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3 Novembre 2015

Rigenerazione urbana e innovazione sociale. Un ossimoro?

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Negli ultimi anni in Italia e più in generale in Europa si è assistito ad un proliferare di iniziative dal basso che si descrivono e vengono descritte come motori di rigenerazione urbana. Esperienze di autorganizzazione, forme di impresa sociale, professionalità ancora non ancora “codificate” e competenze variegate che si mettono in gioco come agenti di sviluppo territoriale. In molti casi c’è uno spazio fisico da rigenerare che fa da “innesco”, in altre situazioni parliamo di riattivazione di spazi già in uso ma che necessitano di nuova linfa per diventare sostenibili (pensiamo ad alcuni comuni in spopolamento o ai centri storici in crisi).

Progetti che interessano un quartiere, parti di città, ma allo stesso tempo le città nel loro complesso.
In Italia proliferano esperienze di questo genere. A Milano possiamo prendere ad esempio KCity, società che “riunisce competenze multidisciplinari per l’innovazione urbana e lo sviluppo integrato del territorio” oppure il caso di Ex Ansaldo che ha visto la collaborazione tra soggetti privati e not for profit e l’amministrazione comunale per l’avvio di uno spazio creativo nel cuore della città. A Torino pensiamo allo sviluppo della rete delle Case di Quartiere come esito di un processo di policy di lungo periodo e che ha visto una collaborazione virtuosa tra pubblico e privato not for profit. In Puglia l’esperienza Bollenti Spiriti che sembra aver lasciato sul territorio e all’interno delle istituzioni competenze inedite e capacità di cambiamento.

Tali progettualità si sviluppano in un contesto sociale e urbano in profondo mutamento: in Europa assistiamo oggi ad un rapido aumento della polarizzazione sociale e spaziale (Marcuse; van Kempen, 2000; Van Haam, 2015). In quartieri sempre più caratterizzati da diversità (culturali, sociali, di classe, di atteggiamenti) si sovrappongono complesse questioni sociali come povertà ed esclusione sociale o concentrazione delle provenienze nazionali. Allo stesso modo, complice soprattutto la crisi ma non solo, la capacità dello Stato di rispondere a bisogni emergenti è fortemente limitata. È sicuramente in crisi il sistema di welfare ma lo è anche la capacità del pubblico di attivare processi virtuosi che sappiano riprendere in carico e quindi rigenerare spazi fisici e sociali in disuso, senza identità, in degrado.

È in questo contesto che pratiche professionali e forme di rivendicazione sociale entrano in sinergia, nella maggior parte dei casi a partire da una conoscenza diretta del luogo e mettendo al centro una dimensione operativa, più che analitica, dell’agire professionale. Sono regimi di azione che vedono la partecipazione di soggetti eterogenei e dove l’iniziativa privata trova spazio in particolare in un momento di crisi di ogni forma di investimento pubblico.

Alcune questioni rimangono aperte e sono in continuo dibattito quando ci occupiamo di rigenerazione urbana e innovazione sociale. Quali sono le ricadute socio-spaziali di tali azioni di rigenerazione dal basso? Cosa significa, associata a tali pratiche, il termine innovazione sociale? Quale la relazione tra iniziative dal basso e istituzioni? Quando parliamo di soggetti privati, a che tipo di privato ci stiamo riferendo? Questo breve articolo propone alcune riflessioni su questi temi.

Mi soffermerò in particolare sulla relazione tra pratiche dal basso e istituzioni. La letteratura sull’innovazione sociale che trovo più interessante sostiene che tali spinte siano socialmente innovative se dirette a modificare sia l’agire dei soggetti che si muovono dal basso sia delle istituzioni. Il rapporto di mutuo apprendimento tra “basso” e “alto” può infatti da un lato riconoscere l’emergere di nuovi arrangiamenti istituzionali, formali e informali, dall’altro generare processi di upscaling per ampliare progressivamente in senso universalista le richieste e i riconoscimenti (Boltanski, Thévenot, 1991).

Senza rapporto, non per forza pacificato, con le istituzioni a mio parere tali pratiche dal basso rischiano di mancare di sostenibilità e di peccare di “privatismo”.

Un recente contributo di Paola Savoldi entra nello specifico di questo punto problematico: l’autrice sostiene che una pratica è pubblica se promuove l’accessibilità di pubblici diversi, se le sperimentazioni (spaziali e sociali) si aprono ad usi e fruibilità esterne e non della sola comunità che le ha prodotte. Una pratica è pubblica se è capace di produrre beni e servizi anche per chi non ha direttamente attivato tale sperimentazione (Ostanel, Iannuzzi, 2015).

Alcune città, dopo l’esempio di Bologna, hanno approvato il “Regolamento per la gestione dei beni comuni”, patti di collaborazione che regolano gli interventi di cura occasionale da parte dei cittadini, di gestione condivisa di spazi pubblici o di spazi privati ad uso pubblico, interventi di rigenerazione di spazi collettivi (ivi, 2015). Possono questi momenti di produzione normativa essere momenti di apprendimento collettivo? Quando invece hanno l’effetto di delegare al privato la risoluzione di problemi sociali complessi e che necessiterebbero di un nuovo sistema di welfare?

Se pensiamo che il rapporto di apprendimento per e con le istituzioni sia importante ci troviamo quindi a dibattere sul tipo di figura professionale che solitamente facilita processi di rigenerazione urbana dal basso. È questa figura un tecnico? Ha invece una responsabilità politica nel fare città dal basso in particolare in città sempre più caratterizzate da polarizzazione sociale?

Il tema di cui stiamo trattando ha rilevanza anche per l’agibilità in termini di risorse e finanziamenti. Pensiamo ad esempio all’ultimo bando culturability promosso dalla Fondazione Unipolis che ha finanziato “proposte innovative con l’obiettivo di riqualificare spazi urbani abbandonati o degradati, creando occasioni di rigenerazione urbana e di sviluppo a vocazione culturale”.

Uscendo dal contesto nazionale, nella nuova programmazione Europea 2014-2020 si assiste in generale ad un rafforzamento dell’approccio place-based e di sviluppo urbano integrato che chiede di agire simultaneamente in settori di intervento trasversali (es. capitale umano, inclusione sociale, innovazione, politiche energetiche, ambiente e smart building).

La città, affrontata e letta secondo un approccio integrato, ha un ruolo centrale nella nuova Politica di Coesione. Pensiamo che le città italiane potranno accedere, tra il 2014 e il 2020, a fondi europei per la rigenerazione urbana per almeno 1,05 miliardi cui si andrà ad aggiungere una quota di cofinanziamento nazionale (fonte AUDIS).

Una rinnovata attenzione al tema della rigenerazione urbana quindi, ma in un contesto sociale in profondo cambiamento e all’interno di una mappa degli attori sempre più complessa. Quali competenze devono essere mobilitate affinché tali spinte dal basso siano motori di sviluppo territoriale sostenibile? Come favorire la coesione sociale di territori in crisi senza generare fenomeni di esclusione? Quali sono gli inneschi da mobilitare per riattivare uno spazio pubblico in disuso? E quali le professionalità/sensibilità da coinvolgere? Quale la capacità mobilitante dello spazio e dei suoi abitanti?


Una serie pensata da Master U-RISE Rigenerazione Urbana e Innovazione Sociale dell’Università Iuav di Venezia con cheFare dedicata ad approfondire la relazione tra ‘Rigenerazione urbana’ e ‘Innovazione sociale’, in altre parole tra la città e i suoi abitanti. A cura di Adriano Cancellieri, sociologo urbano; Simona Morini, filosofa; Francesca Battistoni e Claudio Calvaresi, imprenditori sociali.

Immagine di copertina: ph. Luca Bravo da Unsplash

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