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12 Novembre 2018

La rigenerazione urbana come costruzione collettiva dell’identità del luogo

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Questo contributo fa parte di una serie di approfondimenti in collaborazione con il Master U-RISE dell’Università Iuav di Venezia sul rapporto tra rigenerazione urbana e innovazione sociale. Vuole discuterne gli impatti socio-spaziali, raccontare pratiche virtuose e allo stesso tempo imparare da ciò che non ha funzionato. I docenti del Master U-Rise Marcello Balbo e Elena Ostanel (Università Iuav di Venezia), Ilda Curti e Davide Bazzini (IUR – Innovazione Urbana e Rigenerazione), Paolo Cottino (K-City Milano) e Nicoletta Tranquillo (Kilowatt Bologna) ci accompagneranno in queste settimane con le loro analisi e riflessioni. Buona lettura.


Danilo Dolci, in una bellissima poesia, scrisse che “ciascuno cresce solo se sognato”. Dopo quasi 6 anni passati a rigenerare e ridare vita a uno spazio pubblico dimenticato, Le Serre dei Giardini a Bologna, credo che questo verso racconti bene un aspetto essenziale della rigenerazione urbana a cui spesso non si dà il giusto valore: la costruzione collettiva dell’identità del luogo.

Qualche anno fa intitolavamo il position paper che voleva iniziare a inquadrare il discorso nascente in Italia sui Community Hub, “I luoghi puri impazziscono”, citando l’antropologo statunitense James Clifford (1993): non esiste purezza, stabilità, assenza completa di ibridazione tra osservato e osservatore. Non esiste un attore unitario di narrazione, una funzione autoreferenziale, un obiettivo univoco di valore.

Partendo dalla nostra esperienza bolognese, e analizzando le realtà più interessanti che in Italia hanno ridato vita a luoghi abbandonati trasformandoli in Community Hub, emerge chiaro come il recupero di una dimensione di sogno, la modellazione di un immaginario condiviso, la costruzione di una narrazione collettiva che recuperi la storia del luogo non come valore in sé ma come punto di partenza per un’evoluzione aperta e partecipata del significato, sia fondamentale per il successo e la crescita dello spazio stesso.

Abbiamo scritto che i Community Hub sono come gli ecotoni in permacultura: trading zone (Marcus, 1989) dove vive la maggiore biodiversità, soglie che diventano abitabili e che mettono in connessione mondi, ecosistemi, community diverse (tradizionalmente separate), spazi narrativamente permeabili grazie alle dinamiche di co-azione operate da attori individuali così come collettivi e da dispositivi spaziali e relazionali come le strutture organizzative e i meccanismi differenziati di responsabilizzazione dei pubblici (Latour 2005). Per funzionare devono saper parlare a pubblici molto diversi e devono sapersi ibridare senza perdere la propria identità.

Questo ruolo di apertura, negoziazione e rilancio è il ruolo chiave che il soggetto gestore di un Community Hub deve saper giocare e si appoggia su (almeno) 3 cambi di paradigma.

Il primo è quello che reclama il passaggio dai risultati agli impatti, da una visione di breve periodo a una di lungo, dall’autoreferenzialità delle attività svolte alla co-creazione necessaria se si vuole generare cambiamento. L’impatto viene infatti definito come “il cambiamento sostenibile di lungo periodo (positivo o negativo; primario o secondario) nelle condizioni delle persone o nell’ambiente che l’intervento ha contribuito parzialmente a realizzare, poiché influenzato anche da altre variabili esogene (direttamente o indirettamente; con intenzione o inconsapevolmente) ” (Zamagni, Venturi, Rago, 2017).

La definizione di una impact vision, ossia del cambiamento che si vuole generare nello spazio e nel tempo, diventa un passaggio obbligato nella definizione stessa dell’identità di un luogo rigenerato. Inoltre, è necessario provare a individuare (e poi coinvolgere) tutti i soggetti, le comunità e i pubblici coinvolti in questa nuova catena di produzione del valore finalizzata all’impatto.

Il secondo cambio di paradigma da introiettare è quello che restituisce una centralità alle soft skill rispetto alle competenze dure, verticali, tecniche. Queste ultime possono essere utili per efficientare e strutturare processi e situazioni date, conosciute e appartenenti a una visione del mondo meccanicistica. Le soft skill sono invece quelle competenze che possono aiutarci quando ci confrontiamo con situazioni complesse, come lo sono le comunità e la società, quando operiamo in mercati che evolvono continuamente, dove le regole non sono sempre scritte, quando facciamo innovazione. Le soft skill non sono appannaggio solo della rigenerazione urbana o dell’innovazione sociale, anche il World Economic Forum, nel report che ha pubblicato a inizio anno sul Futuro del lavoro – con riferimento a Industria 4.0 e alle nuove competenze richieste dal mercato – sostiene che per affrontare le sfide globali è essenziale concentrarsi primariamente sulle competenze morbide. Problem solving, pensiero critico, creatività e people management sono le competenze che un Community Hub deve ricercare per poter dare vita e gestire uno spazio di incontro, di produzione culturale e di senso aperto, vivo e ibrido. Il soggetto gestore ha infatti il compito prioritario di orchestrare il senso e le relazioni che trasformano lo “spazio” in “luogo” (Venturi, Zamagni 2017), di accettare e promuovere diversi livelli di convivenza e responsabilizzazione che sono il motore della creazione di valore.

Già in un altro articolo avevamo riflettuto sull’importanza delle soft skill per sgrovigliare la spirale e dotarsi di una struttura orizzontale snella e agile (lean) capace di valorizzare le persone e i talenti, innovare costantemente, trattenere i talenti e promuovere la creatività.

L’ultimo cambio di paradigma necessario è quello meno scontato ma forse più potente, poiché in un certo senso racchiude anche i due precedenti, e si concentra sull’evoluzione del concetto di design verso il community organizing. Non è certo una storia nuova, ma forse non è così condivisa. A noi piace attestare l’inizio della concezione moderna del design nel 1919 (in un momento di grande crisi), quando venne fondata la Staatliches Bauhaus e di conseguenza il movimento Bauhaus, ispirato a sua volta alle Bauhütten medievali, i grandi gruppi di lavoro che da discipline diverse si coordinavano per costruire le cattedrali gotiche. C’era nel Bauhaus un’insistenza sull’aspetto collaborativo del design (e del design dei servizi) e da lì si parte per arrivare al community organizing odierno. C’è una differenza fondamentale, in cui si annida il valore aggiunto, tra progettare per l’utente finale e progettare con l’utente finale. Allo stesso modo, c’è una profonda differenza tra progettare con l’utente singolo e progettare in una dimensione di community, ossia coinvolgendo una comunità di interesse, pratica, bisogno che al tempo stesso può contribuire direttamente alla emersione e comprensione del bisogno (punto di partenza di ogni progettazione) e da tester del servizio. Tale aspetto è decisivo nella rigenerazione e risignificazione di spazi pubblici, e nella progettazione di servizi di comunità. Il risultato finale non è quindi predefinito ma emerge da un processo maieutico con le comunità per cui si progetta, lasciando un livello di empowerment e di senso di appartenenza non immaginabile altrimenti.

Un Community Hub ha quindi bisogno di essere sognato, da una comunità rappresentabile in cerchi concentrici sempre più larghi dagli attivatori – al centro – fino alla cittadinanza. Il bisogno del singolo che diventa sogno di una comunità.
Recuperiamo quindi la capacità di sognare collettivamente. Forse questo non ci servirà solo per la rigenerazione urbana.


Immagine di copertina: ph. Katerina Radvanska da Unsplash

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