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29 Dicembre 2015

Produzione culturale e innovazione politica

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Nel 1963 Hannah Arendt scrisse che “Ogni volta che il sapere e il fare si separano, lo spazio della libertà va perduto” (Sulla rivoluzione). Formula questa affermazione nel corso di un’analisi del sistema dei consigli come nuova forma di governo che avrebbe potuto permettere a ogni membro della società di divenire partecipe dei pubblici affari, se questa possibilità non fosse stata seppellita sotto le macerie delle rivoluzioni del ventesimo secolo…

Nel mese di novembre cheFare ha reso noti i nomi dei 10 progetti di innovazione culturale, finalisti dell’edizione 2015, attraverso un post dal titolo Dieci piccoli indiani. I finalisti. Il riferimento al libro del 1939 di Agatha Christie è diretto, ma personalmente parto da un punto di vista: l’interessante, sia nel libro che nel concorso, non è tanto scoprire l’assassino quanto capire che sono tutti assassini, cioè che in tutti e dieci i finalisti ci sono alte potenzialità di innovazione culturale (e forse ci sono anche in buona parte di tutti i quaranta semifinalisti e nei progetti degli anni precedenti).

Il tentativo di esplorare percorsi di comprensione invece che di ridurre la complessità

Altro aspetto che mi risulta necessario premettere è che nel tentare di generare innovazione culturale “Si prende a riva quel che serve per andare in mare, sono pezzi male assortiti, tagliati o pensati spesso per altri scopi, ma sono comunque necessari all’innesto in una nuova relazione che oggi obbligatoriamente deve prendere spunto da altri mondi solo all’apparenza lontani” (Giacomo Giossi, Alla colazione dell’innovazione culturale). È una definizione nella quale mi trovo particolarmente a mio agio, esplicita com’è nel riconoscere l’imperfezione di ogni tentativo, nel senso di affermare la necessità di accettare gli errori e le contraddizioni di percorsi che non hanno un set chiaro di strumenti, obiettivi e percorsi.

Le tre letture mi hanno accompagnato per buona parte del mese di novembre e come mi capita spesso ho iniziato a cercare possibili incroci. È il tentativo di esplorare percorsi di comprensione che invece di ridurre la complessità la approcciano allargando il più possibile i punti di vista, che invece di procedere eliminando le contraddizioni le percorrono nella loro inevitabilità. È un approccio crossroad che si manifesta con sempre maggiore frequenza in tante figure ibride di ricercatori–practitioners, i quali tentano di dare un senso a ciò che stanno sperimentando e sperimentano ciò che stanno tentando di comprendere, partendo dal presupposto che i paradigmi noti sono necessari ma non sufficienti per generare saperi e pratiche innovative.

Applicando questa prospettiva alle tre letture sopra citate è sorta una domanda: è possibile che questi dieci piccoli indiani siano in realtà la manifestazione di quel sistema dei consigli di cui la Arendt traccia una genealogia in Sulla rivoluzione?

Per tentare una risposta seguirò pedissequamente una parte del libro della Arendt (pp. 267-323), nel corso della quale l’autrice muove dall’attenzione posta da Jefferson nelle repubbliche elementari quali strumento per tappare la falla della custodia dello spirito rivoluzionario nella struttura della repubblica americana che da questo era sorta: “…egli sapeva, se pure oscuramente, che la rivoluzione, mentre aveva dato la libertà al popolo, non era riuscita a creare uno spazio in cui questa libertà potesse essere esercitata” dato che “… la rappresentanza era intesa come semplice surrogato dell’azione politica diretta da parte dei cittadini stessi…”.

Ampliando l’analisi alle società e ai club della rivoluzione francese, ai soviet russi, ai rate tedeschi e ai consigli ungheresi, la Arendt ricostruisce la genealogia di un fenomeno che per lei si presenta storicamente coevo al sistema dei partiti (e che come tale avrebbe potuto rappresentare una altrettanto grande forma di innovazione politica) e del quale traccia longitudinalmente alcune caratteristiche comuni.

Il sistema dei consigli mette in discussione la questione della rappresentanza e nel fare ciò implica “in realtà nientemeno che una decisione sulla dignità stessa della sfera politica” contro il dispotismo elettorale. Riferendosi alla Rivoluzione Francese, la loro origine le pone come “le uniche sedi nel paese in cui questa libertà potesse essere effettivamente mostrarsi ed essere esercitata”, dato che le società e i club “consideravano loro compito principale, se non il solo, discutere tutte le questioni che riguardavano gli affari pubblici, parlarne e scambiare opinioni, senza necessariamente arrivare a proposte, petizioni, appelli e simili”.

Erano esperienze “per principio non-partitiche e miravano apertamente a instaurare un nuovo federalismo”, agendo sul fronte della “lotta del monopolio del potere, detenuto dal governo, contro il principio federale”. In questo senso si può affermare con la Arendt che il “principio federale […] emerse solo negli sforzi organizzativi spontanei dei cittadini stessi, che lo scoprirono addirittura prima di conoscerne il nome”. Secondo la teorica della politica i suoi colleghi così come gli statisti e gli storici “non furono in grado di capire in quale misura il sistema dei consigli proponeva una forma di governo interamente nuova, con uno spazio pubblico per la libertà”. Anche Marx e Lenin, pur accorgendosi di non trovarsi di fronte ad una ripetizione casuale, “non avevano mai pensato di scorgervi i possibili embrioni di una nuova forma di governo, ma li avevano sempre considerati semplici strumenti, da abbandonare una volta che la rivoluzione fosse terminata”.

Il sistema dei consigli stonava, infatti, con una storia e una teoria rivoluzionaria fermamente ancorata allo stato nazionale, nel quale l’identificazione tra potere e monopolio dei mezzi di violenza non poteva essere compatibile con un potere decentrato e disperso. La stessa “spontaneità con cui sorgono” i consigli è in netta contraddizione con le teorie rivoluzionarie e ciò ha portato a guardare loro “come se fossero un sogno romantico, una sorta di fantastica utopia avveratasi per un fuggevole istante, al solo scopo di mostrare, per così dire, le brame irreparabilmente romantiche del popolo che evidentemente non conosceva ancora la realtà della vita”.

Altra caratteristica di questi “sviluppi spontanei” è stata la capacità di “dare inizio a un processo di coordinamento e integrazione, attraverso la formazione di consigli superiori a carattere regionale o provinciale” come “principio di una lega o alleanza fra unità separate” sorta “dalle condizioni elementari dell’azione stessa, non influenzata da alcuna speculazione teoretica sulle possibilità di un governo repubblicano in vasti territori”. Infine, un ultimo elemento comune è di grande interesse, ovvero il disinteresse o l’incapacità “di distinguere abbastanza chiaramente fra partecipazione alla vita pubblica e amministrazione o gestione delle cose nel pubblico interesse”.

Si tratta di temi, dubbi e ipotesi tutt’altro che aliene quando si ha a che fare, per citarne alcuni, con spazi pubblici rigenerati, coworking, reti culturali, piattaforme collaborative o nuovo cooperativismo. Ritornano continuamente le riflessioni sulla partecipazione nella sua declinazione apartitica ma non apolitica, sul rapporto tra governo delle decisioni e luoghi della produzione di senso, sulla libertà di autogoverno e di errore, sulla ricerca continua di connessioni e momenti di incontro-confronto e, infine, sulla continua oscillazione tra azione privata e azione pubblica. In assenza di una ricerca delle ragioni che le hanno indotte, alcune somiglianze non provano alcuna identità e forse neanche un’analogia. È il perché di queste somiglianze che può aiutare a comprenderne l’eventuale pertinenza.

Una quarta lettura può aiutare a formulare un’ipotesi e si tratta di una lettura poco ortodossa. Il Ciclo delle Fondazioni di Isaac Asimov si compone di cinque romanzi fantascientifici nei quali lo scrittore americano racconta il crollo di un impero galattico e la nascita di un nuovo impero attraverso una serie di crisi, risolte grazie all’equilibrio tra poteri, al potere religioso, a quello del commercio e alla psicologia. Asimov non cita mai la cultura, immerso com’è nel pieno dell’avvento della società capitalistica di massa il suo lavoro resta sempre fortemente imperniato sulla psicologia, che nella sua declinazione di psicostoria (è la grande invenzione del ciclo asimoviano) inizialmente è scienza predittiva e infine scienza manipolativa (a me ricorda qualcosa…). Oggi, invece, siamo immersi in un mondo (almeno in un mondo occidentale) in cui la politica è dominio dell’economia e questa è sempre più economia della conoscenza.

Se Asimov fosse ancora in vita, forse oggi metterebbe la cultura al centro del processo di costruzione di un nuovo ordine galattico. In questo senso può apparire non del tutta campata in aria l’idea che i luoghi di produzione culturale siano luoghi deputati alla produzione di un nuovo senso politico oltre che squisitamente culturale. Se saranno anche in grado di non soccombere, come è avvenuto in altre epoche storiche, ad altri strumenti di governo, invece, resta ancora una storia da scrivere per intero. Una storia che da quelle sconfitte potrebbe estrarre grandi tesori.


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Maurizio Busacca è l’autore di Lavoro totale un ebook gratuito prodotto da cheFare che analizza le strutture che fondano l’attuale condizione del lavoro cognitivo nei campi dell’innovazione sociale e dell’auto-imprenditorialità, scaricalo gratuitamente qui

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