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17 Settembre 2014

Si tratta di pianificazioni urbane dal basso, concertate con enti pubblici, progetti capaci di responsabilizzare e affidare così alla cittadinanza gli spazi.

Riuso di spazi in abbandono

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Simbolo da sempre di potere e prestigio, indicatore di livello sociale ed economico, l’immobile è fino agli anni duemila l’investimento per la vita: la certezza su cui fondare il proprio status sia come privato cittadino sia come azienda o ente. Ma dal 2000 ad oggi tutto cambia: la crisi economica si è mangiata ogni certezza e alla crisi immobiliare ha fatto seguito, spesso sotto i colpi di ricette economiche pur sempre liberiste, un dimagrimento sostanziale dello stato che ha preso forma sempre più anche attraverso vigorose dismissioni immobiliari.

Da anni l’associazione milanese Temporiuso s’interroga e propone soluzioni riguardanti il riuso temporaneo degli spazi dismessi

Tuttavia non è si tratta solo di crisi o di politiche d’austerità, ma di un cambiamento radicale degli agenti economici che vede il passaggio spesso brutale da un’economia materiale ad una immateriale. Cambiano i parametri e con essi le relazioni urbane e sociali, e quindi è necessario individuare i mezzi utili per poterle governare e dare loro respiro; l’alternativa rischia di essere un drammatico impoverimento economico quanto culturale.

riuso

Da anni l’associazione milanese Temporiuso fondata e guidata da Isabella Inti, Valeria Inguaggiato, Giulia Cantaluppi e Andrea Graglia s’interroga e propone soluzioni riguardanti il riuso temporaneo degli spazi dismessi o più spesso semplicemente in abbandono. Ed un po’ per fare il punto di tanti anni di studio come di pratica che nasce Temporiuso. Manuale per il riuso temporaneo di spazi in abbandono in Italia (a cura di Isabella Tinti, Giulia Cantaluppi, Matteo Persichino, Altreconomia edizioni), un vero e proprio compendio delle possibilità progettuali e gestionali degli spazi in abbandono in stretto legame con le realtà sociali e le comunità.

Valorizzare gli spazi immobili diventa così la naturale valorizzazione di un territorio che non è più possibile consumare, ma che va invece – all’interno di logiche d’integrazione – attivato, reso efficace in un’ottica di mobilità che ormai contraddistingue la vita lavorativa e privata. Il manuale, diviso in tre parti: manifesto per il riuso del temporaneo, mappature degli spazi abbandonati e pratica sul territorio italiano, ha il suo cuore nei casi studio che vengono presentati con estrema chiarezza (e con l’apporto non banale di dati chiari sui tempi e metodi): si va dalla Casa dei Designers a Milano a NDSM ad Amsterdam (la darsena nord del porto, 56.000mq di spazi aperti e 20.000mq di capannoni trasformati in studi, laboratori artigiani, spazi creativi e artistici).

Si tratta di pianificazioni urbane dal basso, concertate con enti pubblici, progetti capaci di responsabilizzare e affidare così alla cittadinanza gli spazi. Non si tratta più di liberare spazi, ma di riempirli dell’apporto culturale e sociale della cittadinanza: solo attraverso una profonda presa di coscienza si può così definire realmente uno spazio come pubblico.

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Ovviamente non mancano i problemi, anche pratici o banalmente amministrativi, così come non mancano gli intoppi e gli errori, ma è pur sempre questione di scelte e di capacità di condivisione. In poche parole, di opportunità politica. In Italia si sta giocando una partita fondamentale per la sua economia (anche futura) e il riuso degli spazi potrebbe esserne la chiave di volta: da realtà come il porto di Marghera a Venezia o al caso delle caserme dismesse a Roma, e così in quasi tutte le città italiane, c’è la possibilità di restituire valore e benessere a un paese al momento in profondo stato di angoscia.

Questo articolo è apparso precedentemente su Pagina99

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