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26 febbraio 2016

Una radio con i bambini. Storia di una pratica

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Lo scrittore Piero Accolti, negli Anni ’30, rievoca così le prime impressioni, sensazioni, ricevute dall’ascolto della radio quando aveva sei anni, in un quartiere residenziale di Roma, convinto che in quella “scatola”.

(…) fossero rinchiusi dei nanetti piccolissimi, non più alti di un dito, intenti a fitte e spesso incomprensibili conversazioni o che, fra sibili, borbottii e cigolii, si dilettassero a suonare strumenti a fiato, a corda, a percussione anche essi di misura ridottissima.

Nei decenni successivi, con l’avvento della televisione, molte bambine e bambini – tra cui il sottoscritto – hanno costruito immagini speculari, scommettendo su cosa contenesse realmente la scatola del televisore, così favolosamente affollata di persone, azioni, cose, animali e contenuti in bianco e nero o technicolor, sempre “perfetti” per accontentare i gusti del- la comunità.

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Eppure l’immagine dei nanetti rivela qualcosa di più profondo, ossia la capacità di generare immagini dal “solo” ascolto.
Quello che insomma accade con il racconto orale di storie, da millenni. Il più antico modo di mettere in atto la Fantastica di Gianni Rodari. La più ancestrale delle fantasticazioni.

Etimologie

Ma radio e infanzia cosa hanno in comune, se in fondo anche le rispettive etimologie sembrano tenerle lontane? Al di là dello storytelling e dell’uso corrente del concetto di narrazione intesa come attuale (neanche troppo) ars oratoria per veicolare sistemi e costruzioni politiche preconfezionate e adultocentriche, c’è da dire che nella nostra società, i custodi naturali del mito e del racconto orale sono le bambine e i bambini, insieme agli anziani; i primi per il bisogno di costruire memoria, i secondi per l’urgenza di depositarla.

A tale proposito è curiosa l’etimologia di infanzia, dal latino infantes, ovvero coloro che non proferiscono parola, che non sanno parlare. L’etimologia remota di radio rimanda invece a raggio per poi divenire composto di ciò che presuppone una diffusione, (radiotrasmissione, radiostazione), un’onda che si propaga nell’aria, una sorta di irradiazione; fino a coincidere con l’apparecchio o l’emittente dentro la quale suoni, parole, musiche si irradiano ovunque. E allora la voce degli infantes, di coloro che non proferiscono parola, potrà essere mai irradiata, potrà essere generata e poi diffusa? Possibile quindi l’ossimoro radio-infanzia?

Il diritto di essere ascoltati

Di certo la Convenzione sui Diritti dell’infanzia, ribalta il significato etimologico e affida agli Articoli 12 e 13 il diritto degli infantes di potersi esprimere e di essere ascoltati su qualsiasi argomento.

Qualche anno fa la Fondazione onlus Radiomagica – prima radioweb dedicata esclusivamente a una programmazione di qualità per l’infanzia – ha costituito un manifesto di promozione e diffusione del Diritto all’ascolto di qualità dei bambini e dei ragazzi, dove si legge: “Il bambino che si disabitua ad ascoltare atrofizza la forma più antica di costruzione del sé e del sapere basato sull’ascolto e l’oralità. Da quando siamo homo sapiens, l’apprendimento e l’evoluzione umana sono il risultato delle narrazioni intergenerazionali”.

Inoltre diverse esperienze di piccole radioweb create appositamente tra le tendopoli, hanno aiutato i terremotati (sia all’Aquila che in Emilia) – soprattutto tra gli adolescenti – a superare il disagio dell’emergenza e a trasformarlo in un’esperienza di comunicazione e di narrazione tout court. Senza contare che vi sono numerose esperienze di radioweb presenti nelle scuole secondarie superiori.

E noi ci siamo chiesti: se esperienze di questo tipo accadessero all’interno delle scuole primarie e per di più in una periferia come quella del Trullo e di Montecucco, dove il disagio, l’autoreferenzialità, la chiusura nel proprio mondo condiziona lo stile di vita e la percezione della socialità tra generazioni? Se si unisse la “Fantastica” di Rodari a una radio, cosa uscirebbe fuori? Cosa potrebbero trasmettere le bambine e i bambini alla radio, scegliendo e volendo comunicare i loro saperi generati grazie a un lavoro cooperativo fra gruppi e all’azione maieutica delle insegnanti? Quali e come sarebbero le loro produzioni radiofoniche? E i genitori – ascoltando la voce dei propri figli dalle loro case – imparerebbero ad ascoltare il loro immaginario, fuori dalla logica di interrogazioni, del rendiconto, delle valutazioni e pagelle?

La voce dell’infanzia ne uscirebbe rafforzata, compresa e autorappresentata? Ci sembrava “nuovo” consentire alle nuove generazioni di riscoprire il potere “sacro” e generante della parola, del suono come prima sorgente naturale di cultura e di trasmissione culturale tra bambine e bambini, tra bambini e adulti, tra la comunità di riferimento e la sua infanzia, che ascolta e impara ad ascoltare, ad ascoltarsi e soprattutto a farsi ascoltare.

La Radioscuola

Con queste domande aperte e questa forte suggestione, quello che proprio non volevamo io e Rosa Tignanelli – presidente del Circolo Gianni Rodari Onlus – era proporre un laboratorio di radio parallelo alla scuola ufficiale, guidato da esperti esterni, vissuto come intervento integrativo a favore di questo o quell’altro approfondimento delle singole materie scolastiche, sostituendoci alle insegnanti e portando a termine, in un tempo preciso e troppo spesso inadeguato, un processo che si sarebbe bruscamente interrotto con la presentazione del lavoro finale. Né ci sembrava troppo interessante l’idea di una radioweb presente nella scuola primaria, a uso e consumo delle classi e delle insegnanti, senza alle spalle un processo radicale di sperimentazione didattica e creazione di un nuovo modello di apprendimento condiviso e costruito insieme a bambine e bambini.

L’ambizione era quella di costituire un’équipe duratura nel tempo per trasformare la scuola, gli ambiti delle materie, il curriculo scolastico in un potenziale palinsesto radiofonico, piano piano, monitorando le scoperte dei gruppi classe intorno alla generazione dei loro saperi che a loro volta dovevano tramutarsi in format ideati, scritti, condotti dai sottogruppi di lavoro; un processo “polifonico” che doveva essere guidato principalmente dalle insegnanti, ogni giorno, al di là degli appuntamenti settimanali con me e Rosa.

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Insomma l’unica certezza, in mezzo a una scia di rischi, dubbi e continue domande, era quella di proporre la sperimentazione di una Radioscuola, dove i saperi generati dall’incontro tra bambine, bambini e insegnanti, potessero diventare materiali nuovi, interessanti, creativi, da comunicare all’esterno della scuola, tali da incuriosire gli ascoltatori e le ascoltatrici, adulti e bambini e tutta la comunità, potenzialmente sparsa in tutto il mondo. Immaginavamo che le conoscenze legate alla storia, alla geografia, alle scienze naturali, alla letteratura, all’educazione civica, alla matematica e alla musica, alla gastronomia e ai giochi, avrebbero potuto tramutarsi in materiali nuovi filtrati dall’infanzia per essere comunicati “fuori”; questo ci sembrava un approccio forte, coerente non tanto con l’idea di una scuola alternativa, quanto con l’idea di scuola in sè, come laboratorio a cielo aperto per la produzione e la comunicazione di conoscenze intergenerazionali.

Utopia sostenuta

In soccorso di una possibile smarrita utopia ci sono venute in mente tanti topoi concreti di ricerca-azione disseminati nel tempo e nello spazio, praticati e vissuti per poi venire teorizzati: l’esperienza dei giornalini e dei diari scolastici raccolti da Mario Lodi (e da altri dopo di lui) con i cinque volumi de Il mondo, Il Paese sbagliato e C’è speranza se questo accade al Vho; il testo libero e l’apprendimento cooperativo di Celestin Freinèt, La Grammatica della Fantasia di Rodari applicata alle costruzioni di modelli linguistici rispondenti agli immaginari e alle fantasie che scaturiscono da ogni sapere umano e non solo dalla letteratura o dalla poesia. E più recentemente il progetto a cura di Luisa Mattia sulla produzione di racconti e romanzi scritti da intere classi e pubblicati da case editrici importanti. E ancora i suggerimenti di Edgar Morin a studenti e insegnanti, nel potere inventare e inseguire le scuole della lingua, le scuole dell’emozione estetica e dello stupore, le scuole della scoperta di sé, le scuole della complessità e le scuole della comprensione umana. E poi il suo invito a preferire una testa ben fatta, di Montaignana memoria, predisposta ad accogliere il pensiero complesso – fuori dai saperi specialistici e trasversale a tutti gli ambiti culturali – piuttosto che una testa ben piena che serva solo da contenitore a conoscenze specialistiche prodotte da altri.

La possibilità e la realizzazione

La concreta possibilità di mettere in atto tale sperimentazione, ci è stata data dall’incontro con le insegnanti della classe IV della scuola primaria Giorgio Perlasca, dell’Istituto Comprensivo A. Gramsci, nell’XI Municipio di Roma.
Daniela Tamburi, insegnante referente della classe, racconta:

Quando ci siamo incontrati, con te e Rosa lo scorso anno, per parlare di questa sperimentazione, trovavo nei lavori già fatti in precedenza con la classe e in quello che avevo previsto di fare una forte continuità e uguaglianza d’intenti. Mi sembrava così facile e naturale “usare” la radio per coinvolgere i ragazzi ad arrivare alla “conoscenza” attraverso un percorso che loro dovevano costruire e non preordinato da noi insegnanti. Trovo che lavorare insieme, in modo circolare, dove non si sa chi è che sa e chi deve imparare, sia un piacere indescrivibile. Tutti sono necessari per la riuscita di un obiettivo. Niente è già pronto, preparato. Si costruisce insieme, con l’apporto di ognuno, piccolo e grande.

Di fronte a tale accoglienza, io e Rosa insieme al gruppo di insegnanti abbiamo avviato un processo non predefinito, sorprendente, guidato da una curiosità intergenerazionale che ha visto bambini e adulti collaborare insieme. Dapprima attraverso dei giochi, il gruppo coinvolto si è abituato a descrivere gli oggetti nella classe, a raccontare quello che vedeva dalla finestra, nei doppi ruoli di inviati e conduttori, stando bene attenti a non contare sul supporto delle immagini quando comunicavano con il pubblico, perché, per dirla con le loro stesse parole “con la radio il pubblico può solo ascoltare e immaginare mentre ascolta, ma mai vedere”. Ecco che cosa stavamo facendo attraverso la radio: un’educazione all’ascolto “pura”, proprio per le caratteristiche intrinseche della dimensione radiofonica.

Da questi giochi sono nate le idee per le prime bozze di format, tra cui le ricette di cucina, le interviste alle persone o alle cose presenti in classe o anche fuori, le pubblicità fantastiche, un rotocalco sulle abitudini e le vite degli animali, veri o immaginari. E le sigle e i jingles, generati dalle trovate melodiche e ritmiche di alcuni di loro e da testi creati collettivamente. Col tempo, attraverso un lavoro continuo di condivisione e cooperazione in piccoli gruppi, revisione dei testi e messa in comune delle idee, sono nati i copioni dei format che avrebbero composto il loro primo palinsesto. Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza avviare l’ascolto della radio in classe, confrontandoci con i grandi modelli di format, passati e presenti, tra cui le “Interviste Impossibili”, “Ad Alta Voce”, alcuni audiodocumentari tratti dalla trasmissione “Tre Soldi”, “Wi- kiradio”, i radiogiornali. E ancora Daniela ci confida:

Quando hanno ascoltato per la prima volta Wikiradio, si lamentavano perché non riuscivano a capire. Dicevano che parlava troppo in fretta. Poi la magia. Si sono così “abituati” ad ascoltare da riuscire a prendere appunti e cogliere argomenti di interesse.

Dall’ascolto attento e critico, a cui seguiva sempre l’analisi, sono nati altri format, alcuni ispirati direttamente ai “modelli” ascoltati come “Piccole interviste impossibili” (andatevi ad ascoltare l’intervista alla loro lavagna magnetica) o “Libriamoci”, dove gli autori e le autrici del format leggono ad alta voce racconti, albi o incipit di classici della letteratura per ragazzi; altri format sono totalmente originali come l’“Oroscopolastico”, “Io vado a scuola” per raccontare il tragitto percorso da soli o in piccoli gruppi da casa a scuola, “Come sopravvivere a scuola”, spiegato così dalle autrici: “è un format dedicato ai problemi più grandi di noi; come possono diventare, se non se ne parla insieme, il bullismo, i disturbi di apprendimento o la paura per gli attentati terroristici”.

Attraverso la continua spola tra quello che ascoltavano e quello che producevano, i gruppi hanno compreso cosa fosse un palinsesto, e a cosa poteva servire la radio. Ed ecco cosa loro stessi ci dicono in merito:

La radio serve per imparare a comunicare con i coetanei e con gli adulti, inventare una scuola per creare trasmissioni divertenti, per accompagnare in ogni momento della giornata l’ascoltatore e fargli compagnia.
Abbiamo imparato che alla radio possiamo esprimere le nostre fantasie, le nostre idee e considerazioni in tutta libertà. La radio è la parola aperta a tutti e a tutte le età.

Ci aspettiamo che chi ci ascolterà capisca che la nostra esperienza non è stata solo un gioco, ma una rivoluzione nell’apprendimento di tutte le materie scolastiche.
Abbiamo scoperto che la radio non è quella che ascoltiamo in macchina con i nostri genitori dove si ascoltano solo cose noiose come meteo e scoop sul calcio e speriamo che chi si sintonizzerà sulla nostra radio, riesca a percepire la passione e il divertimento con cui è stata realizzata.

Nella generazione dei format da parte della classe, diviene indispensabile la autovalutazione di quel che si va componendo, la continua rilettura del testo, la critica e l’autocritica e la possibilità di rimetterci mano quante volta occorra, come ci racconta la maestra Bellina Ligurso:

La lezione alla radio sull’epica nasce da una esplicita richiesta dei miei ragazzi. Un’attività interdisciplinare, insomma, programmata per facilitare l’apprendimento di tutti ma che li ha entusiasmati a tal punto che hanno voluto ideare con me una lezione da proporre alla radio.

La prima bozza realizzata in collaborazione con Valentino, Lorenzo e Luca ha dato vita ad una lezione che noi pensavamo fosse perfetta ma quando l’abbiamo fatta ascoltare al gruppo classe siamo stati bocciati: era troppo lunga e dispersiva, le notizie non erano chiare, altre troppo difficili e in alcuni punti ci eravamo spiegati male. Insomma andava rivisto tutto.

Le loro critiche ci hanno aperto gli occhi e dato un grosso suggerimento: la nostra lezione doveva essere diluita nel tempo, suddivisa per argomenti e dunque divisa in più parti per consentire, a noi di spiegarci meglio e a chi ascoltava, di capirci più facilmente ma soprattutto così facendo li avremmo fatti appassionare ad un argomento così complicato e difficile.

Una volta pronti i copioni, corretti e perfezionati, si procede alla registrazione dei podcast. Durante la registrazione imparano a modulare la voce, a parlare lentamente, a scandire bene le parole. A creare un flusso e un ritmo di narrazione che cambia se si deve condurre, leggere, raccontare una storia, de- scrivere, intervistare o comunicare un messaggio pubblicitario. A turno sono conduttori, fonici, ospiti o inviati. E si divertono. Tanto. E noi naturalmente con loro. Il 3 luglio 2015, con la “benedizione” di Maria Teresa Ferretti Rodari, di fronte alla comunità del quartiere, in presenza delle famiglie e delle istituzioni, nasce Radio Freccia Azzurra: nome scelto dagli autori e dalle autrici della radio in onore del treno carico di doni protagonista del racconto di Gianni Rodari. Ma in questo caso il treno che arriva dentro le case di tutti è la loro radio.

Essenziale per tutta la sperimentazione, è stato naturalmente il processo di documentazione del percorso, che Rosa Tignanelli ha curato in prima persona:

Quando il progetto è partito si è subito capito con Matteo che si sarebbe sviluppato come un work in progress, un’esperienza che si andava costruendo giorno per giorno con le insegnanti e con i ragazzi. Questo senso della costruzione e della scoperta comune credo abbia affascinato sia noi adulti, insegnanti ed operatori esterni, che i ragazzi. Con lo strumento della video-ripresa, sia per la sua efficacia narrativa che per essere uno strumento di comunicazione immediata, documentare il processo diventava più semplice potendo produrre e “generare” momenti di confronto, scambio e valutazioni in tempo reale sia tra i docenti che con gli alunni.

Lo strumento video risultava congeniale a questa modalità di lavoro, perché fissava, per la memoria di tutti, il fascino di questa scoperta e – come la costruzione del palinsesto e del format – poteva diventare nuova linfa per espandere, arricchire e tesaurizzare il curriculum delle discipline.

Alla fine di giugno il materiale è stato, infatti, selezionato insieme alle maestre Marta e Daniela, per montare un brevissimo filmato e comunicare al collegio docenti e ai genitori il senso di questa esperienza pilota intorno alla quale costruire un percorso progettuale più ampio e trasferibile ad altre classi e situazioni.

Da settembre 2015 – intersecando il progetto di tutoring tra la classe V e la classe I dove i ragazzi di quinta (i tutors) affiancano, sostengono e continuamente accolgono nelle loro fragilità e risorse gli alunni della classe prima (i tutee) – alcuni format vengono condivisi da entrambi i gruppi, come “Briciole”, microstorie inventate e sonorizzate dagli stessi bambini.

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Ecco cosa ci racconta Anna Pepe, insegnante referente della classe prima, a proposito di questo inizio:

Allo stato attuale del progetto, che vede i ragazzi di quinta ormai dallo scorso anno lanciati nell’elaborazione e nella produzione di vere e proprie rubriche radiofoniche, i tutee stanno sperimentando le potenzialità dei suoni, dell’oralità, dell’uso della voce, del corpo e della musica come strumenti da manipolare per creare situazioni, personaggi e comunicare emozioni, riscoprendo il valore dell’ascolto attento (che ogni bambino piccolo ha naturalmente attivato quando ascoltava le storie che gli venivano raccontate); l’ascolto, privo di immagini a supporto, permette di cogliere il significato profondo della comunicazione orale.

E l’insegnante Giulia De Peretti, sottolinea l’importanza di “osare” sempre, anche con i bambini più piccoli:

I bambini che si sono proposti hanno provato a imitare la voce dei vari personaggi delle fiabe popolari, registrandola al computer. Qualcuno ha anche capito che bisognava pronunciare le parole lentamente altrimenti chi ascolta non capisce cosa viene detto. Credo che tale aspetto sia uno degli elementi qualificanti del lavoro alla radio: portare gli alunni a riflettere sull’uso della lingua impegnandosi a esprimersi in modo che l’interlocutore possa capire ciò che viene detto.

Per approfondire

Qui è possibile ascoltare tutti i podcast di Radio freccia Azzurra

L’intero percorso – insieme ad altre esperienze innovative all’interno delle scuole primarie d’Italia – è stato oggetto di un film documentario di prossima uscita, prodotto da Zalab, con il contributo della rivista “Internazionale” e di Rai Cinema.


Saggio estratto dall’ultimo numero della rivista Gli Asini (gennaio-febbraio 2016)

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