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Biografie di rigeneratori urbani: da dove vengono e come nascono?

Sono passate due settimane dal lancio della nostra ricerca su cheFare e oggi inizia la seconda fase dell’indagine Who R U? Rigeneratore Urbano cercasi. Questa volta vogliamo sapere qualcosa in più di RU1R.U. acronimo utilizzato da qui a seguire, inteso declinato sia al femminile che al maschile cioè Rigeneratore Urbano e/o Rigeneratrice Urbana: “da dove viene?” e “come ha acquisito le sue competenze?”.

L’obiettivo è quello di approfondire e comprendere le possibili correlazioni tra provenienza geografica, formazione, ambiti di intervento e l’approccio con cui si interpreta la rigenerazione urbana in Italia. L’incremento progressivo del campione – il quale abbraccia diverse figure attive nella rigenerazione urbana e innovazione sociale, culturale e amministrativa – ci permetterà di ottenere una fotografia, tanto dettagliata quanto complessa, utile ad una profilazione collettiva di RU.

Il primo questionario2 Se desiderate sapere a chi è rivolta l’indagine vi invitiamo a leggere il nostro contributo pubblicato su Labsus , lanciato il 10 novembre e compilabile fino al termine del 2020, ha dato inizio all’esplorazione dei significati che ciascuno dei rispondenti attribuisce al termine rigenerazione urbana. Consapevoli delle plurali e diversificate visioni a riguardo, siamo curiose di scoprirle e di farvele conoscere.

Ad oggi la ricerca sta riscuotendo un discreto successo, ciò può stare a significare che il ruolo di RU non passa così inosservato. Hanno già risposto circa 500 persone da tutta Italia, ma ci aspettiamo che molte altre si uniscano e dicano la propria, raccontandoci di sé e del proprio punto di vista. Non sorprende che la più alta concentrazione di persone operi nelle principali aree metropolitane del nord (con Milano in vetta), ma non sono mancati attori operanti in centri minori o nelle aree interne. Da una prima istantanea appare che le pratiche di RU siano capillari sul territorio nazionale.

L’analisi preliminare fa emergere quanto la rigenerazione urbana non si fonda più su mere azioni di recupero e riqualificazione del patrimonio edilizio esistente ma, al contrario, si realizza attraverso azioni che fanno leva sulle peculiarità dei contesti sociali, economici, culturali e ambientali. La finalità di tali pratiche dovrebbe essere infatti quella di migliorare la qualità della vita degli abitanti rispettando il principio multidimensionale di sostenibilità, al fine di mitigare le disuguaglianze economiche crescenti e le marginalità socio-territoriali.

Abbiamo riscontrato quindi, già dalla prima disamina dei dati, come nei processi di rigenerazione urbana si inneschino dei meccanismi di “soggettivazione” dello spazio e degli attori. Tale processo non sembra essere un fenomeno legato ai capoluoghi o alle città metropolitane, quanto piuttosto soggetto a “dispersione territoriale”, dimostrando di fatto la sua “natura contestuale” e […] “virale soprattutto in un paese così ricco dal punto di vista storico, identitario e relazionale come il nostro”.

Dietro a tali meccanismi di soggettivazione esistono in Italia complessi quadri normativi e di finanziamento comunitari, i quali richiedono azioni che integrino la dimensione fisica con quella sociale. Quanto affermato viene ancor più avallato da Fabrizio Barca che già nel 2009 sosteneva che “le politiche devono essere sviluppate in modo integrato e rivolte a luoghi di intervento significativi place-based3In Italia ed Europa: le politiche per le periferie negli ultimi trenta anni in Quinto rapporto sulle città Politiche per le periferie Urban@it 2020 Ed. Il Mulino, Bologna”. In base a quanto osservato nel nostro percorso di ricerca-azione, tali luoghi si spingono oltre i meri confini amministrativi in cui nascono. Piuttosto, si sviluppano in stretta relazione con situazioni di marginalità sociale ed economica facendo leva “su uno sviluppo (endogeno) delle risorse territoriali.” Contestualmente all’impianto normativo attuale, esiste un ecosistema di realtà autorganizzate eterogenee per caratteristiche, contesti, problematiche e soggetti coinvolti che, nonostante appartengano ad analoghi ambiti d’intervento, sono scarsamente riconosciuti. Pertanto come sostiene Carlo Cellamare ”è importante conoscere queste esperienze nelle specificità per cogliere il senso e i significati profondi”4Cellamare C. (2019) in, Città fai-da-te, Donzelli Editore, Roma..

Come intendere dunque la rigenerazione urbana? È quella promossa dalle politiche pubbliche regionali le quali indirizzano processi e azioni site-specific? Oppure è  quella che emerge spontaneamente per motivi di necessità dalle comunità?

La complessità della domanda non può certo trovare una risposta univoca, ma necessita di un’analisi del panorama regionale che si spinge a redigere legislazioni dedicate senza una regia nazionale che abbia visione e uno sguardo organico ed unitario.

Quello che succede talvolta è l’identificazione della rigenerazione urbana come processo risolutivo atto a limitare il consumo di suolo, con un margine di interpretazione variabile da territorio a territorio. La legislazione urbanistica in materia è di competenza esclusiva delle regioni e perciò la confusione si moltiplica. In alcune di queste (Lombardia, Piemonte, Toscana e Emilia Romagna ad es.) la visione ‘rigenerativa’ segue un approccio integrato tra le dimensioni fisiche, sociali ed ecologiche. Al contrario, in altre regioni (Umbria, Calabria, Campania, Liguria ad es.) la rigenerazione è spesso limitatamente funzionale alla riduzione del consumo di suolo, alla pura urbanistica rivolta a premialità onerose o volumetriche.

Tutte quelle amministrazioni regionali che vedono nel risanamento e mantenimento della “città di pietra” il motore di rinascita ed evoluzione dei contesti che abitiamo non comprendono che le sfide poste per il nostro futuro sono rivolte ad un immaterialità guidata e coadiuvata da un’azione sociale generativa. La “città di carne” è il motore della rigenerazione urbana. Il connubio tra “città di pietra” e “città di carne” è l’innovazione, quello che noi auspichiamo per il futuro.

Siamo convinte che la “rigenerazione della città non possa avvenire senza azioni e politiche che riconoscano i diritti di base di tutti i cittadini al soddisfacimento dei bisogni fondamentali: lavoro, educazione, salute, abitazione, partecipazione alla sfera pubblica, riconoscimento delle diverse identità culturali”5Vicari Haddock S., Moulaert F. (2009) Rigenerare la città – Pratiche di innovazione sociale nelle città europea (pg. 7) Ed. Il Mulino, Bologna.. Riteniamo che la cifra distintiva della rigenerazione urbana oggi in Italia non possa che passare attraverso il “riconoscimento della natura multidimensionale delle sfide urbane e quindi della necessità di adottare un approccio integrato e olistico allo sviluppo urbano: rilanciato da Europa 20206Europa 2020 – Una strategia per una crescita intelligente,sostenibile, inclusiva, COM (2010) 2020 del 3/3/2010. È la strategia decennale della UE per la crescita e l’occupazione, varata nel 2010, che fissa 5 obiettivi quantitativi da realizzare entro la fine del 2020, che riguardano la ricerca e sviluppo, l’occupazione, l’istruzione, il clima e l’energia, l’inclusione sociale e la riduzione della povertà. Presenta un’evidente dimensione urbana, sollecitando l’azione delle e nelle Città soprattutto nel caso degli obiettivi ambientali e di inclusione sociale e contrasto alla povertà. Orienta tutte le politiche UE e i relativi programmi di intervento (a gestione diretta e indiretta) e le correlate politiche nazionali. e dall’Agenda 2030 dell’ONU per lo Sviluppo Sostenibile”.

Quali abilità e competenze specifiche dovrebbe avere colui che innesca, promuove e/o accompagna questo tipo di processi sino al 2030 e oltre? Quale formazione e curricula si addice di più perché la sua figura possa essere riconosciuta e legittimata?

Altro aspetto che intendiamo indagare, per confermare o smentire l’ipotesi, è capire se  serva una figura professionale codificata o, piuttosto, un’identità poliedrica, multidisciplinare e adattiva oppure entrambe.

Quello di RU crediamo che, e speriamo l’indagine lo confermi, sia anche un mestiere che, citando la definizione di Landry (2009), può essere utile definire “city making”7Landry C., (2009), City making. L’arte di fare la città, Codice Edizioni, Torino. – per segnare la distanza da “city building” (che enfatizza la prevalenza quasi esclusiva degli aspetti di costruzione fisica della città) – e che consiste nella cura di tutti quegli aspetti che attengono il raccordo e la combinazione tra diversi elementi costitutivi della realtà urbana, ed in particolare tra quelli che costituiscono l’hardware (i fattori fisici, materiali, ambientali, infrastrutturali…) e il software (i fattori sociali, le reti immateriali, le dinamiche economiche, culturali…).

Capire la molteplicità di sguardi, di storie e di profili delle persone che, tra le altre informazioni, hanno lasciato la loro personale definizione di rigenerazione urbana speriamo possa ancor più consolidare l’idea che “rigenerare significa far rinascere a nuova vita, rigenerare la città significa ripristinare la sua urbanità, cioè quella qualità della vita urbana e quelle relazioni sociali che definiscono la città in quanto entità fisica e sociale coesa  e richiedono di essere ricostituite, poiché oggi logorate e impoverite”8Vicari Haddock S., Moulaert F., (2009) Rigenerare la città – Pratiche di innovazione sociale nelle città europea (pg. 7) Ed. Il Mulino, Bologna.

Immagine di copertina: ph. Giulia Paron presso CasermaArcheologica, San Sepolcro