Con la pandemia il nostro modo di percepire il rapporto con le altre persone nello spazio è cambiato radicalmente, e non tornerà lo stesso tanto presto. Per molti, la prossimità e l’intimità con gli altri sono divenute indesiderabili, spaventose o insostenibili, soprattutto quando avvengono negli spazi al chiuso. Questo ha già portato a nuove forme di esclusione dalla cultura come diritto fondamentale, proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno di strumenti per capire quello che sta succedendo.

Contesto

È facile prevedere che una parte della risposta nei prossimi due anni sarà l’aumento esponenziale delle esperienze culturali all’aperto. Da un lato, tutta una serie di pratiche culturali che siamo abituati a fruire in spazi chiusi dovranno trovare modi di reinventarsi all’aperto: mostre, concerti, spettacoli teatrali saranno sempre di più nei parchi, nelle piazze, nei parcheggi. Dall’altra, probabilmente si consolideranno molte pratiche culturali che oggi sono considerate sperimentali e di nicchia, come le proiezioni sulle facciate degli edifici (video mapping), le installazioni artistiche nelle vetrine, le performance musicali diffuse, le forme miste tra mondo digitale e mondo reale.

 

Analisi

Da questo scenario può nascere una forte domanda di esperienze culturali puntiformi, distribuite, per piccoli numeri di spettatori. I grandi eventi del passato come le week, i mega concerti, le fiere e le mostre blockbuster impiegheranno anni a tornare; non spariranno, ma saranno necessariamente ripensate con un misto di online e offline e, soprattutto, dovranno confrontarsi con approcci distribuiti nello spazio e nel tempo.

Per le politiche culturali questo vorrà dire lavorare sul sostegno a soggetti in grado di affrontare le nuove sfide, sulla ricerca di progetti più coraggiosi e sperimentali, sull’individuazione di nuovi spazi all’aperto e di nuovi modi di abitarli.

Quindi cheFare?

È una trasformazione che interesserà tutta la società. Il settore pubblico, che sarà chiamato ad una grande operazione di coordinamento, facilitazione dei processi e semplificazione amministrativa. Le industrie culturali, che dovranno immagine soluzioni nuove proprio mentre vivono il loro momento di peggior sofferenza. La società civile, che dovrà unire tessitura delle relazioni e nuove pratiche di cura. E i mondi dell’università e della ricerca, dai quali tutti si aspettano un rinnovato impegno civile e culturale. Ci aspetta, in altre parole, una trasformazione che immagini un nuovo rapporto tra cultura, società e Politica. Quella con la “P” maiuscola.

Ne parliamo durante Aria Aperta (un progetto di cheFare selezionato nell’ambito della call di Milano Urban Center) martedì 15 giugno a partire dalle 18.30 ospiti di Triennale Milano, insieme a Matteo Balduzzi, curatore; Carlo Salone, Politecnico e Università di Torino; Silvia Tarassi, Assessorato alla Cultura e Comune di Milano; modera Bertram Niessen, direttore scientifico di cheFare.

L’incontro nel giardino di Triennale Milano sarà accessibile al pubblico fino a esaurimento posti, in caso di pioggia sarà spostato all’interno di Triennale Milano con una capienza massima di 30 persone – per prenotare un posto in caso di pioggia, puoi iscriverti sulla pagina Eventbrite dell’evento.

Tutti i nostri progetti sono pensati per creare le nuove forme di impatto culturale e lo facciamo insieme a comunità, organizzazioni e istituzioni — se questo progetto ti è piaciuto e vorresti svilupparne uno simile, contattaci per email e parliamone.