Quelli che se ne vanno: la nuova emigrazione italiana

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    Prima dei nuovi emigrati italiani è cambiata l’Italia in cui vivono e sono cambiati i paesi europei dove per la stragrande maggioranza quegli emigrati cercano le opportunità per migliorare la propria vita. Alcuni aspetti del cambiamento, come evidenzia Enrico Pugliese, Quelli che se ne vanno. La nuova emigrazione italiana (Il Mulino), sono diventati luoghi comuni, icone “che hanno finito per consolidare nell’immaginario italiano ed europeo – ma anche nella letteratura corrente – rappresentazioni dei nuovi migranti basate su aspetti parziali, generalizzandoli oltre misura o sottovalutandoli. Pensiamo alla retorica dei «cervelli in fuga» o a quella del giramondo «alternativo»”.

    Qualcosa di analogo accade rispetto alle cause con cui spesso l’emigrazione contemporanea viene spiegata: “si fa riferimento agli stili di vita, alla ricerca di diverse modalità esistenziali o a orientamenti «cosmopoliti» dei protagonisti, ma si rischia di sottovalutare l’aspetto più tradizionale di ricerca di opportunità nel mercato del lavoro all’estero non trovandone nel nostro paese” [p. 14].

    In tal modo vengono spesso considerati novità elementi che, ricontestualizzati, si presentano invece in continuità con la storia migratoria italiana del secondo dopoguerra, così come si occultano invece fattori, positivi o negativi, di cambiamento reale. Il principale pregio dell’ultimo lavoro di Pugliese è in tal senso proprio quello di pensare i nuovi migranti a partire da una intelligente analisi dei loro contesti, dalle reti in cui si muovono, dalle domande a cui il loro agire risponde, tanto che, per molti aspetti, il suo ritratto dei flussi migratori italiani contemporanei finisce con il rappresentare una sorta di faro che getta luce sul presente economico, sociale e culturale del nostro paese. Cercherò di raccontare in quattro punti alcuni aspetti essenziali del suo discorso.

    1 – Il nuovo ciclo dell’emigrazione italiana, prevalentemente diretto verso la Gran Bretagna, la Germania, la Francia e la Svizzera, è di problematica quantificazione. Gli istituti di rilevazione italiani, basandosi sulle cancellazioni anagrafiche, propongono un numero di partenze molto inferiore rispetto a quello indicato dai paesi di immigrazione. Basti l’esempio tedesco: mentre secondo l’ISTAT, tra il 2012 e il 2016, hanno lasciato l’Italia per la Germania 60.700 persone, l’Ufficio Federale tedesco ha rilevato 274.000 arrivi. Se chi lascia l’Italia spesso non provvede alla cancellazione anagrafica in tempi rapidi, si iscrive invece presso i registri stranieri dal momento che si tratta di un’azione necessaria per usufruire dei servizi sul territorio.

    Come in passato, la gran parte degli italiani è molto giovane e si colloca in prevalenza nella classe d’età che va dai 18 ai 34 anni. Raramente, però, i giovani emigranti del passato non avevano un’esperienza professionale pregressa, mentre oggi è molto frequente. Il 70% degli emigranti non possiede un titolo di studio superiore al diploma. Ovvero, la retorica dei «cervelli in fuga», con sua rappresentazione del fenomeno odierno come migrazione di cervelli da contrapporre alle migrazioni di braccia del passato, si deve da un lato alla polarizzazione dell’attenzione su un segmento minoritario rispetto al totale – il 30% di laureati – e dall’altro alla rimozione contestuale di due aspetti: il livello di scolarizzazione medio nell’Italia odierna è enormemente cambiato rispetto alle stagioni precedenti gli anni Settanta; anche nei flussi migratori mediamente meno scolarizzati del secondo dopoguerra, erano presenti quote consistenti dei soggetti più istruiti e dotati di competenze professionali del loro territorio, proprio perché chi partiva e chi parte sono spesso individui più forniti di risorse.

    I settori professionali in cui la migrazione italiana principalmente si concentra sono peraltro ancora quelli tipici delle migrazioni «proletarie»: in Germania, per esempio, il settore dell’industria, con i suoi 57.000 addetti, è ancora quello dove si trovano più cittadini italiani, mentre al secondo posto si colloca la gastronomia, con 40.000 addetti. Quest’ultimo settore è cresciuto tra il 2008 e il 2015 di ben 15.000 unità e comprende “i lavoratori di mense, bar, ristoranti e quant’altro, ricettacolo dell’occupazione più povera e precaria” [p. 76].

    Del resto, uno dei fattori che complica la quantificazione del fenomeno è proprio quello del lavoro precario, generalmente sottorappresentato in quanto i mini jobs, lavoretti da poche centinaia di euro, non sono registrati nelle statistiche. E sebbene non sia immediato “vedere cosa abbiano in comune in termini di classe il giovane occupato come barista o cameriere in un ristorante senza garanzie di stabilità con il giovane accademico, anche se altrettanto privo di prospettive di stabilità, o ancora con il giovane che svolge attività da colletto bianco in aziende commerciali o dell’area del turismo” [p. 82], certamente la condizione precaria è un fattore diffuso e unificante la condizione dei giovani migranti italiani.

    2 – La percentuale di emigrate italiane è nei flussi contemporanei molto più consistente e diffusa rispetto al passato, intercettando in questo senso un cambiamento sociale più generale. Sebbene anche nei flussi precedenti si presentassero quote di donne sole – ossia in movimento non al seguito di un ricongiungimento familiare – queste erano in proporzione meno rilevanti, spesso molto giovani e dipendevano in modo molto significativo dalle specifiche richieste di manodopera femminile nei paesi di approdo. Oggi il 45% di quelli che se ne vanno sono donne e, come ricorda Pugliese, “soprattutto quelle più scolarizzate si muovono indipendentemente nelle nuove catene migratorie, affidandosi anche ai nuovi sistemi di comunicazione.

    L’emigrazione femminile per studio e soprattutto per lavoro è autonoma, segue le stesse traiettorie, si indirizza verso le stesse destinazioni e per molti versi si colloca nelle stesse condizioni professionali di quella maschile appartenente alla stessa generazione” [p. 52]. Se nell’esperienza migratoria italiana del passato l’emigrazione delle donne assumeva spesso i connotati di un processo di liberazione e di emancipazione dai contesti rurali e dai sistemi gerarchici patriarcali dominanti nelle loro regioni d’origine, l’emigrazione delle donne oggi è prodotto di un’evoluzione di quegli stessi contesti e della società italiana più in generale.

    Nella nuova emigrazione è difficile trovare donne che partono come casalinghe al seguito dei mariti, magari con l’intenzione di conservare tale status. Più frequenti sono casi come quello di Maria: “Vengo dal sud della Sardegna. Sono figlia di una casalinga e di un operaio. In Italia ho fatto diversi lavori. Cameriera, bracciante, commessa in un negozio di tabacchi, guida turistica, educatrice per bambini, ecc.. Per otto anni ho lavorato in Italia e non ho mai avuto un contratto di lavoro, a parte durante quei pochi mesi in cui ho lavorato come guida turistica con contratto a progetto. Ho lasciato l’Italia per questo motivo. Prima di partire ho chiesto opinioni agli iscritti del gruppo Facebook «Italiani a Manchester» e poi ho deciso (Maria, 32 anni, originaria della provincia di Cagliari)” [p. 96].

    3 – Tra le distorsioni del fenomeno migratorio in circolazione negli anni più recenti, c’è quella che accentua la centralità del Nord Italia e della Lombardia, soprattutto con riferimento alla migrazione altamente qualificata o dipendente da motivi di studio. La più articolata riflessione sulle statistiche di Pugliese mostra invece come il Sud sia ancora assolutamente al centro della dinamica migratoria italiana, dove però una parte importante dei suoi migranti si trasferisce (spesso, come vedremo, solo in una prima fase) nel Nord Italia. Per esempio, «cervelli in fuga» dal Meridione sono i giovani che a tre anni dalla laurea sono impiegati nelle città settentrionali, oppure i giovani del Sud che si sono trasferiti nelle università del Nord, in particolare nei settori tecnico-ingegneristici e economico-aziendali, per poi ripartire, una volta laureati, verso altre mete europee.

    L’aspetto decisivo di cui occorre tenere conto è che, nel contesto attuale, l’emigrazione dal Sud è all’origine di uno tsunami demografico che provoca invecchiamento della società e rarefazione della vita comunitaria, accentuando drammaticamente desertificazione economica e demografica. Molto diversa era la situazione per il Meridione nel secondo dopoguerra, quando l’emigrazione avveniva in parallelo a “un significativo miglioramento dei salari e delle condizioni generali dell’occupazione [che riguardava anche il Sud]. Inoltre gli emigranti, oltre ad inviare congrue rimesse, erano stati capaci di accumulare risparmi e tutto questo permise investimenti familiari in una prospettiva di mobilità sociale, in ciò favoriti dalle riforme scolastiche che in quegli anni permisero anche nel Mezzogiorno l’estensione della scolarizzazione a livello di massa” [p. 116]. All’epoca, inoltre, i figli degli emigrati meridionali erano scarsamente coinvolti nelle vicende migratorie dei loro padri: spesso rimanevano al paese mentre il padre (e più raramente la madre) lavorava all’estero per qualche anno, inviando le rimesse a casa.

    4 – Si diceva della distorsione del dato che riguarda l’emigrazione dal Nord e dalla Lombardia in particolare: ovviamente una migrazione da crisi industriale come quella che ha riattivato i flussi italiani “non poteva che avere luogo – in regioni in origine altamente industrializzate” [p. 45]. Tuttavia, se guardiamo al di là delle statistiche generali, individuiamo tra i soggetti coinvolti in quei flussi molta emigrazione di «nuovi italiani» e «nuovi lombardi», ossia di immigrati o figli di immigrati stranieri giunti al Nord a partire dagli anni Ottanta e poi diventati cittadini italiani, oppure da immigrati meridionali.

    Si tratta cioè spesso della cosiddetta «emigrazione di rimbalzo», aumentata dopo la crisi del 2007/08 e consistente anche in ragione della debolezza dei legami con il territorio che caratterizza i migranti e i nuovi italiani. Come ricorda Pugliese, dal 2012 al 2016 i nuovi italiani siano passati da 65.383 a 201.591 e nel corso dei 4 anni considerati, 24.935 di loro sono ripartiti verso altri paesi, rientrando però nel calcolo dell’emigrazione italiana. Il trend è stato fin qui ascendente: solo nel 2016 sono partiti per l’estero 13.567 nostri nuovi connazionali. Molto complesse sono le loro traiettorie che in parte li riportano al paese d’origine, in parte seguono altri percorsi, all’interno di processi di disgregazione, ricongiungimento, riaggregazione familiare allargata di grande interesse soprattutto per chi voglia riflettere sui processi di costruzione identitaria, sull’«italianità», sulle gambe nuove che consentono la circolazione del «Made in Italy» nel mondo odierno.

    Emblematiche le storie delle famiglie Fiore e Kodra che ho ricostruito per il Rapporto italiani nel Mondo dello scorso anno: giunte in Italia dall’Albania nel corso degli anni Novanta, i membri di quelle famiglie hanno lavorato, studiato, ottenuto una cittadinanza ma, negli ultimi anni, si sono rimessi in moto, attivando un complesso intreccio di movimenti pendolari e trasferimenti tra quattro paesi, ossia l’Inghilterra e la Finlandia, oltre all’Italia e all’Albania. Questo aspetto, certamente nuovo nella storia migratoria italiana, è evidentemente il prodotto di un cambiamento nella composizione sociale del nostro paese che c’è e continua, con buona pace del nostro nuovo ministro dell’Interno.


    Immagine di copertina: ph. Timon Studler da Unsplash

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