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24 Ottobre 2017

Questo contributo apre una serie di approfondimenti in collaborazione con il Master U-RISE dell'Università Iuav di Venezia sul rapporto tra rigenerazione urbana e innovazione sociale. Vuole discuterne gli impatti socio-spaziali, raccontare pratiche virtuose e allo stesso tempo imparare da ciò che non ha funzionato.

Rigenerazione urbana: competenze cercansi

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Parlare di pianificazione nella città oggi significa essenzialmente parlare di interventi di rigenerazione di spazi: dentro la città: spazi defunzionalizzati, abbandonati, degradati, vuoti. L’urbanistica del piano, quella legata all’espansione del costruito, ormai non esiste più o quasi, né in Italia né nel resto d’Europa. Ma sull’assunto che sia ancora necessario governare l’espansione della città e le trasformazioni che essa induce, la formazione continua a incentrarsi su esperti per l’elaborazione di piani – strategici, territoriali, regolatori, paesaggistici, di recupero.

Invece le amministrazioni pubbliche – il principale bacino di destinazione di chi ha una formazione in urbanistica – cercano ormai principalmente di rimettere in ordine quello che le trasformazioni economiche di questi ultimi dieci-quindici anni hanno prodotto, insieme agli effetti del profondo cambiamento sociale che si registra nelle città, legato molto all’immigrazione, ma non solo. Basta guardarsi intorno per rendersi conto che li Comuni sono disperatamente alla ricerca di idee per rigenerare gli spazi svuotati e degradati dal cambiamento della globalizzazione, cui si è aggiunta, ma solo aggiunta, la recente crisi economica.

Un primo tema è che il pubblico non è più in grado di realizzare gli interventi di rigenerazione che in teoria avrebbe in carico, che però in un’ottica di giustizia sociale sono imprescindibili, per dare alle aree degradate condizioni di vita migliori. Ne consegue che occorrono risorse private, dove per privato si deve intendere le persone che in queste aree vivono, lavorano, giocano, magari anche solo transitano. Un secondo tema è che la riqualificazione dei pezzi “problematici” di città è indispensabile, in un mondo dove le città sono in competizione per attirare gli investimenti, e cioè gli investitori di cui hanno bisogno per (ri)mettere in moto lo sviluppo locale, o più semplicemente per poter partecipare alla competizione. E’ di poche settimane fa la gara aperta da Amazon per scegliere, negli Stati Uniti, la località dove aprire un nuovo centro per le proprie attività con 50.000 addetti che, tutti di alta qualificazione, devono disporre di condizioni di vita tranquille, verdi, gioiose, servite, infrastrutturate e accessoriate. Una tombola, per la città che verrà prescelta, ma anche l’esempio evidente di investitori sempre meno disponibili a accettare quello che viene loro offerto, al contrario, sempre esigenti e imperiosi.

Le città, e le amministrazioni locali, sono prese tra questi due fuochi: giustizia sociale e (o) competizione per lo sviluppo. Se si vuole operare sul secondo fronte, è inevitabile che le scelte vengano prese dal “centro”, più o meno allargato agli operatori esistenti e potenziali che pesano, perché investitori potenziali: la questione è riuscire a metterli d’accordo sulle priorità. Sul primo fronte, la giustizia sociale, le cose sono molto meno semplici. Si tratta infatti di riuscire a mobilitare risorse diffuse, spesso relativamente modeste, rispetto a obiettivi di “piccolo conto” ma indispensabili a migliorare le condizioni delle parti degradate della città e dunque, a ben vedere, della città tutta.

Come sappiamo bene, questo tipo di interventi è caratterizzato prima di tutto da essere place-based e community-based, oltre che area-based. Cioè si tratta di interventi che hanno a che fare con luoghi e gruppi delimitati di popolazione, in contesti specifici. Date queste caratteristiche, quello che occorre saper fare prima di tutto, anche se ovviamente non solo, è mobilitare le risorse che esistono nel luogo (i beneficiari diretti) e quelle che il contesto può mettere a disposizione (se vogliamo, i beneficiari indiretti), imprese entrambe per le quali sono necessarie capacità e competenze adeguate, e anche un po’ speciali. Competenze che non è facile trovare, perché la formazione che oggi viene offerta, in tutti i settori, è ancorata a modi di guardare e di pensare che poco corrispondono a quello che succede davvero.

Il rischio è, dunque, che sotto le fattezze dell’innovazione sociale si trovino tracce di dilettantismo e approssimazione, non di rado rivestiti anche da una certa demagogia. Un intervento pensato con la mobilitazione degli utenti (anche se magari non proprio tutti) è esibito sempre e comunque come un intervento “buono” che, migliorando le condizioni materiali del luogo, inevitabilmente migliora anche quelle sociali, attivando processi di inclusione e coesione attraverso meccanismi di decisione (governance) dal basso (grass-root) naturalmente duraturi (sustainability) e che garantiscono solidità nel tempo (resilience).

Per contro, la costruzione e messa in atto di interventi di rigenerazione urbana con il basso, chiede competenze nuove e sfaccettate, ancora non definite e forse non definibili perché intersecano temi, discipline, attori e strumenti variegati e di volta in volta variabili: mobilitare chi è o potrebbe essere coinvolto; favorire processi di apprendimento istituzionale; instaurare connessioni propizie con il privato che pesa; valorizzare il patrimonio materiale e immateriale dei luoghi; guardare allo spazio pubblico come risorsa per l’attivazione sociale; intercettare risorse, quelle dell’intorno immediato fino a quelle che l’Europa mette a disposizione; comunicare quello che si intende fare e che si va facendo, in modo che tutti lo possano capire; i passi per costruire un’impresa sociale che si occupi dell’intervento; e imparare a valutare quello che fa per capirne l’impatto.

Competenze nuove dunque, ma dotate delle necessarie capacità critiche per non appiattirsi sull’idea che, per avere valore, basta che la rigenerazione urbana sia realizzata con il basso. Provando a mettere in ordine alcune delle domande che occorre porsi, tra le principali vi sono il valore dell’innovazione sociale come strumento autorizzativo nel quadro dell’attuale progressiva riduzione dell’azione pubblica; I caratteri redistributivi (o meno) presenti nella rigenerazione con il basso; i lineamenti di democrazia insiti in questo tipo di pratica rigenerativa; la sua capacità di contribuire alla competitività urbana; la capacità di influire sulla, e spingere l’innovazione istituzionale.

Competenze nuove, non semplici, non facili da trovare, affascinanti.


Questo contributo apre una serie di approfondimenti in collaborazione con il Master U-RISE dell’Università Iuav di Venezia sul rapporto tra rigenerazione urbana e innovazione sociale. Vuole discuterne gli impatti socio-spaziali, raccontare pratiche virtuose e allo stesso tempo imparare da ciò che non ha funzionato. I docenti del Master U-RISE Marcello Balbo, Adriano Cancellieri, Ezio Micelli e Elena Ostanel (Università Iuav di Venezia), Martina Bacigalupi (The Fund Raising School), Paolo Venturi (AICCON) e Flaviano Zandonai (Euricse) ci accompagneranno in queste settimane con le loro analisi e riflessioni. Buona lettura.

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