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23 Aprile 2019

Il passato è per noi un repertorio di possibilità

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Per la prima volta nella nostra storia repubblicana una politica populista e sovranista occupa il discorso pubblico e lavora per smantellare la prospettiva di civiltà e di arte della convivenza nella diversità. Secondo Salvatore Veca, c’è un compito difficile ma ineludibile al quale non possiamo sottrarci: “Ragionare insieme sulla prospettiva alternativa di una sinistra europea per il ventunesimo secolo”. Pubblichiamo un estratto dal saggio di Salvatore Veca, Qualcosa di sinistra (Feltrinelli).

Nel discorso pubblico e nel nostro paesaggio culturale sembra che molti siano convinti che, per incentivare l’innovazione e mettere in moto l’immaginazione come esplorazione di possibilità, siano un must inevitabile l’azzeramento e l’elisione del senso del passato.

Il disegno di modi inediti e tuttavia reputati possibili di convivenza richiede l’azzeramento del retaggio. Al macero, i vocabolari di politica e moralità ereditati. […]

La credenza fondamentale verte sull’idea del senso del passato come zavorra di cui liberarsi per il volo creativo. Credo che questa sia una credenza profondamente sbagliata […] Il senso del passato alimenta, in vari modi, i nostri criteri di orientamento fra noi e nel mondo e genera le basi per qualsiasi progetto di futuro, quale che sia.

Del resto, come ho osservato altrove, non vi è ideale sociale che non sia al tempo stesso un ricordo della società e una promessa di futuro, un’offerta di condivisione di un modo possibile di vivere insieme, stabile nella durata. La tensione fra prossimità e distanza è centrale e ineludibile in faccende come queste.

Il realismo ingenuo insiste sull’irrevocabilità del passato come uno dei punti di forza della tesi sull’inemendabilità del reale. Nella mia prospettiva l’irrevocabilità del passato è banalmente vera. Vi sono molte verità banali, del resto. […]

Possiamo dire che, quando riflettiamo sul senso del passato e cerchiamo al tempo stesso di rendere conto del nostro interesse per il futuro, abbiamo quasi inevitabilmente in mente qualcosa che assomiglia più a un romanzo aperto, piuttosto che a un destino definito.

Sono convinto che le nostre credenze sulla storia siano intrise prevalentemente di termini modali quali possibilità e contingenza, piuttosto che di quello della necessità.

Naturalmente, se consideriamo il caso del futuro, le nostre credenze non chiamano in causa modi di vedere il futuro del tutto insaturi. Voglio dire che un futuro per noi, in cui non si dessero alcuni punti fissi, non sarebbe riconoscibile come un nostro futuro.

E tuttavia un futuro in cui si dessero solo necessità non sarebbe allo stesso modo riconoscibile come un nostro futuro (ciò è suggerito dalla prima proposizione fondamentale del paradigma dell’incertezza).

Questo non vuol dire che non possa darsi un futuro che non sia in alcun modo nostro. E lo stesso vale per il passato.

Dopo tutto, noi siamo dei tipi che non ci sono sempre stati e nelle circostanze ordinarie, in cui proviamo interesse per la storia, ci sfugge l’impressionante ammontare di tempo alle nostre spalle in cui non c’è stata nessuna nostra controparte passata.

Anche quando riflettiamo o semplicemente pensiamo al passato, tendiamo prevalentemente a configurare un passato che sia riconoscibile come nostro, riferendoci implicitamente o esplicitamente a una storia “umana”.

E, di nuovo, sappiamo benissimo che vi è un enorme tempo alle nostre spalle in cui vi è stata una varietà di storie che non ci prevedono come abitanti del tempo. Ma il punto è che, quando siamo alle prese con l’immagine della storia che è la nostra, noi cerchiamo di rendere conto del nostro interesse per essa. Per questo, la storia davanti a noi, la nostra storia, assume la fisionomia del romanzo aperto, in cui si danno i casi delle possibilità fra loro alternative, i casi della contingenza e dell’inaspettato entro una trama o una cornice più o meno cogente e stabile di punti fissi.

Il senso della possibilità contraddistingue il nostro interesse per la storia come romanzo aperto

Carlo Ginzburg ci suggerisce di guardare al presente “di sbieco” o, meglio, di guardarlo a distanza. E l’effetto dello sguardo a distanza e dell’esplorazione del passato consiste nel far riemergere, dopo lunghi e tortuosi percorsi, ciò che è attuale in un contesto diverso, inaspettato, in cui più di una circostanza saliente mostra la sua natura ambivalente e ambigua e ci induce a riflettere su ciò che sembrava certo, abituale e immunizzato rispetto a interpretazioni alternative.

È il senso della possibilità che contraddistingue il nostro interesse per la storia come romanzo aperto. Ma il senso della realtà del vecchio professore di Musil definisce i punti fissi entro cui si apre o può aprirsi lo spazio delle mutevoli possibilità e si danno o possono darsi i varchi della contingenza e dell’inaspettato.

Una questione da futuri contingenti, come ci ha suggerito Aristotele nel De interpretatione. Viene fatto di pensare a una riflessione di Wittgenstein, in proposito: “Quando pensiamo al futuro del mondo intendiamo sempre il luogo in cui verrebbe a essere se proseguisse così come lo vediamo procedere, e non pensiamo che esso non procede seguendo una linea retta, ma una linea curva, e la sua direzione muta costantemente”.

Questa prospettiva sul futuro e sulla storia come romanzo aperto, che combina senso della realtà e senso della possibilità in un equilibrio instabile, si può estendere fruttuosamente al nostro interesse per il senso del passato.

È difficile, del resto, rendere conto del nostro interesse per la storia senza metterci alla prova con le nostre credenze a proposito del passato. Il passato non è un romanzo aperto. Il passato, come possiamo dire assumendo un atteggiamento realistico minimale, è intrinsecamente irrevocabile.

È qui che prende forma la mia congettura che riconosce l’irrevocabilità del passato, ma lascia spazio alle nostre manovre di interpretazione del passato irrevocabile.

Quindi, possiamo dire che se esercitiamo il senso della possibilità sul passato, noi non ne mettiamo in discussione l’irrevocabilità, ma ci mettiamo alla prova con il ventaglio di possibilità interpretative del passato. Ecco perché possiamo anche dire che il passato è concettualizzato come un repertorio o archivio di possibilità.

Ed è in questo senso particolare, come hanno sostenuto alcuni storici, che il passato assume un sorprendente alone di imprevedibilità e finisce per assomigliare a un romanzo esposto a una pluralità di interpretazioni e di letture nello spazio e nel tempo.

Come ho mostrato nei miei ultimi lavori, questo non equivale a sostenere la massima nietzscheana secondo cui non ci sono fatti, ci sono solo interpretazioni, il mantra del postmoderno estenuato. Questo vuol dire richiamare l’attenzione, come amava dire Giulio Preti, sul fatto che il passato è “un altro presente” e ricordare con Haruki Murakami che «forse la frase più importante che la storia insegni agli uomini è ‘a quel tempo nessuno sapeva ciò che sarebbe accaduto’».

Quanto voglio sottolineare, a questo punto, è che la percezione della contingenza alle nostre spalle non è indipendente dal senso delle possibilità musiliane, davanti a noi. E ciò vale sia per l’evoluzione naturale sia per l’evoluzione culturale.

L’immaginazione politica e sociale si avvale dell’ascolto delle voci d’umanità alle nostre spalle. Si avvale della memoria degli esperimenti sociali e istituzionali degni di lode. Delle catastrofi e del massacro, delle rovine e delle vittime, che sono disseminate e si ergono o giacciono nei detriti e nelle impronte, lasciate e affidate al retaggio delle interpretazioni e al loro conflitto.

Per questo, possiamo ribadire che la percezione della contingenza alle nostre spalle non è indipendente dal senso delle possibilità musiliane, davanti a noi.

Leggi anche, sempre di Salvatore Veca, Potenziali connessioni di mondi possibili

E questo, come ho accennato, ce lo suggerisce nitidamente una prospettiva evoluzionistica che, sviluppando il nucleo del programma di Darwin, ci guida nell’esplorazione della contingenza della “vita inaspettata”, come ci ha mostrato efficacemente Telmo Pievani.

Il senso del passato, il senso dei conflitti e delle conquiste, dei profitti e delle perdite in termini di civiltà e di umanità, di umiliazione e degradazione di vite umane, il senso del passato e della costruzione, dell’insorgenza e del collasso, dell’ascesa e caduta di istituzioni e pratiche sociali, il senso del passato e l’intreccio fra continuità e discontinuità, fra persistenza e insorgenza di modi di vedere, di commentare e di comunicare le cose: questo senso del passato è, almeno in parte – una parte molto significativa –, ciò di cui si alimentano il senso delle possibilità e gli esercizi di immaginazione politica e sociale.

L’immaginazione deve prendere sul serio l’attrito con la tradizione, con la storia, con i fatti e le idee che si annodano e s’intrecciano alle nostre spalle. Ma, come sappiamo, la tradizione, qualsiasi tradizione, non è un blocco monolitico. È un campo di tensioni, di contraddizioni.

Un guazzabuglio di pratiche e di ragioni, di lotte e di resistenze, di esiti degni di lode e di biasimo. Pensate all’Europa dalle nostre parti, in tempi difficili. Pensate all’Europa che inventa la tolleranza, l’Illuminismo e i diritti o all’Europa che inventa e genera guerra e massacro. Pensate all’Europa e alla pratica ciclica dell’erigere muri e dello smantellarli.

L’Europa che – come ci ha suggerito Claus Offe – elabora, nella sua storia tortuosa e contingente, i criteri per il giudizio sulla propria responsabilità anfibia e ambivalente: responsabilità per la fioritura dei beni umani e responsabilità per il male assoluto, la Shoah, e per le pratiche ricorrenti del disumano.

Ma pensate ad altre storie, ad altre tradizioni, in un mondo sempre più piccolo e interdipendente, sullo sfondo ambivalente e bifronte dei processi di globalizzazione.

Disponetevi all’ascolto di altre voci d’umanità. Come ci ha suggerito a più riprese Amartya Sen, pensate alla tolleranza religiosa del Moghul Akbar. O al discorso di Benares dell’illuminato, nel Parco delle tre gazzelle. Pensate alla satyagraha e al sarwodaya del Mahatma Gandhi o alle prime immagini della democrazia nel villaggio in Sudafrica, di cui ci racconta Nelson Mandela.

Pensate alle massime della saggezza e dell’etica del maestro Kong Fu, di Confucio: siate leali a voi stessi e perciò attenti agli altri.

Pensate al confronto fra etiche in conflitto nel Bhagavadgita, al grande dialogo di Arjuna e Krishna sul campo di battaglia di Kurukshetra.

O riflettete sul potenziale semantico delle religioni mondiali, come ci ha suggerito Jürgen Habermas. Pensate al dio di Spinoza di cui parlava Albert Einstein, e ai molti modi di evocare un’idea vaga e preziosa di uguaglianza umana.

Pensate ai frammenti dell’interminabile discorso di cittadinanza, per la cittadinanza, a proposito di cittadinanza, di chi non ha voce e prende con altri la parola.Per un elementare riconoscimento di pari dignità.

Pensate alla tortuosa storia dei conflitti democratici per l’inclusione e per i diritti, alla vicenda dei movimenti sociali, dalle nostre parti europee. E in giro per il mondo, nella gran città del genere umano.

Facendo perno sul senso del passato, l’immaginazione politica è indotta ad avvalersi di una molteplicità di voci e di domande e di aspettative che affollano oggi, just in time, le piazze e le strade della gran città, fisica, simbolica e informatica, del genere umano.
Sono i sintomi, i signa prognostica di una domanda radicale di equità e di uguale considerazione e rispetto per chiunque, sintomi e segni da decifrare, da interpretare, da prendere sul serio.

Il promemoria di una domanda radicale di dignità, come ci ha insegnato la grande narrazione di Stefano Rodotà, affidata alle pagine del suo Il diritto di avere diritti.

La domanda di liberazione chiama semplicemente in causa un mondo possibile più degno di lode

Perché è in questa Babele di voci, è in questa Sarabanda d’umanità che, grazie al senso del passato, possiamo riconoscere la forza della domanda di semplice emancipazione umana. Che è domanda di liberazione da variegate e mutevoli catene. Catene per il corpo, e catene per la mente. Come dire: habeas corpus e habeas mentem.

E qui, possiamo dirlo, la domanda di liberazione chiama semplicemente in causa un mondo possibile più degno di lode. Il senso del passato ci suggerisce con vivida forza che il repertorio della falsa necessità è ricco almeno quanto quello delle possibilità alternative.

Che i mille luoghi e contesti sociali in cui non c’era alternativa si sono a volte trasformati, per prove ed errori, fra resistenze e conflitti, nei siti del possibile e dell’inaspettato.

La libertà di indagini controfattuali e di investigazioni di possibilità alternative fa parte di un ideale elementare di sviluppo e fioritura umana. Un ideale etico e politico, che preserva in tempi mutati l’eco di un Illuminismo oggi, ancora una volta, minacciato e per questo degno di lealtà e di lode.

Possiamo dire parafrasando Murakami: sembrava, allora, in quell’altro presente, che tutto ciò fosse semplicemente impossibile, punto e basta. Non è stato così.

Possiamo anche dire: si danno casi e circostanze in cui controesempi riusciti mettono a nudo e indeboliscono la ferrea presa della falsa necessità, a un tempo dato.

Nella politica, nella scienza, nell’economia, nella tecnologia, nell’arte, nell’etica, nella religione. Così come si danno casi e circostanze in cui le credenze nella necessità di istituzioni e pratiche sociali, nel loro non poter essere altrimenti, non mollano la loro ferrea presa su destini individuali e collettivi.

E si accresce la nostra consapevolezza del fatto che i punti di non ritorno sono molto più rari di quanto abitualmente si pensi. E del fatto che guerra e massacro e barbarie e terrore sono sempre di moda.


Immagine di copertina da Unsplash: ph. Pablo García Saldaña

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