Per scoprire chi siamo dobbiamo buttarci negli archivi delle Teche Rai

Scarica come pdf

Scarica l'articolo in PDF.

Per scaricare l’articolo in PDF bisogna essere iscritti alla newsletter di cheFare, completando il campo qui sotto l’iscrizione è automatica.

Inserisci i dati richiesti anche se sei già iscritto e usa un indirizzo email corretto e funzionante: ti manderemo una mail con il link per scaricare il PDF.


Se inserisci il tuo indirizzo mail riceverai la nostra newsletter.

image_pdfimage_print

Le sedi Rai disseminate su tutto il territorio nazionale sono degli edifici austeri e assolutamente non funzionali, indice della vecchia speranza che il Boom Economico aveva dato al paese lanciato modo suo verso il futuro; sono dei monumenti a un mondo che non c’è più, spettri che in questi giorni di pandemia e quarantena richiamano un particolare Giorno Dopo. Quello della Guerra, della ricostruzione nazionale, dell’azienda pubblica come più grande motore culturale del paese che bisognava mettere insieme.

Oggi rimane ben poco di quell’ottimismo. Anzi, in tempi di architettura ‘aperta’ e sostenibile qualunque cosa questa voglia dire, le sedi Rai rappresentano una minaccia incombente: spaventose nelle loro inospitali linee rette, con il metallo a vista invecchiato molto male e con ambienti mal areati, forse ancora carichi di amianto, che rendono impossibile il lavoro di chi ci sta dentro.

In quelle sedi, però, là dove adesso si vede solo l’aspetto maldestro di un carrozzone occupato più dalla politica che dalla cultura, ci sono chilometri quadrati di tesori e ricchezze, un archivio potenzialmente infinito di un Servizio Pubblico che non aveva niente da invidiare agli altri e che si è davvero occupato, per buona parte della sua Storia, a catalogare, ampliare, coltivare e curare il paese che si stava costruendo.

In questi giorni di #iorestoacasa Rai Play si pone come un servizio streaming internet all’avanguardia e con accesso libero

In questi giorni di #iorestoacasa, divisi tra una maratona Netflix con l’ennesima serie tv che a nessuno veramente importa e che tutti si sono già dimenticati un secondo dopo averla vista, e un Amazon Prime regalato in segno di Solidarietà Digitale (perché fare beneficienza è più semplice che non pagare le tasse) anche Rai Play, l’innovativo servizio di streaming internet effettivamente all’avanguardia, offre l’accesso privo di registrazione ai suoi contenuti. E già che bisogna stare sul divano abbiamo cercato di capire cosa vuol dire iniziare, in modo empirico e randomico, a mettere le mani dentro quel tesoro che va oltre l’idea di una Rai noiosa e schiava di palinsesti e umori politici. Un’intera giornata in cui il viandante telematico costretto a rivedere la sua routine e stanco di prodotti mediocri spacciati per capolavoro da qualche critico compiacente d’Oltreoceano si immerge nella storia del paese cercando di capire cosa vuol dire — e cosa vorrebbe dire in futuro — avere una Grande Azienda Culturale.

Lasciamo perdere le novità e l’attualità per un secondo e sospendiamo il tempo. Apriamo il canale On Demand per vedere dove sta il vero bottino. Non nei film, non nei documentari (per quanto ci siano alcuni titoli fantastici come It Might Get Loud, Gimme Danger oppure Bauhaus Spirit), ma nelle Teche Rai. Non è effetto nostalgia, non è distanza temporale che rende tutto molto bello — perché non credo che il viandante digitale in preda all’horror pleni datogli dalla infinita possibilità si voglia rilassare con le repliche di Scommettiamo che…? — ma è l’idea di un paese che in qualche modo voleva costruire un proprio futuro cercando di esserne una versione migliore.

E infatti il viandante si può costruire il proprio percorso come meglio crede. Ad esempio iniziando la giornata con il racconto delle scrittrici italiane del Novecento (da Elsa Morante a Natalia Ginzburg, da Dacia Maraini a Camilla Cederna) attraverso un montaggio di materiale d’archivio, oppure con gli incontri tra uno dei pesi massimi del giornalismo televisivo, Sergio Zavoli, con quell’innovatore fondamentale che fu Franco Basaglia. Sempre per iniziare bene la giornata ci sono anche frammenti dedicati ad alcuni monumenti della Rai come Piero Angela o i telefoni gialli di Corrado Augias.

Il varietà Rai non è quel guazzabuglio di mediocrità e noia che siamo abituati

Quando invece da bambino restavo a casa, la tarda mattinata era dedicata ai cartoni animati oppure alle repliche dello Zecchino d’Oro (che potete trovare qui). Ma questo forse ci apre scenari di nostalgiche ucronie che ormai potrebbero apparirci troppo weird anche solo per una reclusione forzata ai tempi del Coronavirus. Meglio andare in un altrove storico che ci accompagni verso la pausa pranzo. Magari sempre restando dentro la musica, ma preferendo i percorsi sghembi di Giorgio Gaber nell’Utopia Possibile oppure con una panoramica sulla musica leggera con lo storico Canzonissima.

Il varietà Rai non è quel guazzabuglio di mediocrità e noia che siamo abituati a considerare al giorno d’oggi. Anzi, un tempo era lo storico contenitore universale in cui si raccontava il paese nel suo divenire. E le teche ci offrono la possibilità di vedere ben tre stagioni dello storico Studio Uno. Che potrebbe essere il giusto antipasto da alternare con l’assurda comicità popolare di Renzo Arbore che con Quelli della notte, a dispetto del titolo adatto pure per accompagnare il pomeriggio, ha segnato una pagina storica della televisione italiana citata ancora oggi come ‘caso di scuola’ insieme alla grade epopea di Guzzanti & co., che qui possiamo trovare nello splendore da Spirito dei Tempi del Pippo Chennedy Show e de l’Ottavo Nano.

Da buon torinese mi chiedo se il nostro viandante non vuole accompagnare il suo aperitivo in reclusione con un po’ di Fruttero e Lucentini. Perché vanno bene Montalbano e Rocco Schiavone, ma non dimentichiamo che per un periodo il “noir” all’italiana si è svolto all’ombra della Mole. Non solo La donna della domenica, che purtroppo trovate altrove, ma anche A che punto è la notte, sceneggiato del 1994 con regia di Nanni Loy. Però qui dentro c’è un mondo come la prima stagione de Il Maresciallo Rocca (per non parlare di tutto quello che di Gigi Proietti si può trovare qui) o lo storico La Piovra.

Oppure tutto quello che ci può trascinare nella notte fatta di solitudine, silenzio e mistero.

Ecco. Il mistero. È raro che il viandante non sia anche un famelico consumatore di mistero italiano. Di solito è l’estate la stagione che lascia lo spazio all’indagine verticale delle perversioni più strane del nostro paese, oppure gli anniversari che si accompagnano alla pubblicazione di libri o produzione di film e documentari. Oggi invece potrebbe essere proprio il “qui e ora” per indagare — o ripassare — quel decennio assurdo della vita del nostro paese che sono stati gli Anni Settanta. Partendo da uno dei capolavori d’indagine del periodo: ovviamente La notte della Repubblica di Sergio Zavoli. Oppure la raccolta di filmati d’epoca con cui si può ricostruire la Strage di Piazza Fontana. Arrivando ovviamente al Settantasette e al Caso Moro. Per chi invece vuole approfondire il formato dell’intervista, ci sono anche le possibilità di recuperare Enzo Biagi e Giovanni Minoli. Quello che resta di un mestiere. E infine Giuliano Ferrara che con Linea rovente anticipa molto di quello che sarà la repubblica italiana post prima repubblica.

È una immersione che comporta coraggio e tempo, una sorta di esercizio spirituale sul Come Eravamo

Capisco, caro viandante digitale, che in questo momento tu ti senta come Adrian Veidt in Watchmen, il fumetto, non la serie. Davanti a un centinaio di televisori, con la voglia di andare oltre la stanchezza e le borse sotto agli occhi per i raggi ultravioletti che ti stanno bombardando da ore per raccogliere dentro il tuo cervello l’infinità di frammenti che ogni secondo ti arrivano da tutta la possibilità offerta da questo tesoro storico, ma c’è un ultimo sforzo da fare prima di spegnere e andare a dormire. Perché c’è ancora la notte tarda, quella in cui pure la Rai si permette di essere alternativa a se stessa.

Ad esempio con la serie dedicata a Fracchia, antenato di Fantozzi e archetipo del Kafka all’italiana di Paolo Villaggio; oppure il meraviglioso Babau di Paolo Poli, caso più unico che raro di programma innovativo nei modi, nei toni e nei linguaggi, che indagava con profondità sociologica un paese dando spazio a personaggi come Umberto Eco, Camilla Cederna e Cesare Zavattini, orchestrati da un altro dei più straordinari protagonisti della nostra televisione come Paolo Poli.

Chiusi in quegli archivi c’è tantissimo, e di altro tantissimo avremmo potuto parlare. Dallo sport, ora che il campionato è fermo (che per me tifoso granata vorrebbe dire Gigi Meroni e il Grande Torino) ai film in prima visione — ma quelli ormai li guardano tutti — ai frammenti video tratti da Fuori Orario ai programmi dedicati a Pier Paolo Pasolini e Totò. File e file di archivio. Chilometri di nastri e video come chilometri di paese.

Perché la realtà, quando ritornerà, ci racconterà di un altro tipo di paese

È una immersione che comporta coraggio e tempo, una sorta di esercizio spirituale sul Come Eravamo — ingenui, sicuro; ma forse anche con tante più cose da dire e più pudore nell’affrontarle — consapevoli che qui non si ritorna più. Ecco perché nella Teca Rai c’è il possibile per superare la reclusione ma per uscirne con più sconforto di prima. Perché la realtà, quando ritornerà, ci racconterà di un altro tipo di paese, molto più simile alla disfunzionalità opaca e invecchiata delle fatiscenti sedi Rai, con i corridoi che sembrano più un ufficio burocratico riempito di pareti temporanee-ormai-eterne, linoleum sporco e luci al neon tremende, che non alla prospettiva popolare di un’arte nuova.

Note

Clicca qui per leggere l’articolo completo