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Roma è una città meravigliosa con un grosso problema con lo spazio pubblico

Roma è una città meravigliosa dove è difficile passeggiare. Ovviamente esistono strade bellissime che possono essere percorse, ma in molti casi, fuori dalla cartolina della Roma caput mundi, per un pedone fare un percorso a piedi medio-lungo significa affrontare una serie di ostacoli. Cito un tragitto che conosco: per andare da Testaccio a Portuense, ad esempio, occorre passare indenne per le lastre di granito già traballanti della zona del nuovo mercato, inaugurato nel 2021; superare un ponte con una bizzarra intersezione stradale quadrula dove non si capisce bene la direzione delle macchine; imboccare il sotto passaggio che porta a piazza della Radio, il cui ingresso è posto su un incrocio piuttosto intricato, con marciapiedi ridottissimi e quasi senza attraversamenti pedonali, se non a costo di giri molto lunghi; percorrere l’inizio della Portuense che sembra un viaggio nel tempo nella periferia anni Cinquanta, anche qui con marciapiedi ridottissimi, invasi quasi completamente dalle erbacce della scarpata che la strada costeggia – fusti alti, fiori giallissimi in primavera – costringendo il passante a scendere sulla carreggiata dove le macchine schizzano velocemente. La descrizione potrebbe proseguire per parecchio ma tanto vale finirla qui.

Roma è una città pianificata malissimo, e in certi casi questo è parte del suo fascino. Che un pezzo di antica periferia trascurata – o di terzo paesaggio, per dirla con Gilles Clement – faccia capolino in quasi centro, a ridosso di uno dei quartieri ex popolari più gettonati, può solleticare un certo esotismo. Quando invece si finisce a parlare dei quartieri senza piazze e servizi che dilagano oltre il raccordo come un’unica colata di costruzioni, una colata percorsa da arterie costantemente intasate di traffico, l’esotismo lascia spazio alla frustrazione. Valerio Mattioli nel suo libro “Remoria” ha dato una visione quasi cyberpunk di questo rovescio di Roma, che ben riassume l’idea di un organismo mutante che non segue alcuna logica nella sua mutazione. Ma di fronte a questo groviglio indistricabile di appetiti edilizi, situazioni incancrenite, farraginosità burocratiche e incuria – Roma è per definizione sporca, per definizione “scassata” – c’è un’altra questione che ha subito una mutazione costante fino a divenire scarsamente riconoscibile, quella dello spazio pubblico.

Una città dove passeggiare è difficile è una città che ha un problema con lo spazio pubblico

Una città dove passeggiare è difficile è una città che ha un problema con lo spazio pubblico. Nel caso di Roma, tuttavia, questo problema si estende all’immaginario. Perché non ci sono solo le questioni della funzionalità, dell’efficienza e dell’accessibilità fisica dei luoghi: a Roma nel tempo si è smarrita l’idea stessa di spazio pubblico come sfera della comunità, dove i corpi dei cittadini possono incontrarsi e stare insieme.

Per questo stupisce sì, ma fino a un certo punto, la notizia dello “scontro di civiltà a Monte Sacro” che sé consumato, lo scorso marzo, attorno alla madonnina spartitraffico di piazza Sempione. A molti la questione è sembrata assurda eppure, grattando la superficie, ne esce un ritratto calzante della mutazione di immaginario che ha interessato lo spazio pubblico. I fatti in breve: di fronte alla presentazione di un progetto di pedonalizzazione della piazza – gioiello degli anni Venti e cuore della Città Giardino – che avrebbe l’effetto di trasformare quello che è oggi uno svincolo stradale e un parcheggio in una vera “centralità”, ovvero un luogo di incontro per la cittadinanza che attirerebbe probabilmente attività legate alla ristorazione e alla socialità, una fetta (parziale) di abitanti, invece di gridare al miracolo ha inscenato una protesta. Oggetto del contendere: il previsto spostamento della statua della Madonna della Misericordia, che oggi funziona come isola spartitraffico, in un punto differente della piazza, e la perdita di alcune decine di parcheggi.

Certo, c’è stata una speculazione politica, visto che sono stati gli ultracattolici di Militia Christi a manifestare “in difesa” della statua – che dovrebbe spostarsi di qualche metro, avvicinandosi alla chiesa dei santi angeli custodi di fronte cui è posta. Ma il fuoco su cui hanno soffiato è quello di un’idea dello spazio pubblico asfittica, privatistica e immobile, un’idea che nemmeno si può definire conservatrice, perché non predica nessun orizzonte di conservazione, ma è solo attratta dal cupio dissolvi di uno spazio pubblico eroso pezzo a pezzo da interessi, egoismi, incuria. 

Roma ha sperimentato nel tempo alcune riqualificazioni che hanno avuto effetti positivi, anche se non sono esenti da contraddizioni. È il caso della pedonalizzazione di via del Pigneto, che ha di fatto rigenerato il quartiere, facendolo diventare una zona attrattiva per creativi e artisti, ma che ha anche introdotto una “movida” criticata da molti residenti storici. Per le stesse ragioni l’ipotesi della pedonalizzazione di via dei Castani nella vicina Centocelle – zona, secondo alcuni, di prossima gentrificazione – ha segnato la contrapposizione di chi pensa che sia giusto alleggerire il traffico e pensare alla possibilità di maggiori momenti aggregativi in strada, e chi si preoccupa dei parcheggi che mancheranno e dell’“industria dell’intrattenimento” che insidierà gli esercenti locali. Speranze e preoccupazioni che rivelano un’idea diversa della città e di come può essere vissuta.

Lo spazio pubblico non è solo lo spazio agibile, ma anche uno spazio dell’immaginazione della città, di quello che potrebbe essere, seguendo il flusso dei desideri delle donne e degli uomini che la abitano. Il concetto, per altro, ha una doppia accezione: quella di Habermas, che riguarda la sfera del dibattito pubblico, dove si prende parola per intervenire razionalmente sulle questioni della comunità; e lo spazio vero e proprio, dove i corpi si incontrano. Nelle società attuali lo spazio del dibattito si è sempre più spostato verso la dimensione virtuale dei media e dei social, soprattutto se parliamo del dibattito ufficiale; lo spazio fisico, invece, è divenuto preda di appetiti speculativi di vario livello (è singolare ricordare, però, che l’idea di spazio pubblico di Habermas comincia storicamente proprio nei caffè, nei club e nei teatri del Settecento, nei luoghi cioè dove era possibile riunirsi e discutere).

Lo spazio pubblico non è solo lo spazio agibile, ma anche uno spazio dell’immaginazione della città

Lo spazio dove i corpi si possono incontrare senza la fretta del consumo o l’ansia creata dai luoghi pensati più per le auto che per le persone, sono luoghi che possono spaventare. Ricordo il dibattito per lo spostamento del mercato rionale di Testaccio, che ha portato alla riqualificazione della piazza storica del quartiere, oggi molto vissuta e valutata positivamente. All’epoca un comitato di cittadini si mosse per chiedere che la futura piazza fosse con un perimetro di sbarre, o per lo meno che si predisponesse la possibilità di farlo in futuro: una piazza aperta di notte metteva paura, chissà chi avrebbe potuto sostarci o dormirci (un malintenzionato?) attentando alla sicurezza dei residenti. Sa bene chi studia le città che più le strade sono vissute e più sono sicure, ma il desiderio di uno spazio pubblico “tranquillo”, residenziale, tende a sovvertire questa consapevolezza, finendo per vedere nella presenza dei corpi in strada un pericolo invece che l’avvento di una comunità.

La vita in piazza non è necessariamente un’anticamera della vita notturna che spaventa una parte dei residenti romani (e che comunque, in una città moderna, dovrebbe trovare la sua collocazione). Può essere invece l’anticamera di una vita culturale di comunità. Residenzialità e vita in piazza non dovrebbero essere visti in contrapposizione, tanto più che gli appetiti economici che spazzano via artigiani e vecchi esercenti per sostituirli con locali alla moda mettono a rischio sia l’una che l’altra.  Basta fare un giro per il centro di Roma per constatare come teatri, librerie, associazioni – che sono il corrispettivo odierno “dei caffè e dei teatri” dello spazio pubblico di Habermas – stiano chiudendo l’uno dopo l’altro. Però allo stesso tempo librerie indipendenti, sale prove e locali non orientati solo al profitto aprono in zone più accessibili, trasformandole (forse innescando la temuta gentrificazione o forse, a volte, semplicemente ringiovanendo il tessuto sociale dei quartieri). Oggi, che il mainstream comunicativo dove si svolge il dibattito ufficiale è sempre meno penetrabile, i luoghi di aggregazione – e anche le piazze – sono essenziali per ritrovarsi come comunità, per parlare, per fare politica, per immaginare la città.

È paradossale constatare che, su questo tema, Roma abbia fatto un salto indietro. Perché Roma è storicamente una città dove si vive molto fuori, una città con una forte tradizione di spazi sociali e di luoghi culturali indipendenti, alle volte persino abusivi. Ed è anche la città dell’Estate Romana di Renato Nicolini, che oggi ha mutato brand (!) in Romarama. A proposito di quegli anni, di recente le Edizioni di Comunità hanno ripubblicato l’intervista che Mino Monicelli fece a Carlo Giulio Argan, sindaco di Roma fino al 1979, in un volume dal titolo “Un’idea di Roma”. C’è un passaggio, sul finale dell’intervista, dove Argan – storico dell’arte prestato alla politica – traccia con energia una visione della città e della comunità che passa dalla cultura. È la cultura che disegna l’immaginario della città e la qualità delle relazioni, ed è quindi da lì che bisogna partire. Aprendo spazio, moltiplicando le occasioni di incontro pubblico dei corpi (fa strano dirlo oggi, nel corso di una pandemia, ma le pandemie finiscono e le città vanno immaginate nel lungo periodo).

Argan traccia un’idea ancora oggi attualissima, dove urbanistica e cultura sono intrecciate

È istruttivo leggere quella “idea di Roma” e, per certi versi, persino frustrante, perché i problemi della capitale sembrano gli stessi, eterni come la città. Tuttavia quella visione di Argan traccia un’idea fondamentale, ancora oggi attualissima, dove urbanistica e cultura sono intrecciate in un’unica visione e dove senza l’una non si possono risolvere i problemi dell’altra. Lo spiega così: “La cultura, a Roma o altrove, non è il primo, è il solo problema; tutti gli altri sono, in realtà, aspetti particolari o settoriali del problema culturale. I problemi dell’occupazione o della casa sono problemi culturali indubbiamente più urgenti che il problema della musica o del teatro. Voglio dire che non ci sono cose culturali e cose non culturali: tutte le cose, tutte le situazioni, tutte le necessità sociali possono essere considerate cultura. […] Cultura è la civiltà in tutte le varietà dei suoi fenomeni: se è giusto dire che le case vuote e la gente senza casa, la disoccupazione, la speculazione e l’abusivismo, la sporcizia delle strade, il rumore assordante, sono segni di scarsa civiltà, vuol dire che sono anche segni di scarsa cultura e che, elevando il livello culturale, si comincerà, e un bel giorno si riuscirà, a eliminare quei fenomeni anticulturali”. 


Immagine di copertina progetto per Piazza Sempione