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16 dicembre 2016

Valori comuni per la quarta rivoluzione industriale

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Il termine “rivoluzione” denota un cambiamento repentino e radicale. Nel corso della storia, le rivoluzioni hanno avuto luogo quando le tecnologie e le nuove modalità di concepire il mondo hanno dato il via a profondi mutamenti nei sistemi economici e nelle strutture sociali. Da un punto di vista storico, la natura dinamica di questi cambiamenti fa sì che possano essere necessari anni affinché questi si consolidino.

Uno dei primi e più significativi cambiamenti nelle nostre vite, ossia la transizione dalla caccia all’agricoltura, si è verificato circa 10.000 anni fa grazie all’addomesticamento degli animali. La rivoluzione agricola ha combinato le forze degli uomini e degli animali per attività quali la produzione, il trasporto e la comunicazione. Poco a poco, la quantità di cibo è aumentata, favorendo la crescita della popolazione e massicci insediamenti umani e, in un secondo tempo, l’urbanizzazione e la nascita delle città.

Pubblichiamo un estratto dal volume di Klaus Schwab, La quarta rivoluzione industriale (FrancoAngeli)

Alla rivoluzione agricola hanno fatto seguito una serie di rivoluzioni industriali che hanno avuto inizio nella seconda metà del diciottesimo secolo e hanno segnato il passaggio dal ricorso alla forza fisica a quella meccanica, arrivando fino ai giorni nostri, un tempo in cui, nell’ambito della quarta rivoluzione industriale, l’elevato livello di capacità cognitive ha accresciuto la produzione frutto dell’attività umana.

La prima rivoluzione industriale ha interessato un arco di tempo compreso tra il 1760 e il 1840 circa e ha introdotto la produzione meccanica, favorita anche dalla realizzazione del sistema ferroviario e dall’invenzione del motore a vapore. La seconda rivoluzione industriale, iniziata alla fine del diciannovesimo secolo e terminata agli inizi del ventesimo, ha reso possibile la produzione di massa grazie all’avvento dell’elettricità e l’introduzione della catena di montaggio. La terza rivoluzione industriale ha avuto inizio negli anni Sessanta ed è spesso definita “rivoluzione digitale” o “informatica”, in quanto determinata dallo sviluppo di semiconduttori, dispositivi di elaborazione ad alto livello (i cosiddetti mainframe computers negli anni Sessanta), del personal computer (anni Settanta e Ottanta) e dalla diffusione della rete Internet (anni Novanta).

Consapevole delle varie definizioni e delle tesi utilizzate in ambito accademico per descrivere le tre rivoluzioni appena esposte, sono dell’opinione che oggi stiamo assistendo all’inizio di una quarta rivoluzione industriale che, avviata nel ventesimo secolo, è una conseguenza di quella digitale. Essa si caratterizza per un uso più diffuso di Internet, a cui si ha accesso con sempre maggiore frequenza attraverso dispositivi mobili, sempre più piccoli ma più potenti ed economici, e per il ricorso all’intelligenza artificiale e a forme di apprendimento automatico.

Le tecnologie digitali basate su dispositivi hardware, software e network non rappresentano una novità, ma, diversamente da quanto accade nella terza rivoluzione industriale, sono contraddistinte da un più alto livello di integrazione e sofisticazione, contribuendo quindi alla trasformazione della società e delle economie globali. Per tale ragione, e per definire questo periodo, Erik Brynjolfsson e Andrew McAfee, entrambi docenti del Massachusetts Institute of Technology (MIT), hanno introdotto la famosa espressione the second age machine (la seconda era delle macchine), che è anche il titolo di un loro libro pubblicato nel 2014.

I due studiosi spiegano infatti che il mondo sta vivendo un momento cruciale, poiché l’impatto delle tecnologie digitali si manifesterà “con tutta la sua forza” attraverso l’automazione e la realizzazione di “cose senza precedenti”.

In Germania sono diverse le discussioni nate intorno all’espressione Industry 4.0, utilizzata per la prima volta nel 2011 alla Fiera di Hannover per descrivere come la quarta rivoluzione industriale muterà a livello globale la configurazione della cosiddetta “catena del valore”, ossia le attività aziendali strategicamente rilevanti.

Favorendo la creazione di “fabbriche intelligenti”, la rivoluzione industriale in atto crea un ambiente di lavoro in cui sistemi di produzione fisici e virtuali interagiscono in maniera flessibile, rendendo possibile la personalizzazione dei prodotti e la realizzazione di nuovi modelli operativi.

Va notato, tuttavia, che la quarta rivoluzione industriale non riguarda esclusivamente la possibilità di disporre di sistemi e dispositivi “intelligenti” e perennemente connessi. Il suo ambito di applicazione è decisamente più ampio e include anche lo sviluppo simultaneo di tantissime innovazioni nei settori più disparati, dal sequenziamento del DNA alla nanotecnologia, dalle energie rinnovabili all’informatica quantistica. Sono la combinazione di queste nuove tecnologie e la loro interazione attraverso domini fisici, digitali e biologici che rendono la quarta rivoluzione industriale diversa dalle rivoluzioni precedenti.

Nel corso della rivoluzione in atto, le tecnologie e le innovazioni, oramai accessibili a tutti, si stanno diffondendo più velocemente e in modo più ampio rispetto a quanto accaduto con le rivoluzioni precedenti. La disponibilità delle tecnologie e delle innovazioni frutto delle passate rivoluzioni industriali in molte parti del mondo è ancora oggi tutt’altro che scontata. Il 17% degli abitanti della Terra (1,3 miliardi di persone) non dispone di un accesso alla corrente elettrica e dunque non ha ancora vissuto a pieno gli effetti della seconda rivoluzione industriale.

Analoga riflessione può essere fatta a proposito della diffusione della tecnologia della terza rivoluzione industriale, dato che più della metà della popolazione mondiale, ovvero quattro miliardi di persone, molte delle quali residenti nei Paesi in via di sviluppo, non possiede una connessione alla rete Internet. Il fuso, strumento tipico della prima rivoluzione industriale, ha necessitato di quasi 120 anni per essere conosciuto al di fuori dei confini europei. Per contro, Internet ha impiegato meno di dieci anni per diffondersi in tutto il pianeta.

La lezione appresa dalla prima rivoluzione industriale è ancora oggi rilevante: la misura in cui la società recepisce l’innovazione tecnologica è una determinante fondamentale del progresso. I governi e le istituzioni politiche, al pari del settore privato, devono fare la propria parte, ma è necessario che anche i singoli cittadini comprendano appieno i vantaggi dell’innovazione nel lungo periodo.

Sono convinto che l’intensità e la rilevanza, anche dal punto di vista storico, della quarta rivoluzione industriale saranno pari a quelle delle rivoluzioni precedenti. Ciò nondimeno, a mio avviso, sono due le principali criticità che potrebbero limitarne il potenziale e frenarne l’attuazione in maniera efficace e armoniosa.

In primo luogo, ho l’impressione che i livelli richiesti di gestione e recepimento dei cambiamenti in atto siano ancora insoddisfacenti, se messi a confronto con la necessità di ripensare il nostro sistema economico, sociale e politico per governare la quarta rivoluzione industriale. Di conseguenza, tanto a livello nazionale quanto internazionale, l’infrastruttura istituzionale, essenziale per guidare la diffusione dell’innovazione e mitigare possibili disagi, è inadeguata, se non del tutto assente.

In secondo luogo, manca a livello globale una narrativa con- divisa, coerente e oggettiva attraverso cui definire le opportunità e le sfide della quarta rivoluzione industriale. Questa narrativa rappresenta un elemento decisivo laddove si voglia responsabilizzare individui e comunità tanto diverse ed evitare il rifiuto della società nei confronti degli importanti cambiamenti ai quali stiamo assistendo.

Il presupposto è che la tecnologia e la digitalizzazione rivoluzioneranno ogni cosa, al punto da rendere l’espressione “questa volta è diverso”, spesso abusata o utilizzata impropriamente, perfettamente calzante. In parole povere, le principali innovazioni tecnologiche sono sul punto di promuovere un cambiamento epocale, nonché inevitabile, a livello globale.

La portata e la vastità di questo cambiamento spiegano perché oggi l’innovazione e le trasformazioni che ne conseguono siano percepiti come così rilevanti. L’innovazione, tanto in termini di sviluppo che di diffusione, viaggia a una velocità senza precedenti. Aziende innovative quali Airbnb, Uber e Alibaba, oggi conosciutissime, erano pressoché ignote fino a qualche anno fa.

L’onnipresente iPhone è stato immesso sul mercato per la prima volta nel 2007, ma nel 2015 sono stati due miliardi gli smartphone venduti. Nel 2010 Google ha annunciato la prima auto completamente autonoma; a breve, l’uso di questi veicoli potrebbe diffondersi rapidamente.

Gli esempi sono tanti. Tuttavia ciò che colpisce non è solo la velocità del cambiamento, ma anche i rendimenti di scala che ne derivano. Digitalizzazione vuol dire automazione, che a sua volta si traduce in maggiori, o comunque significativi, rendimenti di scala. Per dare un’idea di ciò di cui stiamo parlando, proviamo a confrontare Detroit nel 1990, un tempo il centro nevralgico della produzione tradizionale, con Silicon Valley nel 2014. Nel 1990, le tre maggiori aziende di Detroit hanno prodotto una capitalizzazione combinata pari a 36 miliardi di dollari e ricavi pari a 250 miliardi di dollari, con una forza lavoro costituita da 1,2 milioni di persone. Nel 2014, le tre maggiori aziende della Silicon Valley hanno ottenuto una capitalizzazione combinata ben più elevata (1,09 trilioni di dollari), generando circa lo stesso ricavo (247 miliardi) ma con un numero di dipendenti dieci volte inferiore (137.000 lavoratori).

Creare valore grazie all’impiego di un numero di lavoratori decisamente inferiore rispetto a dieci o quindici anni fa è possibile perché le aziende digitali hanno costi marginali quasi pari a zero. Inoltre, nell’era digitale molte nuove aziende forniscono e commercializzano “informazioni” per cui le spese di mantenimento in magazzino, trasporto e di riproduzione del prodotto sono pressoché nulle. Alcune aziende che creano tecnologie di- rompenti sembrano necessitare di pochissimo capitale per funzionare con successo. Per realtà quali Instagram o WhatsApp, per esempio, i costi di avviamento non sono stati alti. Il ruolo del capitale e delle economie di scala nell’ambito della quarta rivoluzione industriale è dunque molto diverso rispetto al passato. In definitiva, quanto descritto mostra come i rendimenti di scala promuovano la produzione e influenzino il cambiamento a tutti i livelli.

Oltre alla velocità e alla capacità di diffusione, la quarta rivoluzione industriale è unica in considerazione della crescente armonizzazione e integrazione tra le diverse discipline e innovazioni. Si tratta di innovazioni concrete, che derivano dalla interdipendenza di diverse tecnologie e che non appartengono più soltanto al mondo della fantascienza. Oggi, per esempio, le tecnologie per la fabbricazione digitale possono interagire con la dimensione biologica. Alcuni designer e architetti stanno già combinando aspetti di design computazionale, processi additi- vi, ingegneria dei materiali e biologia di sintesi per elaborare sistemi che favoriscono l’interazione tra microrganismi, il nostro corpo, i prodotti che consumiamo e addirittura gli edifici in cui viviamo. Nel fare questo, creano (e spesso “allevano”) oggetti che mutano e si adattano continuamente (tratti distintivi del mondo animale e vegetale).

Nel libro La seconda era delle macchine (The Second Machine Age), Brynjolfsson e McAfee sostengono che i computer hanno un livello di efficienza tale che è virtualmente impossibile ipotizzare per quali applicazioni potrebbero essere utilizzati da qui a qualche anno. A tal proposito, basta guardarsi attorno per comprendere l’uso che si fa dell’intelligenza artificiale (IA) e come questa stia trasformando le nostre vite: veicoli autonomi, droni, assistenti virtuali e programmi per la traduzione assistita. Grazie all’aumento esponenziale della capacità di elaborazione dei dispositivi e alla possibilità di accedere a enormi quantità di dati, l’evoluzione dell’IA registra progressi impressionanti, generando, tra le altre cose, software per individuare nuovi farmaci o algoritmi per prevedere i nostri interessi culturali. Molti di questi algoritmi attingono le informazioni necessarie dalle tracce che lasciamo nel mondo digitale, i cosiddetti breadcrumbs (letteralmente “briciole di pane”).

Ciò ha come conseguenza lo sviluppo di forme di apprendimento automatico e l’accesso automatizzato a informazioni che per- mettono a macchine e computer “intelligenti” di programmare e ricercare soluzioni ottimali autonomamente partendo da principi di base.

Per esempio, applicazioni quali Siri, realizzata da Apple, danno un’idea dell’impatto dei cosiddetti “assistenti intelligenti”, uno degli ambiti dell’IA che sta registrando una rapida asce- sa nonostante fosse praticamente sconosciuto fino a due anni fa. Oggi, il riconoscimento vocale e l’intelligenza artificiale stanno evolvendo così velocemente che parlare ai computer diventerà ben presto la norma, creando quello che molti esperti di tecnologia chiamano “intelligenza ambientale”, grazie alla quale assistenti personali virtuali saranno sempre disponibili per prendere appunti e rispondere alle domande degli utenti. I dispositivi di cui facciamo uso occuperanno uno spazio sempre maggiore nel nostro ecosistema personale, ascoltandoci, anticipando i nostri bisogni e fornendo supporto laddove necessario, anche se non espressamente richiesto.

La quarta rivoluzione industriale apporterà enormi benefici ma, allo stesso tempo, darà luogo a sfide tutt’altro che semplici da affrontare. In tal senso, una particolare criticità è rappresentata dall’aumento delle disuguaglianze tra gli individui, che potrebbe dare luogo a problemi la cui gravità è difficile da quantificare. L’innovazione e il cambiamento a seguito della rivoluzione industriale in atto condizionerà infatti positivamente e negativamente il livello di benessere e la qualità della vita della gran parte di noi, consumatori e al contempo produttori di beni e servizi.

I consumatori sembrano coloro i quali trarranno maggiore vantaggio da questa situazione. La quarta rivoluzione industriale ha infatti portato alla creazione di nuovi prodotti e servizi che migliorano il livello di efficienza delle nostre vite a un costo che è praticamente pari a zero. Chiamare un taxi, prenotare un volo, acquistare un prodotto, effettuare un pagamento, ascoltare musica o guardare un film: tutte queste attività possono essere realizzate da remoto. I benefici della tecnologia per i consumatori sono innegabili. Internet, lo smartphone e le tantissime applicazioni disponibili oggi migliorano la nostra vita e, nel complesso, la rendono più produttiva. Un semplice dispositivo come il tablet, che adoperiamo per leggere, navigare in rete e comunicare, ha una capacità di elaborazione pari a 5.000 computer fissi in commercio trenta anni fa, laddove il costo per la memorizzazione delle informazioni è vicino allo zero (oggi, archiviare 1 gigabyte ha un costo medio inferiore a 0,03 dollari all’anno, rispetto ai 10.000 dollari di vent’anni fa).

Pertanto, le sfide poste dalla quarta rivoluzione industriale sembrano interessare in particolar modo il lato dell’offerta, ovvero il mondo del lavoro e la produzione. Negli ultimi anni, gran parte dei Paesi maggiormente sviluppati e le economie in rapida crescita, come per esempio la Cina, hanno registrato una sensibile diminuzione della percentuale di forza lavoro in rapporto al PIL. Circa la metà di questa diminuzione è attribuibile al crollo del prezzo relativo dei beni di investimento, a sua volta generato dal progresso della tecnologia (che obbliga le aziende a sostituire la forza lavoro con il capitale).

I maggiori beneficiari della quarta rivoluzione industriale saranno quindi coloro in grado di garantire capitale intellettuale o fisico, ossia innovatori, investitori e azionisti, il che spiega il crescente divario tra chi deve contare sul proprio lavoro e chi possiede capitale. Quanto detto spiega anche il sentimento di disillusione che emerge tra tanti lavoratori, convinti che il proprio reddito reale non subirà un aumento negli anni a venire e che i figli non potranno avere una vita migliore della loro.

Le sempre più diffuse disuguaglianze e le crescenti preoccupazioni in merito all’ingiustizia sociale sono aspetti di una tale importanza che a questi dedicherò un’intera sezione del terzo capitolo. La concentrazione del valore e dei benefici tra poche persone è altresì esacerbato dal cosiddetto “effetto piattaforma”, in base al quale le aziende che operano nel mondo digitale creano reti che mettono in collegamento acquirenti e venditori di una vasta gamma di prodotti e servizi, assicurandosi rendimenti di scala significativi.

L’effetto piattaforma ha come conseguenza la concentrazione di poche, ma potenti, reti che dominano il mercato. I vantaggi sono ovvi, soprattutto dal lato della domanda: maggiore qualità, più convenienza e costi ridotti. Ma altrettanto evidenti sono i rischi sociali. Al fine di evitare che il potere e il valore risiedano nelle mani di pochi, è necessario ricercare soluzioni per condividere i vantaggi e i rischi delle piattaforme digitali, nonché di quelle industriali, garantendo apertura e opportunità per l’innovazione collaborativa.

Sono questi cambiamenti fondamentali che impatteranno i nostri sistemi politici, sociali ed economici e che sono difficili da arginare, anche qualora il processo di globalizzazione dovesse in qualche modo subire una fase di involuzione. La domanda da porsi, in tutte le aziende e in tutti i settori, non è più se saremo interessati dal cambiamento ma, invece, che forma esso assumerà e in che modo coinvolgerà la nostra organizzazione.

L’aspetto dirompente di questo cambiamento e l’ineludibilità del suo impatto su ciascuno di noi non ci deve spingere ad assumere un atteggiamento di passiva rassegnazione. È nostra responsabilità garantire dei valori comuni che orientino le scelte politiche e permettano di attuare quel rinnovamento che farà della quarta rivoluzione industriale un’opportunità per tutti.

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