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Progettare l’incertezza, una conversazione con i curatori del padiglione spagnolo alla Biennale di Venezia

«How we will live together?»: alla domanda di Hashim Sarkis, curatore della Biennale di Architettura da poco inaugurata a Venezia, gli spagnoli Sofía Piñero, Domingo Jacobo González, Andrzej Gwizdala e Fernando Herrera hanno pensato di rispondere affrontando l’ultimo dei sei elementi che compongono quell’interrogativo, il segno grafico. Hanno provato a nominarlo: «Incertezza». E ne hanno fatto il tema del Padiglione spagnolo ai Giardini. Cosa significa progettare nell’incertezza? Cosa vuol dire progettare a partire dall’incertezza? E se invece fosse possibile o persino utile progettare proprio l’incertezza?
Nessuno, né Sarkis quando ha lanciato la domanda come tema per la Biennale, né loro quattro quando hanno presentato il progetto, potevano ancora sapere che sarebbe stata proprio l’incertezza a dominare le vite di tutti per più di un anno. Ma è vero pure che la pandemia ha finito per generalizzare uno stato di incertezza che era già una condizione materiale per molti e in particolare per la generazione dei quattro architetti spagnoli. 

Forse così si capisce ancora di più la scenografica installazione che domina la sala d’ingresso del Padiglione: una «nube», come la chiamano loro, con migliaia di fogli di curricula, quasi colti a fluttuare verso il soffitto cui sono appesi. L’incertezza, nel loro progetto, ha a che fare con lo stormo, come particolare spazio collettivo da attivare. Quello che colpisce del Padiglione è il linguaggio estremamente contemporaneo del lavoro, centrato sui processi e per frammenti, che lo distingue tra le partecipazioni nazionali. 

Sofía, Domingo, Andrzej e Fernando condividono il loro anno di nascita,1988, e il fatto di vivere nelle isole Canarie: «In qualche modo rappresentiamo la periferia della professione e la periferia dell’Europa», dicono. 

È il vostro primo lavoro assieme: come siete arrivati a curare il Padiglione nazionale per la Biennale?

Domingo – «Finora abbiamo sempre lavorato separatamente e per altri, come tutti quelli della nostra generazione. Andrzej ha lavorato su concorsi di opere pubbliche, Fernando nel centro di consulenza tecnologia dell’Albo degli architetti, io come ricercatore all’università…»

Sofía – «E io in mille lavori…»

Domingo – «Siamo una generazione dal curriculum spezzettato. I nostri padri continuano a non capire cosa facciamo e ci chiedono sempre quando troveremo un posto fisso…»

Sofía – «Per la prima volta il progetto per la Biennale è stato selezionato con un concorso. E questo per noi è stato determinante. Finora sceglievano grandi nomi, architetti riconosciuti per la loro lunga carriera»

Andrzej – «Quando abbiamo vinto il concorso, la nostra prima idea è stata quella di dare l’opportunità ad altri architetti di presentare idee. Per questo abbiamo aperto una call con un unico requisito: cercavamo progetti di strategie con taglio interdisciplinare e con un impatto sociale positivo. Hanno risposto 466 architetti, quelli che trovate nella nube all’ingresso»

A quel punto, come e quanti ne avete scelti?

Sofía – «Prima di tutto, cercavamo progetti non tanto come opere terminate, senza sottostimare il valore che pure hanno, piuttosto per la qualità del processo con cui erano arrivati all’obiettivo. Quindi li abbiamo esaminati e tutti ci hanno aiutato ad aprire e a perfezionare il nostro progetto di base. In qualche modo abbiamo fatto leva proprio sulla chiave dell’incertezza, anche nello sviluppo del progetto espositivo»

Domingo – «Dopo aver analizzato tutte le proposte, abbiamo individuato quelle che ci sembravano più coerenti con l’idea curatoriale. Ne abbiamo scelte 34, altre avrebbero potuto entrare, ma quelle definiscono esattamente l’idea che volevamo mostrare: oggetti che a prima vista nessuno riconosce come architettura e che ti interrogano su come quell’architetto stia svolgendo la sua funzione. Per cui ne abbiamo selezionate alcune da presentare fisicamente e altre raccolte nella sala multimediale». 

Andrzej – «Sarebbe magnifico presentarle tutte. In realtà consideriamo questa nube come un contenitore attivo, un disco duro, una base di dati, che abbiamo caricato nella pagina web dove chiunque può leggersi il portfolio di ognuno».

Fernando – «Questa nube vuole essere davvero la rappresentazione di una moltitudine di architetti, uno sguardo nazionale. Per noi significa anche la rappresentazione di come vivremo assieme» 

Andrzej – «Esatto: al di là di forgiare un panorama, vorremmo trascendere la dimensione individuale delle proposte e sottolineare un nuovo perimetro collettivo. Che cos’è oggi una comunità? Quale potenziale di azione sorge dal fatto di stare assieme e di sentire, ascoltare e agire tutte queste proposte contemporaneamente? Non è questo il senso della nube? Non è quella la comunità dove siamo già immersi?»

Dunque, non è una questione di ipertecnologia, di virtualità, di retoriche discorsive: è prendere atto della contemporaneità e lavorare sull’idea di nube o di stormo.

Domingo – «Ci siamo resi conto, soprattutto l’anno scorso e con tutto quello che è successo, che l’idea dello stormo è potente, perché permette alle individualità di continuare a funzionare come un insieme. E così l’abbiamo messa in scena nel Padiglione: una folla di curricula, in cui ognuno ha una sua dignità ma restano tutti connessi lungo un percorso condiviso. Crediamo davvero che si possa capovolgere l’aleatorietà delle aspirazioni in una possibilità di condivisione. Si può entrare nell’incertezza e rendersi conto che ci sono delle idee concrete da seguire. Nessuna di queste è tuttavia una risposta chiusa, determinata. Soprattutto dopo il Covid qualunque risposta certa, definita, rischia di scadere, di essere inutilizzabile». 

Superata la nube, si percorrono le sale dove sono esposte quelle che chiamate proposte concrete: nessuna è un progetto definito, ma sembrano solo piste su cui lavorare, tracce, frammenti e rimandi, possibilità più che soluzioni.

Andrzej – «Sì, sono frammenti, anche astratti, ma a disposizione dei visitatori perché possano trovare dei nessi, incastrali e dar loro vita; sono solo connessioni di un collage più ampio»

Sofía – «Vorremmo invitare chi lo visita a pensare a cosa si può fare, non a vedere risposte già pronte»

Significa che per voi l’architettura deve far vedere processi necessariamente aperti?

Domingo – «L’architettura si adatta alla società, mi sembra che qualunque risposta soffra della sua temporaneità e dobbiamo esserne coscienti. D’altra parte, mentre si progetta continuano a uscire sempre nuove domande. Per cui sentiamo che il nostro lavoro è sottoposto a una continua revisione e dobbiamo seguire quel movimento, continuando a cercare soluzioni sulla base degli interrogativi che compaiono lungo il cammino» 

Andrzej – «In questa dinamica della trasformazione sociale, credo che il compito come architetti non sia dare risposte definitive, ma moderare il dibattito e offrire strumenti ai cittadini, alla società, perché siano loro a trovare le proprie risposte»

Voi dite che l’idea di comunità come l’abbiamo conosciuta non regge più e che dobbiamo evitare una deriva individualista: su quale spazio comune possiamo far conto? 

Sofía – «Noi pensiamo a uno spazio capace di incorporare prima tutto quelle voci che non sarebbero mai ascoltate. Vivere assieme è un destino ineluttabile. Per farlo, ora sappiamo che non tutti gli esperimenti sono stati buoni. Ma nel caso degli architetti siamo stati finora abituati a parlare solo tra noi, forse è arrivato il momento di ascoltare altre voci, altri linguaggi, altre domande. Rompere il monopolio della voce degli architetti significa creare un coro. La nube rappresenta questa possibilità di ascoltarci, significa che abbiamo bisogno di tutti, delle singole voci stando assieme» 

Andrej – «La nube rappresenta una società dove non si impone una idea dogmatica dall’alto, ma funziona per micro-connessioni e strategie che si incrociano e si sovrappongono e ogni volta producono un impatto su tutta la sfera collettiva. Sono spazi di dialogo che salgono dal basso e crescono in molte direzioni contemporaneamente»

Significa questo il fatto di progettare partendo dall’incertezza o nell’incertezza?

Sofía – «Dobbiamo accettare l’incertezza come opportunità. Siamo già abituati a vivere l’incertezza nella vita e nel lavoro. Quando si vive nell’incertezza ti rendi conto che seguendo il cammino già intrapreso da altri, si genererà inevitabilmente lo stesso risultato. Ma puoi anche ascoltare le voci diverse, connetterle, usarle al meglio e disegnare un tuo cammino»

Quanto ha pesato il punto di vista generazionale nel vostro progetto?

Sofía – «Non so se intendere generazionale come idea seminale o come conseguenza. È iniziato come un dialogo tra noi quattro, discutendo sulla suggestione di Hashim Sarkis. Ci siamo detti che non abbiamo così tante risorse come le generazioni precedenti e dovevamo partire da quello che sappiamo per il fatto di appartenere a questa generazione e dunque con un punto di vista aperto. Per questo dico che forse è da intendere generazionale come conseguenza».

Fernando – «Il padiglione stesso rappresenta tutto questo. E lo si può leggere su molti livelli di lettura, ognuno ritrova un riflesso di se stesso, certo anche uno sguardo generazionale» 

Domingo – «Nei giorni di pre-apertura, proprio perché nessuno ci scambierebbe per dei classici curatori, ci siamo fermati in mezzo alla nube ascoltando i commenti e spesso sono stati rivelatori, come pure l’umorismo che genera, soprattutto da parte di nostri coetanei».  

Che reazioni avete avuto? Come si sono poste le istituzioni accademiche e governative?

Sofía – «Abbiamo avuto molto sostegno da parte delle università a Tenerife a Madrid. Ad ogni modo credo che abbiamo beneficiato della libertà di movimento in un padiglione che è un monumento, un oggetto iconico della españolidad architettonica. Lo stesso fatto che uno spagnolo, Rafael Moneo, abbia vinto il Leone d’oro alla carriera già aveva rassicurato tutti».

Lo avete incontrato?

Domingo – «Sì, è sembrato sorpreso. Ci ha riconosciuto di aver allestito un progetto coraggioso e poi ci ha raccomandato di non innamorarci dell’immagine, in una società piena di immagini». 

Andrzej – «Tra l’altro, le immagini stanno girando tantissimo in Instagram, ma è necessario uscire di casa e vederlo dal vivo, partecipare alla Biennale, che è davvero il primo grande evento dopo un anno terribile».

Quanto vi ha condizionato invece il fatto di vivere in un luogo come le Canarie nel presentare un progetto sull’incertezza?

Domingo – «Si dice sempre che le Canarie sono un incrocio tra Europa, America Latina e Africa. Sì, lo consideriamo un laboratorio, sia sociale sia nell’architettura, così mescolata; è un piccolo mondo ricco di suggestioni, che ci spinge a pensare ai limiti delle cose».

Sofía – «Per di più, ci sono dei canoni architettonici e di costruzione che da noi non funzionano. Un esempio: abbiamo bisogno di molta ventilazione e se applicassimo un modello standard, da noi sarebbe un disastro. Quindi quando si progetta bisogna rispondere alla normativa in modo tale che non pregiudichi la vita quotidiana. In qualche modo lavoriamo continuamente nell’incertezza, persino normativa. E dunque bisogna metterla in discussione».

L’incertezza richiede conflitto?

Sofía – «Non si dovrebbe arrivare al conflitto, prima c’è l’ascolto e il dialogo»

Andrzej – «Lo stesso sistema a nube presuppone una ricerca di soluzioni che non portino allo scontro. Il conflitto serve come fermento per aprire domande e aprire risposte. Lavorare con l’incertezza significa imparare a gestire il conflitto e rivoltarlo in un modo positivo»

A questo punto si potrebbe progettare proprio l’incertezza?

Andrzej – «In un certo senso sì, soprattutto quando si preparano progetti partecipativi. Se hai fame di domande, sei nell’incertezza. Suscitarle, significa produrre incertezza. Farsi quelle domande, significa riconoscere tutto quello che ti manca. Dovremmo spingere tutti a farsi domande, quando si progetta, perché è il modo migliore per trovare qualche risposta. Abbiamo bisogno di mettere a fuoco progetti su micro-scala. Abbiamo bisogno di fomentare l’incertezza sui destinatari dei progetti, quelli che devono sopportare (e beneficiare) il lavoro degli architetti. Questo significa progettare l’incertezza, prima ancora che progettare nell’incertezza».