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9 Dicembre 2019

Che cos’è ‘Lucia’, il festival in cui si ascoltano radio e podcast in compagnia — come al cinema

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Dal 12 al 14 dicembre, a Firenze, Radio Papesse presenta LUCIA La Radio al Cinema, un festival per celebrerare l’arte di raccontare senza immagini e il piacere di ascoltare insieme. Cosa? Radio e podcast, storie intime e vicende collettive, suoni sperimentali e narrazioni tradizionali. Insieme. Perché ascoltare è da sempre un fenomeno sociale, nonostante l’ubiquità delle cuffie, l’implosione della socialità e il ritiro di massa in bolle sonore che assomigliano sempre più a repubbliche autonome. E se dopo quasi quarant’anni di portable audio, di esperienze uditive parcellizzate, viviamo separati seppur collegati, al sicuro di comfort zone acustiche che il podcast sta conquistando pian piano, LUCIA arriva con un invito: riscoprire la dimensione sociale della radio e rendere pubblica l’esperienza intima e privata dell’ascolto del podcast.

LUCIA non è la prima a farlo. Da più di vent’anni ci pensa il Third Coast Festival di Chicago – che a Firenze arriva ospite per la sua prima trasferta europea – così come il Longueur d’ondes Festival di Brest, l’HearSay Festival di Kilfnane in Irlanda o l’OorzaKen Festival di Amsterdam per citare i poli di una bussola immaginaria. LUCIA non è sola ed eredita una storia interessante che, dalla radio delle origini in poi, ha incrociato media e tecnologie sonore diverse.

Tra gli anni Venti e Trenta del Novecento, la diffusione dei media sonori, con l’emergere di nuove modalità di ascolto, ebbe implicazioni chiare: la privatizzazione e l’atomizzazione del pubblico. I ritratti di famiglia attorno alla propria radio, nel proprio salotto, sono paradigmatici di quell’ascolto radiofonico: casalingo. Basta fare una ricerca per immagini per capire quanto il fascino nostalgico dell’immagine in bianco e nero – con la radio a transistor grande quanto un monolocale e la famiglia mononormativa a natura morta intorno – sia ancora duro a morire.

Eppure quell’ascolto domestico non fu il solo, nonostante poco si sappia di quegli ascolti pubblici ed esplicitamente collettivi che accaddero ad esempio in Inghilterra all’indomani della nascita della BBC. Ne scrive Kate Lacey in Listening Publics, un libro che continua a ricordarci quanto ascoltare sia una pratica culturale e quanto le politiche e l’esperienza dell’ascolto siano legate agli sviluppi dei media e della sfera pubblica.

“L’ascolto, ovvero il senso dell’udito con l’intenzionalità di discernere il significato dal suono, è una pratica culturale, non naturale, né immutabile. Le pratiche dell’ascolto possono cambiare nel tempo, a seconda del contesto e delle condizioni materiali”. La condivisione di un’esperienza acustica e di uno spazio fisico, la creazione di comunità temporanee, la dimensione pubblica dell’ascolto sono elementi costituenti di un pubblico attivo, ben lontano dalla passività domestica. Quanto si preferisse avere un’audience docile o un pubblico attivo è un’altra storia ma già nel 1933, Filson Young della BBC diceva che “ascoltare in compagnia richiede molto più che tolleranza. Richiede ampia comprensione”.

Lisbeth Lipari scrive a tal proposito di listening out, come obbligo etico di ascoltare l’alterità. È un tipo di ascolto che comporta uno slittamento del sé separato al sé in relazione: ascoltare – scrive – è uno spazio accogliente, per l’altro e per il mondo. Ascoltare è un invito, un atto d’ospitalità.

Dalla radio al podcast – e senza ridurre il secondo a una mera filiazione dal primo – è innegabile quanta eccitazione vi sia intorno alle metriche, ai dati, alle proiezioni di monetizzazione, alle piattaforme, ai balletti e alle acquisizioni corporate ma condividiamo con Julie Shapiro la preoccupazione che questa narrazione economica rischi di eclissare ciò che di davvero interessate rimane di quest’alba di Golden Age del podcasting: i contenuti, i nuovi modi di espressione, i significati e le relazioni che stanno nascendo e sviluppandosi intorno al nuovo medium.

That’s a dangerous place where it is all function, no form. Julie Shapiro

E qui arriva la decisione di ascoltare, di imparare ascoltando e di aprire la programmazione di LUCIA a produzioni internazionali, diverse, non riconducibili a un unico genere e di renderle accessibili al pubblico grazie alla sottotitolazione. La radio al cinema è questo: ascolti immersivi, sedute comode, sottotitoli in italiano e inglese proiettati a schermo. È così che ascolteremo una selezione di lavori che sebbene provengano da tradizioni differenti, sono prodotti da autori che hanno in comune la capacità affabulatoria e magica che Walter Benjamin ben descriveva in Il narratore, nel 1936: ‘sempre più di rado incontriamo persone in grado di raccontare una storia in modo corretto. Sempre più spesso il desiderio di ascoltare una storia è accompagnato da un certo imbarazzo. È come se qualcosa che ci sembrava inalienabile, il più sicuro tra i nostri beni, ci fosse tolto: la capacità di scambiare esperienze’. Gli ospiti di LUCIA e gli autori dei lavori selezionati ci restituiscono oggi questo dono: il desiderio di ascoltare una storia.

E lo fanno raccontando la vita di persone ‘comuni’ – condividendo esperienze e incontri che oltrepassano i confini della fiction, come Jeanne Debarsy con la memoria armena di Avec le vent; camminando sulla linea sottile tra intimità e distanza, come Katharina Smets con Writer; sfumando il confine tra narratore e soggetto della storia, come Neil Sandell con il suo The Painting; giocando con la lingua, come Ariana Martinez in No hay Palabras; immergendosi come ombre nelle vicende che raccontano, come Roberto Costa ne I Barboni o Francesca Berardi con New York orizzontale; utilizzando materiali d’archivio – è il lavoro di Fallon Mayanja che ridà voce a storie ed esperienze afrodiscendenti – e registrazioni ambientali – come nei lavori che provengono dall’esperienza di Constellations Audio, da To slow time down di Janna Graham ad Ambient Sir di Jess Shane.

A parlare di narrazione audio, radio e podcast ci saranno Andrea Borgnino di Radio Techeté e Daria Corrias di RAI Radio 3 Tre Soldi, ci sarà Eleanor McDowall, creatrice di Radio Atlas e produttrice dello splendido BBC 4 Short Cuts, ci sarà Rodolfo Sacchettini, Maya Goldberg-Safir, Emily Kennedy e Isabel Vazquez direttamente da Chicago, dal Third Coast Festival; e poi, a riportare il podcast dal vivo, arrivano le Audiocollectief Schik che metteranno in scena il pluripremiato BOB. Ma ci sarà spazio anche per un workshop per grandi e aspiranti podcaster con Jonathan Zenti e un laboratorio di rumorismi per bambini, con Matteo Bennici.

A chiudere il festival, il 14 dicembre, Mauro Pescio presenterà Mio Cugino, uno spettacolo dal vivo, quattro ospiti, quattro storie incredibili e talmente assurde che una, in effetti, è falsa. Dal racconto mediato a quello in diretta, perché come scrive Jonathan Gottschall, l’istinto di narrare è ciò che ci rende umani.

Il programma completo di LUCIA La radio al cinema è su luciafestival.org


Immagini di Giovanni Savi

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