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25 Febbraio 2019

Organizzare gli inorganizzabili, l’esperienza di Riders Union Bologna: dalla vertenza allo scandalo

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L’organizzazione dei lavoratori è qualcosa di particolarmente complesso. Il mancato riconoscimento della qualifica di lavoratore subordinato, infatti, comporta come conseguenza anche l’esclusione dalla tutela sindacale tradizionale.

È dunque come risposta alla fuga dalla subordinazione da parte del capitale, più che per ragioni politiche, che i rider scelgono di organizzarsi nell’ambito del sindacalismo informale.

Pubblichiamo un estratto dal saggio di Marco Marrone in Lavoro alla spina (Meltemi) a cura di Alessanro Somma

Una condizione, quella della privazione delle tutele sindacali, che all’indomani del trentennio neoliberista riguarda una fetta sempre più grande del mercato del lavoro in occidente, ma che da tempo caratterizza una parte consistente della forza lavoro mondiale.

Non c’è da sorprendersi, dunque, se anche le esperienze di sindacalismo informale, ampiamente diffuse fuori dall’occidente, si moltiplicano anche alle nostre latitudini a partire proprio dalle piattaforme.

Ciò che emerge è una modalità di fare sindacato che, per poter recuperare l’agibilità del conflitto in un contesto del tutto destrutturato, necessita di nuovi strumenti e strategie.

Il sindacalismo informale diventa così non solo un modo per rovesciare i dispositivi di assoggettamento sperimentati dai rider, ma rappresenta una possibile strada da seguire per quei lavoratori che si trovano privati del riconoscimento del rapporto di subordinazione.

I ragazzi più giovani lasciavano correre lo sfruttamento perché dicevano che tanto si trattava soltanto di un lavoretto che avrebbero lasciato.
Ma se non lotti oggi per questo lavoretto, il lavoro vero non arriverà mai

La consapevolezza di trovarsi a fronteggiare una destrutturazione esito di un processo più vasto e radicato delle piattaforme stesse è ben chiaro sin dalla nascita di Rub (Riders Unionion Bologna, ndr.). “Ho iniziato a fare questa esperienza perché vedevo i ragazzi più giovani che lasciavano correre lo sfruttamento perché dicevano che tanto si trattava soltanto di un lavoretto che avrebbero lasciato appena trovato un lavoro vero. Non capiscono che se non lotti oggi per questo lavoretto, il lavoro vero non arriverà mai”, dice Francesco, 36 anni, rider attivo da circa due anni in diverse piattaforme di food delivery.

Come molti dei rider bolognesi coltiva aspirazioni di altro tipo, è un musicista, ma il reddito prodotto con le consegne rappresenta una componente decisiva: “Senza questo lavoro non saprei come pagarmi l’affitto”.

Francesco è tra i primi a mobilitarsi: partecipa all’assemblea nazionale di Torino svoltasi nel settembre 2017 e, una volta rientrato a Bologna, è tra gli organizzatori della prima riunione dei rider svoltasi il mese successivo.

Sin dalle origini, l’assemblea è composta da lavoratori e solidali, ossia coloro che simpatizzano con la lotta mettendo a disposizione le loro competenze.

Assieme ai rider ci sono così studenti, ricercatori, attivisti e lavoratori di altri settori; insomma, una coalizione sociale che sin da subito si organizza facendo leva sugli spazi sociali della città.

Grazie anche al contributo di queste energie prendono il via i volantinaggi che hanno portato al primo sciopero svoltosi in occasione della nevicata del 13 novembre 2017.

È in quella occasione che per la prima volta, a seguito della scelta della maggior parte dei rider cittadini di rifiutare di svolgere la propria prestazione lavorativa, le piattaforme hanno sospeso il servizio per tutta la giornata.

Si apre così per Rub una prima finestra di visibilità mediatica, a seguito della quale il sindacato, che fino ad allora aveva operato senza manifestarsi per timore di una repressione, si palesa in città accelerando il dibattito sui processi organizzativi e decisionali.

Tuttavia il contesto in cui questa discussione si sviluppa è viziato in particolare da due fattori: in primo luogo l’elevato tasso di turn-over tra i lavoratori, frutto del carattere transitorio di questo lavoro, ma soprattutto della tendenza da parte delle piattaforme a diluire la forza lavoro con il sistema delle assunzioni selvagge; in secondo luogo la presenza di un contesto particolarmente ostile alla possibilità dei lavoratori di organizzarsi.

Paradossalmente, la risposta del sindacato passa attraverso il tentativo di riappropriarsi del potenziale delle tecnologie digitali, rovesciando la direzione di assoggettamento impressa dalle piattaforme.

Di fianco alle chat aziendali, gestite e supervisionate dai dispatcher, prendono così forma chat parallele organizzate dai lavoratori sia a livello di singola piattaforma, sia sul piano cittadino, ossia i due ambiti decisionali che si vengono a strutturare all’interno del sindacato.

Inoltre, in occasione delle iniziative pubbliche, si è scelto di proteggere l’identità dei rider così da evitare possibili ritorsioni nei confronti dei lavoratori.

Ciò è accaduto in occasione dei flash mob del 24 novembre 2017 (giorno del Black Friday) e dello sciopero del 23 febbraio 2018 accompagnato da una biciclettata per le strade della città. In entrambi i casi i rider hanno indossato maschere che raffiguravano i campioni del ciclismo nel tentativo di rovesciare la retorica “playbouristica” messa in campo dalle piattaforme.

Infine, l’elemento che più di altri ha rappresentato un vero salto di qualità nelle strategie organizzative è l’impiego di strutture mutualistiche gestite dagli stessi rider. […]

È dunque nel tentativo di superare questa condizione di isolamento e di fragilità che si strutturano appuntamenti quali il dopolavoro e si dà forma a strumenti come la ciclofficina autogestita dagli stessi rider, aperta durante i turni di lavoro così da consentire un tempestivo intervento in caso di incidente.

Il valore aggiunto dell’approccio mutualistico sta nel cogliere alcuni elementi chiave dei bisogni dei lavoratori, ribaltando le condizioni di alienazione che caratterizzano questo lavoro. […]

“Il problema principale di questo lavoro è il rischio”, dice nel corso di un’intervista Giovanni, 27 anni, praticante avvocato che svolge servizi di consegna proprio per sostenere i costi della formazione professionale che svolge a titolo gratuito. “Alla fine se hai un salario di merda puoi anche stringere la cinghia, ma se ti fai male, se ci rimetti una gamba, ti rovini la vita”.

“Non è giusto che per quello che ti pagano uno debba rischiare così” aggiunge invece Alberto, 26 anni, neolaureato e impegnato nei servizi di consegna nell’attesa di trovare “il lavoro per il quale ho studiato”. […]

“Quando consegno io brucio i semafori, passo di fianco alla gente […] faccio cose incredibili perché altrimenti poi ti ritrovi a guadagnare poco e niente”, confessa Alberto durante l’intervista.

Come emerge da quest’ultimo stralcio di intervista, l’elemento del rischio e quello della retribuzione appaiono agli occhi dei rider come indissolubilmente legati.

Nella quotidianità lavorativa, infatti, la sollecitazione del ranking e del cottimo finiscono per creare una relazione proporzionale che vede corrispondere a maggiore disponibilità di rischio una maggiore possibilità di retribuzione.

Un meccanismo che, nonostante la pluralità delle modalità di retribuzione che mescolano in geometrie varie il rapporto tra paga oraria e cottimo, caratterizza tutto il food delivery.

Inoltre, la tendenza delle multinazionali sembra proprio essere quella di raggiungere la totale cottimizzazione della paga, possibilità che al momento viene prevista come scelta su base volontaria: “io anche ci sto pensando di passare al cottimo, perché alla fine ti fanno lavorare di più e guadagni molto più che con la paga a ore”, racconta Francesco nel corso dell’intervista, lasciando intendere come sembra essere in corso un’incentivazione di questa opzione da parte delle piattaforme. […]

Quando consegno io brucio i semafori, passo di fianco alla gente, faccio cose incredibili perché altrimenti poi ti ritrovi a guadagnare poco o niente

Un altro gruppo di rivendicazioni che va a intrecciarsi è invece quello che riguarda l’organizzazione del lavoro. Ciò a partire dai meccanismi di reclutamento delle piattaforme, che si caratterizzano per ciò che i rider chiamano “assunzioni selvagge”: “te ne rendi proprio conto, perché da un giorno all’altro vedi che ci sono decine di persone nuove che non avevi mai visto prima” mentre “gli altri vengono lasciati a casa”, ci racconta Gianluca.

Eppure la facilità con cui si può venire “assunti” rappresenta proprio uno degli elementi maggiormente seduttivi nei confronti dei lavoratori: “anche se pagato male, è un lavoro facile, che non richiede impegno o capacità particolari e che possono fare tutti”, racconta Fausto, 21 anni, rider e studente di Scienze politiche. […]

La proposta del monte ore garantito va dunque letta nella duplice chiave di riuscire a garantire l’accesso a una retribuzione certa e dignitosa, ma anche come un tentativo di arrestare le pratiche descritte, che, tra le altre cose, minano le possibilità di sindacalizzazione.

Non è un caso, dunque, che la contrattazione del monte ore complessivo sia una delle rivendicazioni tipiche per quelle tipologie di lavoro basate su un alto livello di turn-over, come ad esempio i lavoratori portuali. […]

Last but not least, il capitolo delle rivendicazioni che forse più di altri è legato ai processi di digitalizzazione del lavoro riguarda invece il trattamento dei dati.

Le complessità in questo caso si distribuiscono su due livelli: da un lato, il piano della privacy, cioè le modalità con cui vengono gestiti i dati prodotti dal singolo lavoratore; dall’altro, l’assenza di trasparenza data dalla proprietà di questi dati che non solo rende le piattaforme imperscrutabili, ma che sottrae alla cittadinanza una base informativa preziosa nella programmazione di interventi di policy.

Anche in questo caso le ragioni della particolare opacità delle piattaforme vanno ricercate nella forte competizione tra le piattaforme. Infatti, i dati rappresentano per le piattaforme ciò che il petrolio rappresenta per la manifattura, ossia una sorta di riserva energetica che nel lungo tempo si rivela decisiva.

In un contesto caratterizzato da un’aspra concorrenza, proteggere questi dati rappresenta dunque un obiettivo strategico essenziale, che va però a gravare ancora una volta sulle spalle dei lavoratori e della società.

Più che le modalità organizzative o le rivendicazioni, a rendere meritevole di interesse la vicenda di Rub è la scelta di adottare una strategia vertenziale innovativa.

Alle nostre latitudini, infatti, la condizione di una totale privazione delle garanzie della subordinazione appare come l’ultima frontiera dei processi di precarizzazione del trentennio neoliberista.

Eppure, tale condizione riguarda da lungo tempo la maggior parte della popolazione lavorativa mondiale. In alcuni contesti economici, come ad esempio il Sud-est asiatico, sono più di due terzi i lavoratori a trovarsi in queste condizioni, una cifra che, a discapito di quanto previsto in passato, continua a crescere.

In questi contesti, dunque, le vertenze portate avanti da sindacati informali non rappresentano una novità. Al contrario, se da un lato esse vanno moltiplicandosi, dall’altro le strategie adottate appaiono accomunate da un medesimo approccio.

Come osserva Agarwala, la natura fortemente asimmetrica di contesti lavorativi di carattere informale porta a far sì che i lavoratori “più che utilizzare il loro potere di influenzare i comportamenti economici delle aziende, utilizzano il loro potere di influenzare il comportamento dello Stato condizionando i comportamenti di voto”. […]

La scelta di Rub è dunque stata di puntare sulla città, facendo appello sia alla sua veste di comunità, sia al versante istituzionale.

Di fianco alle pratiche sindacali quali l’organizzazione di scioperi e di mutualismo, vengono così impiegate pratiche tipiche dei social movement, come ad esempio il Name and Shame, gli appelli alla cittadinanza, i presidi di protesta e le azioni simboliche rivolte alla città.

Con questo spirito si è dato vita a iniziative come quella in occasione del Black Friday nel novembre 2017 oppure il Rider’s Pride svoltosi durante le celebrazioni del primo maggio, che hanno visto la partecipazione di alcune migliaia tra rider e solidali. […]

L’obiettivo è quello di chiamare attorno alla vertenza dei rider tutti coloro che si confrontano con problematiche quali l’intensificazione delle performance, la fuga dalla subordinazione e l’incremento dei livelli di rischio. […]

È a seguito di tale approccio che la vertenza, facendo leva su una “spettacolarizzazione del dolore”, si trasforma in uno scandalo mediatico.

Un passaggio, quello dalla vertenza allo scandalo, che ha garantito ai rider una finestra di opportunità in cui poter ribaltare i rapporti di forza, e che non sarebbe stata possibile senza la scelta strategica di portare il conflitto all’interno della città.

Leggi anche È il capitalismo digitale, baby! di Roberto Ciccarelli.


Immagini da Riders Union Bologna

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