismo economico, sociale e culturale che contraddice le narrazioni sulle città non metropolitane, contrapposte con le aree metropolitane. I processi di cambiamento che attraversano queste città si svelano lentamente ma in modo efficace. Fanno i conti con le difficoltà finanziarie degli Enti locali, la carenza degli organici e l’impoverimento dei servizi. E tuttavia costruiscono forme inedite di welfare urbano, lontano dalle cronache nazionali. Le diseguaglianze esistono e durano ma non lasciano inerti né le istituzioni pubbliche e, spesso, neanche il complesso e variegato mondo culturale, del non profit e persino delle imprese.

Anche in queste città convivono imprese innovative, orientate alle esportazioni, e piccole imprese artigiane o del terziario, con specializzazioni territoriali che hanno raggiunto livelli e profili internazionali. Dove sono sedi di Università sono nati microsistemi di startup alimentati da incubatori sostenuti anche dal sistema imprenditoriale, dalle Camere di Commercio e, in alcuni casi, dalle Fondazioni bancarie.

Tutte sono dotate di importanti infrastrutture culturali che hanno contribuito in misura rilevante a migliorare la qualità della vita urbana, a incrementare la domanda turistica, soprattutto quella più orientata verso città d’arte meno affollate, a sviluppare diverse forme di associazionismo e di imprenditorialità culturale. In alcuni casi il patrimonio culturale materiale e immateriale è diventato motore di uno sviluppo urbano condiviso con i soggetti profit e non profit.

Tutte hanno governato, o stanno governando, processi di rigenerazione urbana all’interno di un ripensamento delle dinamiche dello sviluppo urbano e dei mutamenti della domanda sociale. In molti casi le trasformazioni di porzioni importanti delle città non sono state calate “dall’alto”. Sono state piuttosto l’esito di processi di co-progettazione, di co-creazione, fondati sul riconoscimento delle capacità delle comunità di confrontarsi con temi complessi, con le diversità delle istanze sociali. Esperienze di democrazia partecipativa alimentate da cittadinanze attive.

Una partecipazione multiattoriale ha consentito al privato economico e al privato sociale, con la regia delle Amministrazioni pubbliche, di comporre interessi legittimi a volte contrastanti, individuando l’interesse generale, verificando la fattibilità dei diversi progetti, la coerenza con uno sviluppo urbano che rispettasse le vocazioni delle città. In alcuni contesti urbani gli spazi rigenerati hanno aperto le città a nuovi e più sofisticati servizi, hanno restituito qualità a contesti degradati, hanno contribuito a mobilitare nuove energie in ambito sociale e culturale, hanno favorito la nascita e lo sviluppo di microeconomie, hanno affrontato i fenomeni di segregazione spaziale.

I fermenti che popolano il tessuto sociale e culturale non sono altrettanto evidenti nelle organizzazioni di rappresentanza

I casi di maggior successo sono contrassegnati da un alto grado di condivisione delle scelte operate che hanno generato nuove forme di esercizio della cittadinanza. Possiamo riassumere queste politiche in un’azione di ritessitura del sistema urbano con una scomposizione e ricomposizione del patrimonio immobiliare dismesso, abbandonato o sottoutilizzato, per trasformarlo in piattaforme abilitanti di innovazione sociale, con uno sguardo al rammendo della coesione sociale. Più che operazioni di ripristino del decoro urbano possiamo definirli come veri e propri Laboratori urbani i cui esiti potrebbero avere un impatto di medio-lungo periodo sulla qualità urbana delle città. Sono elementi che concorrono alla definizione di una Agenda Urbana.

Strumento indispensabile per il governo dello sviluppo delle città e tuttavia ancora non codificato da una politica nazionale che assegni alle comunità e agli Amministratori locali il compito di disegnare il proprio futuro, riconoscendone l’autonomia. Torna quindi in evidenza l’assenza di una politica per e con le città intermedie, di un quadro generale strategico di riferimento per le politiche urbane, se non si vuole confondere il cosiddetto “bando periferie” per una strategia di sviluppo di medio e lungo periodo delle città.

I fermenti che popolano il tessuto sociale e culturale non sono altrettanto evidenti nelle organizzazioni di rappresentanza, nelle autonomie funzionali, con alcune eccezioni che segnalano vie di uscita possibili per il ruolo dei corpi intermedi. In molti casi, soprattutto nelle città intermedie di più piccole dimensioni, sono in corso processi di riorganizzazione, accorpamenti non condivisi, conflitti animati dalle scorie del localismo. In altri casi, laddove le economie sono più solide e di antica storia, il prota-gonismo dei corpi intermedi è piuttosto evidente e non di rado genera forme di collaborazione con le Amministrazioni locali che hanno un impatto sullo sviluppo ordinato delle relazioni tra istituzioni e soggetti privati organizzati, con evidenti benefici sulle città. È tuttavia evidente che laddove lo sviluppo economico è più debole o addirittura è fermo da anni, ne risentono anche i soggetti della rappresentanza. La loro rilevanza si fa più rarefatta ma non rassegnata.

Infine non può mancare un riferimento ai processi in corso nel sistema di governance delle città intermedie. Nel Rapporto si richiama in più occasioni la L. 56/2014 (cosiddetta Legge Delrio) con cui si è proceduto al superamento delle Province, all’istituzione delle Città metropolitane, alla promozione delle Unioni e fusioni tra piccoli Comuni. In questa sede non entriamo nel merito della legge. Ci limitiamo ad osservare che l’incompiuto disegno riformatore ha lasciato irrisolti nodi importanti relativi all’esercizio di alcune funzioni un tempo esercitate dalle Province, con risorse umane e finanziarie dedicate. In questo contesto, soprattutto le città intermedie capoluogo di provincia, hanno finito con l’assumere compiti e funzioni che, seppur normativamente non disciplinati, hanno consentito di rispondere ad esigenze di interesse dei Comuni di prossimità.

Le città intermedie hanno cominciato a farsi carico dei centri minori di prossimità

Gli strumenti utilizzati vanno dai Tavoli di concertazione ai Protocolli di collaborazione per affrontare temi connessi con il trasporto pubblico locale, la raccolta dei rifiuti, la viabilità extraurbana. Tutti ambiti rispetto ai quali le funzioni delle Province sono state indebolite dalla scarsità delle risorse e dalla carenza di personale. Nei 10 casi che abbiamo esaminato più da vicino (Varese, Pordenone, Parma, Ascoli Piceno, Foligno, Rieti, Benevento, Lecce, Cosenza, Ragusa) le città capoluogo hanno ripreso ad assumere un ruolo di coordinamento di territori più vasti, esercitando una leadership che in alcuni contesti si era affievolita.

Le città intermedie hanno cominciato a farsi carico dei centri minori di prossimità. Ma c’è un secondo aspetto che merita di essere evidenziato. La competizione fra territori ad una scala sovranazionale ha indotto molte città intermedie a stringere accordi, intese istituzionali in una dimensione di area vasta. Se Varese stringe accordi con Como e Lecco e in Svizzera con Losanna, Pordenone si collega con Conegliano Veneto, Parma fa altrettanto con Piacenza e Reggio Emilia, Ascoli Piceno con Fermo e Macerata, Lecce stringe accordi con Brindisi e Taranto. Anche Foligno, città non capoluogo, si collega con Spoleto e i centri della Valle dell’Umbria.

Ognuna di queste esperienze ha caratteri originali e finalità specifiche. Tutte però muovono dall’idea che è necessario costruire piattaforme di sviluppo di area vasta, mettendo a sistema le risorse emergenti dei territori, organizzando i servizi più innovativi su una scala sovra comunale, migliorando l’offerta formativa, coordinando le politiche di trasporto di persone e merci, valorizzando le vocazioni territoriali, adottando politiche ambientali e infrastrutturali sovra comunali. Hanno in mente di interpretare così una duplice esigenza: connettersi con gli indirizzi della Commissione europea per il prossimo ciclo di programmazione; competere con le stesse aree metropolitane cercando una propria strada allo sviluppo dei territori di riferimento.

Stanno quindi emergendo forme inedite di governance dei sistemi locali che, seppure nell’ambito di un quadro normativo vincolante, sperimentano policies che meritano di essere approfonditi e valutati con particolare interesse. Segni di una vivacità, di un fermento accolto spesso con favore dal sistema produttivo e dai principali attori territoriali ma per lo più ignorati dalle politiche nazionali. È questa l’Italia policentrica, consapevole delle sfide della contemporaneità, che fa leva sulle risorse dei territori per interpretare al meglio le istanze delle proprie comunità. Sono le città che sfidano la forma del presente. Anche se è la prima volta che ad esse si dedica un Rapporto.


Estratto da Il Rapporto “L’Italia Policentrica. Il fermento delle città intermedie” FrancoAngeli Editore, nelle librerie dal 15 febbraio.

La newsletter di cheFare

Le attività e gli articoli di cheFare nella tua mail

Ti piace cheFare?

Seguici su Facebook!

Questo articolo appartiene a:

Percorsi > Innovazione sociale

Potrebbero interessarti anche questi articoli

Perché nel caso Rialto a Roma la burocrazia si è sostituita alla politica

18 Febbraio 2020

Servono nuove politiche urbane per le periferie, per farle dobbiamo partire dalla scuola

13 Febbraio 2020

Un bootstrap tra tragedia e agnizione: l’Italia che la mia generazione non ha mai conosciuto

6 Febbraio 2020