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Un anno di classe disagiata. Una conversazione con Raffaele Alberto Ventura

In Italia la letteratura sul precariato, sui giovani sfruttati, sul futuro rubato è diventata un genere letterario. Poi un anno fa è arrivata Teoria della classe disagiata come un elefante in cristalleria per dire: fermi tutti, questi sono dei «First World Problems», oggi stiamo pagando i postumi di una fase di crescita eccezionale, definitivamente conclusa, dalla posizione di una borghesia decaduta…

È un disagio paradossale, quello che sale nei paesi occidentali: il disagio delle economie più ricche del mondo messe di fronte alla minaccia di diventare un po’ meno ricche. Ma in quel “poco” (perlomeno sulla scala delle diseguaglianze globali) c’è un abisso che inghiotte le esistenze e le aspirazioni. È un disagio che colpisce nella maniera più vivida i giovani a cui era stato promesso un certo ordine “naturale” delle cose — con il piccolo patrimonio accumulato dalla tua famiglia potrai studiare quello che preferisci, studiando troverai il lavoro che fa per te, lavorando potrai mettere su famiglia… — che non esiste più. O forse siamo noi figli della classe media, in Italia come negli USA, che non riusciamo più ad accontentarci del relativo benessere ancora accessibile a chi è disposto a sopportare la noia o lo stress di qualche professione piccolo-borghese, e passiamo invece il tempo a sognarci altrove. Alcuni sono emigrati, prendendo atto che qui nella classe media italiana semplicemente non c’è posto; ma spesso hanno ritrovato le stesse frustrazioni. Altri hanno messo da parte le aspirazioni per accomodarsi ai rigori dell’inverno. Siamo la classe disagiata, ovvero il residuo lasciato dagli anni del Boom…

Ok, ma tu cosa proponi?

Al momento (e restando sempre aperto alla felice possibilità di una smentita) ritengo che una soluzione semplicemente non ci sia. Il mondo ha con noi un debito di felicità che non potrà mai ripagare, ma noi abbiamo un debito se possibile ancora più grande per tutta la ricchezza che abbiamo estorto, estratto e consumato per arredare le nostre case e inseguire i nostri sogni. Ovviamente credo che ci siano cose che possiamo fare per affrontare meglio questa fase storica e altre che non dobbiamo assolutamente fare, tipo scivolare lentamente nella guerra di tutti contro tutti, ma di certo non credo che sia possibile tornare al 1954. Gli anni della crescita illimitata sono conclusi e dobbiamo ripensare i valori fondamentali della nostra società a misura delle sue possibilità. Generalizzando il modello di vita borghese, l’ideologia del consumo e il rapido ricambio delle mode, a partire dal Dopoguerra si era potuta alimentare la domanda esorbitante di cui il sistema produttivo aveva bisogno. Ma oggi questo modello non è più sostenibile perché la produzione industriale si è spostata dove il costo del lavoro è rimasto quello di un secolo fa. Non c’è più spazio nel ventre caldo del ceto medio perché la polarizzazione del mercato del lavoro oggi impone una costosa alternativa tra vincere e fallire. Se la popolazione occidentale ha vocazione di continuare a vivere dell’estrazione del plusvalore internazionale, come una sorta di borghesia mondiale, allora dovrà ridimensionare le proprie aspettative di ascesa sociale oppure ridursi essa stessa: sta già accadendo.

In compenso tu sei diventato ricco col libro.

Ricco, sì, ma di capitale simbolico. Nell’attesa di capire come spenderlo, visto che alle casse del supermercato non lo accettano, continuo a fare l’intellettuale part-time, scrivendo nei ritagli di tempo mentre la mia vita va a rotoli. Mi consolo sapendo che ogni tanto qualcuno mi pensa. Con oltre duecento tra articoli, recensioni e stroncature, devo constatare che attorno alla mia Teoria della classe disagiata si è creato un dibattito raro in Italia. Tanto più raro per un libro che non è finito ai piani alti delle classifiche, ma è stato sostenuto dalle librerie indipendenti, discusso su tutta la stampa nazionale e commentato in rete. Al di là del contenuto del libro è innanzitutto l’argomento, ne sono consapevole, ad avere attirato l’attenzione — talvolta soltanto per servire da pretesto. In effetti la Teoria parte da un tema molto attuale, ovvero la crisi esistenziale dei figli della classe media al tempo dell’esplosione di una bolla delle aspirazioni che ha alimentato l’economia dagli anni del Boom in avanti. Parte da qui, è vero, ma per tentare una cosa un poco più ambiziosa: ovvero tentare di illustrare come funziona una delle tante e ricorrenti crisi di sovraccumulazione del capitale simbolico.

Cioè tu sei andato da Floris a spiegare a Fassino la sovraccumulazione del capitale simbolico?

La duplice ambizione della Teoria ha portato a qualche anomalia di ricezione: evidentemente c’era una forte domanda — di consolazione, di autocoscienza, anche di indignazione o di rivolta — ma questa ha incontrato un’offerta teorica eterodossa sia rispetto al registro (è un saggio solo apparentemente pop) che al metodo (non è un rigoroso trattato di sociologia) che alla dimensione politica (il libro decostruisce alcuni capisaldi del pensiero della sinistra e non pretende in alcun modo di «salvare» la classe media). Sebbene io resti convinto di avere raggiunto un buon grado di chiarezza, e questo ancora mi pare un miracolo vista l’arditezza dell’operazione, non ho potuto evitare qualche lettore deluso e alcuni recensori più o meno incazzati. Da Valerio Mattioli a Tiziano Scarpa, da Carlo Formenti a Paolo di Paolo, da Stefano Bartezzaghi a Luca Mastrantonio, passando per le critiche di Jacopo Nacci, Valeria Finocchiaro, Lorenzo Vitelli… Ogni critica, per quanto severa e talvolta percepita come ingiusta, è stata l’occasione di «mettere a fuoco» un materiale che resta complesso anche per me che l’ho esposto. Ad esempio Tiziano Scarpa ha scritto una lunga ed elogiosa recensione del libro, nella quale ha sollevato una questione centrale: parlando della cultura esclusivamente come bene posizionale se non addirittura improduttivo, non dimentico quanto la cultura possa invece essere utile, produttiva, generatrice di valore? Ha ragione, e l’unica cosa che posso rispondergli è che non lo dimentico, anzi il libro intende raccontare precisamente questa tragedia, talvolta mascherandola da commedia. Lo spreco ci ha impoveriti? Certo, ma la tragedia è che lo spreco è anche il motore dell’innovazione. La ricerca della bellezza ci condanna alla miseria? Certo, ma la tragedia è che soltanto la bellezza può dare senso all’esistenza.

Almeno scrivere questo libro ha dato senso alla tua vita? Ti ha dato quello status che sembravi cercare.

Forse il successo è un complotto per fare impazzire le persone, anche se si tratta di un successo molto circoscritto come quello di un libro rivolto a una classe morente, tanto rumorosa nelle sue espressioni quanto insignificante politicamente. Ma nei miei piccoli momenti di gloria, quando usciva una recensione al giorno, ho visto un’immagine ridotta di quello che può accadere a una persona sottoposta a picchi di visibilità. Aspettative mal riposte, ondate di apprezzamento ed effusioni di odio, fraintendimenti onesti e disonesti, e soprattutto tutti gli ingredienti che portano un autore dall’esaltazione al vittimismo alla paranoia alla radicalizzazione, dalla sindrome dell’impostore agli oneri della tuttologia, un meccanismo dal quale è semplicemente impossibile uscire indenni. Ora conosco la verità: sono tutti pazzi coloro che hanno conosciuto i loro quindici minuti di celebrità, completamente pazzi, resi pazzi dalla folla che li ingiuria e li acclama, sregolati per sempre come un corpo sparato alla velocità della luce nello spazio. E in tutto questo non sono nemmeno diventato ricco.

Però sei diventato pazzo.

In realtà ognuna delle critiche che ricevo mi consegna un po’ di speranza. Ogni volta che qualcuno mi fa notare i miei privilegi, io sono sollevato. Perché avete ragione, ovviamente, e ho bisogno che continuate a ricordarmelo, anche qui, anche ora. Va tutto bene, grazie. Per questo mi vedete sorridere: perché ogni insulto che ricevo è parte di una grande consolazione collettiva. In fondo si scrive sempre per essere consolati. Voi non avete colpito me, ma un’altra persona: più felice, serena, appagata. Ma se quella persona fossi io? Sarebbe bellissimo.

Come ti spieghi tutte le critiche che hai ricevuto?

Spesso mi sono chiesto come fosse possibile che tanti miei critici, che pure galleggiano da lunghi anni nel purgatorio del lavoro cognitivo, avessero la faccia tosta per esaltare quelle stesse scelte di vita che li avevano consegnati alla miseria: a me bastarono pochi giorni di vita attiva, chiuso in un ufficio a fare tabelle su excel mentre sognavo di studiare i filosofi del Cinquecento, per sprofondare in una disperazione profonda. Forse la loro è una crudele vendetta, sorta dalla convinzione che trascinare fresche vittime nello stesso errore, pur di non ammetterlo, possa alla fine alleviare la loro pena. Uno schema di Ponzi, insomma.

Forse c’è stato qualche malinteso su cosa fosse la tua classe disagiata.

La mia tesi di fondo, tagliandola un po’ con l’accetta, è che per sopravvivere alle sue crisi cicliche di sovrapproduzione il capitalismo occidentale ha indotto negli individui dei bisogni di ascesa sociale strutturalmente impossibili da soddisfare (bisogni posizionali) lasciando come residuo una classe sovrannumeraria rispetto ai posti disponibili: nel mio libro ho tentato di raccontare questo scarto socio-economico come uno scarto esistenziale.

Secondo Valerio Mattioli, la Teoria parla solo di una fetta della società, indebitamente generalizzata.

Che io parli di una “fetta di società” è indubbio: dalla prima pagina parlo di una “specifica classe” e poco pagine dopo ricordo che questa fonda sul lavoro di un’altra classe il suo benessere fragile e paradossale. L’intera teoria, come esplicitato al capitolo secondo, può essere considerata a pieno titolo come una glossa alle dottrine dello scambio ineguale: il sistema-mondo è diviso tra centro e periferia, la classe disagiata è l’emanazione di un centro in disfacimento. Per questo parlo anche di un “classe consumatrice” in opposizione alla classe produttrice. Le prime stesure del testo parlavano semplicemente di “borghesia”, terminologia poi sfumata ricorrendo all’espressione “classe media”. Perché questa correzione? Perché, come intuisce bene Mattioli, ho voluto generalizzare la mia analisi, mostrando che certe dinamiche tipicamente borghesi — quelle già descritte da Veblen di consumo di beni simbolici — sono all’opera entro un perimetro più largo rispetto a quello che siamo abituati a concedere. Come notarono Emmanuel, Jaffe e Amin, la condizione borghese in Occidente è tracimata fino a ricoprire (pure con gradazioni diverse) una parte più ampia della popolazione. Insomma non è certo un libro sul famigerato 1%, ma nemmeno sul 99%.

Ma allora su chi, su cosa?

Il problema, secondo alcuni, è che io non definisco mai chiaramente la mia classe disagiata. E invece in un certo senso la definisco in maniera semplicissima, come una funzione applicata all’intera classe media nella sua dinamica di declassamento. A questo punto forse mi sarebbe toccato definire cosa sia la classe media, e avrei potuto farlo negli innumerevoli modi che la letteratura offre — secondo il Pew Research Center questa rappresenta 67% della popolazione italiana — ma era davvero necessario? Se l’oggetto della riflessione è la dinamica di declassamento e le strategie di rischio adottate dagli individui per scamparvi, allora poco importa se si parli di un nobile russo dell’Ottocento, di una borghese veneziana in età da marito oppure del figlio di un’insegnante d’inglese e di un rappresentante di coltelli che studia da filosofo e finisce a fare l’impiegato per pagarsi il mutuo, ovvero il sottoscritto. Forse proprio questa semplicità ha spiazzato qualche lettore, ancora impegnato a cercare di convincersi che lui non vi appartiene. Così tutto quello che il lettore di sinistra sarebbe stato felice di concedermi se lo avessi attribuito a una fantomatica “borghesia” alla quale lui ovviamente non appartiene, lo ha fatto incazzare nel momento in cui gli ho detto guardandolo negli occhi: de te fabula narratur. Questi non sono malintesi, ma segnali di una rimozione.

Quindi tutti classe disagiata, tutti troppo ricchi e troppo istruiti?

Se il problema è quello della sovraccumulazione del capitale simbolico, e nello specifico quello educativo e culturale, non si può certo dire che in Italia questa situazione riguardi una maggioranza della popolazione: non era mia ambizione. Nel libro illustro il meccanismo perverso che collega l’overeducation degli uni all’undereducation degli altri, attraverso una dinamica di inflazione del capitale simbolico a causa della pressione da parte della minoranza che sovra-investe e rende del tutto controproducente per gli outsider tentare di competere. E allora potremmo limitare la classe disagiata a quel 20% di laureati nella fascia 25-54 anni, oppure a quel 70% di italiani insoddisfatti del loro lavoro, o incrociare tutta una serie di parametri per definire ancora più precisamente il gruppo. Ma non otterremmo, mi pare, nulla di granché utile nell’economia globale della mia riflessione. Di fatto chi mi rimprovera di avere fornito una definizione vaga intende soprattutto dire che non ammette che io ne dia una definizione così ampia. Ma in fondo che importa, mi avete scambiato per l’ISTAT? Stiamo parlando di un rapporto, quello tra centro e periferia, e di un vettore, ovvero la mobilità dall’alto verso il basso. Questo ci permette poi di parlare di un paradosso, quello della sovraccumulazione, che mi porta ad applicare al capitale culturale la vecchia e bistrattata legge della caduta tendenziale del saggio di profitto: l’aumento progressivo degli investimenti in capitale (qui simbolico) porta a una concorrenza generalizzata che peggiora le condizioni di tutti.

Hanno scritto che è un libro più letterario che scientifico.

Hanno ragione. Si tratta di una constatazione, forse un complimento spesso involontario, più che una critica. Potremmo anche dire che la classe disagiata non è una categoria sociologica bensì filosofica. Ma non è in fondo l’intera questione del “metodo” a essere fuori luogo riguardo a un libro che, precisamente, procede senza metodo? Non c’è evidentemente nulla che sia dimostrato nella Teoria, nello stesso modo in cui non dimostrano assolutamente nulla tanti altri testi classificati come teoria critica, sociologia e filosofia. Si tratta, indubbiamente, di un gioco pericoloso: e io sono il primo a diffidare dai vizi della scrittura filosofica che facilmente sfocia nella ciarlataneria. Ma spero di averlo condotto con rigore, chiarezza e onestà, legittimando le mie idee con la forza della scrittura. Avrei potuto, suppongo, fare dei dati quell’uso approssimativo che spesso basta per consolidare presso un pubblico impressionabile l’autorità di chi scrive: ma sarebbe stata, questa sì, una forma di ciarlataneria. Conoscendo i danni del positivismo da bar, con le sue correlazioni spurie, ho preferito non provarci nemmeno.

Ventura contro il metodo, come Feyerabend?

Non si tratta di rifiutare l’utilità di un serio lavoro sociologico ma questo, per adesso, ho preferito lasciarlo ad altri: alle fonti che ho citato e a coloro che verranno dopo di me. Per chi cercasse qualche coordinata intellettuale, la ricetta è tutto sommato semplice e credo ben esplicitata nel libro: i teorici del sistema-mondo (Amin, Arrighi, Wallerstein), la critica marxista a Keynes (Mattick, Mandel), la genesi ideologica dei bisogni di Jean Baudrillard, l’analisi dei  limiti sociali dello sviluppo in Fred Hirsch, la teoria della classe agiata di Veblen, la critici della competizione in Réné Girard, la lettura kojeviana di Hegel, la teoria dei cicli di Schumpeter, infine Max Scheler sul risentimento (potrei andare avanti ma mi fermo). Il ruolo che mi sono dato era di fornire una sintesi: only connect…

Però potevi almeno mettere le note a pié di pagina!

Mi spiace per il lettore se ho reso più scomoda la consultazione delle fonti (tuttavia alleggerendo il prezzo del libro di qualche euro) ma devo ricordare che al momento io non partecipavo a nessun concorso universitario né ricevevo uno stipendio mensile per fare ricerca. Non dico che non mi sarebbe piaciuto, ma è andata così. Di fronte all’accademia mi sento come Kafka davanti alla Legge: bloccato da un cancello insormontabile. Quando avevo l’età per entrare non disponevo del capitale di informazioni e relazioni necessario per capire come si entrava; quando ci sono entrato di sbieco mediante l’interessamento di qualche professore non avevo i soldi per finanziarmi… Periodicamente mi dico che  potrei riprovare sta follia, che mi darebbe il tempo di scrivere e studiare, ma ovviamente significherebbe far prendere un enorme rischio alla mia famiglia. Così continuo a chiedermi se sono condannato a questa specie di ciarlataneria erudita o se un giorno il guardiano mi aprirà la porta dicendomi: «Nessun altro poteva entrare qui perché questo ingresso era destinato soltanto a te.»


Immagine di copertina da: https://www.prweb.com/releases/2009/03/prweb2228354.htm Conceptual artist R. Lloyd Ming creates weapons as sculpture from Dom Perignon Champagne bottles to symbolize China’s wealth and size as a crushing force against Tibet.




33780 battute contro la teoria della classe disagiata

teoria

Sei in volo verso Berlino o per la precisione verso Neukolln, che come tutti sanno è il quartiere dove le cose succedono. O forse stai andando a Peckham? Magari Ménilmontant? Poble Sec? Miera Iela? Mariahilf, Exarchia, Bairro Alto? Comunque: è uno squallido volo Ryanair con partenza da Ciampino, ma tuo nonno si poteva permettere al massimo un biglietto del tram per la gita fuori porta della domenica, quindi lo sai bene che quel tuo low cost da pezzenti vale tanto quanto un posto in prima classe. Ti aspetta un mondo di cocktail esotici miscelati da estrosi bartender tatuati, dotte disquisizioni sul rapporto tra Captain America: Civil War e guerra al Terrore, concerti indie per elettronichetta innocua e chitarrine intimiste, apericenacoli con focus su affinità & divergenze tra Lena Dunham e l’adattamento tv del Racconto dell’ancella, e pettegolezzi di quarta mano su Semiotext(e) che chi se ne frega che pubblica Paolo Virno (anche perché chi cazzo è costui?), l’importante è sapere chi scopa con chi perché hai visto I Love Dick? ecc ecc. Ti aspettano giorni di arte, di stile, di IPA, di spunti per sei o sette longform e di tanta, tanta Cultura.

Raffaele Alberto Ventura, Teoria della classe disagiata, Minimum Fax

Raffaele Alberto Ventura, Teoria della classe disagiata (Minimum Fax)

Solo che a un certo punto ti viene in mente che altro che business class: il volo da Ciampino partiva alle 5 del mattino, per poco non sei dovuto restare in piedi per quanto era affollato, e quando è arrivato a destinazione ti ha lasciato a un aeroporto a dodici ore dal centro. Per ogni cocktail al bar che hai trovato su Hip Hangout Guide hai eroso quattro mesi di contributi versati da tuo padre, che per inciso rappresentano anche l’unico patrimonio a cui puoi attingere a trenta e passa anni suonati. E mentre rifletti su quella sceneggiatura che hai lasciato a metà perché che senso ha mettersi a fare cinema quando il futuro è BoJack Horseman, realizzi che mentre stai a berti il tuo Moscow Mule sul Landwehrkanal il fascismo è alle porte. Realizzi che appena svoltato l’angolo, dietro la curva degli ultimi scampoli di hipsterismo per bamboccioni viziati, si staglia minaccioso il profilo di Trump, dell’intolleranza, del razzismo di Stato, delle stragi del Mediterraneo, della guerra civile. Hai risparmiato su un più comodo volo Lufthansa perché non te lo potevi permettere, ripiegando su un surrogato da poveracci al solo scopo di cercare conforto nel caldo abbraccio del cosmopolitismo creativo: pensavi che questo fosse importante, che in una certa misura ti spettasse. Ma intanto all’orizzonte si allunga la cupa ombra dello sterminio di massa. Ti domandi se da Berlino non esista magari un volo Ryanair per Katowice, la città polacca nei pressi della quale sorgeva il campo di Birkenau.

Cominci a sentirti un po’ a disagio.

Per fortuna, adesso esiste un libro che queste cose te le racconta. Te le dice chiaro e tondo, anzi. Lo fa a modo suo, mescolando terminologia marxista, requisitorie dal vago retrogusto reazionario e strambe citazioni pescate da Shakespeare, Goldoni e un tipo che si chiama Ibn Khaldun. Quel libro si chiama Teoria della classe disagiata. È un libro avvincente, scritto bene, firmato da un giovane filosofo intelligente e acuto. Solo che mannaggia: è anche un libro tutto sbagliato.

Piccola storia di un testo di culto

E così ce l’ha fatta: dopo anni in cui il suo Teoria della classe disagiata è circolato in maniera più o meno sotterranea attraverso i più diversi formati e canali (ebook autoprodotti, estratti pubblicati in giro, post Facebook sulla pagina personale Eschaton), Raffaele Alberto Ventura è infine riuscito a dare al suo magnum opus una versione ufficiale, definitivamente piantando le tende in quella “cittadella della cultura” contro cui, come Ventura stesso ricorda nella postfazione, il libro stesso era nato. A portarlo in libreria è in questi giorni Minimum Fax, ma davvero viene da chiedersi come mai nessun altro editore ci abbia pensato prima; perché Teoria della classe disagiata è davvero uno dei pamphlet più rappresentativi di quel nuovo sottobosco culturale italiano che negli ultimi anni si è espresso perlopiù attraverso riviste online e social networking isterico: discusso, citato, qui e là criticato da ben prima che la versione cartacea approdasse in libreria, è quello che si potrebbe tranquillamente definire “un libro di culto”, la cui influenza si è dipanata in maniera forse clandestina ma nondimeno tangibile. Solo che ecco: resta da capire che valore attribuire a questa influenza. O in altre parole, c’è da comprendere in che chiave questo culto vada interpretato.

Personalmente, che il libro l’ho visto crescere, ampliarsi, modificarsi e tornare sui suoi passi nel corso degli anni, non posso che darne una lettura duplice: da una parte, Teoria della classe disagiata è un prezioso tentativo di manifesto generazionale con aspirazioni enciclopediche, che ha l’indubbio merito di portare una critica a tutto tondo ai comportamenti di un preciso segmento socioculturale e di mettere in discussione le soluzioni che sono state avanzate non solo alla crisi di cui tale segmento è assieme protagonista e vittima, ma dell’intero sistema di cui quella crisi è espressione (in una parola: il capitalismo). Dall’altra, il libro di Ventura è anche un enorme… diciamo abbaglio, via. Lo è dal punto di vista metodologico, storiografico, teorico e in ultima analisi politico, frutto di un’analisi che ancora tradisce quei residui – non so come altro metterla – “adolescenziali” particolarmente avvertibili nelle sue prime versioni, e di un’interpretazione parziale quando non direttamente pigra (o nel migliore dei casi naif) del contesto in cui la “classe” protagonista del libro ha preso forma.

Cos’è la classe disagiata che dà il titolo al saggio?

Questi difetti, che per me restano ineludibili e che inevitabilmente gettano una luce problematica sull’intero lavoro, non inficiano l’importanza del libro. Anzi, per certi versi ne confermano l’utilità: da molti punti di vista, Teoria della classe disagiata è una perfetta cartografia sentimentale prima ancora che concettuale del “disagio” da cui Ventura muove. È sinceramente affascinante seguire i percorsi logici e i nessi di causa-effetto dispiegati dall’autore nelle 260 pagine del libro; perché sono gli stessi percorsi che hanno condotto la classe descritta da Ventura alle condizioni in cui versa e da cui non accenna a emanciparsi: un misto di fatalismo, miopia politica, approssimazione e autodenigrazione consolatoria. Se l’obiettivo del pamphlet di Ventura è un insindacabile quanto salutare j’accuse a quello che la sua “classe disagiata” ha finito per rappresentare, a restare eufemisticamente parziale è il come e il perché proprio questa classe occupi un ruolo centrale in quell’endemica crisi del capitalismo a cui Ventura tutto riconduce. Il che si traduce in una sconfortante assenza sia degli strumenti adeguati alla comprensione del quadro in cui inserire l’oggetto di riflessione del libro, sia di possibili strategie di uscita che non si riducano all’autodafé da aperitivo preserale.

Nessuna domenica nell’allucinazione della creative class

Ma allora, cos’è la classe disagiata che dà il titolo al saggio? Ventura lo spiega in un passaggio che curiosamente prende spunto da una figura sopra le righe (ma funzionale alla narrazione del libro stesso) quale Andrea Dipré: “siamo tutti noi, artisti e scribacchini della domenica in questa domenica che sembra eterna”. O anche, riprendendo la presentazione di una precedente versione del libro, “siamo tutti noi, ceto medio impoverito, che abbiamo creduto di poter ignorare la realtà e inventarci una vita da signori. Troppo ricchi per rinunciare alle nostre ambizioni ma troppo poveri per realizzarle, ci troviamo oggi a contemplare l’estensione del nostro fallimento. Alla soglia di un’età adulta che sembra non arrivare mai per davvero […] ci accorgiamo di avere sprecato un’enorme quantità di risorse per partecipare a una competizione senza vincitori”. I luoghi in cui questa competizione ha avuto luogo, sono – per tornare alle parole di Ventura – “le facoltà di Lettere e Filosofia” (non è chiaro perché Ventura non contempli anche le facoltà scientifiche) nonché “le scuole di cinema, i premi letterari, i siti culturali […] che costruiscono dal nulla delle reputazioni che non producono nessun reddito”.

È un mondo che immagino suonerà familiare a molti di voi che state leggendo. Eppure è già un mondo falso, irreale, che esiste solo nell’autorappresentazione che taluni appartenenti alla cosiddetta “élite intellettuale” amano dare di se stessi e che da lì è riuscito ad affermarsi come una specie di ecumenica allucinazione. Parlare di “domenica che sembra eterna” in un contesto in cui il fantasma della produzione e del lavoro – che ci sia o non ci sia, che stiamo già svolgendo o che stiamo affannosamente cercando, che abbiamo perso o che andremo a cominciare, che abbiamo abbandonato perché troppo avvilente o che eventualmente sogniamo di svolgere nella speranza che un lavoro “sano” da qualche parte esista – ha letteralmente colonizzato l’interezza delle nostre vite, non è nemmeno un ossimoro: è un’aberrazione cognitiva. È d’altronde lo stesso Ventura a riesumare un’espressione ormai consunta eppure tuttora rivelatrice come “imprenditori di se stessi”: e be’, l’estenuante investimento che quotidianamente portiamo sulla nostra persona, la compulsiva messa sul mercato delle nostre personalità e dei nostri stessi sentimenti, l’affannosa ricerca 24/7 di un fantomatico “posto al sole” nell’imperante società della prestazione, non è esattamente quella che chiamerei “una domenica che sembra eterna”. Semmai assomiglia a un infinito lunedì.

ehi, i tempi delle vacche grasse sono belli che andati

Il problema, spiega Ventura, è che quel posto al sole non c’è. O meglio non c’è più. Siamo in troppi e con troppe pretese, mentre i posti a disposizione non solo sono troppo pochi ma si rivelano pure improduttivi e parassitari, il prodotto di velleità tutte borghesi a cui ci piace aggrapparci senza davvero comprendere che ehi, i tempi delle vacche grasse sono belli che andati. Per esempio: la cultura che consumiamo e in cui ci identifichiamo in un surrogato simbolico di classe, è un privilegio che poggia su basi fragili ed economicamente insostenibili. È un “bene posizionale”, no? Solo che le posizioni sono già tutte occupate.

Qui comincia a delinearsi con maggior precisione il vero obiettivo di Teoria della classe disagiata: principale bersaglio di Ventura è quella che altrove chiameremmo “classe creativa”, o più che altro una versione generalista e semplificata della stessa; il che pone subito un problema, perché la cosiddetta classe creativa rappresenta solo uno strato – magari il più appariscente, magari il più facilmente identificabile – di quello che va sotto il nome di “lavoro intellettuale”. Non bastasse, i confini del lavoro intellettuale sono per definizione labili oltre che ampi: per dire, il mio amico d’infanzia Claudio, che all’università non ci è mai andato, che ha frequentato con scarso rendimento un istituto professionale della periferia di Roma, che adesso lavora a un centro scommesse e il cui passatempo principale è la PlayStation, è tecnicamente un lavoratore intellettuale anche lui, no? Nel senso: partecipa a un sistema economico retto su un valore chiamato informazione e la sua principale risorsa messa sul mercato è, per l’appunto, l’intelletto. Non avrà un romanzo nel cassetto e non scriverà su qualche rivista online specializzata in serie tv HBO, ma è anche attorno a figure come lui che negli anni sono emerse definizioni sparse tipo “capitalismo cognitivo”, “economia della conoscenza”, “produzione immateriale” e così via.

Teoria della classe disagiata oscilla continuamente tra satira apocalittica e generalizzazioni sistemiche

Questa a dire il verso sembra essere la stessa posizione di Ventura, per il quale i destini del lavoro intellettuale corrispondono ai destini della società occidentale tutta. Solo che applicare a un tipo come Claudio le stesse categorie valorial-comportamentali di quella classe creativa hipsterica da cui Ventura muove, più che un errore è… boh, una bislacca forma di whishful thinking distopico. E però, anche qui, Teoria della classe disagiata oscilla continuamente tra satira apocalittica di un preciso gruppo socialmente e culturalmente connotato (il “libro definitivo sulla classe creativa”, potremmo chiamarlo), e generalizzazioni sistemiche in cui a confondersi sono percorsi, atteggiamenti e interessi differenti (il “libro sul ceto medio impoverito” letto però a partire dalle sue espressioni d’élite).

Generalizzando anche noi, diciamo che la classe a cui si rivolge Ventura è un contenitore al cui interno ricade chiunque sia in possesso di un discreto livello di istruzione (e magari di relativo titolo di studio), contempli o abbia contemplato non meglio precisate velleità “intellettuali” (si tratti del romanzo tenuto nel cassetto quanto di un lavoro come programmatore informatico) e si ritrovi adesso a navigare a vista in un mondo fatto di disoccupazione, bassi redditi, precariato perenne e aspettative deluse. È una descrizione in cui è facile riconoscersi e che al punto in cui siamo si è fatta esageratamente vasta, anche dal punto di vista anagrafico: sostanzialmente, stiamo parlando di una buona fetta della forza lavoro compresa ormai tra i venti e i quaranta, quarantacinque, forse addirittura cinquant’anni. Ribadito che schiacciare un affresco tanto composito su un’interpretazione apocalittica-caricaturale del creativo medio ossessionato dal lifestyle è – per usare un eufemismo – un pizzico azzardato, la domanda da cui parte Ventura è: come ha fatto questa categoria a ritrovarsi nelle condizioni in cui versa ora? Perché questa classe è disagiata? Dove rintracciare l’origine del suo fallimento? Insomma: di chi è la colpa?

Sono domande grosse e su cui negli anni si è accumulata una letteratura immensa. Ventura comunque una risposta ce l’ha, ed è una risposta doppia: da una parte, la classe disagiata è il prodotto del fallimento socialdemocratico-keynesiano, o per meglio dire è il segmento condannato a “pagare con gli interessi” le “false promesse” di un modello economicamente insostenibile; dall’altra, ci sono i “cattivi maestri” che “ci hanno educato ai lussi dello spirito” convincendoci a suon di “retorica del Sessantotto” che un “bene posizionale” come la cultura fosse la chiave per la realizzazione economica. Insomma, per dirla ancora una volta con Ventura, “non è colpa nostra: ci hanno programmato così”.

l’attacco alla socialdemocrazia e contemporaneamente al Sessantotto è un classico della retorica neoliberale

Per essere un pamphlet rivolto a un fenomeno tutto sommato recente come il rise & fall della classe creativa e istruita, i responsabili che Ventura individua come causa del disastro sono insolitamente… be’, vecchi. Vero è che problemi nuovi hanno radici antiche, ma se il fallimento del sistema socialdemocratico-keynesiano risale alla fine degli anni Sessanta, e se il Sessantotto risale a – che domande – il 1968, viene innanzitutto da chiedersi cosa diavolo sia successo in mezzo.

In realtà, a non essere nuova è la stessa tesi di Ventura: l’attacco alla socialdemocrazia e contemporaneamente al Sessantotto – che pure, vorrei sommessamente ricordare, del sistema keynesiano fu il principale antagonista e contestatore – è un classico della retorica neoliberale perlomeno dalla fine degli anni Settanta. Anche in Italia, la doppia colpevolizzazione da una parte di tutto ciò che odori di Stato assistenziale, e dall’altra delle “politiche permissive-libertarie” sessantottesche, è un luogo comune che negli ultimi trent’anni è stato talmente abusato da essere diventato una sorta di dato acquisito, di verità autoaffermante, di evidenza che si spiega da sé. Quando però due fenomeni tanto diversi o per meglio dire antitetici come l’ordine socioeconomico postbellico e la sua alternativa politica vengono indifferenziatamente gettati nella stessa pattumiera della Storia, vuol dire che a essere intervenuto è un protagonista terzo. Che insomma è successo qualcosa. Questo qualcosa, è il grande assente di Teoria della classe disagiata. Purtroppo per Ventura, è anche il qualcosa che meglio permette di comprendere radici, connotati e soprattutto ruolo della generica classe da cui il suo libro prende spunto.

“È tutta colpa del” ©

Avrete notato che, appena poche righe sopra, ho utilizzato la parolaccia par excellence, il termine che da solo squalifica chi lo impiega perché insindacabile segno di veteropensiero tardocontestatario: “neoliberale”. Ci sono buone ragioni per cui una parolina tanto semplice ha finito per suonare imbarazzante persino per chi al tema ha dedicato decenni di analisi: il “dibattito sul neoliberismo” ha assunto volentieri pieghe grottesche, caricando il termine di qualità al tempo stesso vaghe e semidivine (il famoso mantra “è tutta colpa del…”), e distorcendone il significato fino a trasformarlo in una ridicolizzazione bella e buona. Non è un caso che Ventura stesso eviti accuratamente di tirarlo in ballo, se non – ancora una volta – in chiave parodistica e apertamente canzonatoria.

Ma se per neoliberismo intendiamo lo stadio successivo al crollo del paradigma keynesiano, è chiaro che resta un termine utile quantomeno a comprendere l’ambiente in cui si è formata la venturiana classe disagiata che proprio di tale crollo è esito. A dirla tutta, di “neoliberismo” Ventura prova a dare anche una definizione: nelle sue parole, altro non sarebbe che “un deciso ritorno al laissez-faire”. Ritorno che in effetti è stato più immaginario che reale, e che quindi permette a Ventura (in un intervento comparso a suo tempo sul blog di Eschaton) di ironizzare sulla supposta “apocalisse neoliberista” negli stessi termini caricaturali di cui sopra: “Come ha scritto Francesco Costa sul giornale di Confindustria, affermare che in Italia siano state messe in pratica delle politiche neoliberiste è inesatto perché in questo caso si sarebbe ridotto il peso dello Stato nella sua economia, abbattendo le tasse e la spesa, privatizzando le grandi aziende pubbliche, riducendo drasticamente la burocrazia, abolendo la contrattazione collettiva e gli ordini professionali, lasciando mano libera ai privati’: tutte cose che semplicemente non sono mai avvenute”.

Stupisce che una persona intelligente come Ventura si accontenti di interpretazioni tanto frettolose quali quelle della citazione da cui parte. Come stupisce che Ventura riduca a semplici “psicologismi” quelli che i critici del neoliberismo hanno individuato come tratti caratterizzanti del modo di produzione successivo al collasso kenyesiano (l’impressione, sarò onesto, è che questi critici Ventura non li abbia letti). Anche perché a ricorrere sono gli stessi temi che occupano il cuore di Teoria della classe disagiata: competizione, debito, “imprenditori di se stessi”. E ovviamente Stato.

Per Ventura, a spiegare il mondo del 2017 bastano i modelli ottocenteschi

Ora: consapevole di arrischiarmi in un tentativo di misero bignamismo da birra domenicale, mi verrebbe da rispondere a Ventura che, lungi dall’essere quel fantomatico “ritorno al laissez-faire” da lui giustamente ridicolizzato, il neoliberismo emerse come un nuovo (per l’epoca) e articolato sistema di relazioni tra Stato e mercato, tra mercato e individuo, e tra individuo e Stato. Per metterla con uno slogan semplice, se prima il ruolo dello Stato era mitigare gli eccessi del mercato e “difendere” l’individuo dalla competizione che del mercato è la ragion d’essere, per economisti e ideologi neoliberali compito dello Stato è creare le condizioni per cui il mercato si espanda andando a coinvolgere finanche aree normalmente fuori da qualsivoglia logica di profitto. Lo Stato neoliberale è insomma uno Stato interventista, anche se di un interventismo di segno diverso dal vecchio precedente socialdemocratico: crea mercati che prima non c’erano, passa dal difendere gli individui all’inserire gli individui nel mercato, e tende a interpretare la società come un’unica, immensa impresa, o per meglio dire come un sistema di imprese in competizione le une con le altre – a cominciare, guarda un po’, dai singoli individui.

Se insomma di “imprenditori di se stessi” dobbiamo parlare, è difficile non tenere conto di un paradigma che, come fatto notare da diversi critici (pensiamo al Mark Fisher della fortunata espressione “realismo capitalista”, anche lui citato in un paio di passaggi di Teoria della classe disagiata), si è infine imposto come stato di fatto e incontrovertibile quintessenza della nostra stessa quotidianità, ma che resta comunque una costruzione, e non il naturale destino scritto nei Astri di un capitalismo impegnato a sopravvivere a se stesso, come Ventura lascia intendere nella sua (comunque amara) constatazione che “there is no alternative”.

L’altro grande – e se possibile ancora più vistoso – assente di Teoria della classe disagiata, è proprio il passaggio dall’economia industriale di stampo fordista a quella basata sull’intelletto del postfordismo informazionale. Il che, per un libro che di “intellettuali” parla, è quantomeno… non so, curioso? Voglio dire: è francamente bizzarro non trovare nel libro di Ventura alcun riferimento al modo in cui l’intelletto ha finito per diventare la risorsa prima di un sistema economico fondato sul “flusso di informazioni”, all’elevazione della cultura a forma mentis della postmodernità, alla rivoluzione informatica, alla disruption tecnologica, ai meccanismi in cui le facoltà cognitive degli individui partecipano all’economia generale del tardo capitalismo. Anche perché è proprio in questo scenario che l’industria della cultura diventa una specie di avanguardia quando non di laboratorio in cui testare modi, utilizzi e forme di mercato in cui l’intelletto può essere dispiegato.

Per Ventura, a spiegare il mondo del 2017 bastano i modelli ottocenteschi, o perlomeno questo è il suo approccio rivendicato. È un’impostazione diciamo così “anticonvenzionale” che effettivamente conferisce a Teoria della classe disagiata un sapore se non originale quantomeno singolare, e che aiuta in parte a comprendere il successo delle sue tesi presso un pubblico probabilmente stanco di concettose disamine dal respiro parapoststrutturalista (che nessuno ha mai letto, per giunta). Solo che, in un mondo segnato da livelli inimmaginabili di astrazione e complessità (cit.), il ritorno all’Ottocento da solo non può bastare. Proverò a essere più chiaro a costo di suonare didascalico: la figura venturiana del giovane intellettualmente preparato e di belle speranze a caccia di un impiego che non esiste, non è il risultato di decenni di aspirazioni malriposte e velleità borghesi perché tanto ormai “siamo tutti classe media” (altra affermazione ampiamente sospetta e che pure Ventura sembra fare propria): è l’anello centrale di una catena che, di quell’“esercito di riserva di disoccupati sovraistruiti” (per dirla con lo stesso Ventura), ha bisogno. Se le logiche del mercato vengono portate a livello dell’individuo, e se la materia prima di questo mercato è l’intelletto, il risultato non può che essere una competizione al ribasso tutta giocata all’interno di quel “surplus di popolazione” la cui funzione è – citando di nuovo Ventura che a sua volta cita Marx – “far precipitare il costo e le condizioni del lavoro”. Altro che “bene posizionale”: la “cultura” è innanzitutto un “bene economico”, e di certo non sto parlando di roba tipo “i musei sono il petrolio d’Italia”.

La cosa a dire il vero più curiosa, è che a interpretazioni del genere Ventura sembra in realtà continuamente tendere: lo vedi che è lì, a un passo dall’unica conclusione che ti pare logicamente perseguibile, per poi di colpo tirarsi indietro e rifugiarsi in un polemismo compiaciuto della propria eccentricità. In questo sta il sapore adolescenziale di diversi passaggi del libro, che ancora tradiscono una certa foga dissacratoria palese eredità di quando Eschaton era null’altro che il blog di un outsider impegnato in una crociata contro quella famosa “cittadella della cultura” che per Ventura – appassionato di Debord ma sintomaticamente disinteressato a tutto l’ambiente che attorno, di sotto e di lato Debord si muoveva – si identificava ai tempi con l’ormai semiestinta “sinistra movimentista”.

Teoria della classe disagiata parla anche di me

Per capirci: in Teoria della classe disagiata è facile incorrere in mostruosità intellettuali del genere “i millennials basano la loro identità su hobby e interessi, come volevano i situazionisti” (questo a dire il vero è il sottotitolo di un suo recente intervento su Pagina 99). Anche qui, nulla di nuovo: è la classica posizione di quei commentatori che, quando c’è da redarguire i barbosi borbottii della sinistra, se ne escono con ragionamenti del tipo “di che vi lamentate? La società in cui viviamo è quella che tanto sognavate nel Sessantotto: libertà sessuale, donne che fanno carriera, fine della famiglia, fine dell’impiego fisso, cultura per tutti… Che volete di più?”.

Secondo questo tipo di retorica, se volessimo incolpare qualcuno delle estenuanti condizioni di precarietà in cui versano le nostre vite lavorative, dovremmo innanzitutto rivolgerci agli operai che negli anni Sessanta e Settanta si ribellavano alle mortificanti condizioni dell’impiego fisso in quella prigione meccanizzata che era la fabbrica fordista. Ora: è indubbio che, alle origini di quel periodo storico che per comodità continueremo a chiamare “neoliberismo”, il Capitale abbia mostrato una straordinaria capacità di cooptare ai propri fini diverse parole d’ordine della contestazione. E questo vale anche per la “cultura”, che effettivamente fu uno dei principali territori di contesa della stagione post-sessantottesca. Ma pretendere che il nostro mondo altro non sia che il figlio della “retorica del Sessantotto”, come Ventura a più riprese suggerisce, significa non solo scambiare (sacrosante) richieste con le risposte (perverse) che a tali richieste sono state date, ma ridurre quelle richieste a un vezzo romantico partorito da qualche intellettuale borghese in un salottino arredato in radica di noce di un boulevard della Rive Gauche.

Qui scusatemi se vado sul personale. In quanto lavoratore di una generica “industria della cultura” che per anni si è barcamenato tra lavoretti malpagati e precarietà oramai ontologica, Teoria della classe disagiata parla anche di me. O meglio, parla anche a me. E invece non c’è quasi nulla, nella ricostruzione di Ventura, in cui mi riconosca. A differenza di Raffaele – che, se non lo sapete, è un amico a cui voglio bene e tutto – non vengo da una famiglia borghese del centro di Milano, ma da una famiglia che un tempo si sarebbe detta “proletaria” arricchitasi (si fa per dire…) quando per me era già troppo tardi, e sono cresciuto in due borgate popolari della periferia di Roma chiamate Torre Maura e Centocelle. Se tiro in ballo questi particolari biografici, non è per vantare una street cred di cui, vi prego di credermi, mai mi è fregato nulla – anzi, lo stesso concetto di street cred mi è irriducibilmente indigesto. È perché Torre Maura e Centocelle, per buona parte degli anni Settanta, sono stati due dei quartieri epicentro della contestazione a Roma. E l’eredità di quelle vicende, può aiutarci a individuare quello che per me è forse il principale torto di Teoria della classe disagiata: una rassegnazione annoiata e implicitamente classista frutto di una lettura privilegiata della realtà.

Cosa sono diventate quelle periferie dopo che quei movimenti furono schiacciati a suon di carcerazione di massa?

Di cosa parliamo quando parliamo di “Sessantotto” in un posto come, che ne so, Centocelle? Innanzitutto, di un tessuto in buona misura degradato in cui non era raro imbattersi in condizioni di vita abiette e storie da romanzo dickensiano. Poi certamente parliamo di battaglie per la casa e lotte per i diritti sul lavoro. Ma parliamo anche di teatrini spontaneamente nati “dal basso” in cui gli abitanti del quartiere si cimentavano in rocambolesche prove di teatro-verità e inusitati guizzi “d’avanguardia”. Di straccivendoli che si improvvisavano poeti e di gruppi musicali che tentavano come potevano di, boh, “sperimentare”. Di rivistine dada ciclostilate. Dell’onda lunga che poi porterà alla nascita delle prime sottoculture: il punk, i dark, le bande metropolitane, i centri sociali. Qui non parliamo di cultura come “bene posizionale”: parliamo di cultura come strumento di intervento e conoscenza il cui fine ultimo è modificare la realtà. Oppure, molto più prosaicamente, di una delle poche ancore di salvezza esistenziale in un contesto altrimenti condannato all’esclusione assieme economica, politica e sociale.

Cosa sono diventate quelle periferie dopo che quei movimenti furono schiacciati a suon di carcerazione di massa, eroina e dileggio istituzionale, lo sappiamo: vai in un bar di Centocelle adesso e al post del juke box coi Rolling Stones ti ritrovi il comizio sui negri che stuprano. Quello che è successo nella periferia romana, è comune a quanto accaduto in qualunque altra periferia occidentale. E io mi devo sentir dire da Raffaele Alberto Ventura che l’effetto ultimo di questa fantomatica “retorica del Sessantotto” imperante è Donald Trump? Che l’aspirazione a emanciparsi da una condizione di disagio vero non può che portarci dritti al fascismo?

Sapete che c’è? Io al limite direi che di retorica del Sessantotto ce n’è stata troppo poca, tiè. E lo dice uno che del Sessantotto non gliene è nemmeno mai fregato granché, figuratevi. Direi – perché è quello che mi dice la realtà che conosco, in cui sono cresciuto e a cui se volete sono scampato – che è stato il modo brutale in cui per decenni è stato represso e confinato a un angolo qualsiasi slancio utopico, qualsiasi proiezione desiderante, ad aver preparato la strada a quello scenario da guerra civile imminente che per Ventura è l’unica prospettiva plausibile a quasi dieci anni dalla “più grande crisi nella storia del capitalismo”. Altro che “siamo stati troppo velleitari, torniamo a più miti propositi”. Ragionamenti del genere se li possono permettere solo quegli happy few che dalla rinuncia alle “velleità” non hanno niente da perdere perché già hanno tutto e quel tutto vogliono tenerselo stretto.

Salvare la classe disagiata

Come detto qualche paragrafo sopra, Teoria della classe disagiata aspira a fornire un ritratto che, a partire dalla classe creativa vera protagonista del libro, tracima in un saggio sui destini della società occidentale nel suo complesso. Che questo sia un destino orribile, è al momento difficilmente smentibile. Se la colpa fosse di quella tragicomica élite gentrificante il cui principale contributo alla società è la foto instagram di un hamburger gourmet, verrebbe quasi da dargli ragione, al Ventura che di quella élite è comunque figlio al punto da reiterarne i tic e gli immaginari (i passaggi sulle serie tv, i supereroi marvel debitamente “intellettualizzati”, ecc).

Il problema è che Ventura fa coincidere quell’immagine grottesca e figlia del privilegio con l’intero spettro di un lavoro intellettuale che nella realtà è regolato da ricatti, sfruttamento, depressione e ansia da prestazione. E però niente: come ribadito in una recente intervista a Linus, la “classe disagiata [occidentale] resta la fragile beneficiaria” di un equilibrio globale le cui iniquità sono altrove; “chi decide che per ogni individuo che produce cultura in Europa, dieci altri in Cina debbano fabbricare i beni che lui consuma?”. Giustissimo, certo. Ma di nuovo: se di questo dobbiamo parlare, in Teoria della classe disagiata non vi è accenno alcuno a come le economie extraoccidentali stanno affrontando il passaggio alla deindustrializzazione precoce, nessuna analisi del rapporto tra economia dei servizi e capitale intellettuale, nessun serio ragionamento sui meccanismi del capitalismo delle piattaforme, nessuna teoria, ecco.

il libro di Ventura è uno sfogo, un rant personale anche doloroso

Piuttosto, il libro di Ventura è uno sfogo, un rant personale e anche doloroso, che tradisce il disperato bisogno di una narrazione – qualsiasi narrazione – apparentemente capace di spiegare l’enorme macello in cui le nostre esistenze sono piombate. La vecchia predilezione di Ventura per le scuole di pensiero eretiche rispetto alla “cittadella della cultura” che lui individua in una precisa tradizione di sinistra (lo stesso atteggiamento che in passato l’ha portato a dialogare tanto con anarcocapitalisti libertarian quanto con rossobruni sovranisti, per il puro gusto di “ehi, facciamo incazzare un po’ di gente”) si è un po’ attenuata, d’accordo; ma a restare è lo sguardo colpevolizzante di chi “se lo può permettere”, o peggio ancora di chi crede che, siccome se lo può permettere lui, allora se lo possono permettere tutti. Non è così, Raffaele. Se vuoi ne parliamo assieme un giorno a Torre Maura. La birra artigianale è arrivata fin lì, figurati. Il che, mi rendo conto, è un dettaglio che tu interpreteresti come conferma delle tue tesi.

Negli anni in cui Teoria della classe disagiata ha preso forma, con gli estratti che sputavano qua e là e che in qualche caso ho persino pubblicato io stesso sull’ormai defunto Prismo, ne ho spesso parlato come di un libro “nefasto”. Proprio perché contribuisce a instillare in quel segmento contraddittorio e trasversalissimo che va sotto il nome di “lavoro intellettuale” una percezione allucinatoria del proprio ruolo, alimentando una comprensione parziale delle dinamiche di cui è (involontario?) protagonista.

Più produttivo è l’attacco al sogno neokeynesiano

Ma va anche detto che alcune delle analisi portate da Ventura nel libro sono efficaci, ben congegnate, e soprattutto necessarie: la critica a come i “consumi culturali” siano diventati un dispositivo ideologico buono a cementare un rassicurante senso d’appartenenza a uso e consumo delle autoproclamate élite intellettuali è giusta e sacrosanta, anche se non viene mai affrontato davvero in cosa quei consumi consistano, né viene mai analizzato il modo in cui questi siano stati a loro volta gentrificati fino a prendere la forma di una cultura pop “depoppizzata” e “depopolarizzata” (a suo tempo mi capitò di discuterne qui), col risultato che per Ventura i consumi caratteristici della classe creativa più hipsterica coincidono con l’esperienza culturale tout court.

Più produttivo è l’attacco – con punte di vero e proprio sacro fuoco inquisitore – al “sogno neokeynesiano” che pare aver contagiato una certa fetta della sinistra progressista e liberale: anche qui, mi sarebbe piaciuto che Ventura sottolineasse che non solo il sistema keynesiano era “tecnicamente insostenibile”, ma che era anche un sistema ingiusto, predatorio e fondato sull’esclusione. Come agognare un ritorno alla sedicente “età d’oro del capitalismo” quando questa consisteva nella rimozione dalle proprie logiche interne di intere fasce sociali (donne, minoranze di vario tipo ecc.) e nel sistematico sfruttamento di stampo coloniale adoperato nei confronti delle popolazioni “altre”? In Teoria della classe disagiata di donne e minoranze non si parla praticamente mai, ma almeno riconosciamogli di aver provato a smontare il mito nostalgico della socialdemocrazia che permea tanta pubblicistica post-crisi (anche se per Ventura criticare il modello keynesiano significa automaticamente arrivare a conclusioni dal sapore neoliberale: quando uno dice “realismo capitalista”…)

Teoria della classe disagiata sta conoscendo un consenso pressoché unanime

Anche la polemica su istruzione e sistema educativo, per quanto controversa, vale la pena di essere presa in considerazione. Di nuovo: invocare “meno istruzione per tutti” quando la scuola è per molti (certo meno socialmente fortunati di Ventura) l’unico vago spiraglio di ipotesi trasformativa quando non l’unica rete di sicurezza contro le ingiustizie di un mondo ipercompetitivo, può suonare discutibile. E in effetti lo è. Mettiamola così: se in vita mia non avessi incrociato, nella non proprio esuberante periferia romana, educatori in grado di suggerire innanzitutto un’alternativa esistenziale possibile, magari chi lo sa, starei anch’io a sbraitare contro i negri in un bar di via Casilina. Ugualmente, continuo a pensare che resti sano il principio in cui a essere messo in discussione è il ruolo che il sistema educativo gioca nel rapporto tra individuo e mondo lì fuori. Per Ventura, il problema è che la scuola abitua gli studenti a “sognare troppo in grande”. Per me è l’opposto: per come è concepita, la scuola non può che conservare la sua funzione principe di ridurre a un più consono “realismo” le grandi, strabordanti, incompromissorie aspirazioni tipiche di quel regime di libertà fortuita che è l’adolescenza. In questo, la lezione situazionista a cui – in maniera fin troppo capziosa – fa riferimento Ventura, credo continui a rivendicare una sua attualità. Certo, se solo Ventura avesse letto meno Debord e più Vaneigem…

A soli pochi giorni dalla sua uscita, Teoria della classe disagiata sta conoscendo un consenso pressoché unanime. Il che mi rende felice per Raffaele, ma al tempo stesso mi preoccupa. Perché, mi chiedo, così tante persone si riconoscono in una lettura tanto disfattista e al tempo stesso tanto consolatoria della realtà in cui vivono? Una lettura che non apre a possibilità altre che non siano o l’accettazione passiva di una vita di merda, o la guerra civile pura e semplice?

Che Teoria della classe disagiata sia quello che nello stanco gergo dell’editoria chiamiamo “libro importante” non ci piove: cattura senza dubbio un umore condiviso, ed è come già detto un’ottima narrazione sentimentale delle sempre più vistose contraddizioni in cui ricade quel generico ceto intellettuale protagonista di tante cronache dei giorni nostri. Ma che sia anche lo strumento attraverso cui comprendere la natura della propria condizione di “disagiati”, ecco, quello proprio no. Men che meno, è un libro che da quel disagio può emanciparci: “there is no alternative”, diceva una tipa qualche tempo fa, ed è lo stesso messaggio che pagina dopo pagina ritroviamo nel manifesto generazionale firmato da Raffaele. Peccato però: è lo stesso messaggio che ci ha inabissato nelle condizioni in cui versiamo.

Infine, qualora vi interessasse: sì, il volo Ryanair Berlino-Katowice c’è.




Una playlist per la classe disagiata

classe disagiata

Che cos’è la classe disagiata?

È questa, dunque, la legge della classe disagiata: uno su mille ce la fa. E gli altri novecentonovantanove? Gli altri sono vittime collaterali di un sistema che ci ha messi tutti in concorrenza ma oggi ha sempre meno da offrire. Abbiamo creduto di poter ignorare la contabilità e inventarci una vita all’altezza delle nostre aspirazioni: troppo ricchi per rinunciare alle nostre ambizioni ma troppo poveri per realizzarle, oggi ci troviamo a contemplare l’estensione del nostro fallimento. Alla soglia di un’età adulta che sembra non arrivare mai per davvero, tenuti in vita artificialmente dai patrimoni familiari, dalle bolle speculative o dal welfare pubblico, forse anche dalla potenza militare (traballante) della NATO che ci protegge dall’invidia dei dannati della terra, ci accorgiamo di avere sprecato un’enorme quantità di risorse per partecipare a una competizione che non potevamo vincere.

L’età dell’oro è finita


È tempo di abbandonare l’uso del termine «crisi» per descrivere la fase storica che sta vivendo l’Occidente.

I principali indicatori economici, a cominciare dal tasso di crescita del PIL negli ultimi cinquant’anni, suggeriscono che non abbiamo a che fare con una semplice perturbazione ma con una situazione permanente e sempre più degradata.

Ad essere eccezionale per il capitalismo occidentale è piuttosto quella brevissima parentesi di prosperità dopo la Seconda Guerra Mondiale che oggi viene appunto ricordata come «Età dell’Oro».

Un periodo di sviluppo rapidissimo e smisurato, nel quale milioni di persone in tutto il mondo passarono dalla miseria al benessere, andando a occupare i ranghi di una classe media sempre più ampia. Per dare un nome alla fase successiva, di cui individua l’inizio nel 1973, lo storico Eric J. Hobsbawm ha proposto un termine molto più adatto: la frana.

La metafora è sorprendentemente aderente al grafico che mostra la crescita del PIL decennio per decennio a partire dagli anni Sessanta, in cui possiamo vedere una scala che inesorabilmente scende. Una forma di decrescita ma per niente serena.

Eppure si continua a fingere che la congiuntura passerà e in questo modo si alimentano aspettative che potranno soltanto essere deluse.

La verità è che stiamo galleggiando in una curiosa illusione collettiva che ereditiamo dalla generazione dei baby-boomers.

Mentre l’idea del collasso si fa strada tra gli studiosi situati ai margini dell’ortodossia, l’opinione pubblica occidentale sembra situarsi ancora tra la prima e la seconda fase dell’elaborazione del lutto, tra il rifiuto e la rabbia.

La regola di Jarvis Cocker

La classe disagiata è avvezza a questo tipo di mistificazioni che dovrebbe servire a nascondere gli aspetti più prosaici dell’esistenza e mettere in scena una vita sognata. Le biografie degli scrittori in quarta di copertina ci parlano dei loro libri ma non di quello che fanno davvero otto ore al giorno per guadagnarsi da vivere, né delle eventuali eredità su cui si appoggiano.

Quando ci presentiamo a uno sconosciuto incontrato a qualche evento mondano, non è raro che ci venga illustrato il suo visionario progetto creativo; per quante perplessità ci susciti, sappiamo anche che non esiste reazione più socialmente riprovevole che chiedergli «Sì, ma come campi?» – e quindi resteremo per sempre nel dubbio.

Si crea in questo modo una strana bolla sociale di persone convinte del reciproco successo e impegnate a produrre segni che garantiscano l’appartenenza alla bolla, nella speranza che prima o poi qualcuno ce la faccia per davvero e possa issarli fuori verso una vita migliore. E intanto, come Lucien de Rubempré, ci si svena a distribuire mance.

Questo è il lusso tragico della classe disagiata, il suo investimento che serve a proiettare una certa immagine che ricopra interamente la verità dei rapporti economici.

Ma per quanta leva simbolica si possa fare spendendo un quota eccessiva del proprio patrimonio in consumi posizionali, a cominciare dal tempo dedicato agli studi e alla crescita intellettuale, resta valida quella che potremmo chiamare «la regola di Jarvis Cocker», dal nome del frontman dei Pulp che in Common People cantava:

But still you’ll never get it right,
‘Cause when you’re laid in bed at night,
Watching roaches climb the wall,
If you called your dad he could stop it all.

Cazzo me ne della crisi

Che il valore dei segni scambiati sul mercato del prestigio tenda naturalmente all’inflazione è evidente dal succedersi delle mode. Prendiamo ad esempio una bottiglia di champagne.

Questa ha un certo costo per il produttore, determinato dalle materie prime, dal lavoro e dagli impianti, e un certo prezzo per il consumatore, determinato anche dal valore sociale – il valore di scambio simbolico – di quella bottiglia, della sua marca, della sua annata.

Il suo prezzo sarà tanto più alto quanti saranno gli individui disposti a pagare quel prezzo per esibire quel prodotto e trarne un certo profitto in termini di prestigio. Lo champagne è considerato come uno status symbol ed è ancora tra i più banali attributi iconografici della ricchezza, sebbene oggi il suo consumo si sia in una certa misura popolarizzato.

Questo retaggio simbolico persiste nell’espressione anglosassone «champagne socialist», per la quale in italiano si è diffuso il termine «radical chic» e in Francia si parla di «gauche caviar» o «bourgeois bohème», concetti dalla costruzione sempre identica che denunciano una contraddizione tra appartenenza di classe (alta) e posizionamento politico (a sinistra).

Questa contraddizione esiste indubbiamente presso la borghesia occidentale e può essere formulata in termini vebleniani con il concetto di «virtue signalling» o «conspicuous morality», attraverso cui si opera un rovesciamento curioso: in un certo contesto sociale, ad esempio l’alta società newyorkese raccontata nei romanzi di Tom Wolfe, è il socialism e non più lo champagne a svolgere una funzione ostentativa.

Lo champagne torna ad essere una bevanda frizzante dal sapore lievemente aspro, mentre una certa cultura o un certo impegno diventa un prodotto di lusso. La retorica della sinistra champagne insomma si scontra con lo slittamento di tutti i significanti, eppure resta riconoscibile in tutta la sua potenza iconica.

Se il progresso industriale unito all’aumento della domanda permette di abbassare il costo dello champagne, o perlomeno del cattivo champagne, il suo valore simbolico finisce per inflazionarsi. Esso non indica più l’appartenenza alla classe dominante poiché la classe media ha potuto appropriarsene.

Un pezzo da discoteca di qualche anno fa cantava della «petite bourgeoisie qui boit du champagne» e gli risponderanno idealmente gli italiani della band Il pagante con i loro cafonissimi «shampoo col Dompero» (ovvero Dom Pérignon). Persino Charlie Hebdo, dopo gli attentati del 2014 al Bataclan, non trovò di meglio che proclamare, con una punta di classismo involontaria, che «Loro», cioè i terroristi, «hanno le armi, noi abbiamo lo champagne».

Il che dice molto su quel noi che vorrebbe essere massimamente inclusivo ma che in realtà mette in ombra un’ampia fetta di umanità (per cominciare dai musulmani) che sicuramente non definisce la propria identità culturale attraverso il consumo di champagne.

Se lo champagne non svolge più pienamente la funzione di status symbol, e anzi in certi casi strappa la maschera al parvenu, altri consumi tentano di sostituirlo: una birra artigianale o un chinotto di lusso serviranno meglio allo scopo sociale, segnalando l’appartenenza al «ceto medio riflessivo» o alla «classe creativa»

Già negli anni Cinquanta il sociologo David Riesman aveva identificato il fenomeno del «sottoconsumo ostentativo» attraverso cui la classe agiata in certe epoche tenta di distinguersi dall’esibizionismo dei nuovi ricchi. Di fatto come ogni sistema di segni anche la simbologia del prestigio si presta a intepretazioni divergenti secondo i contesti nonché a trasformazioni continue.

Oggi l’intero sistema di segni su cui dovrebbe reggere il riconoscimento — i codici linguistici e comportamentali, i titoli di studio — è a sua volta inflazionato e quindi svuotato del suo valore, proprio come una bottiglia di champagne del supermercato.

La classe disagiata si circonda delle spoglie degli antichi attributi di ricchezza e la sua miseria fiorisce in mezzo all’abbondanza, come se il tributo simbolico chiesto dalla civiltà industriale per non essere marginalizzati fosse sempre più alto e insostenibile.

Questo paradosso produce una sorta di autoinganno, anch’esso ben riassunto in un verso del Pagante — “Cazzo me ne della crisi, faccio solo la sei litri” — che annuncia come solo orizzonte la prospettiva nichilista dello “sboccing like no tomorrow”.

La classe agiata di massa

Così lo Stato keynesiano eredita dalla Chiesa il ruolo di «potere che frena» – in greco katéchon – e indirizza il flutto impetuoso dell’accumulazione capitalistica. La propensione al consumo delle classi agiate, pur vistosa come insegna Veblen, è tendenzialmente bassa in proporzione al loro reddito totale, in quanto oltre a consumare possono permettersi di risparmiare. Per questo secondo la Teoria generale di Keynes è necessario estinguere queste riserve attraverso una tassazione progressiva e riallocare le risorse ai consumi di una classe meno propensa al risparmio: quella che diventerà la classe media appunto, la quale mimando le voci di spesa della classe agiata senza le stesse solide riserve alle sue spalle rischia sempre di ricadere nella classe disagiata.

L’offerta illimitata

«Punk» era il nome di un’operazione di recupero artistico e commerciale di un insieme di mode, comportamenti, pratiche, linguaggi, abbigliamenti prodotti spontaneamente dal sottoproletariato urbano dell’Inghilterra degli anni Settanta.

Quelli che erano dei semplici «teppisti» (letteralmente, punk) diventano un modello culturale per la borghesia attraverso un processo di risignificazione.

Dopo il successo del singolo «Anarchy in the UK», che vendette 50.000 copie nel Regno Unito, gli scandali ripetuti convinsero il management vecchio stampo della EMI a rompere il contratto con i Sex Pistols. I Pistols firmarono quindi con la Virgin Records di Richard Branson – un capitalista della nuova generazione – e pubblicarono una raccolta dei loro successi nell’ottobre del 1977, Never mind the bollocks.

Al suo interno, una canzone che prende in giro proprio la EMI denunciando il paradosso di quella «offerta senza limiti», totalmente indifferente al contenuto, che l’industria culturale post-sessantottina si era data come ambizione di proporre sul mercato:

There’s unlimited supply
And there is no reason why
I tell you it was all a frame
They only did it ‘cos of fame.

Vietato vietare

Del pasticcio in cui la classe media occidentale si è cacciata, Michel Clouscard aveva descritto il meccanismo nella sua Critique du libéralisme libertaire del 1986: «La classe borghese offre più figli di quanti sono i mestieri borghesi richiesti dal capitalismo. Questo surplus farà le rivoluzioni. Ma rivoluzioni borghesi». Queste rivoluzioni sono, secondo Clouscard, quelle dei seguaci di Sartre, Lévi-Strauss, Foucault, Barthes, Lacan, Deleuze e Guattari, pensatori che si sono dedicati a distruggere la morale repressiva dei padri, ovvero il capitalismo weberiano, a profitto di un nuovo modello di consumismo. Dirottando l’economia dalla pura accumulazione, questi pensatori hanno «levato la maledizione» che pesava, secondo Georges Bataille, sulla trasgressione e sullo spreco.

La condizione del figlio borghese è paradossale: se da una parte il suo ruolo è di consumare eccessivamente, e dunque anche consumare un certo capitale ereditato, d’altra parte egli è esso stesso un eccedente: non c’è per lui alcun lavoro borghese da svolgere, e perciò nessun modo di accumulare nuovo capitale. Secondo Clouscard il borghese non è in grado di derogare alla propria condizione: «Per quanto profondamente escluso dal possesso del capitale, dai mestieri e dalle funzioni proprie della sua classe, il borghese non può scivolare nella classe operaia e svolgere la professione di operaio». Ed è appunto questa sua incapacità di derogare che lo condanna.

Velleità

Il lavoratore culturale oggi si confonde sempre di più con il consumatore culturale. Lavoratore e consumatore si sono definitivamente fusi in una nuova creatura, il prosumer culturale. Producendo, egli consuma risorse. E consumando, egli produce certamente qualche cosa: ma chi vuole questa cosa? Prima di convertirsi al trash puro e semplice, con quel suo intuito tipico dei ciarlatani Andrea Diprè aveva compreso l’importanza crescente della quarta dimensione, una bolgia immensa di dilettanti alla ricerca della buona occasione, convinti che le loro spese più o meno pazze siano un investimento. La corsa al riconoscimento è come un gioco d’azzardo, dove il banco vince sempre e la maggior parte dei giocatori s’impoverisce fino alla bancarotta. A che serve poi trascinare Dipré in tribunale? Abbiamo giocato e abbiamo perso; e il banco vince sempre.

The problem of leisure class

I grandi suicidi letterari, come quello di Ivanov, sono spesso suicidi anomici. Alla sua epoca, Durkheim nota l’enorme tasso di suicidio proprio tra i rentiers, la classe consumatrice che non riesce a stare al passo con le trasformazioni economiche e sociali. Tuttavia Durkheim si guarda bene dallo stabilire uno standard di vita minimo al quale l’individuo dovrebbe accontentarsi in ogni luogo e in ogni epoca, anzi si chiede: «Ma come fissare la quantità di benessere, di lusso a cui un essere umano può legittimamente aspirare?» Poiché l’animo è un pozzo senza fondo di bisogni e i desideri sono illimitati per definizione, ovvero scavalcano continuamente i mezzi a disposizione, il criterio si è sviluppato nel corso della storia. Per quello Baudrillard parlava di «genesi ideologica dei bisogni». Ciò ha un’implicazione molto importante, perché implica che ogni adattamento alle condizioni economiche reali è una vera violenza fatta all’identità profonda che si è radicata nell’individuo.

Felicità moderata

Scriveva Karl Marx : «Tutta la vita delle società moderne in cui predominano le condizioni attuali di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di merci».

Di queste merci fanno parte tanto quelle che vengono consumate direttamente quanto quelle, particolari, che servono a produrne di ulteriori: in questo caso si parla di capitale.Per produrre un profitto o perlomeno ripagare la spesa investita nella produzione, tutta questa merce e tutto questo capitale accumulati devono essere venduti o impiegati in qualche modo. In caso contrario si presenta una crisi: crisi di sovrapproduzione delle merci, ma soprattutto crisi di sovraccumulazione del capitale.

Immaginate un’azienda che fabbrica un certo tipo di macchina in previsione di una domanda molto ampia. Si tratta di un gigantesco investimento, ma altrettanto gigantesco è il profitto atteso.

Immaginate poi che la previsione si riveli completamente sbagliata: la domanda si è contratta e le macchine non si vendono. Immaginate allora tutte queste belle macchine, oramai inutili, abbandonate nei magazzini. O svendute. Smontate. Distrutte.

Bene. Ora immaginate di essere una di quelle macchine.




Rosetta torna in classe, a che punto è il conflitto? Con Aboubakar Soumahoro, Edoardo Albinati, Francesca De Masi e Pietro Vereni

Quando è stato pensato il percorso concettuale di Rosetta 2018, Classe/ceto sono stati tra i primi temi che abbiamo individuato. Nel 2017 “periferia” era la parola sulla bocca di tutti, in parte perché era stato sviluppato un piano di rafforzamento delle attività dei municipi in quelle aree, in parte perché l’onda lunga della crisi aveva finalmente manifestato appieno il suo potenziale nefasto, di distruzione delle ricchezze e dei desideri. La linea della differenza che andava facendosi sempre più marcata ed individuabile, stava trasformando il ceto in classe, nuovamente.


soumahoro al mercato lorenteggio

Sabato 15 settembre 2018 alle 18.30 Rosetta torna in classe con Aboubakar Soumahoro al Mercato Lorenteggio, Milano.

Quali sono le classi sociali oggi? Quali le forme di sfruttamento? Possediamo degli antidoti? In che modo il genere e le migrazioni incidono su questa stratificazione?

Partecipano: Aboubakar Soumahoro, Edoardo Albinati, Francesca De Masi, Pietro Vereni


Quella divisione geografica, infatti, non segue traiettorie toponomastiche ma linee di valore, di possibilità e capacità economica, che si amplificano se si ragiona in termini intersezionali con categorie quali il genere, la provenienza, la capacità fisica e psichica. Quell’idea di periferia della città che viene riprodotta, su scala nazionale, con il processo di “meridionalizzazione” del Sud del paese, o di depauperamento delle aree interne, e poi ancora, su scala più ampia, nella divisione invisibile del Mediterraneo, e in quel tropico che di fatto divide il mondo in due classi differenti, il grande Nord e il grande Sud.

Con questi pensieri è stato semplice individuare relatori che riuscissero a tracciare quelle traiettorie, da quelle micro dei contesti famigliari a quelle più ampie dei movimenti globali dei lavoratori.

Edoardo Albinati ha raccontato la famiglia e quell’istituzione che dovrebbe se non eliminare, quantomeno ridurre le diseguaglianze, che è la scuola. La sensibilità dello scrittore non solo permette di restituire una fotografia del passato e delle traiettorie di vicinanza, ma anche provare a immaginare in che modo le trasformazioni culturali possono cercare di ridurre queste distanze e rendere più opaco quel confine tanto netto. Un interrogativo che torna anche nei lavori di Piero Vereni, che cercherà di ragionare sul cambiamento intercorso negli anni recenti che dalla cosiddetta “cetomedizzazione” della società ha (forse) portato alle dinamiche odierne di polarizzazione sociale.

Francesca de Masi, nel suo lavoro quotidiano che è anche politico ragiona spesso sulle condizioni materiali delle vite delle donne che incontra. Spesso si tratta di donne migranti, sovente fuoriescono da traiettorie di tratta o da episodi di prostituzione. In che modo genere e provenienza amplificano queste differenze? Una domanda che torna e si ripropone ancora più forte nei confronti dell’ultimo ospite:

Aboubakar Soumahoro. Sindacalista di USB migranti, sta combattendo quotidianamente la battaglia contro la messa in schiavitù, de facto, del bracciantato agricolo migrante, costantemente sotto il ricatto dello status (i documenti) che permette libertà e lavoro. Quelle storie al limite somigliano molto a quelle che ho ascoltato nei lavori al margine, sulle panchine di quelle vie che finiscono in parchi agricoli, dove la metropoli sfuma in campagna. Ho imparato ad ascoltare la fatica del non possedere nulla, quello che Bourgois chiama “abuso lumpen”, ossia quella condizione di patimento totale legata alla deprivazione economica ed emotiva, un insieme di vulnerabilità, oppressione e sofferenza. Ed era chiaro che quelle vite, quelle traiettorie, non potevano collocarsi in una categoria stretta e opaca come quella di ceto. Eppure la letteratura europea ha dichiarato la fine delle classi sociali.

Questo è avvenuto sia nelle parole dei politici (Blair affermava: “we are all middle class now”) che nelle pratiche di consumo. Le migrazioni prima, e la crisi economica poi, hanno riportato al centro del dibattito il tema della diseguaglianza, la scomparsa del ceto medio, e il ritorno delle classi, con nuove sfumature (si pensi solamente agli effetti della crisi dell’industria, alla digitalizzazione del lavoro, alla classe creativa tanto decantata da Florida, tramutatasi in classe disagiata in meno di  un decennio).

Allo stesso tempo, nel discorso pubblico, si è rafforzata la consapevolezza che la concentrazione di capitali (sociali, economici, culturali) in élites di potere hanno consolidato l’idea (declinata soprattutto nel dibattito politico) che ci fosse una vera propria casta (e una concentrazione di poteri e di forme di capitali) che sta aumentando il proprio profitto a scapito del resto della popolazione.

Quello che colpisce è che quel conflitto di classe che era storicizzato un tempo tra borghesia e proletariato, e che oggi potrebbe forse declinarsi tra grandi gruppi finanziari, élites economiche e il resto della popolazione non si sviluppa più nei modi e nelle forme del passato. Anzi, il “nemico” della diseguaglianza non viene intercettato come tale. Il conflitto di classe oggi si annida su quella linea di protezione dei privilegi del ceto medio, che cerca di combattere le fragilità sociali; i penultimi contro gli ultimi. Un conflitto che si sta esacerbando sempre più, e che spesso confonde il tema strutturale dell’accesso alla ricchezza con la linea del colore.

Un razzismo che si annida nell’idea rapace che in periodi di welfare fragile, meno vulnerabili avranno accesso al sistema di supporto, più ci si potrà spartire tra gli altri. Un pensiero dello Stato-salvadanaio, in cui l’accesso ai sussidi diventa centellinato e non rinnovabile. Una discriminazione economica che si trasforma spesso in xenofobia, poiché la provenienza diventa sineddoche di uno status economico, forse della classe. Proveremo a discutere tutto questo, e a capire se e quali sono i possibili antidoti di un modello rischioso che si sta trasformando in un reale pericolo per la tenuta democratica, tanto sul piano micro, quanto su quello macro.




Gogol & Company, Milano. Rosetta è disagiata

gogol & company milano rosetta

Giovedì 12 ottobre alle 19.00 Rosetta ricomincia il suo giro.
L’appuntamento è alla Libreria Gogol & Company di Milano e dopo aver parlato tanto della città e dei suoi abitanti, di meticciato e di migrazioni, di accessibilità alla cultura, agli spazi e alla cittadinanza, di conoscenza e ignoranza, di cibo e politica, questa volta si tocca un tema davvero tabù: il rapporto tra ricchezza e cultura.

ROSETTA È DISAGIATA. La cultura è ricchezza?
È questo il titolo della 7^ tappa del progetto culturale nomade ideato da cheFare e Casa della cultura con il sostegno di Fondazione Cariplo.
La serata come sempre inizia con una conversazione per concludersi in musica.

Programma

19.00 – Rosetta è disagiata – conversazione
Partecipano:
Cristiano Cavina – scrittore
Valerio Mattioli – curatore e autore
Gloria Origgi – filosofa
Raffaele Alberto Ventura – scrittore, autore di Teoria della classe disagiata, Minimum Fax

Modera Bertram Niessen – direttore scientifico di cheFare

20.30 – Dj set di Matteo Saltalamacchia

Una libreria indipendente al Giambellino è diventata in poco tempo punto di riferimento del quartiere e luogo di aggregazione e diffusione di cultura. La cultura, nella visione degli stessi librai, è anche il mezzo per immaginare vite possibili, una ricchezza e uno strumento di riscatto sociale.

Raffaele Alberto Ventura ha appena pubblicato con Minimum Fax Teoria della classe disagiata,  in cui parla dell’argomento più sottaciuto di tutti tra i cosiddetti lavoratori della cultura: «sì ma, con cosa campi?»
A suo parere l’attuale classe istruita è figlia della classe agiata di ieri e non era stata preparata per la vita agra che conduce oggi ma per un’altra vita, che non esiste.
La classe istruita dovrebbe smettere la posa rivendicativa da classe subalterna e riconoscere di essere a disagio perché figlia impoverita di una classe privilegiata. Il mancato riconoscimento di questo sentimento e di questa realtà materiale fa sì che intellettuali e creativi di oggi, mentre rivendicano maggiori diritti e tutele che sono in realtà mancati privilegi, sia pronta a tutto, per esempio ad abbassare il prezzo del proprio lavoro, pur di non abbandonare il proprio status.

Tra questi due poli, quello della cultura come fine e al limite come mezzo di conoscenza e riscatto da una parte, e quello della cultura come mezzo inceppato di conservazione del privilegio dall’altra, si articolerà la conversazione. In un luogo che vive questo tema attraverso la concretezza del rapporto quotidiano coi lettori: sia quelli già forti che quelli che stanno nascendo.

L’evento Facebook è qui!




Switch, una serie di incontri sulle mutazioni del presente

Sappiamo che i cambiamenti storici non avvengono mai all’improvviso, che epoche e periodizzazioni sono illusioni ottiche, create a posteriori; che le trasformazioni sono lente e impercettibili, e anche le date memorabili – 1789, 1492, 1917, 2001 – vanno sfumate e considerate segni convenzionali che indicano processi più ampi, contraddittori smottamenti dei quali non sappiamo bene dove cominciano e dove finiscono.  

Tutto vero, eppure lontano dall’esperienza concreta del tempo che si è affermata negli ultimi decenni: non è così che sentiamo la storia nella nostra epoca, tanto meno dopo l’accelerazione prodotta dalla pandemia. Tutto sembra essere cambiato da un momento all’altro; in un certo senso, tutto è davvero cambiato da un momento all’altro. 

Il lavoro, la scuola, le relazioni, la socialità, le abitudini di consumo, lo sport e il tempo libero; ma anche le teorie filosofiche, gli schieramenti politici, le contrapposizioni ideologiche: quasi ogni momento del quotidiano è stato travolto e riposizionato dallo shock pandemico. E poco importa che molte cose promettano di ricadere al loro posto, di tornare inerzialmente allo stato precedente, solo un po’ deformate: la percezione dominante, nel momento attuale, è quella di una mutazione impossibile da ignorare, di una trasformazione improvvisa di tutti gli aspetti dell’esistenza. 

Alessandro Baricco ha descritto l’effetto distopico del risvegliarsi in un mondo che ha fatto un grosso e maldestro balzo in avanti, facendo accadere cinque anni in uno, e realizzando in brevissimo tempo cambiamenti già in atto, che probabilmente sarebbero avvenuti comunque, ma che attuati a questa velocità hanno centrifugato le esistenze e i pensieri, stressato i muscoli, cambiato posture, creato il bisogno di nuove storie. 

San Giuliano Terme (Pi), Piazza Italia, 17-18 settembre 2021

 

Baricco ha descritto questo spostamento in avanti nel tempo pensando a Philip K. Dick, la cui immaginazione letteraria aveva visto qualcosa del genere. Per Dick la storia non è un lento, vischioso blob, ma una psichedelia di mondi paralleli: può bastare una variazione impercettibile, un varco, un viaggio, per ritrovarsi in un universo distinto in cui la storia ha preso tutta un’altra direzione, e i nazisti hanno vinto la guerra e conquistato gli Stati Uniti. Lo spostarsi da un universo all’altro non è una questione di processi silenziosi e inavvertiti: somiglia più allo scatto con cui un treno cambia binario. La chiamavamo fantascienza, ma la definizione ormai appare ampiamente inadeguata, se questa esperienza di chiudere gli occhi e riaprirli in un mondo irriconoscibile è diventata del tutto familiare. 

In un racconto intitolato Story of Your Life – dal quale Denis Villeneuve ha tratto il film Arrival – lo scrittore Ted Chiang immagina il contatto con una civiltà aliena che ha una concezione del tempo completamente diversa rispetto a quella umana: per loro il tempo è una presenza, un’intensità non lineare, in cui passato, presente e futuro convergono, si implicano reciprocamente e si dispiegano simultaneamente. Questa idea del tempo si riflette nell’organizzazione del racconto, che intreccia e sovrappone i piani temporali, e soprattutto dà forma ai semiogrammi utilizzati dagli eptapodi per comunicare: una scrittura i cui segni non corrispondono a suoni o a concetti ma a eventi, in cui ogni linea disegna la curva di una diversa timeline. Una scrittura e un pensiero così fatti descrivono un’esperienza del mondo impensabile, stravolta, in cui le categorie con le quali ci situiamo nel tempo e nello spazio diventano insignificanti, sostituite da una compresenza di tempi, di mondi, di idee.

Fotogramma dal film “Arrival” (2016) di Denis Villeneuve

La stessa compresenza che agita il nostro presente e lo rende illeggibile: il tempo precipitato che stiamo vivendo è un groviglio di schegge temporali e di frammenti di universi, in cui eredità del passato e trascinamenti verso il futuro convivono e si confondono. Gli eptapodi siamo noi, alieni a noi stessi: le nostre giornate sono una sequenza di micromutazioni, di trasformazioni, spostamenti, alterazioni della linea del tempo.  

Per dirla con una parola: le nostre vite hanno fatto e continuamente fanno switch. Si sono spostate improvvisamente da un circuito noto e rodato a un altro ignoto e pieno di incognite. Lo switch infatti è un cambiamento repentino di stato, di condizione, di modalità di funzionamento: è ciò che è successo al mondo negli ultimi mesi, una serie di trasformazioni rapidissime che hanno modificato radicalmente i contesti sociali e i comportamenti individuali. Una serie di switch, di mutamenti improvvisi, nei quali sono precipitati processi attivi da decenni, che come il fiume in prossimità di una rapida sono tutti velocissimamente confluiti nel vortice pandemico, e hanno generato una spettacolare cascata. 

Ma non si tratta solo dei tempi della storia, è la nostra vita quotidiana a essere dominata dallo switch: switchiamo in continuazione tra linguaggi, codici, ambienti diversi. Ci spostiamo freneticamente tra la dimensione fisica e quella digitale. Cambiamo piattaforma, lingua, bolla con sempre maggiore naturalezza: lo switch sta via via abbandonando il suono meccanico dell’interruttore che scatta, e somiglia sempre più a un gesto fluido, senza attrito, compiuto con naturalezza. 

È da questa percezione della realtà che nasce Switch – Dialoghi sulla mutazione, un esercizio collettivo in cui proveremo a raccontare lo scorrere del tempo non come un fiume apparentemente immobile ma come una cascata. Invertire l’idea della lunga durata dei fenomeni e provare a capire il presente individuando e analizzando le trasformazioni inattese, le fratture, le discontinuità, le mutazioni appunto: i cambiamenti immediati di stato, gli switch che hanno spento una forma di vita e ne hanno accesa una completamente differente. 

Cambiamo piattaforma, lingua, bolla con sempre maggiore naturalezza: lo switch sta via via abbandonando il suono meccanico dell’interruttore che scatta, e somiglia sempre più a un gesto fluido, senza attrito, compiuto con naturalezza.

Per affrontarli, anche la nostra mente deve fare switch, assumere atteggiamenti e posture nuove, acquisire conoscenze e competenze inedite. Deve riconoscere che molto di ciò che sappiamo e che abbiamo imparato non esiste più, è svanito o si è riformulato in modo da rendersi irriconoscibile. E che molti dei gesti conoscitivi che ci sono abituali sono diventati inefficaci, perché lo switch cambia codici, procedure, protocolli e linguaggi. 

Per fare switch insieme allora, il 17 e il 18 settembre a San Giuliano Terme, nell’ambito del Settembre Sangiulianese, si terranno quattro dialoghi, quattro confronti sulle mutazioni del presente. I dialoghi mettono a confronto due personalità che hanno uno switch da raccontare e da spiegare, portatrici di una competenza specifica che gli permette di analizzare con uno sguardo originale i cambiamenti in atto. 

Gli interlocutori sono scelti per creare accoppiamenti sorprendenti, mettendo a confronto punti di vista non conflittuali ma nemmeno del tutto coincidenti, affini ma in grado di creare una “differenza di potenziale” che generi energia intellettuale.  

I dialoghi mettono a confronto sistematicamente un uomo e una donna, non per un banale rispetto delle quote di genere, ma perché anche l’emergenza del faccia a faccia tra intelligenze diverse per esperienza di genere è uno dei temi chiave del presente, è uno degli switch che configurano la contemporaneità.  

Il programma

Si comincia venerdì 17 settembre alle ore 19 con Raffaele Alberto Ventura e Claudia Durastanti, che si confronteranno sulle trasformazioni dell’immaginario e dei linguaggi che agitano la società contemporanea. 

Sabato 18 settembre si riprende alle ore 18 con il dialogo tra Lina Bolzoni ed Edoardo Camurri, che parleranno di rinascimenti: come è accaduto e come continua ad accadere che il lavoro materiale e intellettuale delle società umane arrivi a concentrarsi in un gorgo di energie trasformative tanto potenti da produrre qualcosa che chiamiamo rinascita? 

Alle ore 19 Vera Gheno ed Enrico Terrinoni parleranno di linguaggi emergenti, e di come le forme linguistiche mutano nel tempo per accogliere tensioni sociali e nuove esigenze di rappresentazione del mondo. 

Alle ore 20.15 chiudono la manifestazione Fabrizio Barca e Valentina Parasecolo, che parleranno di come la politica a ogni livello, dalle amministrazioni locali alle istituzioni europee, deve ripensare i rapporti tra centri e periferie, per individuare nuove modalità di ascolto e coinvolgimento delle comunità, nuove pratiche di partecipazione diretta che saranno anche uno dei tempi principali della Conferenza sul Futuro dell’Europa.

I protagonisti e le protagoniste

Claudia Durastanti scrittrice e traduttrice, si occupa soprattutto delle questioni legate alle differenze, analizzando in particolare il contesto culturale e politico anglo-americano. Collabora con il settimanale “Internazionale”. Il suo romanzo La straniera (La Nave di Teseo) è stato finalista al Premio Strega 2019. È appena stata nominata curatrice della storica casa editrice femminista La tartaruga. 

Raffaele Alberto Ventura filosofo e saggista, analista della crisi delle classi dirigenti e del crollo della fiducia nelle competenze. Collabora con la rivista “Le Grand Continent”, con i quotidiani “Domani” e “Il Foglio”. Il suo ultimo libro è Radical Choc. Ascesa e caduta dei competenti (Einaudi, 2020). Il suo libro La classe disagiata (minimum fax, 2017) ha suscitato un intenso dibattito ed è stato trasformato anche in uno spettacolo teatrale. 

Edoardo Camurri giornalista, scrittore, conduttore radiofonico e televisivo. Su Rai Radio3 è tra i conduttori di “Pagina Tre” e conduce “Tutta l’umanità ne parla”. Su Rai3 conduce la trasmissione di approfondimento culturale Maestri. Scrive per “Il Foglio”. 

Lina Bolzoni saggista e studiosa, professoressa emerita di Letteratura italiana alla Scuola Normale Superiore di Pisa. I suoi saggi sono stati tradotti in tutto il mondo. Il suo ultimo libro è Una meravigliosa solitudine. L’arte di leggere nell’Europa moderna (Einaudi, 2019). Per l’Istituto Enciclopedia Treccani ha curato La Commedia di Dante nello specchio delle immagini, pubblicato in occasione del settecentenario della morte del poeta.  

Vera Gheno sociolinguista, in prima linea nelle campagne di riflessione e sensibilizzazione sull’inclusività della lingua. Conduce la trasmissione di Radio 1 “Linguacce”. Recentemente ha pubblicato Poetere alle parole. Perché usarle meglio (Einaudi, 2019); Femminili singolari. Il femminismo è nelle parole (Effequ, 2019) e, con Federico Falloppa, Trovare le parole. Abbecedario per una comunicazione consapevole (EGA, 2021). 

Enrico Terrinoni docente di Letteratura inglese e di Teoria e pratica della traduzione. Per Newton Compton ha tradotto l’Ulisse di James Joyce, e per Mondadori il Finnegan’s Wake. Collabora con “il Manifesto” e “il Tascabile,” e ha scritto anche per il “Corriere della Sera”, “Il Sole 24 ore” e “Il Messaggero”. Ha tradotto autori contemporanei e classici. Tra i suoi ultimi libri Oltre abita il silenzio. Tradurre la letteratura (il Saggiatore, 2019); Chi ha paura dei classici? (Cronopio, 2020); Fantasmi e ombre. Roma, James Joyce e Giordano Bruno (LSe, 2021). 

Fabrizio Barca economista e attivista, ex ministro, promotore del Forum Disuguaglianze Diversità. Tra i suoi libri più recenti ci sono Abbattere i muri. Principi di giustizia sociale (Castelvecchi, 2021); Un futuro più giusto. Rabbia, conflitto e giustizia sociale (il Mulino, 2020, curato insieme a Patrizia Luongo); Quel mondo diverso. Da immaginare, per cui battersi, che si può realizzare (Laterza, 2020, scritto con Enrico Giovannini). 

Valentina Parasecolo giornalista professionista, press officer del Parlamento europeo in Italia, si occupa soprattutto di media digitali e delle dinamiche comunicative che riguardano le nuove generazioni. Ha studiato Scienze Politiche in Italia e negli Stati Uniti, e si è formata alla Scuola di giornalismo radiotelevisivo di Perugia. Ha collaborato, tra gli altri, con Rai, La7 e Vice, e ha ideato e diretto la piattaforma di informazione e approfondimento “il Bureau”. 




Inchiesta su Andy Warhol, un razzista da cancellare?

Il 1963 cominciò con notizie ostili per Andy Warhol: il suo lavoro era appena stato rifiutato da alcune delle più grandi istituzioni dell’epoca. Nemmeno la Biennale di Venezia lo aveva voluto: il padiglione degli Stati Uniti aveva incluso le opere di molti altri, ma non la sua. Nell’aria però, oltre al disappunto, c’era comunque il profumo di nuove speranze: Andy sin dall’anno precedente stava lavorando, su invito di Philip Johnson, architetto e curatore del MoMA, a un progetto molto ambizioso, cioè la sua prima opera di arte pubblica. Che si rivelerà poi essere anche l’ultima.

L’installazione sarebbe dovuta apparire l’anno successivo nel padiglione dello Stato di New York, durante la Fiera mondiale del 1964 che si tenne proprio nella Grande Mela. Un evento di dimensioni mai viste per l’arte di Andy e degli altri artisti invitati a esporre nella prestigiosa venue. Tra loro, Robert Indiana disse che probabilmente ci sarebbe stata «più attenzione e più copertura mediatica di questo evento che di qualsiasi altra cosa io potessi fare». E aveva ragione: si parlava di settanta milioni di visitatori complessivi alla fiera, che prevedeva la partecipazione di venticinque Stati americani e ottanta nazioni. Un pubblico immenso, che nessun museo o mostra avrebbe mai raccolto nemmeno nella più rosea delle occasioni. Esporre al di fuori di un padiglione, anzi, coprire interamente la sua facciata con un’opera d’arte, avrebbe garantito a chiunque di vederla. E qui nasceva un dilemma. Che opera esporre?

Pubblichiamo un estratto dal saggio di Enrico Pitzianti, Andy Warhol. Inchiesta sul re della PopArt (Diarkos)

 

Nonostante Philip Johnson avesse invitato Andy già nel 1962, la primavera dell’anno successivo i dubbi su cosa scegliere erano ancora insormontabili. Un’occasione così non andava sprecata, bisognava proporre qualcosa di forte, iconico, che rimanesse impresso nella memoria collettiva e che, naturalmente, piacesse. La scelta, stando a quanto si racconta, avvenne all’incirca così: Andy si trovava a pranzo con Ray Johnson, un performer e collagista di Detroit che in quegli anni stava avendo un enorme successo grazie al trampolino della Pop Art, e Wynn Chamberlain, altro grande nome del nuovo movimento artistico.

I tre iniziarono a parlare di lavoro, e anche dei possibili soggetti da esporre alla tanto attesa fiera, quando Chamberlain se ne uscì con un’idea fin troppo eccentrica: esporre i ritratti dei ricercati dalla polizia. Il suo fidanzato, un poliziotto, se li portava sempre a casa stampati sui volantini.

Va considerato che quel pomeriggio, intorno al tavolo, non c’era neanche l’ombra di un eterosessuale, e la cosa ebbe una certa influenza: Warhol, Chamberlain e Johnson erano tutti e tre gay e l’idea di esporre foto di uomini sconosciuti assieme alla scritta «Most wanted men!» (che in italiano si tradurrebbe con “Gli uomini più ricercati”, ma il verbo inglese “to want” permetteva di tradurre anche come “Gli uomini più desiderati”) doveva essere irresistibile. Il doppio senso erotico, chiaramente di ispirazione omosessuale, faceva sicuramente al caso della sensibilità warholiana, visto che la liberazione dell’omosessualità lo interessava in prima persona.

C’era di più: l’idea sarebbe stata considerata scandalosa, avrebbe fatto parlare i media, monopolizzando le attenzioni, e nel frattempo anche dato spazio a dei reietti, a degli ultimi e dimenticati che mai, in quel periodo, potevano ambire a godere di attenzioni simili. L’opera avrebbe dovuto essere larga sei metri per sei, e la forma quadrata si prestava perfettamente a ritrarre una serie di primi piani come quelli delle foto segnaletiche, i mug shot, come si chiamano in inglese. Senza contare che elevare a soggetti artistici dei criminali sarebbe rientrato perfettamente nell’abitudine di Andy di “divinizzare” i propri soggetti, renderli famosi, dei divi e, nel caso in cui già lo fossero, esagerarne e cementificarne l’iconicità.

Divinizzare i propri soggetti, renderli famosi, dei divi

Insomma, l’idea era perfetta, ma chi mai avrebbe apprezzato delle gigantografie di criminali e ricercati di New York all’entrata di un padiglione fieristico visitato da milioni di famigliole della classe media americana? E la politica, come avrebbe reagito la politica? Si trattava di domande di un certo peso, soprattutto perché quello era un evento pubblico. Come del resto accadeva spesso, le polemiche di questo tipo preoccupavano Andy relativamente, anzi lo stuzzicavano: la provocazione era, e doveva essere, una parte dell’anima dell’opera d’arte. Altrimenti non si parlava d’arte, ma di arredamento senza scopo. E poi esporre delle foto segnaletiche di ricercati avrebbe creato un collegamento perfetto tra le sue serie più conosciute, come i ritratti dei divi del cinema e la serie intitolata Morte e disastri, più cupa, sconosciuta e tragica. In questo modo, quella dei mug shot, da una semplice intuizione divenne un’opera vera e propria. Arrivò il momento dell’installazione.

Orange Car Crash, Orange Disaster di Andy Warhol

 

La fama che sarebbe conseguita dall’esporre in una delle manifestazioni più ambite e celebri del periodo avrebbe senza dubbio fatto dimenticare a Warhol l’esclusione da Venezia. Ma le cose, ormai lo avrete capito, andarono diversamente e, per la precisione, andarono male. Molto male. Il tema della fiera era, come lo sono sempre i temi delle esposizioni di questo tipo, mieloso e ipergenerico: “La pace e il posto dell’essere umano nel mondo in cambiamento”. Ok, è vero che quando i temi sono così vaghi e fumosi sono pensati appositamente per permettere a chiunque di presentare qualsiasi opera o idea su qualsiasi soggetto. Un po’ come i titoli dei temi scolastici che vengono commissionati agli alunni delle scuole elementari. Ma è vero altrettanto che quei temi così banali sono pensati anche per tenere le redini di un certo politicamente corretto: “il posto dell’uomo nel mondo in cambiamento” è una frase che indirizza i partecipanti verso pomposi discorsi di facciata sulla salvaguardia della natura, sulla retorica della pace nel mondo e sulla solita fine della guerra e della violenza.

Insomma vaghezza sì, ma si trattava comunque di tenere un tono istituzionale, non era certo un invito a esporre dei galeotti. Tredici ricercati, tredici most wanted men fotografati dalla polizia nel 1962 giganteggiarono sulla facciata del Theaterama, il più in vista tra tutti gli edifici della fiera newyorkese. Subito si cominciò a parlare dell’opera: in città le voci girarono in fretta ‒ succede oggi coi social network, ma succedeva anche allora che i social non c’erano ‒ e le reazioni furono, perlopiù, di sconcerto. Il primo dei feedback, a dire la verità, fu positivo: sull’edizione di febbraio di uno dei magazine più letti nel mondo della moda, «Harper’s Bazaar», Andy appariva in una foto con i suoi carismatici occhiali neri insieme agli altri artisti impegnati nelle installazioni e le parole usate in quel primo articolo erano prive di qualsivoglia negatività.

Ma già a marzo le cose cambiarono: la stampa fu prima invitata dalla dirigenza della fiera a considerare che quell’opera veniva dalla necessità di raccontare «aspetti sociali della vita americana», come a voler mettere le mani avanti su possibili stroncature e critiche. Più tardi venne invitata a non parlarne affatto. I commenti di Jimmy Breslin, uno dei giornalisti più famosi dell’epoca, furono durissimi: schernivano l’opera facendo del sarcasmo sull’opportunità di piazzare i volti appartenenti a dei criminali in un evento simile e arrivavano persino a deridere i soggetti rappresentati (il rispetto della dignità di accusati e condannati, al tempo, non era troppo di moda). Ed eccoci al punto. L’opera non vide mai la luce perché a distanza di pochi giorni dall’installazione fu coperta di vernice.

A distanza di pochi giorni dall’installazione fu coperta di vernice

La fiera non aveva ancora aperto al pubblico, erano ancora i giorni dei preparativi, quelli degli operai che vanno e vengono, dei mezzi che trasportano immensi imballaggi e tirano su capannoni in poche ore. Il pubblico non vide mai l’unica opera di arte pubblica realizzata nella carriera di Andy Warhol. Philip Johnson, che quell’opera l’aveva commissionata, aveva previsto che sarebbe rimasta esposta per almeno due anni. Ma anziché due anni durò due giorni. Andy fu censurato.

Non si sa bene se la causa furono le pressioni politiche sulla fiera (il governatore di New York avrebbe tentato l’elezione di lì a poco) oppure le lamentele dei privati cittadini indignati, fatto sta che quell’opera venne coperta proprio come oggi i comitati “antidegrado” fanno coi graffiti e i murales. Girò addirittura voce che fu lo stesso Warhol a censurarsi: lo dichiarò lui stesso in un’intervista al «New York Times» spiegando che uno dei tredici accusati esposti nell’opera era stato scagionato, e che di conseguenza l’opera non era più “valida”. Ma probabilmente quello fu solo un tentativo di salvare la faccia.

Viene naturale, oggi, rimpiangere quell’opera mai esposta, tanto quanto definire gretto quell’atto di censura: è normale. Attenzione però: siamo davvero sicuri che al giorno d’oggi, un’installazione simile, sarebbe stata accolta a braccia aperte? Non credo, anzi, sono certo che avremmo ricoperto l’artista di critiche feroci. Vi dico di più, sarebbe successo per delle buone ragioni, perché quell’opera oggi sarebbe un simbolo di razzismo e classismo inaccettabili.

Quell’opera di Warhol oggi sarebbe un simbolo di razzismo e classismo inaccettabili

Vado con ordine. Innanzitutto esporre indagati o detenuti al pubblico ludibrio oggi sarebbe del tutto inaccettabile: lo abbiamo imparato coi social e ormai lo abbiamo capito quasi tutti, non si può pubblicare la foto di qualcuno senza il suo permesso. Il tutto sarebbe stato reso ancora più grave visto che Warhol lo faceva a scopo di lucro (ben seimila dollari, che al tempo corrispondevano a una cifra enorme). Ma la questione della privacy è la meno importante: se davvero facciamo l’esperimento mentale di immaginare quella stessa opera nel nostro presente ci sarebbero stati problemi ben più gravi. Uno su tutti il giustizialismo. Tra quei tredici uomini c’erano alcuni condannati, ma la maggior parte erano dei semplici ricercati che non erano ancora stati giudicati. Chi aveva detto a Andy che basta essere accusati di qualcosa per potersi vedere esposti, con le foto segnaletiche della polizia, a una fiera a mo’ di provocazione? Oggi l’avvocato degli accusati, e anche quello dei condannati, porterebbe Andy Warhol alla bancarotta a suon di querele.

Il tema dell’opportunità di esporre pubblicamente nomi e volti di persone indagate e non ancora condannate è uno dei più discussi e centrali nel dibattito pubblico contemporaneo. Sui social sono tanti i personaggi, anche politici, che per reagire alle centinaia di insulti che ricevono quotidianamente fanno screenshot e diffondono nomi e cognomi degli hater.

Difficile dire se questa sia davvero una strategia efficace: magari effettivamente disincentiva i nuovi “leoni da tastiera”, quelle persone che, spesso per via di inesperienza, ignoranza e limitatezza, considerano internet un luogo in cui è ammesso offendere, augurare la morte o lo stupro a chiunque impunemente (magari mossi soltanto da differenze di vedute sulla politica o la Serie A).

O se invece sia meglio non esporre gli hater alla gogna mediatica, ma denunciarli in modo da innescare procedimenti legali che porteranno, sul breve periodo, a un risarcimento per calunnia e sul lungo periodo a una legge sulla violenza verbale e il bullismo online. Ma questo è il presente, le nostre sensibilità politiche sono determinate in tutto e per tutto dal web, da questa nuova piazza in cui non ci sono confini fisici ma solo miliardi di possibilità comunicative che, per il momento, evolvono in un regime di sostanziale anarchia.

Oggi le nostre sensibilità politiche sono determinate in tutto e per tutto dal web

I tempi della fiera di New York a cui partecipò Warhol erano completamente diversi. Tanto diversi che esporre il volto di uno sconosciuto, per un artista, non solo non era sanzionabile, ma non faceva scandalo nemmeno tra i diretti interessati. Oltre alla privacy violata e il giustizialismo, che oggi sarebbero sufficienti a far arrivare feedback impietosi alla casella mail di Andy Warhol, quell’opera avrebbe avuto un altro problema: il razzismo.

Ben sette di quei volti, infatti, appartenevano a cittadini italiani o originari del nostro Paese. Se l’artista facesse un balzo dal 1964 e arrivasse dritto nel presente si stupirebbe così tanto da rimanere disorientato, come i viaggi nel tempo che avvengono nei romanzi di fantascienza. Scoprirebbe che quel suo gesto colpevole di razzismo implicito è il peggiore dei suoi errori, peggio del giustizialismo e sicuramente anche della violazione della privacy. Gli italiani, in quel periodo, non venivano considerati “bianchi”. Nei fatti e spesso anche nelle parole e nelle disposizioni di legge, erano cittadini di seconda categoria, portatori di criminalità e migranti senza diritti se non quello di fungere da capri espiatori. Andy questo lo sapeva: le vicende di migranti italiani uccisi negli Stati Uniti erano già celebri.

L’italiano Andrea Salsedo morì precipitato dal grattacielo in cui aveva sede l’Fbi ancor prima che Andy nascesse, e Sacco e Vanzetti, già allora nomi celebri a proposito di razzismo e brutalità verso i migranti, erano già stati uccisi ingiustamente sulla sedia elettrica quando il re della Pop Art veniva al mondo. All’epoca, a dirla tutta, qualcuno a cui non piacque che l’opera ritraesse soltanto “criminali” italiani ci fu. Si trattava del governatore dello Stato, Nelson Rockefeller. Ma la sua intenzione non era quella di proteggere una minoranza da uno stereotipo e da un pregiudizio, bensì di preservare il proprio bacino di voti. Il politico, infatti, in quei mesi stava preparando la sua corsa alla rielezione e temeva che lo scandalo dovuto all’opera di Warhol gli avrebbe fatto perdere i voti di una comunità numerosa.

Aveva ragione a preoccuparsi, perché l’opera poteva anche essere stata notata, e perfino apprezzata, da qualche collezionista o intellettuale, ma le famigliole passeggianti avevano gusti decisamente diversi. «Thugs at the Fair? Nobody wants to see their distasteful pictures. Why not concentrate on beauty instead of criminals and crime?», commentò un residente del Queens intervistato dal «New York Journal-American». «Criminali alla fiera? Nessuno vuole vedere queste immagini disgustose. Perché non concentrarsi sulla bellezza anziché sui criminali?»

I fallimenti però a volte sono persino utili. Quell’opera fallita, obbligata a sparire, abortita a pochi giorni dalla sua esposizione, tornerà prepotentemente a emergere. E non accadrà a caso: quella stessa estate, a fiera ormai conclusa e sogni di gloria abbondantemente evaporati, Warhol si mise a lavoro per produrre un’altra serie su quegli stessi volti, con le stesse foto e lo stesso titolo. Usò le medesime serigrafie usate per l’installazione murale e in pochi giorni ebbe venti opere in formato ridotto che rimasero lì nel suo studio a ricordargli un insuccesso e a spronarlo, stimolarlo e a ricattare il suo ego perché di fallimenti non ne potesse far capitare altri. Fino alla morte nel 1987 quelle opere non furono mai esposte.

La sua serie sui criminali, sul doppio senso degli “uomini più voluti d’America”, senza un pubblico, non poté innescare il suo effetto di senso. Ma alcune storie, e alcune opere, rimangono vive anche dopo la scomparsa di chi le ha create e così, in Inghilterra, in un 2014 per Andy futuristico e inimmaginabile, la serie è stata, finalmente, esposta.

Un cerchio che si è chiuso a cinquant’anni esatti dalla fiera di New York. Nemmeno oggi, che quel mezzo secolo è ormai alle nostre spalle e l’esposizione della serie è finalmente passata alla storia, le polemiche si sono del tutto sopite. Più volte la serie è stata invocata come legittima dalla comunità gay statunitense, e la censura definita immeritata ‒ di recente, nel 2015, lo ha fatto un bell’articolo firmato da Laura Stamm e pubblicato dalla Film and Media Studies Graduate Student Organization dell’Università di Pittsburgh.

Si è innescata una competizione tra individui e tra gruppi sociali discriminati che prende troppo spesso la forma di una gara

Il motivo di questa difesa è facilmente intuibile: quell’opera per la comunità gay fu significativa e in qualche misura potrebbe esserlo ancora oggi. Ma elevandola, nella nostra contemporaneità, al grado di opera “progressista” si fa un torto alle altre minoranze, quelle dei detenuti, dei migranti ingiustamente accusati e schedati dalla polizia statunitense ed esposti al pubblico, tanto per cominciare.

Qui intravediamo un problema importante che in questa vicenda viene a galla in tutta la sua pericolosità: nella nostra contemporaneità le minoranze tendono egoisticamente a ignorare i problemi delle altre. Per via dello strapotere della visibilità si è innescata una competizione tra individui e tra gruppi sociali discriminati che prende troppo spesso la forma di una gara, in cui i colpi bassi sono sconsigliati, ma non vietati, perché ciò che conta è solamente far emergere la propria storia, la propria narrazione e il proprio punto di vista. Si tratta di una competizione che a volte sfocia in una corsa forsennata a emergere, a conquistare spazio, visibilità e accettazione; anche a costo di creare a propria volta discriminazioni e perpetuare visioni stereotipiche.

Questo accade perché la visibilità è la nuova moneta sonante che assume sempre più valore nella nostra società. C’è chi la chiama “economia della reputazione”: cioè un sistema in cui a funzionare da moneta di scambio non è solo una valuta come l’euro o il dollaro, ma anche l’esposizione mediatica. Il tema può sembrare bizzarro ma è invece molto sentito: il successo di un libro come Teoria della classe disagiata (minimum fax 2017) di Raffaele Alberto Ventura, che sviscera proprio questi temi, lo dimostra.




Il giornalismo è in crisi, ora serve trasformare il malcontento in partecipazione

Per un giornalista, parlare di giornalismo dovrebbe essere la cosa più facile del mondo. E invece, c’è sempre un quid di reticenza, o meglio di resistenza: la stessa che mi ha portato a procrastinare per vari giorni la stesura di questo articolo.

È una perplessità soggettiva, innanzitutto, una remora: il timore di essere troppo coinvolti, un residuo scrupolo nei confronti di quello che una volta si chiamava conflitto d’interessi, un’eco della massima tramandata dai vecchi maestri per cui “le fatiche del cronista non fanno notizia”, e che decenni di personal essay e gonzo journalism hanno scalfito ma evidentemente non espulso dal super-io.

C’è poi un ostacolo oggettivo: il fatto che per riflettere su noi stessi e la nostra professione, usiamo gli stessi strumenti (la parola scritta o orale) e gli stessi media (testate cartacee e online, blog, radio e podcast, tv e video, social) che usiamo per svolgere la nostra professione; cosa che un ingegnere e un pittore, un musicista o un chirurgo, non fanno. Ci si sente un po’ come il fotone della meccanica quantistica, che illuminando ciò che deve studiare, siccome ne condivide la natura, inevitabilmente lo distorce.

Il risultato? I due estremi: o una eccessiva timidezza, il relegare macro questioni nelle 15 righe di comunicato del C.d.r. a pagina 42; oppure una esagerata autoreferenzialità, che allargando troppo il discorso lo annacqua, e contemporaneamente rende ancora meno credibile la categoria.

Ogni tanto di giornalismo e giornalisti tocca parlare

Eppure, ogni tanto di giornalismo e giornalisti tocca parlare: se non altro perché sono una categoria di lavoratori come un’altra; e pure perché hanno un ruolo fondamentale nelle democrazie, ma anche nelle autocrazie, e insomma anche quelli che il giornalismo non lo fanno, almeno lo usano, o lo subiscono.

Tutta questa premessa non valga come disclaimer – leggi “mettere le mani avanti” – ma come spiegazione di non aver iniziato questo articolo come avrei fatto se avessi parlato di operai tessili o rider, cioè così:

“Tre su quattro svolgono un lavoro di fatto dipendente senza essere assunti: il 40% ha partita Iva e il 35% viene pagato con collaborazioni occasionali. La maggior parte svolge 4 o 5 mansioni contemporaneamente, e solo il 52% riesce a mantenersi con questo lavoro, il resto è costretto a integrare con altre attività, anche molto diverse. Due su tre vengono pagati solo se il loro lavoro viene effettivamente utilizzato da chi lo commissiona, indipendentemente dalla qualità o dalla puntualità della consegna. Il 42% riceve meno di 5.000 euro lordi annui, il 68,1% porta a casa meno di 10 mila euro lordi all’anno. Sono questi i numeri che descrivono la cruda realtà del settore, così come vengono fuori da un sondaggio condotto da Acta e Slow News eccetera eccetera”.

Invece, siccome sono troppo coinvolto, non trovo di meglio che iniziare così:

Nel novembre 2001 – neanche due mesi dopo quell’11 settembre che avrebbe rappresentato la fine della “fine della Storia”, dando inizio al decennio del terrore e alla iper modernità – mi trovavo nella prestigiosa Villa Pallavicini, alla periferia di Bologna, per le lezioni introduttive della allora Scuola Superiore di Giornalismo. Il primo modulo era condotto da Marco Guidi – inviato di guerra e soprattutto uomo del momento, dato che era uno dei pochi ad aver avvicinato e intervistato Osama bin Laden before it was cool – il quale non potendo distoglierci dall’intraprendere la professione (troppo tardi ormai, e poi data la sede pareva brutto) come avevano fatto amici esperti e futuri colleghi fino a quel momento, almeno ci mise in guardia: “Questo è un mestiere che espelle addetti”. Voleva essere uno sprone, fu una profezia. Tutti, più o meno, negli anni successivi avremmo sperimentato in prima persona quel semplice fatto: nella difficoltà di trovare un lavoro, nella facilità di perderlo.

Questo è un mestiere che espelle addetti

Tutti, per quella particolare forma di interesse che si chiama sopravvivenza, ci saremmo appassionati a questo genere un po’ incestuoso che è la riflessione giornalistica sul giornalismo: dagli scritti dei decani come Mario Tedeschini Lalli alle considerazioni di chi come Luca Sofri cercava nuove strade prima con un blog (Wittgenstein) e poi addirittura con un giornale (Il Post), dal punto di riferimento Valigia Blu fino ai dibattiti che sempre più fitti si svolgevano online tra i nuovi professionisti della comunicazione (non li cito perché il loro numero è legione e perché sono tutti più o meno amici, ciao raga come va?).

Avremmo appreso che dagli anni ’40 circa i giornali avevano costantemente perso lettori e che quindi l’onda della crisi montava da lungi, avremmo guardato con spavento e/o entusiasmo ai blogger (e ancora dovevamo vedere i social e gli influencer…).

Avremmo soprattutto capito che i problemi erano molteplici e sovrapposti: da un lato c’è infatti la crisi generale del lavoro, stretto tra le recessioni economiche e l’avanzata delle ideologie neoliberiste. Dall’altro la crisi specifica del settore: relativa alla credibilità (giornalisti contaballe!) nell’epoca della disintermediazione e del do-it-yourself, e più in generale ai consumi culturali (perché spendere un euro per un giornale quando trovo tutto su internet aggratis?).

Da un lato i padroni, dall’altro i lettori, per farla semplice: due piani che si intersecano, ma che a volte è doveroso analizzare in maniera distinta. (Senza contare che a volte anche noi giornalisti, come categoria e rappresentanze ufficiali dico, facciamo ridere i polli: che senso ha, per dire, conferire il tesserino di giornalista a Giancarlo Siani, il cronista precario ammazzato dalla camorra, 35 anni dopo? Leggetevi Marco Ciriello)

E a proposito di blog, tutti poi ce ne siamo aperti uno, di malavoglia e fuori tempo massimo, magari anche per scrivere cose che non avrebbero trovato spazio da nessun’altra parte: tipo le riflessioni-sfogo sul giornalismo.

Un mio vecchio post, parlo del 2012, sulla necessità di un corso di autodifesa per le professioni intellettuali aveva infiammato il dibattito per un paio di giorni su Twitter, quando Twitter era ancora un posto decente. Appena un anno dopo – in una fase della mia vita del tutto diversa, ma questa non è la storia delle fasi della mia vita – avrei scritto un altro post, di tono apertamente surreale e sarcastico, che ha raggiunto migliaia di persone e a tutt’oggi è il mio pezzo più letto.

Dico questo non solo per tirarmela e parlare dei fatti miei come al solito, ma anche per sottolineare come sia relativamente facile sollevare gli animi per un giorno (è capitato a tutti, un paio d’anni fa è stato il turno di un post virale di Ciccio Rigoli), come sia possibile anche se più difficile inquadrare la condizione tragica di una intera categoria, i lavoratori intellettuali (come ha fatto Raffaele Alberto Ventura a partire da Teoria della classe disagiata), ma come sia arduo rendere certe conclusioni un dato di fatto, e soprattutto trarne conseguenze pratiche: più facile immaginare la fine del capitalismo, per parafrasare. Insomma più che il fotone di Heisenberg, il giornalismo sembra il gatto di Schrödinger, che se non apri la scatola è sia vivo che morto, ma quando la apri schiatta all’istante.

Su oltre 40 mila iscritti alla previdenza giornalistica nel 2017-2018, solo poco più di 15 mila erano inquadrati come lavoratori con contratto a tempo indeterminato

Perciò, leggendo i risultati del sondaggio di Acta e Slow news – sondaggio su base del tutto volontaristica, un’indagine quindi non statistica, a cui hanno risposto in maggior parte trenta-quarantenni, e già questo racconta qualcosa – per il dettaglio del quale si rimanda qui, ho pensato: sì, la situazione è drammatica come prima più di prima. Ma allora, che c’è di nuovo? E poi: che possiamo fare? Ne ho parlato perciò un po’ con Debora Malaponti che, dei due settori professionali presi in considerazione, appartiene non ai giornalisti ma ai comunicatori.

“Il sondaggio non ha numeri alti – anche se i campioni che vengono utilizzati in indagini statistiche non vanno spesso sopra qualche centinaio – ma il suo valore sta nel fatto stesso di averlo compiuto. Il freelance è un animale individualista, per indole e condizioni di lavoro: nessuno sa quello che fanno gli altri, c’è frammentazione. Invece riconoscersi negli altri, sapere che non sei l’unico in certe condizioni, è importante”. Certo questa è la base, però ci dev’essere un senso, mi dicevo leggendo i dati, un modo per far partire una discussione: un profilo di novità che non sia il solito rant, la solita lagna. Poi scorrendo il comunicato credo di trovare una chiave.

Leggo le parole di Anna Soru, presidente di Acta: “Il gruppo che ha promosso questa indagine ha continuato a confrontarsi attraverso la rete durante la crisi Covid e si è ora costituito in Acta-media, una sezione specifica di ACTA che ha l’obiettivo di elaborare delle proposte e delle strategie per valorizzare il lavoro dei freelance della comunicazione in quanto freelance, senza inseguire la strada della stabilizzazione dei contratti, che comunque non sarebbe accessibile ai più”.

Ecco, forse, il punto. Il dato, non del sondaggio ma generale e inconfutabile, dice questo: su oltre 40 mila iscritti alla previdenza giornalistica nel 2017-2018, solo poco più di 15 mila profili erano inquadrati come lavoratori con contratto a tempo indeterminato. Però, se fino a ieri l’obiettivo era rovesciare il rapporto, far assumere tutti, oggi almeno per una frangia più avanzata lo scopo è diverso.

“La nostra riflessione – dice Malaponti – è opposta rispetto a quella del sindacato, il cui orizzonte è quello dell’assunzione: tenendo conto di come sono messi i giornali oggi, una prospettiva impensabile. Dobbiamo cambiare atteggiamento: i freelance spesso non sono vittime, costretti in una situazione che non vogliono, ma decidono di esserlo. Perciò gli obiettivi sono due: da un lato smascherare le finte partite Iva, cioè chi ha il 90% del lavoro da un solo cliente, e quindi è come se fosse dipendente. Dall’altro lavorare per creare delle condizioni dignitose per il freelance”. Certo un mondo in cui la maggior parte dei freelance lo sono per scelta è desiderabile, ma perché questa scelta sia libera e non obbligata la posizione del freelance dovrebbe essere appetibile e tutelata. Quali sono le proposte di Acta? Nel comunicato che accompagna il sondaggio si parla di idee in fase di elaborazione; Malaponti ci da qualche dettaglio in più.

“Stiamo pensando a misure universali per più professioni. E poi a interventi specifici per ogni professione. Soluzioni che siano praticabili anche per i datori di lavoro. Una strada fondamentale passa per la definizione dei compensi: ok, non possiamo avere un tariffario minimo, ma dobbiamo cercare strumenti che arrivino a quel risultato (Redacta, la sezione di Acta per il settore editoria, sta già facendo un lavoro sui parametri).

Il freelance non ha margine di negoziazione con il cliente: perciò è importante contarsi e fare rete

In questo momento il freelance non ha margine di negoziazione con il cliente: perciò è importante contarsi e fare rete. Poi c’è da fare un ragionamento sulle professioni ibride, quelle tra giornalismo e pubblicità, perché in questo momento c’è chi non si sente rappresentato né dall’Ordine dei Giornalisti né dall’Associazione Italiana Copywriter. Il cantiere è aperto su parametri e proposte, anche perché spesso il freelance è impreparato rispetto a una domanda che invece ci pongono sempre più spesso: ‘Qual è la tua tariffa? Quanto prendi?’. Poi c’è la questione previdenza: come garantire una sicurezza a tutti quelli che, per esempio perché pagati con la cessione di diritti d’autore, non si stanno versando nessun contributo”.

Infine c’è un altro livello, e una considerazione più generale da fare. Perché pensarsi giornalisti e professionisti della comunicazione, oggi, presuppone come si è stra-detto un livello alto di consapevolezza della situazione. Che spesso si sostanzia nella conclusione, detta brutalmente: il lavoro me lo devo inventare, dobbiamo diventare imprenditori di noi stessi.

Ora, io ho il massimo rispetto – e anzi un po’ d’invidia perché io non ne sono capace – verso chi cerca di creare modelli di business innovativi e capaci di stare in piedi: dal già citato Post alla testata che ospita questa riflessione, fino appunto a Slow News, che sta provando a costruire un modello funzionante e anche etico rispetto ai problemi dell’informazione. Però mi chiedo se a volte non ci si spinga un po’ troppo oltre: in sostanza, sforzandoci di inventare business in grado di stare sul mercato, non stiamo facendo un altro lavoro rispetto al nostro, che sarebbe quello di trovare notizie e/o inquadrarle, connetterle, spiegarle? “L’osservazione è pertinente – mi dice Debora – ma sposta l’attenzione dal punto. Il fatto è che della comunicazione c’è bisogno: il lavoro c’è.

Content manager, social media manager, addetto stampa, scrittura per azienda… Quello che bisogna fare è creare un quadro di riferimento. La difficoltà di cercare modelli nuovi è comune a tutto il mondo: qui, da un lato mancano fondi per le start up editoriali, dall’altro manca al giornalista la cultura manageriale. La nostra sfida è quella di trasformare il malcontento in partecipazione”. È la sfida di tutti.




Cosa significa cultura collaborativa, dall’Accademia di Atene alla nuova crisi economica

Questo articolo fa parte dei contenuti de laGuida, il festival itinerante dei nuovi centri culturali. Ogni tappa de laGuida riunisce i nuovi centri culturali di una determinata zona d’Italia in rassegne online e dal vivo di conferenze, seminari e laboratori per sviluppare nuove competenze, costruire assieme un orizzonte di senso comune e costruire un dialogo con chi costruisce l politiche culturali e sociali. Il tema della prima tappa de laGuida – dedicata ai nuovi centri culturali di Liguria, Piemonte e Valle D’Aosta – è Partecipazione. E lo indaghiamo anche con le righe che seguono.


Quando nel 2016 con Marco Liberatore scrivemmo l’introduzione a La cultura in trasformazione cercammo di ricostruire il percorso che ci aveva portato a lavorare attorno al rapporto tra cultura e mutamento sociale. Si trattava, innanzitutto, di intendere la cultura “come fatto sociale, come atto relazionale e come pratica collaborativa”.

Questo perché abbiamo sempre inteso come “cultura collaborativa” tutte quelle forme emergenti che sperimentano modi collaborativi di progettazione, produzione e distribuzione di opere, beni e servizi nel settore culturale: dall’arte comunitaria “fuori contesto” (concerti sui balconi, spettacoli teatrali nei bar, mostre negli appartamenti) a quella pubblica e relazionale; dalle pratiche di audience development e engagement a quelle messe dei nuovi centri culturali; dal neo-mutualismo hard delle cooperative di precari dello spettacolo a quello soft di alcuni coworking; dal crowdfunding per progetti culturali alle piattaforme digitali per l’incontro tra domanda e offerta; dalla liberazione degli archivi attraverso licenze di public domain all’utilizzo di tecnologie open source nella prototipazione del design; dalle nuove reti bibliotecarie all’attivismo diffuso.

Non solo pratiche, processi o procedure ma soprattutto modi collettivi di costruire senso. Uno sguardo che è sempre stato mosso da un sentire comune, da una lettura critica della complessità e dalla sperimentazione di forme d’impatto culturale sulla società. Ma le parole invecchiano, soprattutto se non ci prendiamo cura di loro. E quindi ha senso provare a guardare indietro – alle radici della cultura collaborativa – ed avanti – a quello che possiamo mettere in campo in questo momento di crisi senza precedenti.

Per molti, le assonanze più immediate della cultura collaborativa sono con l’open culture: l’insieme di forme organizzative, tecnologiche ed economiche sviluppate nel mondo anglosassone, talvolta in contrapposizione e talvolta in continuità con il mix di liberismo economico e libertarismo culturale che oggi chiamiamo Ideologia Californiana. L’open culture, partendo dal do-it-yourself delle prime controculture hacker ed ibridandosi con il sistema produttivo del capitalismo testosteronico statunitense, si è declinata prima in un pulviscolo di start up e poi in un sistema di mega-corporation oligopolistiche. È all’interno di questo paradigma che sono divenute familiari ai più cose come l’uso delle licenze open source nella programmazione, la scrittura collaborativa attraverso piattaforme wiki, il paradigma degli open data, le licenze Creative Commons e l’esternalizzazione della ricerca e sviluppo nelle aziende attraverso forme di open innovation.

Ma l’open culture non è stata altro che la divulgazione in chiave non conflittuale – se vogliamo, sterilizzata – di una serie di pratiche nate attorno ai movimenti sociali degli anni ’90 e ’00: i primi che si sono trovati a combinare le forme sottoculturali e comunitarie sviluppate nei decenni precedenti con nuove pratiche di collaborazione nate con l’avvento di Internet. Reti peer-to-peer per il file sharing e incontri fisici per la condivisione di archivi di musica e film. Archivi collaborativi on line e lavoro distribuito su codice e ipertesti. Meeting di hacker, reti informatiche dal basso e collettivi di attivisti per i media indipendenti.

Da alcuni punti di vista si è trattato dell’attualizzazione in chiave digitale delle esperienze delle riviste underground, delle radio libere e delle fanzine punk. Da altri, invece, ha costituito la creazione di un nuovo humus culturale nel quale le istanze libertarie e di lotta alle disuguaglianze si sono legate indissolubilmente ai valori come la consapevolezza tecnologica in quanto strumento di lotta politica, la condivisione libera dell’informazione, il ricongiungimento tra teoria e pratica, la valorizzazione della produzione dal basso e dai margini, la trasformazione dell’esistente attraverso azioni comunitarie.

Se questi ultimi punti sembrano avere un sapore particolarmente noto è perché non sono sedimentati nei decenni, ma nei secoli. È stato infatti attorno alla metà dell’800 che sono spuntate come funghi in Italia forme di mutualismo, in continuità il socialismo utopico dei falansteri di Charles Fourier, delle comuni di di Robert Owen e di molti altri. Non solo esperimenti sociali ma anche forme di lotta per il riconoscimento dell’istruzione e della cultura come diritto fondamentale. Non a caso si definivano “Società Operaie di Mutuo Soccorso ed Istruzione”, portando iscritto già nel nome il valore della cultura come elemento indispensabile per la trasformazione politica del presente.

D’altro canto, ampliando ancora lo sguardo, potremmo tranquillamente citare le istituzioni-cardine della cultura occidentale che si sono sviluppate sotto il segno della condivisione e della collaborazione. Tra l’XI° e il XII° secolo in Europa fiorirono le università: a Bologna, Cambridge, Montpellier, Oxford, Padova, Parigi, Salamanca e in molti altri luoghi si sviluppò un sistema di insegnamento basato sulla collaborazione tra docenti e studenti provenienti dai luoghi più disparati.

E non era forse basata sulla collaborazione la stessa Accademia di Atene, nella quale maestri e discepoli facevano vita comunitaria e cercavano assieme soluzioni inedite a problemi filosofici e matematici.

L’elencazione potrebbe continuare per pagine, passando in rassegna i luoghi e momenti storici più diversi. D’altro canto, ci sono libri meravigliosi che lo fanno molto meglio di come potremmo mai fare qui, a partire da Insieme di Richard Sennett. Quello che ha senso provare a fare qui, piuttosto, è cercare di capire le prospettive della cultura collaborativa in questo 2020 così radicale. Per farlo occorre mettere in atto nuove forme di relazione tra soggetti che in precedenza non si sentivano parte dello stesso campo. E quindi reti orizzontali, per mettere in comune risorse economiche, culturali, sociali. Ma anche nuove alleanze verticali e trasversali, tra organizzazioni dal basso portatrici di fluidità, intuito e competenze inedite e istituzioni “tradizionali” in grado di dare loro connessioni, saperi, solidità.

Nuove dinamiche, nuovi scambi e nuove topografie, quindi. Ma come? A quali costi? Per chi, e contro chi? La collaborazione costa molto, e per non disperdere i patrimoni accumulati è fondamentale capire come ci si posiziona. Lo si può fare solo riconoscendo i due elefanti nella stanza della cultura – la critica e la politica – una volta pietre miliari del dibattito, poi ossificati e infine rimossi per poter distillare scenari sterili di tecnica pura.

È ingenuo e controproducente pensare che si faccia parte di questi giochi perché si è “buoni”: collaborare non ci trasforma in santi e ricorrere agli stereotipi dell’altruismo incondizionato rischia di trasformarci in macchiette. Questo è un momento che ci chiama alla critica, al conflitto, al realismo, e ci chiede di essere più schietti e trasparenti sul perché si prende parte alle danze, su quali forme di privilegio si riproducono all’interno delle reti e della alleanze, su quello che desideriamo e che ci aspettiamo.

Critica vuol dire anche che oggi più che mai la collaborazione ha bisogno di selezione, scelta, curatela. La riorganizzazione dei processi di produzione portata dalla quarantena ha compresso fino al parossismo i tempi di produzione e di consumo. È chiaro a tutti che – comunque andrà – i prossimi anni continueranno a essere affollati da comunicazioni multicanale, chat, telefonate, videochiamate, letture, richieste di attenzione, di scrittura, di interazione, di presa di posizione, di elaborazione. Non possiamo affrontarli senza costruire percorsi critici di messa in prospettiva, di esercizio della presenza e dell’assenza, di traduzione tra linguaggi e visioni del mondo diverse, di riflessioni interdisciplinari.

Su un piano ancora più ampio, costruire la cultura collaborativa per gli anni ’20 vuol dire ritrovare il senso politico del rapporto tra emancipazione individuale e collettiva ed esperienza culturale. Al netto delle considerazioni blasé sul fallimento della promessa della classe creativa, sulle logiche estrattive della gentrificazione e sulla classe disagiata, la cultura resta ancora uno degli strumenti principali di riorganizzazione degli equilibri di potere, di presa di parola e di intervento sul reale.

Abbracciare questa posizione e le sue contraddizioni vuol dire molte cose, ma forse due sono più importanti delle altre.

La prima è la necessità di superare il miraggio tecnocratico che negli anni’10 ha invertito il rapporto tra strumenti, obiettivi e significati nell’azione culturale, portando troppi a credere che dispositivi – comunque indispensabili – come canvas e business model potessero sostituire la ricerca di senso.

La seconda è che dobbiamo fare un grande sforzo per aggiornare il paradigma della sostenibilità della cultura: da qualche parte, tra mille convegni, proclami sulle community e l’innovazione, a un certo punto in troppi hanno iniziato a credere che “cultura sostenibile” fosse solo quella che fattura, che fa start-up, che fa brevetti.

Se la crisi economica ci chiede di guardare ancora più di prima all’economia, ai casi virtuosi, all’efficientamento, agli impatti ed al rapporto costi/benefici, la crisi sociale ci impone di ricordare costantemente che ogni azione culturale è anche sempre necessariamente dispendio, eccesso, scarto, meraviglia, terrore, sconfinamento, rivolta.

Far finta che non sia così, in questo 2020 troppo reale, rischia di darci una cultura troppo piccola per le vite che stiamo vivendo.


Immagine di copertina da particolare da George Mayerle’s Eye Test Chart (ca. 1907)




Interviste sulla neurosostenibilità: il lavoro culturale alla prova pratica

Verso la fine del 2018, cheFare pubblicava un mio articolo, dal titolo Dalla sostenibilità economica alla neurosostenibilità. Nel pezzo provavo a sviluppare un ragionamento e una domanda, ovvero: il lavoro culturale, sempre più spesso precario, mal retribuito, pone nella vicenda quotidiana di molti, moltissimi, un tema cruciale, quello della sostenibilità economica della professione e, di conseguenza, della sua sostenibilità esistenziale, specie quando il lavoro comporta un carico significativo di ansia e fatica; ma che cosa accade quando il lavoro precario, o più lavori precari, più commissioni, con il relativo portato di stress e cronica incertezza, si combinano, per esempio, con un utilizzo intensivo dei device? E che cosa succede quando si è costretti ad accettare tutti i piccoli lavori che ci vengono offerti? Quanto a lungo è possibile sostenere un certo ritmo di vita e lavoro? Ecco che forse, mi dicevo, si pone un tema ulteriore: quello della neurosostenibilità del lavoro culturale.

Il pezzo è stato molto letto, condiviso e discusso. Segno che qualcuno si è riconosciuto e che la questione esiste. Perciò abbiamo pensato di provare ad allargare la discussione, inoltrando sette domande a persone e amici che lavorano nella cultura, nella conoscenza, nella formazione etc. Crediamo che valga la pena parlarne, che occorra testimoniare, sollevare una discussione pubblica e che questo spazio, infine, sia il luogo giusto per iniziare. In questa seconda puntata (qui la prima) incontriamo Dario De Marco e Elenia Beretta. Dario è un giornalista, sospetta di soffrire un po’ di FOMO (acronimo di «Fear of Missing Out», ovvero la fobia di non essere a sufficienza sul pezzo quando non si è on line, Ndr) e in un quasi flusso di coscienza, consapevole dei lettori in fuga dai giornali, si chiede: «Quindi, per chi scrivo? Per l’ufficio stampa che segue il libro e così fa contento l’editore […]?». Ottima domanda. Ilenia Beretta, invece, è illustratrice e per quanto non le sia estraneo un certo paradosso delle vite di oggi -lavora anche quando non lavora- si ritiene una persona felice. Un grazie a entrambi.

DARIO DE MARCO

Dario De Marco

Quanti anni hai e che lavoro fai?



Sono nato nell’aprile 1975, quindi vado per i 45.
 Giornalista. Attualmente nella redazione del sito di Esquire Italia, ma nella mia ormai lunga esperienza ho fatto un po’ di tutto: sono stato stagista, precario, freelance, consulente, disoccupato… A un certo punto avevo addirittura smesso (cioè, ero uscito dall’industria culturale e facevo un lavoro che non c’entra niente, non era neanche di concetto o, lato sensu, impiegatizio, è stato il periodo più faticoso e sereno della mia vita). Dico questo per dire che so cosa significa, e che la precarietà oramai è interiorizzata, è una condizione mentale, più che economica.

Tempo fa hai scelto un certo percorso di studi e professionale. Quali erano in quel momento le tue ambizioni e i tuoi desideri?
Volevo fare il giornalista e lo scrittore, anzi a essere sincero volevo fare il giornalista per fare lo scrittore. E insomma, se pure con un percorso ondivago e contorto, direi che ci siamo, all’incirca: faccio il giornalista, più o meno l’ho fatto per la maggior parte della mia vita lavorativa; scrittore non mi definirei, almeno per ora, ma insomma qualche libro l’ho scritto, un paio addirittura pubblicati. Non mi lamento, anche se penso che il meglio debba ancora venire.

Esiste un tema della «neurosostenibilità» nel tuo lavoro e nella tua vita? E come si manifesta? Con quali sintomi? Quali sono, a tuo parere, le cause?



Personalmente sono uno che somatizza molto e tendo a manifestare il disagio più sul piano fisico che psichico. Perciò poca ansia, zero depressione, zero attacchi di panico, ma nei periodi di maggior stress o quando, anche inconsciamente, intravedo delle difficoltà, ecco che si scatena la colite, che aumenta la forfora, che partono le apnee notturne, e vai di torcicollo, mal di schiena, tosse secca. 
Le cause sono quelle: la precarietà introiettata, la competizione, i dubbi sul futuro, il fallimento dell’INPS, il famoso «turbocapitalismo», insomma.
Una buona parte viene, come si è detto in più luoghi, dai social, dall’uso compulsivo dei device, dalla vita iperconnessa e alla ricerca di continue microgratificazioni, e forse pure dagli attacchi di FOMO che ci vengono quando siamo offline, e dall’invidia che ci rode quando siamo on line. È un meccanismo perverso e ben noto, e devo dire che poi, involontariamente, ci contribuiamo tutti: io per esempio da un po’ di anni ho capito che lamentarsi e incistarsi sulle cose che non vanno bene ha poco senso, quindi cerco di mettere in circolo energie positive. In pratica, se sono triste o incazzato me ne sto per i fatti miei, ma se mi capita qualcosa di bello lo condivido. E questo atteggiamento, però, che parte con ottime intenzioni, finisce per contribuire allo show off collettivo, a quel famoso meccanismo per cui tutti online dipingiamo le nostre vite migliori di quello che sono, scatenando l’invidia altrui. 
Lungi da me parlar male di Facebook, tuttavia, che forse mi ha fatto trascorrere tante serate inutili tra meme e fatti degli altri, ma senza il quale non avrei trovato due degli ultimi tre lavori che ho cambiato, e dunque: grazie Zuckerberg. (A meno che, si potrebbe obiettare, questo non sia stato l’amo attraverso il quale il Sistema mi ha riacciuffato, dopo che ero balzato fuori dalla rete, e mi ha riportato sull’ingranaggio nel quale sono più funzionale)

È una questione di cui parli con i tuoi colleghi e amici o è un tema tabù?

Con i colleghi si parla più che altro delle testate che chiudono, della foliazione che si riduce, dei tagli ai compensi per i freelance, del sindacato e dell’ordine dei giornalisti che non si capisce bene se stanno dalla  nostra parte o meno. Insomma, la solita tiritera della classe disagiata. Quello che si potrebbe definire l’aspetto neurologico della questione è un po’ rimosso, o quantomeno ridimensionato a commenti tipo: «sto tutto esaurito».
Con gli amici magari si parla più apertamente, ma manca appunto il collegamento con la questione lavorativa e pubblica: ragà, vi sembrerà strano, ma fuori di qui ci sta gente che lavora e che non ha la minima idea di cosa vuol dire sentirsi come ci sentiamo noi. Non dico che ci sono settori che non hanno conosciuto la crisi (ci sono), ma forse c’è una dicotomia più netta lavoratore/disoccupato, quindi ci sono anche storie tragiche, ma magari manca il lento logorio che caratterizza e affligge gli operatori della cultura.
Quindi la risposta sintetica è no, non ne parlo con nessuno. E come me, suppongo molti altri. Questo è il motivo, secondo me, per cui l’articolo da cui partono queste sette domande ha avuto tanto successo: ha messo il dito nella piaga.

Rispetto alle aspettative e ai desideri con i quali hai intrapreso tempo fa un percorso professionale, oggi qual è il tuo bilancio? E qual è il senso del lavoro che svolgi?

Un bilancio credo di averlo fatto già un paio di risposte sopra. 
Il senso, ecco il punto, a volte è il senso che si perde. Faccio un esempio: quando mi occupavo di recensioni di libri per un quotidiano, a volte mi rendevo conto che era un gioco a somma zero. Scrivo, mi dicevo, per un giornale che comprano sempre meno persone, e di queste sempre meno arrivano a leggere le pagine della cultura, e di queste ancora meno leggeranno il mio pezzo, e ancora meno leggeranno il libro di cui parlo. Quindi, per chi scrivo? Per l’ufficio stampa che segue il libro e così fa contento l’editore, un editore che magari sottopaga e probabilmente licenzierà l’ufficio stampa, perché anche lui sa che non gli fa vendere copie, e che forse tra qualche mese o anno chiuderà baracca? O forse scrivo per me, per i soldi che il giornale mi riconosce, sempre meno e sempre più in ritardo?

Insomma: COSA CAZZO STO FACENDO?
Il senso bisogna trovarlo in qualche modo, in qualche forma: non per forza un ideale o una missione di vita, può pure trovarsi in una convenienza o in un vantaggio pratico, quindi un senso mediato e indiretto; addirittura può essere esterno, cioè se ad esempio l’azienda per la quale si lavora ha una visione ben determinata e degli obiettivi chiari. È una provocazione, ma solo fino a un certo punto. Meglio lavorare per un capitalista felice, per esempio, che in una cooperativa di compagni depressi.




Quali sono le tue paure e le tue speranze per il futuro della tua vita e del tuo lavoro?



Vedo un futuro terribile e vedo un futuro splendente. A volte mi faccio quel giochino da manuale di self help: come ti visualizzi tra 10 anni? Ecco, a seconda dell’umore, mi vedo a dormire sotto un ponte e a chiedere l’elemosina per strada o direttore del Corriere della sera e vincitore del premio Strega.

E il bello è che potrebbero tranquillamente verificarsi entrambe le ipotesi: sono situazioni estreme e perciò improbabili, ma come dire, meno improbabili rispetto a qualche tempo fa. Certo c’è sempre l’ampio spettro di situazioni intermedie, la cosa più facile è che continui così, in quest’area mediana e mediocre, ma ho come l’impressione che questa fascia si sia ristretta: che mentre prima le possibilità di piombare in situazioni estreme erano tipo l’1%, e quindi la distribuzione era 1-98-1, oggi sia 10-80-10, se non addirittura 20-60-20. Ed è questo, precisamente, che chiamiamo precariato mentale.

A volte penso a mio padre, che era un insegnante di scuola superiore. Lui alla mia età aveva già alle spalle 20 anni di servizio ininterrotto, 20 anni di lezioni e ferie d’agosto e tredicesime, e soprattutto sapeva benissimo quello che lo attendeva, altri 20 anni uguali, fino alla meritata pensione, e così è stato. Ci penso e lo invidio, a volte, vorrei avere la stessa solidità, le stesse sicurezze.

D’altra parte poi penso: ma davvero vorrei la strada segnata e nessuna sorpresa per il futuro? E la risposta è no, manco per il cappero.
D’altra parte, e ancora una volta rovesciando la prospettiva, si potrebbe ben dire che questo è il modo in cui ci hanno incastrato: l’ideologia individualista, l’estrema esaltazione del libero arbitrio, la mistica del «tu sei speciale»: tutti modi per farci accettare questo sistema di instabilità permanente, anzi per farcelo piacere: non voglio essere Fantozzi,  piuttosto lavoro fino a mezzanotte e nel weekend, ma è la vita che ho scelto: freelance pride, alé.
Questione di punti di vista, e ognuno dei due fa sembrare ingenuo e ridicolo l’altro.



Quali sono le strategie che intendi porre in essere per rendere la tua vita migliore e per dare maggiore senso al tuo lavoro?



C’è un convitato di pietra, una cosa di cui non abbiamo parlato, eppure sta sempre lì: le pillole. Parlando di neurosostenibilità, e vivendo in un’epoca in cui, come diceva Mark Fisher, il disagio sociale è ridotto a malessere privato, e poi medicalizzato, e infine curato con la chimica, stante questa situazione, la domanda è: sì ok, bravo, ma quanti tranquillanti prendi?
Io, zero. Sono uno che non prende neanche la tachipirina finché non ha 41 di febbre. Ma il ragionamento è quello: se devo ingurgitare qualcosa, da una fetta di pane e olio al peyote, non è per stare normale, è per stare meglio. Perciò sono contro le droghe potenzianti come la cocaina e pro per quelle psichedeliche. Perciò mi lasciano abbastanza freddo anche gli entusiasmi per questo o quel potere curativo della marijuana. Per me la chimica o è ricreativa o non è. Sia chiaro, non è una critica a quelli che prendono pillole per tirare avanti, sto esponendo una preferenza, anzi raccontando una prassi, personale.

Potrei essere semplicemente abbastanza sano o abbastanza stupido da credere di essere sano.
I buoni propositi per il lavoro non riguardano il lavoro, sono quelle cose che faccio mentre non lavoro e che hanno un influsso positivo in termini di idee e di umore sul lavoro, e sulla vita. Faccio yoga. Suono la chitarra. Medito. Cammino per lunghi tratti. Cucino. Gioco coi bambini. Vado a cena fuori con mia moglie. Leggo libri e guardo film. Parlo con mia madre e con altre persone molto lontane da me per età o carattere. Studio l’i-ching. Queste sono alcune cose che faccio, in minima parte, e che vorrei fare di più, semplicemente perché mi fanno stare bene. Vorrei tornare a fare volontariato, per esempio.  Dedicare tempo ed energie in modo gratuito è un grande esercizio spirituale. Non è altruismo, è egoismo. E poi penso che quando si regala qualcosa, in qualche modo qualcosa ritorni. Chiamatelo pure pensiero magico, non mi offendo. E neanche lui si offenderà.

ELENIA BERETTA

Elenia Beretta

Quanti anni hai e che lavoro fai?

Ho 31 anni e lavoro come illustratrice.

Tempo fa hai scelto un certo percorso di studi e professionale. Quali erano in quel momento le tue ambizioni e i tuoi desideri?

Il mio percorso di studi è iniziato all’istituto professionale di grafica pubblicitaria. Non sapevo con esattezza che cosa avrei voluto fare da grande, ma ero sicura che avrebbe dovuto essere una professione creativa. Ho sempre disegnato, mia madre dipinge e grazie a lei mi sono avvicinata al mondo dei colori. Finita la scuola ho lavorato come grafica in una famosa azienda d’abbigliamento per ciclismo, ma dopo 5 anni non era soddisfatta, sentivo la necessità di provare un altro percorso. Ho scoperto il mondo dell’illustrazione attraverso internet, e da quel momento ho iniziato a seguire workshop, scuole serali e poi dopo molto tempo ho fatto il MiMaster a Milano, cioè una scuola d’illustrazione editoriale. Da quel momento ho puntato tutto sul mio percorso professionale, che poi si è completamente mischiato con la mia vita privata.

Esiste un tema della «neurosostenibilità» nel tuo lavoro e nella tua vita? E come si manifesta? Con quali sintomi? Quali sono, a tuo parere, le cause?

Il fatto che una passione diventi un lavoro comporta, secondo me, uno stress maggiore. Prima di tutto perché succede che anche quando lavori non lavori, di conseguenza quando non lavori, lavori sempre. Inoltre a livello psicologico ci sono degli up and down fortissimi, dati da un’economia instabile e richieste di lavoro che si condensano solo in certi periodi, mentre in altri c’è il vuoto. Ho molte incertezze, si, e a 31 anni non avere stabilità economica può creare molta ansia. Non è facile progettare a lungo termine con queste condizioni.

Illustrazione di Elenia Beretta

È una questione di cui parli con i tuoi colleghi e amici o è un tema tabù? 

Si, è facile parlare di queste cose all’interno della mia community e credo che sia importante farlo per sostenerci a vicenda.

Rispetto alle aspettative e ai desideri con i quali hai intrapreso tempo fa un percorso professionale, oggi qual è il tuo bilancio? E qual è il senso del lavoro che svolgi? 

Devo dire che ogni anno aumenta il lavoro e mi avvicino piano piano ai piccoli obiettivi che mi sono posta. Vorrei semplicemente più stabilità, questo è il mio prossimo goal. Il senso del lavoro che svolgo è prima di tutto la ricerca di una soddisfazione personale. Nonostante le varie problematiche, devo però ammettere che questa professione riesce a darmi un’immensa gioia. Mi sento soddisfatta quando disegno, quando penso a nuovi progetti e quando finisco un’illustrazione. Amo comunicare attraverso immagini.

Illustrazione di Elenia Beretta

Quali sono le tue paure e le tue speranze per il futuro della tua vita e del tuo lavoro?

La mia più grande paura è trovarmi costretta a cercarmi un lavoro «normale» per avere un po’ di stabilità. La mia speranza più grande, al contrario, è raggiungere questa stabilità continuando a fare il mio lavoro, magari con il supporto di un agente. Credo fortemente che gli obbiettivi si possano raggiungere con impegno e dedizione, e questo va al di là della professione.

Quali sono le strategie che intendi porre in essere per rendere la tua vita migliore e per dare maggiore senso al tuo lavoro?

Penso già di essere molto felice, del mio lavoro e della mia vita. Per raggiungere i miei obbiettivi, devo solo impegnarmi tutti giorni, lavorando duramente per migliorarmi come professionista.


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Siamo privilegiati ma volevamo di più e dal nostro livore è nata ‘La guerra di tutti’

guerra di tutti ventura recensione

È uscito il nuovo libro di Raffaele Alberto Ventura. Di cosa parla? Partiamo dall’inizio. Allora: per una serie di motivi solo in un caso l’economia non si fa problematica, ed è quando corre in discesa. Per il resto, in tutti i momenti di rallentamento o relativa lentezza, quando il segno + del PIL affronta una salita, lo scontento popolare da latente esplode in tutta la sua pericolosità. Per questo accade ciò che vediamo ora: la pace sociale scricchiola perché, è vero, siamo occidentali privilegiati che si lamentano di «problemi da primo mondo» mentre finalmente Asia e Africa escono progressivamente dalla povertà, ma ciò che conta non è il paradiso in cui viviamo, ma quello che ci aspettavamo di vivere.

Quest’importanza della differenza tra realtà e aspettative era già stata uno degli oggetti teorici su cui RAV (meglio abbreviare “Raffaele Alberto Ventura”, che altrimenti il doppio nome fa troppo élite) aveva già speso tempo e pagine del suo lavoro precedente: Teoria della classe disagiata.

Lì le aspettative altissime di noi sognatori, universitari, startuppari, artisti e ricercatori, (disattese da un presente di crisi economica e politica, ricatti lavorativi, populismo e ritorno in auge di tendenze autarchiche e autoritarie) hanno preso corpo e si sono spiegate, dando vita a un dibattito che oggi col nuovo libro tenta di prendere un altro passo, da saggio di economia politica sulla nicchia per la nicchia a saggio di filosofia politica su tutti i trend d’attualità più dibattuti.

Il tutto provando a tenere insieme multiculturalismo, terrorismo, crisi del tardo capitalismo, complottismo e diritti delle minoranze. Come nel libro più celebre di Thomas Hobbes, il Leviatano, il problema politico contemporaneo è quello di tenere insieme gruppi di persone (e di idee) contradditori, che tendono al conflitto: ecco quindi la necessità di qualcuno che tenga insieme, separati ma saldamente garantiti, il potere politico e quello religioso. Con la differenza però che oggi politica e religione sono frullati in un mix intricatissimo e pieno di false friends. L’esempio più lampante è il terrorismo islamista che non è prettamente religioso, come siamo abituati a pensarlo, ma identitario.

In ogni caso la madre di tutti i mali è, va chiarito, il livore, quello nato strisciante come nascono i rancori dalla gelosia: dall’inappagamento e dalla sindrome dell’abbandono.

Secondo Ventura inizialmente questo inappagamento è montato tra le prime vittime naturali della cinica ottimizzazione tipica di un sistema capitalistico che si affretta a soddisfare i sogni e le pretese di tutti: la sfortunatissima categoria di chi oggi si trova a cercare di fare mestieri inflazionati, deregolamentati e spogliati di protezioni e diritti, ma comunque ancora apprezzati perché, pur sconvenienti dal punto di vista del reddito, restano comunque vantaggiosi quando si tratta di posizionarsi in ambienti sociali. (E fin qui eravamo nel saggio precedente). Ma poi lo scontento dilaga, l’atomizzazione si diffonde come una macchia di inchiostro sulla società e si prende tutto il corpo sociale, infettandolo attraverso polarizzazione, rivendicazioni e partigianerie irrisolvibili. E questo è La guerra di tutti.

Tutto vero, e messo in luce con grande capacità di visione d’insieme. Ma diciamo anche che Ventura, però, occupandosi di questo malumore, se ne fa un po’ contagiare, soprattutto nel tono che sceglie: come quando finisce per cedere al nostalgismo e scrive che i politici oggi sono semplici curatori fallimentari, oppure quando parla di terrorismo che avanza (quando in realtà va scomparendo), di “tramonto del capitalismo occidentale” (e pure del suo “progressivo disfacimento”) che è un fatto non così oggettivo, diciamo.

A proposito della fondatezza delle tesi che annunciano la fine del capitalismo, leggi anche La presunta fine del capitalismo, di Adam Arvidsson

Questo lasciarsi permeare da un pessimismo già diffusissimo – e che è il primo genitore dei problemi descritti nel saggio stesso -, però, è l’unico difetto di un libro brillante, che tiene insieme le mille schegge impazzite dell’esplosione e del progressivo disfacimento della coesione sociale in Occidente.

Il tema dell’integrazione delle minoranze è forse uno di quelli su cui di solito dibattiamo nel modo più sterile e banale: pro-integrazione contro razzisti che la vorrebbero ostacolare. Ecco, ci sono livelli del discorso sul multiculturalismo che non si risolvono in qualche slogan: innanzitutto i problemi, l’integrazione, li ha. Non sono quelli che racconta CasaPound, quelle sono menzogne usate strumentalmente a fini propagandistici, ma esistono effettivamente delle discrepanze tra le necessità delle minoranze che si integrano e i sistemi sociali che dovrebbero accoglierle, come lo stato francese, in cui per esempio viene vietato il velo islamico nei luoghi pubblici. Da queste diatribe culturali e politiche nascono i problemi, e sono politici, non religiosi.

La religione tutt’al più è un pretesto per rianimare conflitti che crediamo sopiti perché risalenti a decenni o secoli passati, ma che invece sono vivissimi nella memoria dei posteri di chi li ha vissuti. Come il conflitto che per via di Brexit oggi si riaccende in Irlanda.

Per dirne un’altra, le seconde e terze generazioni di giovani francesi che oggi si ritrovano a compiere attacchi terroristici, o solamente ad appoggiare il Daesh, portano avanti il germe del conflitto scoppiato con la guerra franco-algerina degli anni cinquanta e sessanta. I conflitti non si spengono, nemmeno con la pace, ma rimangono silenti come fanno i virus, viaggiano nel tempo attraverso i ricordi, si trasmettono come un corredo genetico di generazione in generazione e quando le condizioni materiali, politiche ed economiche sono favorevoli si ripresentano uguali a com’erano secoli fa, se non peggio.

Cosa c’entrano le minoranze da integrare col terrorismo? Ventura scrive che «quando si trasformano dei gruppi sociali in nemici, si preparano le guerre civili di domani» e ha ragione. Prendiamo le minoranze religiose in Europa, oggi schiacciate dalla morsa fatta dalla necessità di convivenza da una parte e dall’obbligo all’integrazione dall’altra.

Queste periferie dell’impero cosa sono, se non delle bombe a orologeria alimentate a disagio e scontento? Proprio a questo servono gli attentati, a innescare una guerra che sia coinvolgente, che induca i più tiepidi, i più normali e pacifici, al mimetismo. Le destre radicali in ascesa oggi in Europa dopotutto sono il risultato degli attentati di inizio secolo.

L’undici settembre newyorkese servì proprio a questo: a far credere agli occidentali che l’intero mondo islamico li odiasse, quindi a innescare rappresaglie violente a firma atlantica, che a loro volta convincessero gli appartenenti al mondo musulmano che gli occidentali li odiassero.

E così via in un loop infinito in cui il livore si diffonde con scuse sempre più saldamente ancorate nella memoria dei futuri arrabbiati. L’importante non è la verità, cioè che i terroristi sono un ristrettissimo gruppo di beoti «con l’intelligenza di un posacenere vuoto», ma la potenza simbolica degli accadimenti, che attraverso il mimetismo trasformano il gesto scellerato di un ex spacciatore di periferia in una solenne dichiarazione di guerra tra nazioni.

Il politicamente corretto e la tolleranza verso i simboli religiosi e politici (la bandiera sudista negli Stati Uniti, per esempio) sono parte della stessa famiglia di simboli ad alto potenziale di polarizzazione.

Siamo la società del “trigger”: ci offendiamo come se l’essere offesi non avesse conseguenze drammaticamente serie

Siamo la società del “trigger”: ci offendiamo come se l’essere offesi non avesse conseguenze drammaticamente serie. I simboli come le bandiere che ricordano lo schiavismo esistono, non c’è molto da fare, e tentare di debellarli rischia di essere un pericoloso precedente con cui al simbolo di un perdente o di un attore sociale in minoranza non viene concesso né spazio né memoria condivisa, ma solamente lo status di vittima osteggiata e marginalizzata (uno status peraltro divenuto fondamentale per esistere in società e rivendicare a propria volta spazio, voce in capitolo e attenzione).

Il discorso è molto difficile da risolvere una volta per tutte: la bandiera sudista usata dai confederati va davvero vietata attraverso il potere di coercizione? O il volerla eliminare fa parte dell’escalation di rappresaglie di cui dovremmo avere più paura? Proprio qui interviene il Leviatano (quello di Hobbes) e prova a tenere insieme vincitori e sconfitti attraverso un patto, una promessa con cui ci si impegna vicendevolmente all’assurdità di dimenticare il passato e nello stesso tempo di ricordarlo. Idealmente si dimentica l’astio che ci fu, ma si conserva la memoria dell’evento.

L’astio però riemerge non appena il portafogli si fa più leggero, o magari con il semplice input di una banda di dinamitardi. E allora ecco che ci ritroviamo daccapo a questo articolo. Il livore è l’altro Leviatano, il terribile mostro dell’Antico Testamento, rappresentante il caos.

Ma è la conclusione del ragionamento di Ventura a fare più paura: è la natura umana, quella di un animale politico capace di memoria condivisa e socialità, a essere intrinsecamente pericolosa. «Non c’è nulla di “pazzo” nel desiderio di un giovane maschio adulto di far scoppiare il mondo. Semmai questo è il nodo più limpido di tutta la faccenda: siamo fatti così, siamo pericolosi, uccidiamo e stupriamo, per questo ci siamo dotati di una struttura chiamata civiltà.» E bisogna ammettere che come conclusione è ragionevole, ma una domanda viene spontanea: saremo capaci di mantenerla, questa civiltà?


Immagine di copertina da Unsplash: ph. Asan Halmasi




Tiziano Bonini recensisce ‘Entreprecariat’ di Silvio Lorusso, un’exit strategy dal realismo capitalista

entreprecariat-silvio-lorusso

Entreprecariat. Siamo tutti imprenditori. Nessuno è al sicuro è un libro che arriva al culmine di anni di discussioni sull’ascesa del precariato e la sua trasformazione in imprenditore di se stesso.

Il titolo va a completare una costellazione di pubblicazioni recenti, anche in italiano, che ruotano tutte attorno allo stesso tema: dal fortunato libro di Ventura, Teoria della classe disagiata, a La Società della prestazione, di Simone e Chicchi. Ma se su questo tema fioriscono, negli ultimi anni, così tanti titoli, significa che gli editori hanno sentore di una crescente domanda di mercato da parte dei lettori, che poi spesso sono l’oggetto stesso di questi libri, quei precari che hanno bisogno di capire il mondo in cui vivono e che si rivolgono a questi libri perché non hanno 80 euro a settimana da spendere presso uno studio di psicanalisi.

Lorusso scrive una certosina e originale genealogia dell’ascesa dello spirito imprenditoriale e della corrispondente diffusione della precarietà

Questo libro rappresenta in effetti una terapia, che prima ne descrive chirurgicamente i sintomi, poi ne analizza le cause e infine propone un’“exit strategy” finale.

Rispetto ai suoi predecessori che descrivono cose simili (per esempio l’affinità tra la “disforia di classe” descritta da Ventura e la “dissonanza cognitiva” di Lorusso), questo libro ha un dono particolare: quello di fornire una sintesi del pensiero di tutti quegli autori che hanno parlato di precarietà e imprenditorialità, da Sennett a Butler, da Standing a Foti e a Ventura.

Lorusso ha il merito di affrontare con rigore da accademico ma con linguaggio da scrittore pop particolarmente ispirato tutta la letteratura che lo precede, animando i pensieri degli autori a partire dai quali costruisce la sua impalcatura. Ma questo lavoro certosino di dissezione del pensiero di chi lo ha preceduto nell’analisi delle dimensioni della precarietà lo svolge con un linguaggio particolare, non pedante, illuminante.

Il futuro è come Medusa e non c’è scampo per nessuno: per non essere pietrificati, siamo chiamati a metterci in gioco e investire costantemente su noi stessi

Il tono di Silvio Lorusso mi suona come quello di un documentario televisivo del servizio pubblico degli anni ’70 sulla vita precaria. O come quei documentari per la BBC di Adam Curtis:

“La vita sociale diventa così un elevator pitch in un grattacielo dai piani infiniti” (p. 153)

Il futuro è come Medusa e non c’è scampo per nessuno: per non essere pietrificati, siamo chiamati a metterci in gioco e investire costantemente su noi stessi. Siamo tutti risk-taker” (p. 19)

“La pressione dell’imprendicariato non si limita a richiedere l’incessante upgrade delle tradizionali capacità professionali, ma invade anche la sfera del carattere, facendo del buon umore, dell’ottimismo e della cordialità un vantaggio competitivo da esercitare tramite pratiche meditative e psicologia comportamentale sotto forma di app per il telefonino.” (p. 19)

Lorusso, e ancor di più Lovink, scrivono con questa lingua luminosa, che taglia a fette il reale

Questa chirurgia linguistica assomiglia alle migliori performance editoriali di McLuhan, capace di coniare aforismi dall’alto potenziale memetico e si ritrova, ancora più luminosa, nella prefazione curata dal maestro di Lorusso, Geert Lovink:

Non possiamo semplicemente vivere la vita, siamo condannati a progettarla. Questa è la dichiarazione programmatica di Silvio Lorusso. (Lovink, p. 9)

L’ordinario non è più sufficiente. Noi, il 99%, rivendichiamo lo stile di vita esclusivo dell’1%. È questa l’aspirazione del pianeta H&M. (Lovink, p. 9)

Stiamo diventando curatori della nostra vita. (Lovink, p. 9)

Il problema del lavoro contemporaneo

Lorusso, e ancor di più Lovink, scrivono con questa lingua luminosa, che taglia a fette il reale. Magari non riesce a proporre una teoria generale, ma è capace di indicarci dei frammenti del mondo in cui viviamo e di tesserli assieme in maniera nuova.
Lorusso scrive una certosina e originale genealogia dell’ascesa dello spirito imprenditoriale e della corrispondente diffusione della precarietà. Il contributo originale di questo libro sta nell’aver individuato, nel nesso tra imprenditorialità e precarietà, la radice del “problema”, il campo da studiare per capire cosa ci sta accadendo.

Il problema del lavoro contemporaneo non è solo che si precarizza, o non è solo che ci trasforma tutti in imprenditori di noi stessi, ma è che queste due dimensioni – imprenditorialità e precarietà – si sono per la prima volta nella storia, forse, fuse assieme:

«l’imprenditorializzazione del lavoro non sarebbe altro che l’altra faccia, quella fittiziamente venduta come positiva e creativa, del processo di precarizzazione dell’impiego salariato». Se imprenditorialità e precarietà si mescolano dando forma a un’esperienza indifferenziata in cui non si sa più dove finisce l’uno e comincia l’altro, Entreprecariat si propone di discriminare, ovvero levare il velo imprenditoriale che avvolge la questione precaria e decifrare la strumentalizzazione dell’imprenditorialità per far fronte ai processi di precarizzazione” (p. 67)

Se imprenditorialità e precarietà si mescolano, Entreprecariat si propone di levare il velo imprenditoriale che avvolge la questione precaria

“Il brand Entreprecariat è una cosa e il suo contrario, esso incarna le contraddizioni sociali e individuali determinate dallo scontro tra precarietà e imprenditorialità” (p. 74).

L’entreprecariato non individua una classe sociale specifica, ma un insieme di valori, un regime discorsivo, anzi, IL regime discorsivo dominante dei nostri tempi. Lorusso pone giustamente l’enfasi sull’aspetto linguistico della condizione entreprecaria e mostra come questa condizione sia la conseguenza di un’estensione costante del linguaggio proprio del management, di una cannibalizzazione della vita sociale da parte dell’immaginario mercantilista e individualista, basato sui valori della prestazione, della misurazione e del successo personale.

L’entreprecariato non individua una classe sociale specifica, ma un regime discorsivo, IL regime discorsivo dominante dei nostri tempi

Se è vero che il lavoro artistico e creativo è sempre stato precario (ricordate il protagonista di Illusioni Perdute di Balzac del 1830?), quello che sta accadendo oggi è che la precarizzazione e la corrispettiva trasformazione in imprenditore di se stesso, si sta estendendo, come un’epidemia, al resto della società. E si espande così velocemente, come un velo invisibile, che chi ci si trova dentro non si accorge nemmeno più dell’esistenza di questo velo. La condizione entreprecaria si naturalizza.

L’uso della parola entreprecariato allora è utile per disinnescare questa naturalizzazione e svelare la faccia nascosta di una medaglia che appare avere solo un lato. La narrazione dominante ci presenta solo la faccia positiva dell’ascesa dell’imprenditorialità: Stay high, stay foolish. La precarietà sarebbe invece quel dark side of the moon celato dal discorso ideologico neoliberista diventato dominante.

Stay high, stay foolish: la condizione entreprecaria si naturalizza

Se disinneschiamo la maschera della neo-lingua liberista, che presenta i corpi degli imprenditori di se stessi come dei vincenti sempre sorridenti nelle foto postate su Instagram, quello che rimane è un corpo nudo e precario, stanco e ansioso, un corpo entreprecario: “l’imprenditorialità, una forma mentis proveniente da una pratica specifica, si è tramutata in un sistema di valori diffuso tanto radicato da risultare impercettibile. A occupare un piano di quello che Mark Fisher ha definito «realismo capitalista» in un libro omonimo, c’è il naturalismo imprenditoriale: l’intraprendenza come qualità innata dell’essere umano.

Nel frattempo la precarietà si è imposta come norma, posandosi sull’esistente come fosse un agente atmosferico. Ne deriva un sentire comune fondato sulla paura o sul cieco entusiasmo: l’impossibilità di immaginare l’avvenire condiziona l’esperienza del presente, radicalizzandola” (p. 19)

La mutata percezione del tempo comprime tempo di lavoro e tempo libero fino ad annullarne i confini; la mutata percezione dello spazio trasforma la vita entreprecaria in una vita nomade, la mutata concezione mentale di una vita produttiva è ridotta alla misurazione costante della performance e alla meditazione trascendentale codificata nelle app di mindfulness.

Una volta vivisezionata la letteratura su precarietà e imprenditorialità, e fatte entrare in collisione queste due dimensioni per dare forma al nesso entreprecario, Lorusso inizia un lungo piano sequenza sulle manifestazioni estetiche e culturali (le tre parti del libro: valori, asset e piattaforme) della condizione entreprecaria: la mutata percezione del tempo, che comprime tempo di lavoro e tempo libero fino ad annullarne i confini; la mutata percezione dello spazio, che trasforma la vita entreprecaria in una vita nomade, la mutata concezione mentale di una vita produttiva, ridotta alla misurazione costante della performance e alla meditazione trascendentale codificata nelle app di mindfulness.

Di nuovo, anche in queste sezioni, non c’è un argomento nuovo, non facciamo scoperte che non abbiamo già fatto in questi anni di dibattiti sui lati oscuri e ansiogeni dell’auto-imprenditorialità, ma il libro è comunque capace di dirci qualcosa di nuovo, di illuminare di una luce nuova cose che sapevamo già. E’ la tessitura certosina, anche qui, che rende il testo leggibile e attraente.

Ciò che rende importante questo libro sono le sue conclusioni, estremamente umane e prive di quella critica depressiva che attraversa tante delle pubblicazioni sulla precarietà.

Ma ciò che rende questo libro importante, da leggere, non è tanto la sua parte centrale, anche se scritta in maniera luminosa e dalla struttura chirurgica delle argomentazioni. Ciò che rende importante questo libro sono le sue conclusioni, estremamente umane e prive di quella facile ironia o della critica depressiva che attraversa tante delle pubblicazioni sulla precarietà.

Se è possibile immaginare una via d’uscita a questo realismo Uber-capitalista, sostiene Lorusso, la soluzione non è individuale (digital detox, sottrazione individuale alla logica della prestazione ecc…) ma è collettiva e parte dall’accettazione della precarietà non come prodotto del capitalismo di piattaforma, ma come caratteristica ontologica dell’esistenza.

Riprendendo il pensiero di Judith Butler, Lorusso sostiene che si può contrastare l’ascesa dell’entreprecariato solo considerandoci precari non perché imprenditori di noi stessi, aperti al rischio e indipendenti da qualsiasi forza, ma precari perché umani, limitati e fragili, bisognosi del sostegno degli altri, dipendenti dagli altri. Rifiutare l’autonomia di stampo individualista che si nasconde dietro la retorica dell’imprenditore di se stesso: “Ammettere la propria impotenza vuol dire riconoscere la propria insufficienza individuale abbracciando l’interdipendenza ovvero, detto in parole più semplici, il vivere in comune.

Se lo spirito imprenditoriale mira a sopprimere qualsiasi espressione di impotenza, lo spirito precario ne fa il proprio orizzonte condiviso.

Tale ammissione, che si inserisce nel discorso sulla precarietà ontologica avviato da Judith Butler, si pone a conferma del fatto, sottolineato da Sennett, che dipendenza e indipendenza non si escludono a vicenda. (…) Rivendicare l’impotenza non vuol dire arrendersi.
 Al contrario, vuol dire tracciare i contorni della propria limitatezza. Impotenza non significa nemmeno passività perché corrisponde al riconoscimento attivo di vuoti di potere individuale, essa è un invito alla cooperazione e alla mutualità.

Impotenza vuol dire tregua, vuol dire abbassare le armi della competitività e dell’agire strategico. Se lo spirito imprenditoriale mira a sopprimere qualsiasi espressione di impotenza, lo spirito precario ne fa il proprio orizzonte condiviso”. (p. 200)

Se dobbiamo fare tre lavori per portare a casa un reddito e pagare l’affitto nel nostro quartiere gentrificato, finiremo per andare a letto con la nostra tabella Excel postando foto sorridenti su Instagram.

Vivere in comune, cooperazione e mutualità, sono le parole chiave per far sì che lo spirito dell’entreprecariato non si impossessi definitivamente dei nostri corpi. In fondo, si tratta di dare più valore al tempo dedicato alle relazioni sociali e al loro mantenimento, piuttosto che al tempo dedicato alla produzione di manufatti e servizi. Perché poi la sera, quando cala la notte, si rischia di andare a letto con la propria tabella Excel invece che con un’altra persona a cui vogliamo bene.

Non sono sicuro che sia una exit strategy realistica ed efficace, perché per potersi dedicare di più alle relazioni che contano nella nostra vita, bisogna poterselo permettere, avercelo questo tempo. E se dobbiamo fare tre lavori per portare a casa un reddito e pagare l’affitto nel nostro quartiere gentrificato, finiremo per andare a letto con la nostra tabella Excel postando foto sorridenti su Instagram prima di addormentarci stanchi e depressi. Qualcuno dice che un reddito universale di base possa liberare questo tempo. Vorrei sperarlo, ma nell’attesa inizierei a lavorare meno la sera.


Immagine di copertina da Unsplash