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3 Giugno 2015

La teoria del’innovazione dirompente è stata accolta da un consenso pressoché unanime, e non sono tardate le applicazioni predittive, anche sotto forma di consulenza dedicata.

Ricercare, innovare, distruggere

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La ricerca scientifica deve mirare a essere innovativa, no? In Europa, se vuole beneficiare di fondi, deve poter dimostrare che lo sarà in forme accertabili in base alle griglie usate dai valutatori dei progetti, e che l’innovazione avrà effetti misurabili in termini di “impatto sociale”. Verosimilmente, tra non molto, la ricerca dovrà essere non solo innovativa, ma anche e soprattutto “dirompente”. Vediamo perché.

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Elaborata da Clayton M. Christensen, docente di economia aziendale della Harvard Business School, l’idea della disruptive innovation, l’innovazione dirompente, è stata concepita più che altro come base di una teoria del fallimento. Christensen prova cioè a spiegare come mai, paradossalmente, aziende leader di un qualche settore siano fallite benché i loro manager abbiano sempre agito in modo razionale e oculato. Come rivela lo stesso sottotitolo originale (ma non quello della traduzione italiana) del suo best-seller, Il paradosso dell’innovatore. Quando le nuove tecnologie fanno fallire le grandi aziende, la causa di questi fallimenti sarebbe l’introduzione di “tecnologie dirompenti”.

Il buon manager, cioè, concentrato sul reale orientamento della domanda nel suo mercato di riferimento, tende inizialmente a non tener conto di tecnologie che offrono sì funzionalità nuove, ma apparentemente secondarie e per prodotti meno redditizi dello standard. In buona sostanza, all’inizio il gioco dell’innovazione non sembra valere la candela. Ma poi la velocità dell’impatto di quel nuovo “bisogno tecnologico” è fatalmente fulminea. La tecnologia attuale diventa di colpo obsoleta, si apre un mercato del tutto nuovo, e gli attori principali di quello vecchio si ritrovano completamente spiazzati.

La teoria del’innovazione dirompente è stata accolta da un consenso pressoché unanime, e non sono tardate le applicazioni predittive, anche sotto forma di consulenza dedicata. Tra le voci critiche, comunque isolate, spicca quella di Jill Lepore, che in un intervento abbastanza recente sul New Yorker mette in discussione la fondatezza e il rigore dell’analisi proposta da Christensen. Oltre a sollevare dubbi sul rigore scientifico del metodo dell’economista di Harvard, Lepore, che nella stessa università insegna storia americana, rileva anche come l’idea della disruptive innovation sia esplicitamente apparentata a una teoria della vita ispirata alla selezione naturale. Come a dire – potremmo chiosare – che la diffusione di questo modello andrebbe in qualche modo incontro a una visione condivisa del mondo ispirata ai canoni del darwinismo sociale.

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Questioni non indifferenti, se si tiene conto del fatto che l’innovazione dirompente tende a diventare, e a diventarlo proprio in quanto mantra chiave del business, una sorta di “teoria del tutto”. Lo stesso Christensen ha provato a declinarla nel campo delle politiche pubbliche in materie non certo da poco come la formazione (Disrupting class del 2008) e la sanità (The Innovator’s Prescription del 2009) – una strategia editoriale da sequel tutt’altro che dirompente, a voler esser cattivi, ma immagino che il nostro non se ne dia per inteso.

Nel dicembre del 2010, a Bruxelles, si tiene alla Commissione Europea un seminario coordinato da due fellow della National Science Foundation (NSF) statunitense, Robert Frodeman e James Holbrook. Sono voci note nel dibattito internazionale sulla valutazione della ricerca; teorici della necessità di una “de-disciplinarizzazione” delle humanities e in particolare della filosofia, che dovrebbero adottare un approccio popolare e pragmatico per far fronte alle questioni aperte nella società neoliberista; aspirano a incarnare la figura dell’umanista o filosofo burocrate.

Al seminario si discute appunto di impatto sociale e innovazione come possibili linee guida nella valutazione per il finanziamento dei progetti di ricerca, che poi è il tema generale dell’indagine in cui sono impegnati i due filosofi della University of North Texas. Due anni dopo, ad Arlington, in Virginia, Frodeman e Holbrook animano un secondo seminario, dal titolo Transformative Research: Ethical and Societal Implications. La locuzione “transformative research” – che potremmo tradurre “ricerca trasformativa” o forse meglio “trasformazionale” – indica finalmente l’indagine scientifica che non solo è innovativa, ma anche potenzialmente rivoluzionaria (nel senso, per esempio, delle rivoluzioni scientifiche studiate da Thomas Kuhn). Come osserva nel suo intervento il consulente dell’European Research Council (ERC) William Cannell, «varie idee e meccanismi connessi a ciò che l’Unione Europea chiama ricerca “di frontiera” sono fortemente impregnati del concetto di ricerca “trasformazionale” della NSF».

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Si registra l’obiezione che una rivoluzione scientifica può essere riconosciuta come tale soltanto dopo che è avvenuta. Il giro degli interventi continua. In conclusione, come apprendiamo dal report del seminario, una delle possibili letture del requisito “trasformazionale” è proprio il modello dell’“innovazione dirompente” proposto da Christensen. Potrebbe rivelarsi particolarmente appropriato in fase di valutazione delle richieste di fondi.

Ecco dunque che la nostra teoria neoliberista alla moda, per di più nella sua versione più predittiva e tuttologica, fa capolino in forma di buzzword nella discussione sulle policy per il finanziamento della ricerca scientifica. Non è difficile prevedere che diventerà presto un requisito vincolante.

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