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4 Giugno 2019

‘Ridere! E rideremo!’: il fascismo è un regime emotivo, ecco come organizza le emozioni

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Martedì 28 maggio ho tenuto all’Università Pompeu Fabra di Barcellona una lezione su letteratura, fascismo, emozioni e caricature. Mettere insieme queste quattro cose è stato il lavoro dei miei due anni alla Queen Mary University di Londra. Ma come stanno insieme queste quattro cose?

L’idea è che il fascismo non sia stato soltanto un regime politico, ma un “regime emotivo”: ovvero, un sistema sociale che funziona anche grazie all’attivazione, l’imposizione, la gestione e l’uso politico di una serie di emozioni funzionali, individuali e collettive.

La propaganda, i discorsi pubblici, le cerimonie, le manifestazioni, le narrazioni condivise e “memetiche” sono i dispositivi attraverso i quali il regime mette in scena e orchestra le perfomance emotive che vuole trasmettere (o imporre) agli individui.

Il catalogo delle emozioni ufficiali del fascismo sarebbe lungo e articolato, ma bastano pochi minuti del film Amarcord di Federico Fellini (premio Oscar nel 1973) per trovarle sintetizzate quasi tutte: entusiasmo esagerato, felicità esibita, eccitazione dinamica, performatività fisica, aggressività, virilità iperbolica. E poi il desiderio: la pienezza del consenso che sfocia nell’attrazione fisica, nell’adesione frenetica al magnetismo sessuale del Capo.

Ogni regime emotivo, però, genera zone di sofferenza, aree di conflitto tra le emozioni individuali e le emozioni collettive autorizzate. La letteratura scritta o ambientata durante il fascismo ha dato voce a questa sofferenza emotiva, ha cercato di far emergere stati psichici divergenti rispetto a quelli dominanti. E uno degli strumenti di cui si è dotata per rendere visibile la disappartenenza emotiva, la diserzione psicologica, è stata la deformazione dei corpi: rappresentazioni satiriche e caricaturali del corpo umano – e del corpo sociale – rendono percepibile una condizione esistenziale che rifiuta, più o meno consciamente, l’assetto sociale e le sue imposizioni psichiche ed emotive. È ciò che accade in una serie di testi scritti nell’imminenza della caduta del regime, che del regime ricostruiscono ascesa e caduta attraverso un punto di vista implicato, restituendo una situazione emotiva ancora bruciante: il violento pamphlet Eors e Priapo di Gadda; il libro di Palazzeschi Tre imperi… mancati, quello di Longanesi In piedi e seduti. La figura di Mussolini e le sue performance oratorie, i volti e i corpi dei gerarchi e degli squadristi, la fisionomia individuale e collettiva del popolo italiano vengono deformate sistematicamente in questi testi per mostrare la dissonanza tra realtà e rappresentazione che ha distrutto l’Italia.

In alcuni romanzi, invece, come Il bell’Antonio di Vitaliano Brancati, o Il prete bello di Goffredo Parise, il regime emotivo del fascismo viene ricostruito mostrando più in profondità il modo in cui le “idee” e gli assetti sociali possono insinuarsi nella carne, insediarsi nelle pieghe più riposte delle psicologie, attaccarsi ai corpi fino a sfigurarli completamente.

In entrambi questi esempi, l’emozione-guida sulla quale si incardina il discorso del potere è il desiderio sessuale: nel personaggio dell’affascinante, aitante, narciso, un po’ tonto ma convintamente fascista don Gaetano Caoduro, Parise incarna la quintessenza del fascista esemplare, di cui tutte le donne si innamorano pazzamente, a cui tutti gli uomini guardano con ammirazione e invidia.

Il flusso erotico innescato da don Gaetano altera i corpi e i comportamenti di tutti e di tutte, con conseguenze tragiche. Nel romanzo di Brancati il regime emotivo del fascismo si mostra nell’ossessione sessuomane di una società due volte maschilista, quella fascista dell’Italia meridionale: dentro questo contesto, l’impotenza sessuale di Antonio diventa immediatamente un fatto politico, una imperdonabile diserzione biologica rispetto al funzionamento del regime. La cui insostenibilità psicologica si misura nella fisionomia stravolta dalla rabbia e dalla frustrazione del padre di Antonio, Alfio.

Le caricature, in definitiva, mostrano come i corpi vengano deformati dal tentativo ridicolo di aderire alle emozioni di regime. Ma mostrano anche come alcuni corpi, deformandosi, tendano a sottrarsi alla fisionomia ufficiale, ai modelli di bellezza e di “correttezza” fisiognomica imposti dalla propaganda: se ne trovano diversi esempi in molti dei testi citati, e più in profondità, con più sottile ambiguità, nei racconti apparentemente del tutto impolitici di Landolfi: le apparizioni animali nei suoi testi scritti durante il fascismo, tuttavia, costituiscono una grottesca brigata di corpi in fuga dalla normatività fisica e morale.

La risata è un rifugio emotivo, una performance che afferma l’esistenza di pratiche emozionali divergenti.

La scelta istintiva di agire il rifiuto del regime emozionale attraverso la caricatura è legata anche alla funzione del riso come forma immediata di rilascio delle energie psichiche: dare un volto alle cose del mondo, e riderne, è il modo più rapido e intuitivo di criticarle, di rifiutarle e di sottrarsi alla loro presa. La risata costituisce un rifugio emotivo, una performance che afferma l’esistenza di pratiche emozionali divergenti.

Ed è significativo che nella maggior parte dei casi la reazione caricaturale al fascismo provenga da scrittori che hanno avuto un atteggiamento ambiguo, quando non di aperta adesione, rispetto al regime: lo sfogo comico rovescia immediatamente la refrattarietà conformistica in rabbia; l’iperbole e la violenza verbale permettono di ingigantire, e rendere più evidente, un antifascismo che fino a quel momento era stato impercettibile.

L’antifascismo politicamente ed esistenzialmente più consapevole raramente ricorre alla satira e alla caricatura: basti pensare alla costellazione dei romanzi della resistenza, dalla quale la modalità comica è pressoché assente, e nella quale dominano gli accenti epici e tragici.

Coerentemente con questa ambiguità della reazione comica, una potente divergenza dall’ufficialità del regime emotivo è rappresentata nel racconto di Luigi Pirandello C’è qualcuno che ride, pubblicato nel 1934 sul «Corriere della Sera», inserito nell’ultimo volume, postumo, delle Novelle per un anno, e quindi da considerarsi tra le scritture estreme dello scrittore siciliano, convinto sostenitore del fascismo e Accademico d’Italia. Nel clima serio, rigido, impostato di una solenne “riunione” pubblica, convocata per motivi oscuri da altrettanto misteriose autorità, serpeggia l’eco di una notizia scandalosa: c’è qualcuno che ride.

Non si sa chi sia, non si sa perché rida. Si sa però che anche soltanto l’ipotesi di una risata in quel contesto di faticosa e volontaristica continenza appare a tutti come un inaccettabile sabotaggio del regime ufficiale. Una sfida oltraggiosa agli sforzi letteralmente disumani – sforzi che sfigurano i corpi e le espressioni, trasformando le persone in inquietanti marionette – che tutti gli altri fanno per aderire al regime ufficiale. La possibilità del riso è inaccettabile:

Ma c’è poi veramente questo qualcuno che seguita a ridere, nonostante la voce che serpeggia ormai da un pezzo in mezzo alla riunione? Chi è? Dov’è? Bisogna dargli la caccia, afferrarlo per il petto, sbatterlo al muro, e, tutti coi pugni protesi, domandargli perché ride e di chi ride.

C’è qualcuno che ride: tanto basta per minacciare l’assetto delle cose, la tenuta del mondo. Non basta, però, per rovesciare l’ordine, per distruggere il regime emotivo. La risata è ambigua, irrazionale, persuade attraverso lo sconquasso opaco del corpo, non attraverso la logica lucida della mente. Quando i portatori della risata vengono individuati, sono cinti d’assedio e affrontati dall’intera folla dei conformisti, con a capo le autorità che avevano convocato la riunione. A un loro impercettibile segno, la massa nera e compatta rovescia addosso ai ridenti una risata uguale e contraria, ma ancor più fragorosa, intimidatoria e tombale.

C’è qualcuno che ride, e la risata rompe la cortina del regime emotivo, segnala l’emergenza di un conflitto emozionale. Ma una volta che la risata è partita, non è mai scontato chi sarà a ridere ultimo.

A proposito della possibilità di generare crepe nella monodimensionalità della rappresentazione di regime leggi anche Attaccare l’emittente. L’informazione illogica di Christian Raimo 


Immagine di copertina: Locandina di Amarcord

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