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10 Novembre 2015

La strana coppia rigenerazione urbana/innovazione sociale

Rigenerare cosa? Innovare per chi?

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Rigenerazione urbana e Innovazione sociale sono due espressioni molto in voga. La prima non da oggi, anche se oggi pare aver ritrovato uno slancio in molteplici (e contraddittorie) direzioni ‘grazie’ all’insostenibilità dell’ulteriore consumo di suolo che ha spostato l’attenzione sull’ambiente costruito e sui tanti luoghi in crisi e da ripensare. La seconda, che possiamo in prima approssimazione definire come la ricerca di nuove risposte a vecchi problemi sociali, ha acquisito rilevanza per il costante ridimensionamento del welfare state e il crescente ‘spaesamento territoriale e relazionale’ innescato dalle innovazioni tecnologiche e organizzative dell’economia post-fordista.

In collaborazione con Master U-RISE Rigenerazione Urbana e Innovazione Sociale

Per troppo tempo fare rigenerazione urbana ha significato dare vita a grandi progetti e/o promuovere grandi eventi per attrarre investimenti e flussi di persone e capitali e, allo stesso tempo, espellere, in maniera più o meno consapevole, popolazioni marginali(zzate), come la letteratura sulla gentrification ci insegna da anni (si veda da ultimo il volume di Giovanni Semi, Gentrification. Tutte le città come Disneyland?). Il principale risultato di questi processi di rigenerazione urbana è stato quello di creare città sempre più frammentate “ove si giustappongono — senza connessioni, anzi con grande cura per la separatezza e il contenimento — quartieri per le élites, centri commerciali, strutture per la cultura e l’intrattenimento e grandi spazi espositivi, quartieri più o meno periferici in degrado e aree “abbandonate” ove vivono coloro ai quali non è riconosciuto lo status di cittadini” (Vicari e Moulaert, Rigenerare la città. Pratiche di innovazione sociale nelle città europee, 2009). È la tradizionale macchina della crescita urbana (e della relativa rivalutazione immobiliare) che ha semplicemente cambiato mezzi per arrivare ai medesimi fini.

L’impressione è che le nostre città abbiano bisogno di altro, che serva cioè un nuovo modo di rigenerarle, dandogli forza sì economica ma anche relazionale, territoriale e sociale. Per fortuna questa diversa idea di rigenerazione, che si focalizza sulle relazioni sociali inclusive e sulle risorse già presenti nei luoghi, non è solo teorica ma è praticata quotidianamente in molteplici contesti e da differenti attori (si pensi, pur nell’estrema diversità delle esperienze, al lavoro rigenerativo e di innovazione sociale svolto da Dynamoscopio a Milano, da Rural Hub in Campania o dalle Case di quartiere a Torino). Sempre più spesso questi processi sono inglobati sotto l’etichetta di innovazione sociale, intendendo quell’insieme di tentativi ‘dal basso’, attraverso pratiche creative, sperimentali e condivise, di dare risposta a bisogni sociali. L’etichetta ‘innovazione sociale’ non è, però, priva di ambiguità tanto da essere utilizzata anche per pratiche che si limitano a supportare cambiamenti di superficie che lasciano intatta l’impalcatura sociale (in linea con il gattopardesco motto ‘deve cambiare tutto perchè niente cambi’). Inoltre, l’innovazione sociale si è risolta non di rado in una sorta di tecnofilia futurista, vuota e senza ideali (si veda su questo punto la deriva di una parte del filone smart city).

rigenerare

La strana coppia rigenerazione urbana e innovazione sociale ha però nei suoi aggettivi (urbana e sociale) la vera potenzialità, quella cioè di mettere al centro l’importanza della qualità e quantità degli spazi (urbani) per lo sviluppo (sociale), di sottolineare cioè il ruolo di ciò che possiamo definire il capitale spaziale (Cancellieri, Hotel House. Etnografia di un condominio multietnico, 2013) degli individui e, più in generale, delle città. Una relazione quella tra attori sociali e spazi urbani che è sempre più rilevante ed è “un campo in cui si scontrano forti interessi materiali e simbolici, derivanti dalla ridefinizione da un lato dei valori immobiliari e dall’altro delle risorse materiali e immateriali dell’ambiente costruito, in breve dallo scontro tra valore di scambio e valore d’uso” (Vicari e Moulaert, 2009). Occorre perciò districarsi in questo campo e capire quali risorse urbane collettive sono dirimenti per fare sì che si possa parlare di rigenerazione urbana in un’ottica di innovazione e inclusione sociale. In prima battuta si possono evidenziare le seguenti quattro risorse che appaiono innovative e rigeneranti per i tessuti urbani:

1. Socialità. Rigenerare davvero un pezzo di città significa in primis riuscire ad accrescere le connessioni, le relazioni tra i suoi abitanti e generare nuovi spazi di socialità aperti ad una molteplicità di usi. Queste nuove connessioni sono tanto più rigeneranti per un territorio quanto più sono aperte e includenti, non riferite cioè a gruppi limitati di abitanti. Tali pratiche, cioè, costruiscono risorse pubbliche se connettono non in base ad una appartenenza fissa e immutabile ma in base alla condivisione di un territorio: la convergenza di pratiche culturali e artistiche in un piazza, le social street, gli orti urbani, il food sharing rionale pur nella loro estrema diversità, vanno tutte in questa direzione. Sono pratiche (di innovazione sociale?) che rigenerano i nostri (sopiti) istinti relazionali e che, in molti casi, attraverso queste relazioni riescono a produrre veri e propri servizi simbolici e materiali.

2. Artigianalità. In secondo luogo una pratica è capace di rigenerare realmente gli spazi urbani se riattiva anche i corpi dei suoi abitanti, le loro potenzialità artigianali ed espressive, sempre più spesso trascurate in un’epoca dominata dal simbolico. Molte esperienze di innovazione sociale di maggior succeso sono pratiche in cui il saper fare, non più ostacolato dalla pressione della competitività e dall’ossessività della produzione in serie, inizia a riemergere e ad essere condiviso. Corpi urbani, dunque ma anche corpi umani. Rigenerare le città significa, infatti, anche rimettere al centro l’artigianalità, la dimensione materiale dell’homo faber (per riprendere le riflessioni di Arendt e Sennett), che trae dal fare con competenza una ricompensa emotiva, un senso accresciuto alla propria vita quotidiana.

3. Territorialità. Un terzo fattore che sembra centrale per distinguere un processo di rigenerazione urbana de facto da uno solo nominale è rappresentato dalla capacità di connettere un territorio con altri territori. Questo perché gli spazi sono realmente vivi, come gli esseri umani, solo se stanno in relazione, se sono connessi con il loro intorno sia da un punto di vista materiale/fisico che simbolico e di senso. Con questa impostazione, dunque, i centri cittadini gentrificati, musealizzati e imbalsamati non dovrebbero essere l’esito di processi di ‘rigenerazione’ ma, al contrario, uno dei principali luoghi-target da rigenerare e da riattivare. Gran parte dell’architettura e dell’urbanistica contemporanea appare largamente deficitaria proprio su questo fronte, sulla capacità cioè di valorizzare sensi del luogo, storie, relazioni locali per costruire luoghi, percorsi e connessioni, per produrre territorialità, in sintesi per fare città.

4. Sostenibilità. Last but not least, si può davvero parlare di processi realmente innovativi e rigeneranti per i tessuti urbani quando le pratiche e le politiche in oggetto pongono al centro la sostenibilità ambientale di crescenti parti di città. Alcuni dei percorsi sopra evidenziati vanno largamente in quella direzione, anche se non sempre in modo esplicito. Ridare centralità alle abilità e competenze artigianali, significa, infatti rigenerare e dare nuova vita ad oggetti e materiali, mentre la stessa spinta a costruire nuovi luoghi di socialità si risolve non di rado nella rigenerazione/riciclo di territori abbandonati/in disuso. Per potenziare l’interdipendenza tra sostenibilità ambientale e rigenerazione urbana, feconde appaiono le connessioni con il movimento delle transition town.

rigenerare

In conclusione dunque, non si tratta di inventare nulla o di partire da zero ma di saper ascoltare e supportare le pratiche che quotidianamente già producono socialità, artigianalità, territorialità e sostenibilità. Si può chiamare empowerment socio-spaziale, attivazione sociale attraverso gli spazi, sviluppo locale sociale e territoriale, rigenerazione urbana e innovazione sociale, ma l’importante è che si tratti di processi che producono risorse territoriali a vantaggio di gruppi crescenti di abitanti.

Per fare questo occorre mantenere un atteggiamento critico e autocritico rivolto ad analizzare se e quando i sedicenti processi di rigenerazione urbana e innovazione sociale producono queste risorse e per quali soggetti le stanno producendo. Il ruolo del potere pubblico è fondamentale in questo percorso per indirizzare esplicitamente la rigenerazione urbana e l’innovazione sociale verso la produzione di risorse collettive. Attori pubblici e attori privati (ong e associazioni ma anche imprese coesive e startup ad alto impatto sociale, culturale ed ambientale) possono costituire insieme il perno di questo processo di rigenerazione, a patto che rinuncino a porsi come obiettivo quello di trasformare i contesti urbani in territori-cartolina composti da figuranti o in città frammentate e escludenti e, al contrario, si indirizzino a conoscere e rafforzare usi e modi di abitare e a costruire relazioni significative e rigeneranti tra luoghi e abitanti.


Una serie pensata da Master U-RISE Rigenerazione Urbana e Innovazione Sociale dell’Università Iuav di Venezia con cheFare dedicata ad approfondire la relazione tra ‘Rigenerazione urbana’ e ‘Innovazione sociale’, in altre parole tra la città e i suoi abitanti. A cura di Adriano Cancellieri, sociologo urbano; Elena Ostanel, planner; Simona Morini, filosofa; Francesca Battistoni e Claudio Calvaresi, imprenditori sociali.

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