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16 Dicembre 2019

Come le città stanno resistendo alla gentrificazione digitale di Airbnb

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Che Airbnb abbia contribuito a trasformare radicalmente i nostri centri cittadini e non solo in Italia in una sorta di resort espansi e parchi a tema è evidente a tutti, ma quanto questa dinamica abbia innestato un radicale impeverimento e decadimento anche sociale non è ancora del tutto stato preso seriamente in considerazione. Da tempo Sarah Gainsforth si occupa come ricercatrice indipendente di disuguagliazne e politiche abitative. L’uscita del suo saggio Airbnb città merce. Storie di resistenza alla gentrificazione digitale (DeriveApprodi) è stata l’occasione per incontrarla e farci raccontare quale futuro è possibile e quale resistenza è necessaria oggi al tempo della città merce.

Come cambia e si sviluppa la città merce?

La città-merce è lo spazio urbano inabitabile. È la città dei turisti, dei ricchi, del capitale finanziario, delle piattaforme digitali, è lo spazio dove atterrano i flussi fisici e digitali che trasformando le città e le relazioni. La turistificazione, una nuova forma di gentrificazione favorita dalle piattaforme digitali, sta trasformando le città a ritmi inediti. È saltato l’equilibrio tra le funzioni urbane, con il prevalere di quella commerciale su tutte le altre.

Gli effetti li abbiamo sotto gli occhi: le case nei centri urbani sono tutte su Airbnb, c’è un ricambio continuo di attività commerciali con un saldo perlopiù negativo di negozi di vicinato che chiudono, i pochi residenti rimasti non ne possono più di abitare in quartieri per turisti, così se ne vanno. È un circolo vizioso. Ma la trasformazione non riguarda solo i centri storici, perché l’abbandono delle periferie (e oggi di fatto le periferie sono le città) è il contraltare della turistificazione del centro.

Ciò che è interessante indagare sono le cause strutturali di questa trasformazione. Nel libro le rintraccio in quello che David Harvey ha definito come un «colpo di stato da parte delle istituzioni finanziarie contro il governo democraticamente eletto della città»: la crisi fiscale di New York nel 1975, l’inizio del modello di gestione neoliberista delle città.

Si sente spesso dire che «il turismo è una risorsa», ma la risorsa non è il turismo, sono le città

Il passaggio da un’economia di produzione a una fondata sul terziario e sul settore immobiliare, insieme ad altri fattori (i tagli alla spesa pubblica e la fine delle politiche redistributive del welfare) hanno costretto le città a ripensare il proprio modello di sviluppo. Oggi le città devono vendersi e competere fra loro sul mercato globale per attrarre capitali e individui ricchi, presentandosi come luoghi desiderabili attraverso campagne di marketing e di place-making.

In Europa, il turismo rappresenta di fatto la nuova “politica industriale”, la strategia di crescita privilegiata soprattutto dalle città del Sud. Il problema è che il turismo non produce nulla, perlopiù consuma.

Si sente spesso dire che «il turismo è una risorsa», ma la risorsa non è il turismo, sono le città, i territori, il patrimonio culturale, le relazioni; il turismo è un modo di metterle a valore. Non c’è alcuna redistribuzione della ricchezza generata con il turismo, un’economia povera, non produttiva, di lavoro dequalificato. Il profitto va ai soggetti privati, la ricchezza è sempre più concentrata e le diseguaglianze aumentano.

La narrazione che ha accompagnato, giustificandolo, questo nuovo modello di città “imprenditoriale”, entro cui il turismo gioca un ruolo primario, non è un elemento secondario. Gli argomenti del merito e, particolarmente in Italia, degli sprechi, hanno giustificato il taglio dei finanziamenti pubblici locali e dei programmi di welfare, il contemporaneo aumento delle tasse a fronte di servizi inesistenti, mentre i processi economici su scala globale “atterrano” in quella locale, modellandola.

Non è casuale che oggi il dibattito sulle città ruoti molto intorno ai temi del decoro (o del degrado) e quello della sussidiarietà e dei beni comuni, che spesso però si riduce a vedere il dito e non la luna. Sono temi che interrogano l’uso, la funzione e la gestione dello spazio pubblico urbano, la capacità decisionale e la cittadinanza, che svelano un senso di impotenza crescente, una domanda di partecipazione (di sovranismo, secondo alcuni) insoddisfatta.

Come contribuisce a questa trasformazione Airbnb? La anticipa o semplicemente la agevola?

Airbnb è uno di tanti attori in un quadro complesso. Si innesta sul “real estate state”, come lo definisce Samuel Stein in Capital City, sui processi di creazione di rendita, a cui Airbnb ha fatto compiere in salto di scala. Con Airbnb questo processo si intensifica e si velocizza: non c’è bisogno di investimenti inziali, di tempi di attesa, di pratiche complesse, spesso è sufficiente sfrattare l’inquilino se necessario e cominciare a guadagnare di più affittando a turisti. La trasformazione non è immediatamente evidente, ma interi quartieri stanno cambiando funzione. Airbnb è parte di questo processo, lo agevola, lo produce.

Perché Airbnb è strategico nel capitalismo delle piattaforme?

Direi che è strategico per la grande capacità che ha dimostrato di mettere a valore ciò che non era mercificabile – la casa, il tempo, la collaborazione. Ha aperto un mercato nuovo, enorme, rendendo la casa una merce, più di quanto non lo fosse già diventata con i processi di finanziarizzazione.

Da cittadino a consumatore, da consumatore a turista? Questo è il percorso?

Si, io direi da cittadino a consumatore, a turista, a consumatore-cittadino. Il passaggio lo spiega molto bene Wolf Bukowski nel suo La buona educazione degli oppressi: il cerchio si chiude quando lo spazio urbano viene gradualmente epurato da tutti coloro che non sono consumatori, preferibilmente non residenti, preferibilmente ricchi.

Sistematicamente Airbnb fa causa alle città che tentano di regolamentarla

L’ingerenza di Airbnb (una piattaforma privata che ha sede in un paradiso fiscale e rifiuta di pagare le tasse in Italia e no solo) nella sfera della politica, per far approvare norme a suo favore e quindi limitare la capacità delle città di difendere il diritto all’abitare come funzione non commerciale, è estremamente preoccupante. Airbnb manda avanti gli host, sostiene che siano loro a chiedere norme in favore degli affitti brevi. Airbnb opera su due livelli: uno pubblico, fatto di marketing e comunicazione (ha speso quasi un miliardi di dollari nell’ultimo anno), raccontandosi come amica della classe di persone che contribuisce a espellere, e come attore che promuove un turismo sostenibile.

Questo è il piano narrativo di cui parlavo prima. Poi c’è un livello meno visibile, quello legale: sistematicamente Airbnb fa causa alle città che tentano di regolamentarla. Fa parte della prima strategia quella di mobilitare e mandare avanti i suoi host (ovvero i suoi clienti) come fossero membri di un “movimento”, per chiedere regole favorevoli all’home-sharing. Di fatto la regia è di Airbnb, che spaccia i suoi interessi economici privati per interessi collettivi. Lo vedremo in Italia il 16 novembre. Naturalmente esiste una categoria di host per cui l’attività su Airbnb consente di vivere, ma il problema è proprio che per “sopravvivere” ci si debba rivolgere a Airbnb, che alimenta la città-merce.

A che livello è la crisi abitativa a livello planetario?

Oggi un quarto della popolazione urbana mondiale vive in insediamenti informali. I senzatetto e gli sfratti forzati sono in aumento praticamente in ogni paese. Negli Stati Uniti oltre 2 milioni di famiglie vengono sfrattate dalle loro case ogni anno: si tratta di 4 sfratti al minuto. È una vera e propria crisi umanitaria. Le diseguaglianze e il numero di poveri sono in aumento ovunque. Ora, Airbnb non è responsabile di questa crisi ma contribuisce ad acuirla; nelle città del Nord America questo è molto evidente principalmente perché qui quote consistenti di popolazione abitano in affitto.

Come è possibile un ritorno all’abitare? Quali strategie possono essere attuate?

É necessario tornare a realizzare politiche pubbliche per l’abitare, pianificare e investire sul patrimonio residenziale pubblico in un’ottica di concorrenza con il privato, per indirizzare il mercato. L’Italia ha smesso di finanziare politiche strutturali per la casa dalla fine degli anni Settanta: l’edilizia residenziale pubblica è in abbandono e in dismissione, ma manca anche un’offerta abitativa di fascia intermedia per chi non riesce a pagare un canone di mercato ma che non dovrebbe neanche dover ricorrere alla casa popolare.

Un esempio di regolamento da copiare è quello di San Francisco

Il ritorno alle politiche pubbliche per la casa non è un claim ideologico: a giugno New York (non esattamente una città sovietica) ha approvato un nuovo pacchetto di norme sugli affitti che fra le altre cose limitano al minimo gli incrementi dei canoni. È stato il frutto delle lotte: il 12 giugno il New York Times titolava: Titans of Real Estate in ‘Shock’ Over New York Rent Law Deal.

Berlino ha bloccato i canoni per i prossimi cinque anni. Questo per dire che se c’è la volontà politica gli strumenti si trovano.

C’è poi il lato della regolamentazione degli affitti brevi turistici, e su questo siamo in Italia siamo ancora in alto mare, ma non è un tema impossibile da affrontare. Un esempio di regolamento da copiare è quello di San Francisco: limite al solo alloggio alloggio di residenza per un massimo di 90 giorni l’anno nel caso dell’affitto dell’intero appartamento, l’istituzione di un ufficio comunale apposito e di un codice identificativo. Entro questi parametri l’affitto breve occasionale è consentito, diversamente si tratta di un’attività imprenditoriale e come tale trattato. Infine, Airbnb deve pubblicare i dati.

Quali sono le caratteristiche comuni delle esperienze di resistenza?

In una prospettiva ampia quelle che racconto nel libro sono lotte per il diritto alla città. Innanzitutto mirano a raccontare come stanno davvero le cose, a quante più persone possibili. Con gli strumenti più basilari: volantinaggio -tanto volantinaggio, fare informazione, incontrarsi, parlare. Uno degli attivisti (è anche un ricercatore) che sta combattendo il progetto di quartiere smart di Google a Toronto mi ha detto del suo stupore nel constatare quanto le persone fossero disinformate, e quanto poco bastasse per informale, spiegando loro i rischi del progetto di Google.

Una volta compresi questi rischi molti erano d’accordo con la campagna di resistenza. È andata così anche contro Amazon a New York, contro Airbnb a San Francisco. Questi strumenti – le assemblee, la discussione, il fare informazione accurata e puntuale, sono comuni a molte esperienze di resistenza, ne sono la base. Scrivendo il libro mi sono resa conto che sono strumenti molto più efficaci di quanto a volte percepiamo.

Più lotta sindacale o più soluzioni creative?

La nascita stessa di Airbnb è emblematica di quanto sia fondamentale l’azione collettiva. Mentre i due fondatori della start-up affittavano posti letto su materassi ad aria per pagare l’affitto incrementato, il Sindacato degli Inquilini lottava, insieme a decine di inquilini sotto sfratto, contro il loro stesso proprietario di casa, che possiede numerosi edifici a San Francisco. Il Sindacato ottenne che il Comune acquistasse gli degli edifici i cui inquilini avevano ricevuto notifiche di sfratto e avevano resistito. Chesky e Gebbia invece inventarono Airbnb, assecondando il proprietario che aveva alzato l’affitto.

Il ruolo del sindacato è stato fondamentale per l’espansione di quella classe media che Airbnb ha reso tanto centrale alla sua narrazione. Il declino del sindacato, a partire dalla svolta neoliberista degli anni Settanta, è stato uno dei principali motivi per l’impoverimento della classe media negli Stati Uniti. Lo spirito imprenditoriale individuale in questo c’entra ben poco. Semmai l’ideologia del merito è stata funzionale alla fine delle politiche redistributive e allo smantellamento del sistema di protezione sociale. Con il risultato che dal 1973 ad oggi il numero di poveri negli Stati Uniti è raddoppiato.

La creatività individuale senza capitali non produce granché

Uno dei motivi del declino dei sindacati è stata l’ascesa dell’industria tecnologica. Oggi c’è un interessante convergenza sul terreno sindacale tra lavoratori del terziario e lavoratori “creativi”, esclusi dal cerchio magico dell’innovazione della Silicon Valley. Secondo alcuni analisti l’ecosistema stesso di innovazione della Silicon Valley sta morendo a causa della concentrazione di ricchezza nelle mani di pochi capitalisti di ventura. La creatività individuale senza capitali non produce granché. Questo è particolarmente evidente nella storia della nascita di Airbnb, che non è decollata fino alla comparsa sulla scena dei grandi investitori che ne hanno modellato il concetto. E, ricordiamo, molte delle infrastrutture su cui è fiorita l’innovazione nella Silicon Valley sono state finanziate con fondi pubblici. L’innovazione deve molto più ai processi collettivi di quanto vorrebbe la retorica della creatività e dello spirito imprenditoriale individuale.

Resistenza, ma anche innovazione: quali i processi più innovativi che hai incontrato?

I processi sociali più innovativi credo siano quelli legati alla riappropriazione e alla sottrazione di spazi alla città-merce. Le pratiche di riappropriazione non sono soltanto pratiche di resistenza, sono generative.

Penso in Italia al dibattito nato dalla e sulla gestione dei beni comuni nell’ambito dalla rete dei teatri occupati, che hanno rivendicato l’uso sociale degli spazi urbani, da anteporre alla loro funzione economica. Questi sono processi “costituenti”, realmente partecipati e costruiti dal basso, ed è per questo che interrogano e modificano la sfera del diritto –all’opposto di quanto prova a fare Airbnb, dall’alto, e contro questa idea di “legalità” sbandierata proprio perché nulla cambi.

Non credo siano conciliabili i termini “capitalismo” e “bisogni collettivi”

Sicuramente oggi il terreno più interessante per la creazione di nuovo diritto è quello delle piattaforme digitali. È interessante il dibattito che sta nascendo intorno al ruolo, alla gestione e alla proprietà delle piattaforme digitali, negli Stati Uniti e anche in Italia, che pur essendo private hanno assunto di fatto una funzione sociale – proprio come molti spazi urbani al centro di contese fra attori diversi.

Esiste un futuro per un capitalismo di piattaforma che sia capace di garantire realmente i bisogni collettivi?

Non credo siano conciliabili i termini “capitalismo” e “bisogni collettivi”. Questa nuova fase di capitalismo delle piattaforme, di cui molti aspetti sono ancora da approfondire, si caratterizza per l’intensificazione dei processi di accumulazione e di concentrazione dei profitti, la creazione di monopoli e l’aumento delle disuguaglianze qui sulla terra.

Dunque parlare di democratizzazione del capitalismo è pura illusione. O meglio, è l’ennesima mistificazione della realtà, del fatto che le città, gli spazi, le case e i servizi sono sempre più amministrate come e da imprese commerciali private. Per fortuna le contro-narrazioni, le lotte e le proposte alterative esistono e guadagnano terreno.


Immagine di copertina particolare dalla copertina di Airbnb città merce (Derive Approdi)

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