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18 Marzo 2019

Perché capire la differenza tra robotica e intelligenza artificiale cambierà il futuro della specie umana

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Robotica e intelligenza artificiale: le due discipline sono diverse e solo in piccolo numero di casi si applicano insieme. Ma l’idea di questa sovrapposizione, per quanto piccola, tocca corde emotive sensibilissime e genera una confusione dalla quale nascono timori e speranze evidentemente contradditori.

Enrico Pitzianti in questo chiarisce la differenza tra le due discipline e indica il punto cruciale da cui dipendono le modalità della nostra esistenza futura e, di conseguenza, la sopravvivenza dell’intera specie umana

Luca Sossella Editore, con Emilia Romagna Teatro Fondazione e Gruppo Unipol, ha ideato il progetto Oracoli. Saperi e pregiudizi ai tempi dell’Intelligenza Artificiale: una serie di azioni integrate dedicate all’emergenza delle tecnologie intelligenti e al loro impatto su tutti gli aspetti dell’esistenza umana.

La prima di queste azioni è l’organizzazione a Bologna di quattro lezioni-spettacolo in cui esperti di livello internazionale ragioneranno sulle più rilevanti questioni etiche, filosofiche, politiche, sociali ed economiche connesse allo sviluppo dell’intelligenza artificiale.

La seconda di queste azioni è una pubblicazione, curata da Paolo Gervasi, scaricabile in pdf qui, che racconta il progetto e approfondisce la riflessione sui temi nodali.

La terza di queste azioni è una partnership con cheFare pensata per aumentare ed espandere online il dibattito sulle sfide culturali poste dall’intelligenza artificiale: tra marzo e aprile, lungo tutta la durata dell’evento, cheFare pubblicherà articoli, riflessioni, interviste e altri materiali connessi ai temi del progetto Oracoli, in un percorso dallo stesso nome. Questo intervento di Enrico Pitzianti è il secondo della serie.

La quarta azione è la produzione di video e di un libro sulle quattro lezioni-spettacolo.

La quinta azione sarà la messa in onda durante la Notte di Radio3, la sera prima di ogni lezione-spettacolo, della lezione-spettacolo precedente.

La sesta azione è la pubblicazione online delle trasmissioni sui portali di Rai Radio3 (Media partner di Oracoli), Rai Cultura e Rai Scuola e la condivisione attraverso i loro canali social.


Un signore piuttosto intelligente e destinato a una fama immortale ebbe a dire, circa duemilaquattrocento anni fa, che “se ogni strumento potesse svolgere il lavoro che gli si addice anticipando così il volere delle persone – come le statue di Dedalo o i tripodi di Efesto – non occorrerebbero apprendisti per i mastri artigiani né schiavi per i signori”. Quel signore era Aristotele e questa frase, citata ancora oggi nei corsi e nei testi di robotica, gli vale ancora oggi la fama di precursore della disciplina.

Anche tralasciando il significato più politico della frase del filosofo e scienziato greco, quello secondo cui la tecnologia è il frutto dell’inventiva umana e come tale deve essere messa a servizio della liberazione dell’umanità stessa dalla fatica e dalla sofferenza, salta agli occhi il fatto che la robotica, per quanto sia effettivamente percepita come tale, non è una disciplina nuova, tutto il contrario. Ma allora perché oggi se ne parla così tanto e con toni che vanno dall’allarmista all’entusiastico, fino all’apocalittico?

Succede, per dirla in modo sbrigativo, perché il rapporto tra l’uomo e i prodotti della sua attività non è né pacifico né risolto, e nemmeno – che è il punto centrale – sotto controllo. L’uomo modifica, crea e migliora gli strumenti con cui approccia l’esistente, ma le conseguenze di tali modifiche sono così complesse che averne piena contezza non è possibile. O per lo meno ancora oggi non ci riusciamo.

La robotica non è una disciplina nuova, tutto il contrario. Ma allora perché oggi se ne parla così tanto e con toni che vanno dall’allarmista all’entusiastico, fino all’apocalittico?

La robotica, a parte tutto, cos’è? Visto che per sbrogliare i gomitoli dei significati che caratterizzano la nostra storia recente servirebbe un buon filosofo, e il buon filosofo partirebbe dalle definizioni, proviamoci anche noi: la robotica è quella parte della tecnologia che prevede la progettazione e la costruzione di macchine capaci di azioni fisiche autonome o parzialmente autonome. Da qui segue il cosa siano i robot, cioè delle macchine che interagiscono con il mondo fisico e che sono anche programmabili e autonome – oppure semiautonome.

Ecco che quindi un martello, per quanto sia uno strumento creato dall’uomo per “faticare” al nostro posto, non è un robot perché non ha nessun grado di autonomia, mentre un tornio e un computer, che almeno parzialmente possono lavorare indipendentemente dall’azione umana, lo sono.

L’evoluzione delle cose prodotte dall’ingegno umano, insomma, sembra suggerire un progressivo aumento del loro livello di autonomia. Un altro modo per dirla è che gli oggetti stanno, passo dopo passo, facendo il loro lavoro quasi senza che glielo si debba dire, sempre più volentieri, insomma, stanno facendo a meno di noi umani.

Per questo l’automazione e la robotica oggi sono sulla bocca di tutti, perché ci si chiede se gli esseri umani, raggiunto un certo livello di sviluppo tecnologico, serviranno ancora a qualcosa in questo sistema economico o meno. E può sembrare un’esagerazione, una premessa da libro di fantascienza, ma la questione è estremamente seria: in un sistema economico che tende per sua stessa natura al funzionalismo e alla costante ottimizzazione l’azione umana, imprecisa ed emotiva, è già una zavorra superflua e malvista in moltissimi campi.

Così, per conseguenza logica, la domanda diventa: le macchine lavoreranno al posto nostro? E se è così, come si manterranno economicamente gli umani “sostituiti” sul posto di lavoro? Quindi, infine, dovremmo avere paura dei robot e dello sviluppo tecnologico?

Attenzione però, perché le definizioni sono perfette solo se l’uso delle parole che definiscono lo è altrettanto, ma il linguaggio è sempre scivoloso e pieno di eccezioni e il termine “robot” purtroppo rientra nell’enorme insieme dei termini difettosi. La robotica, infatti, comprende anche macchine che non hanno nessun grado di autonomia. Proprio così, e la telerobotica è forse l’esempio più lampante: un’intera branca della robotica, importantissima in alcuni dei suoi campi più fecondi come quello spaziale e quello militare, in cui non c’è nessun grado di autonomia del robot, ma semplicemente il perfezionamento del suo comando a distanza.

La robotica sfugge alla sua stessa definizione e non c’è molto che si possa fare per inchiodarla a un certo dominio specifico. Succede lo stesso a molte discipline, a molte idee e di conseguenza anche alle parole che usiamo per indicarle: scivolano via dai propri confini e si confondono nel disordine della contemporaneità, nella nuvola dei nostri timori e dei nostri dubbi sulla loro correttezza e comprensibilità.

Tra questi riferimenti in continuo mutamento, tra questi nostri timori, uno dei termini che più spesso si insinua ad ampliarli e cavalcarli è “intelligenza artificiale” – spesso, addirittura, sovrapponendosi a quello di “robotica”.

Anche qui c’è un disguido dovuto alla confusione dei significati, quindi anche qui serve una definizione: per intelligenza artificiale (spesso scritta con l’acronimo IA o nella versione inglese AI) si intende quella branca dell’informatica che sviluppa sistemi e programmi capaci di assolvere funzioni che di norma necessiterebbero dell’intelligenza umana.

Si tratta di algoritmi che apprendono informazioni, traducono o interpretano linguaggi umani scritti o parlati, risolvono problemi complessi attraverso la logica o il ragionamento. È evidente fin da subito qual è la funzione in comune con la robotica, quella, cioè, di compiere azioni al posto degli umani. Ma è altrettanto evidente quali sono le differenze: l’IA non interagisce necessariamente con lo spazio fisico e si limita a esistere laddove per compiere una certa azione (o per prendere una certa decisione) ci sia bisogno degli aspetti più tipici dell’intelligenza umana, come la capacità di apprendimento o l’empatia.

I punti in comune però sono anche pratici: molte IA vengono usate per azionare robot, o intervenire per metterli in funzione o disattivarli.

In ogni caso la maggior parte delle IA non ha a che fare con la robotica e anche quando accade, rimane il fatto che le IA impiegate nella robotica non sono che una parte infinitesima del mondo dei robot e delle loro applicazioni.

Certo, va detto che uno degli aspetti più interessanti tra quelli che accomunano robotica e intelligenza artificiale è che in questo periodo storico il cosiddetto machine learning, cioè la possibilità di un progressivo apprendimento del sistema o del robot delle informazioni dell’ambiente in cui opera, sta impattando su entrambi i campi. Ma non è davvero una caratteristica che le rende sovrapponibili.

Per chiarire quale sia il rapporto tra IA e robotica si possono immaginare due grossi insiemi distinti, ma con una intersezione che, per quanto piccola, è fatta di elementi interessanti e in rapidissimo sviluppo. Dentro a questa intersezione ci sono, per esempio, gli Artificially Intelligent Robots (AIR), l’unica vera arteria che connette robotica e intelligenza artificiale. Gli AIR sono robot il cui comando è sotto il controllo di una IA interna al robot stesso.

Se è vero che le macchine raggiungeranno un livello di coscienza definibile come tale e richiedessero dei diritti in quanto esseri senzienti, l’idea della piena automazione, quella secondo cui potremmo smettere di lavorare perché lo faranno le macchine, non è altro che una speranza in un nuovo schiavismo

Di nuovo, di norma i robot non sono AIR, ma macchine pensate per svolgere funzioni in modo ripetitivo e senza la necessità di ragionamento. Gli AIR sono soltanto un sottoinsieme piccolissimo dei robot, ma a renderli così popolari sono le aspettative che riponiamo in questo tipo di macchine, quindi le preoccupazioni politiche, sociali ed economiche di cui parlavamo poco fa, come la possibilità che l’automazione metta in pericolo interi sistemi economici e, di conseguenza, la pace sociale di molti paesi industrializzati.

La grande confusione che oggi pervade il mondo della tecnologia e il nostro modo di percepirne il ruolo sociale, sono le preoccupazioni che vi associamo e le paure che vi riversiamo. Molte sono legittime, altre – proprio perché la confusione è tanta e la paura non fa altro che disincentivare il ragionamento – non lo sono per niente. Si dibatte dell’esistenza di un grado di intelligenza che, una volta raggiunto dalle IA, porterebbe a un inevitabile scontro umani-macchine.

Si discute anche del fatto che raggiunto un certo grado di intelligenza le macchine sarebbero coscienti, e quindi sarebbe un dovere morale equipararle a noi umani sul piano dei diritti. Si parla moltissimo persino della possibilità della cosiddetta piena automazione, cioè di un grado di automazione tecnologica così capillare da farsi totale, e di come questo potrebbe liberare l’umanità dal fardello del lavoro se marxianamente i mezzi di produzione (cioè le macchine, i robot dotati di IA) fossero espropriati e resi pubblici.

Ma tutte queste visioni, oltre che essere di difficilissima previsione, si contraddicono a vicenda, per esempio: se è vero che le macchine raggiungeranno un livello di coscienza definibile come tale e richiedessero dei diritti in quanto esseri senzienti, l’idea della piena automazione, quella secondo cui potremmo smettere di lavorare perché lo faranno le macchine, non è altro che una speranza in un nuovo schiavismo.

Il tema è complesso, e bisogna comunque ricordare che le idee avventate e le sparate utopiche, dopo tutto, sono quel che sono. Va ricordato anche che questo non è certo il primo periodo storico in cui le paure politiche, sospinte dall’incertezza economica, vengono riversate sulla tecnologia. Al contrario questa è una storia che si ripete da secoli, sin dalla prima rivoluzione industriale e persino nei periodi precedenti.

Quello che sembra nuovissimo a volte non lo è per niente, proprio come nel caso della robotica. Fermo restando, però, che se questo legame che accomuna IA e robotica fa parlare così tanto di sé (tanto che i due mondi vengono confusi) è perché effettivamente dalla sua evoluzione dipendono le modalità della nostra esistenza futura e, di conseguenza, la sopravvivenza dell’intera specie umana.

Leggi tutti gli articoli di Enrico Pitzianti sull’Almanacco di cheFare


Immagine di copertina: Andy Kelly da Unsplash

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