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Abitare la prossimità coltivando la cura, intervista a Ezio Manzini

La pandemia sembrerebbe aver ridato centralità ad alcuni temi trascurati in questi decenni di neoliberismo: la cura, la prossimità, la comunità. Nel suo libro Abitare la prossimità – Idee per la città dei 15 minuti Ezio Manzini ha teorizzato una città a misura d’uomo, in grado di superare il modello della “città delle distanze” e offrendo un’alternativa credibile alla società “del tutto a/da casa”, che poggia sull’impegno civico e su un’innovazione tecnica usata per favorire la vicinanza e la collaborazione.

Lo abbiamo intervistato per approfondire queste tematiche legate al concetto di cura.

L’intervista è estratta dall’ultimo numero di A: Ancona rivista a colori e segna anche l’inizio di una collaborazione tra la rivista e cheFare, agenzia per la trasformazione culturale. 

 

Ezio, come si può declinare concretamente la “città della prossimità”, evitando il rischio di alimentare sterili retoriche o operazioni di maquillage progettuale?

«Per evitare che ciò succeda occorre muoversi su tre piani: quello della localizzazione, per cui i sistemi socio-tecnici si distribuiscono sul territorio e i servizi si avvicinano ai cittadini;  quello della socializzazione, per cui i servizi stimolano e supportano la collaborazione dei cittadini e contribuiscono alla costruzione di comunità; quello dell’estensione, per cui quanto detto ai due punti precedenti si allarga a comprendere tutta la città (e non solo alle zone storiche in cui, di fatto, la città è già vicina al modello di prossimità di cui stiamo parlando). 

Un processo di territorializzazione riuscito è dunque quello in cui questi tre piani d’azione sono portati avanti congiuntamente. Il che non significa che bisogna fare tutto in una volta sola. Come tutti i sistemi ad alta complessità, la costruzione della città, e quindi anche i processi di territorializzazione di cui stiamo parlando, non avvengono in base a logiche unitarie e progetti omnicomprensivi, come se la città fosse un artefatto monolitico. Emergono invece da una serie di iniziative diverse, per tema, per motivazioni e per scala, che, nella loro interazione, generano quello che, effettivamente, sarà il risultato. Per questo il modo di procedere, non può che essere per interventi parziali e dotati di una loro autonomia ma, possibilmente, all’interno di visioni condivise. Nel nostro caso, affinché il risultato si avvicini all’idea della città della prossimità, che dovrebbe essere la visione condivisa, occorre che diversi progetti e programmi convergano in questa direzione. Ciò che ne dovrebbe emergere è una città della prossimità intesa come “città che cura”. Cioè come una città che, per come è costruita e vissuta, attiva e sostiene la capacità di cura dei suoi abitanti. Il che significa che essi non sono considerati solo come individui con problemi che usano servizi, ma come cittadini attivi che formano comunità (cura dei bambini, degli anziani, del verde, della cultura locale, … )».

Quali esperienze positive vede in giro per l’Italia che vadano nella direzione della “città che cura” e quali indicazioni è possibile ricavarne?

«Nel libro Abitare la prossimità (Egea  2021) parlo di città che cura per indicare quella che, a mio parere, è l’essenza della città della prossimità. Quest’espressione è stata però introdotta molti anni fa da Francesco Rotelli, ex-direttore del Centro di Salute Mentale e poi Direttore Generale dell’Azienda per i Servizi Sanitari di Trieste, in riferimento alla straordinaria esperienza di cui è stato promotore in quella città.

Per cui, per cercare nella pratica il significato di questa espressione, non si può che partire da Trieste, e dal suo Progetto di Microaree. Si tratta di un insieme di interventi in zone socialmente fragili della città che sono iniziati nel 2005 con un’intesa tra comune, Azienda Sanitaria, Ater (le case popolari di Trieste). 

In questi interventi, i servizi medici, quelli sociali e le politiche abitative collaborano con le reti sociali locali nella realizzazione di servizi localizzati in un’area geografica circoscritta. La microarea, appunto. Ogni microarea si riferisce ad una popolazione di circa 2000 persone, ed ha al suo centro uno spazio (normalmente aperto sulla strada) in cui, come si legge nella presentazione che ne ha fatto il comune, ci sono “attività di sportello per informazioni, segnalazioni e richieste in campo sanitario, assistenziale, abitativo”. Ma non solo. È anche uno spazio aperto alla collettività in cui si organizzano “momenti di aggregazione e attività socio ricreative rivolte ai residenti, con particolare attenzione alle persone fragili, volti a favorire e sviluppare nei quartieri una comunità più coesa e solidale.” 

Si potrebbe obiettare che il caso delle Microaree di Trieste è un caso particolare, molto legato ad un contesto politico e sociale altrettanto particolare. Ed è vero. In effetti non ci sono molti altri esempi in cui la costruzione della città che cura sia stata così evidente. Però, in molte città, grandi e piccole, ci sono state delle significative mosse concrete in questa stessa direzione, ma con diverse combinazioni tra le azioni sui tre piani di cui si è detto.  Personalmente conosco meglio il caso di Milano, dove la diffusa innovazione sociale a livello molecolare che in questi anni ha caratterizzato la città si è incontrata con un’amministrazione capace di riconoscerla e valorizzarla, generando nuove forme di governance collaborativa verso la città della prossimità (si veda il caso del quartiere Nolo, come esempio).  Ma si potrebbe parlare anche di Torino, con la rete delle Case di quartiere. O di Bologna, con le iniziative dell’Ufficio Immaginazione Civica e della Fondazione per l’Innovazione Urbana. Facendo un confronto accurato tra queste diverse esperienze emergerebbero processi di costruzione della città assai variegati: diversi “stili di governance” derivanti dalla storia, dalle caratteristiche e dall’immaginazione civica (per usare le parole di Michele D’Alena – Immaginazione civica, Sossella, 2021) di ciascuna città».

Tra queste esperienze, una sottolineatura particolare merita la vicenda del comune di Riace. Una città che cura è una città capace di accogliere. Che cosa resta oggi di quel modello secondo cui, attraverso l’accoglienza e l’integrazione, si gettavano le basi per generare lavoro in un luogo destinato di contro allo spopolamento? E da dove riprendere il discorso per fare in modo che di questa storia non resti solo un “C’era una volta?”

«Credo che ogni esperienza significativa come questa lasci un segno che ha capacità di far muovere altre cose anche quando l’esperimento iniziale è sotto attacco o finito. Infatti, se pure Riace come prototipo funzionante di un’idea di accoglienza e di rigenerazione territoriale non c’è più, Riace come esempio concreto può ancora insegnare molto, stimolando e orientando altre iniziative. E, in effetti, guardando in giro per l’Italia si trovano casi che sembrano andare nella stessa direzione (per esempio, penso al caso di Monteleone, che viene definito come la Riace della Puglia). Inoltre, considerando anche i problemi che ha avuto, Riace ci dice anche, con drammatica chiarezza, che occorre agire a diversi livelli: capillarmente nei territori, ma anche sul contesto legale e normativo. È fondamentale infatti che iniziative come queste siano concretamente supportate in termini politici e istituzionali. E che la loro esistenza economica venga supportata e i processi amministrativi facilitati. Purtroppo, a livello nazionale, questo non sembra stia succedendo. E, in particolare il Piano Nazionale Borghi del PNRR sembra andare in tutt’altra direzione». 

Nel PNRR con la missione 5 “Inclusione e coesione” si è scelto di investire importanti risorse per colmare le diseguaglianze sociali e con la 6 dedicata alla “Salute” vengono ribaditi obiettivi in termini di reti di prossimità e di attivazione di Case della comunità. A fronte di tale importante investimento infrastrutturale e tecnologico appare sfocato l’elemento umano, a partire dal personale da impiegare in tali strutture oltre che di un ruolo propositivo del Terzo Settore, che pur negli anni ha dato prova di una profonda conoscenza dei bisogni delle comunità e dei territori. Ravvisa in tal senso elementi di criticità?

«Sì, ci sono molte criticità, per diverse ragioni, compresa quella a cui fate riferimento. Detto questo, credo che, in particolare, nella missione 6, Salute, ci sia un aspetto importante che vada messo in luce e amplificato. Prima del Covid-19 le scuole di pensiero e le politiche di welfare dominanti proponevano di riorganizzare i servizi creando grandi poli in cui concentrare le risorse. Il risultato dell’applicazione di questa visione è stato, in alcuni casi, la creazione di centri di eccellenza, ma anche, in tutti i casi, l’abbandono del territorio. Per fortuna, questa linea non è stata seguita dappertutto e, in Italia, ci sono regioni che, pur con difficoltà, hanno mantenuto sistemi territoriali funzionanti.

È successo così che, investiti dalla pandemia, i sistemi orientati ai poli di eccellenza (e alla privatizzazione della salute) come quello lombardo, sono crollati. Mentre quelli in cui il presidio territoriale e pubblico era stato mantenuto (penso, per esempio, all’Emilia Romagna, alla Toscana e al Veneto) hanno retto meglio. Il che ha reso visibile e tangibile per tutti l’importanza della territorialità intesa, in questo caso, come conoscenza del territorio, e come capacità di dare risposte là dove le persone si trovano. L’evidenza di questi risultati è stata tale da costringere a prenderla in considerazione in tutte le discussioni sul welfare che ne sono seguite. Così è successo che, nello stesso PNRR, tra le sei “missioni” che lo compongono, quella in cui si parla esplicitamente di territorialità è proprio quella che riguarda la salute.

Detto questo, va aggiunto che il PNRR, in quanto tale, è stato pensato per finanziare investimenti infrastrutturali. Questa logica può essere condivisa o no, Ma così è. Quindi, se la si accetta, non è strano che l’elemento umano, cioè tutto ciò che riguarda il personale e il ruolo del Terzo Settore, appia sfocato. 

E quindi, che fare? A mio parere, poiché a questo punto la logica di fondo del PNRR non può essere cambiata, occorrerebbe immaginare progetti che possano intercettare anche altri fondi (quelli che possono finanziare ciò che è necessario per il buon funzionamento nel tempo di ciò che si realizzerà) e che possano operare come sistemi abilitanti: infrastrutture e servizi in grado di stimolare e attivare risorse sociali e, così facendo, di creare comunità».

Molte progettualità oggi mettono al centro la realizzazione di servizi di prossimità, ma non sempre riescono ad attivare realmente quelle comunità di luogo necessarie perché la prossimità si traduca in cura. Che cosa si può imparare dagli insuccessi?

«Dagli insuccessi, ma anche dai successi, si è capita meglio la diversa natura dei tre piani d’azione di cui dicevo (localizzazione, socializzazione e diffusione), e la loro reciproca interazione. La sintesi di questo insegnamento può essere questa: la localizzazione, intesa come realizzazione di servizi di prossimità, è del tutto progettabile e realizzabile ma, come è ovvio, servono volontà politica e risorse economiche adeguate. Lo stesso non si può dire per la socializzazione, intesa come la capacità di costruire comunità, che invece, in quanto tale, non si può progettare (anche quando ci fossero volontà politica e risorse economiche per farlo). C’è però qualcosa che un buon progetto (unito anche qui dalla disponibilità di risorse economiche e da una forte volontà politica) può fare. Ed è creare delle opportunità affinché la costruzione di comunità diventi possibile e probabile (considerando che la tendenza dominante fino ad ora è stata di renderla sempre più improbabile se non decisamente impossibile). Il che significa progettare i servizi in modo che operino come sistemi abilitanti nella costruzione di comunità e nella valorizzazione di energie e competenze diffuse nella società». 

Come sono queste infrastrutture e questi servizi che operano come sistemi abilitanti? 

«Prendendo come esempio la salute, occorre innanzitutto portare i servizi (e quindi i medici, infermieri, assistenti sociali che li mettono in atto) vicini alle persone. Chiunque dovrebbe sapere che in qualunque momento in quella struttura di prossimità può trovare delle persone esperte che lo possono aiutare. Ma, come si è già accennato, questo non basta. È anche importante che tra personale professionale e cittadini si instauri una forma di vicinanza che sia anche relazionale. In altre parole, deve stabilirsi tra loro un sistema di relazioni che renda possibile la costruzione di una comunità della cura.Le Case della comunità di cui parla il PNRR, in teoria, potrebbero essere un passo verso quanto sto dicendo. Per quello che dice il nome che si è scelto, esse potrebbero diventare il luogo fisico e sociale intorno a cui la comunità della cura potrebbe formarsi e durare nel tempo. Ma perché ciò avvenga occorre volerlo e lavorarci su. E questo non solo perché, per le ragioni prima indicate, la parte relativa alla socializzazione non è per nulla presente nel piano. Ma principalmente perché occorre che la società civile, il terzo settore e i cittadini più o meno organizzati facciano la loro parte. E questo non avviene nelle istituzioni e nel PNRR, ma nel territorio». 

Nei suoi lavori emerge un certo ottimismo rispetto alla possibilità di immaginare forme di prossimità e di comunità “ibride”, fisiche e digitali, a quali condizioni ciò è davvero possibile?

«Le comunità ibride non sono entità future, ancora tutte da immaginare. Nei contesti come il nostro, sono già da tempo una realtà diffusa: viviamo tutti in un mondo che è già da tempo sia fisico che digitale. Quello che dobbiamo fare è di capire meglio la sua natura e le sue possibili evoluzioni. E, a partire da qui, immaginare come operare per ridurne i rischi ed aumentarne le possibilità. Entrando nel merito, a me pare che il mondo ibrido, fisico e digitale, in cui ci troviamo sia oggi il terreno di scontro tra proposte di vita opposte. La prima si riferisce ad uno scenario che possiamo chiamare il mondo videogame. Un mondo in cui il baricentro delle attività umane si sposta sempre più nel mondo digitale. Un mondo ibrido in cui, se si vuole, tutto si può fare in modo facile, divertente, dematerializzato e restando comodamente a casa. Il problema è che quest’immagine di un mondo divertente, attraente, sicuro e leggero è falsa. Le promesse che fa non possono essere mantenute. Per esistere, esso ha bisogno di un mondo fisico che lo sostenga: un mondo di corpi chiusi e isolati nelle loro case, sostenuti da servizi di supporto. Un mondo in cui molti devono lavorare come schiavi per far sì che chi sta nel mondo videogame possa continuare a giocare (ricevendo a domicilio ciò che serve per la propria sopravvivenza biologica). Un mondo sempre più saccheggiato delle sue risorse (quelle necessarie per sostenere l’energivoro videogioco in cui così tanti passano così tanto tempo). E un mondo di cui nessuno ha cura (perché tutti sono distratti da quello che succede nel mondo digitale). La seconda proposta di vita si riferisce invece ad uno scenario che possiamo chiamare il mondo in prossimità. Un mondo che emerge da diverse innovazioni sociali, culturali e istituzionali che, nei due decenni passati, hanno portato in primo piano il tema della cura e della prossimità relazionale e fisica. E, così facendo, hanno teso ad orientare l’innovazione tecnica verso sistemi capaci di stimolare e supportare l’attenzione, la collaborazione e la vicinanza tra le persone e tra di esse e il loro ambiente.  In breve, sistemi che rendono le persone capaci di cura. Tornando quindi alla domanda, non si tratta di essere ottimisti sulle possibilità delle tecnologie di supportare le nuove comunità di cui prima abbiamo parlato, ma di entrare in questo scontro in atto tra diverse proposte di vita, cercando di supportare quelle che ci sembrano più favorevoli e promettenti».  




Abitare la prossimità, la presentazione del nuovo libro di Ezio Manzini – cheFare a Triennale Estate

Abitare la prossimità è il nuovo libro di Ezio Manzini, una ricerca nata per parlare delle città e del loro futuro, ripensando al concetto che abbiamo sviluppano in questi ultimi anni, cioè che ogni necessità deve stare a pochi minuti di distanza da tutti.

Alla città della prossimità funzionale corrisponde la città relazionale, cioè il lato relazionale, quello che parla di incontri, condivisione e sostegno

Ezio Manzini presenterà il suo nuovo libro Abitare la prossimità, in dialogo con Stefano Boeri, Presidente di Triennale Milano, Lorenza Baroncelli, Direttore artistico di Triennale Milano, Cristina Tajani, Assessora alle Politiche del lavoro, Attività produttive, Commercio e Risorse umane del Comune di Milano, Davide Fassi, Politecnico di Milano.

Modera Bertram Niessen, direttore scientifico di cheFare.

L’appuntamento fa parte del palinsesto di Triennale Estate, un progetto rivolto a tutta la città per tornare a vivere insieme la cultura. Ingresso libero, non è necessaria la prenotazione.




La città che cura, abitare la prossimità – una conversazione con Ezio Manzini

Ezio Manzini è uno dei maggiori studiosi italiani e mondiali di design per la sostenibilità ed è fondatore di DESIS, un network internazionale su design per l’innovazione sociale e la sostenibilità. Il suo ultimo libro si intitola “Abitare la prossimità. Idee per la città dei 15 minuti” pubblicato da Egea. In questa intervista, svolta da Daniela Selloni (ricercatrice in design dei servizi al Dipartimento di Design del Politecnico di Milano) si racconta in particolare una visione di prossimità legata al tema dei servizi che sono offerti e fruiti nelle città. Nel corso del dialogo emerge un concetto affascinate, vecchio e nuovo allo stesso tempo, ovvero quello della la città che cura. Come fare a progettarla e realizzarla è la questione che scaturisce da questa conversazione. Una questione fertile e aperta ad ulteriori sviluppi e interpretazioni.

Partiamo dalla domanda più ovvia: perché hai messo il concetto di prossimità al centro di questo libro? E perché hai scelto proprio questa parola? 

Trovo che “prossimità” sia un concetto generativo. Che ci permette di fare connessioni non banali tra diversi temi. Temi che, a loro volta, erano sotto traccia da tempo e che il Covid19 ha portato in superficie: il futuro delle città e lo scenario della città dei 15 minuti o, come io preferisco chiamarla, della prossimità. La distribuzione territoriale dei servizi e delle attività commerciali e produttive, e le economie di prossimità che essa può generare. Le relazioni di cura, in una società in cui i cittadini sono sempre più ridotti al ruolo di utenti e clienti. E, infine, la nostra natura di organismi fisici in un mondo ibrido dove la componente virtuale guadagna terreno.

Il concetto di prossimità che descrivi è poli-semantico e nel tuo libro proponi differenti declinazioni. Sono interessata in particolare alla prossimità legata al tema dei servizi, dato che mi occupo di service design. Potresti chiarire meglio questa relazione? 

A partire da John McKnight , 25 anni fa, fino a Hilary Cottam oggi, si è discusso di come e perché la società dei servizi, così come fino ad ora si è presentata, diventi una società senza cura. Una società in cui i cittadini, invece di essere considerati persone in grado di stabilire relazioni di (reciproca) cura, vengono spinti nel ruolo utente-cliente di servizi professionalizzati. 

Mi pare che il concetto di prossimità, nella sua duplice dimensione funzionale e relazionale, ci possa aiutare ad uscire da questa problematica condizione. Infatti, poiché c’è una precisa relazione tra cura e prossimità, esso può portare alla nascita di una nuova generazione di servizi di prossimità: servizi che siano relazionali (che producano empatia, fiducia, reciprocità) e distribuiti sul territorio (cioè vicini alle persone interessate). Servizi che, in questo modo, siano anche collaborativi ed operino come infrastrutture abilitanti di nuove comunità di luogo. 

Le esperienze fatte nel campo dell’innovazione sociale ci dicono che ciò può avvenire agendo su diversi piani: portare i servizi vicino ai cittadini (localizzare); favorire la costruzione di comunità (socializzare); estendere la rete degli attori coinvolti (includere); coinvolgere attori inizialmente non previsti (diversificare); connettere orizzontalmente diverse aree di intervento (coordinare).  Tutti e cinque questi piani d’azione sono importanti, ma quello cruciale, quello senza il quale neanche gli altri possono avere successo, è il secondo: costruire comunità. 

Dunque la dimensione territoriale è fondamentale… puoi spiegarti meglio?

Partiamo da un dato oggi quanto mai evidente: la tragedia del Covid19 ha posto a tutti, con grande e drammatica attualità il tema della territorialità dei servizi e, in particolare dei servizi sociosanitari. Essa ci ha infatti mostrato quanto sia stata miope una politica che, ricercando l’efficienza nell’erogazione delle prestazioni dei singoli servizi (considerati ciascuno isolatamente), ne ha fatto perdere di vista la dimensione necessariamente territoriale e di prossimità. 

Ma non c’è solo questo. L’importanza della territorialità, e quindi della collocazione nello spazio fisico di tutte le attività umane (e quindi anche dei servizi) sta riemergendo anche per altre ragioni.  Dico riemergendo perché, in realtà, nel nostro passato premoderno, è sempre stata tenuta in gran conto. Poi però, con la modernità, con i trasporti di massa, con le telecomunicazioni e, in fine, con la connettività, si è teso a non considerarla più. O, addirittura, a vederla come un vincolo da superare.  

Abbiamo forse colpevolmente trascurato la dimensione fisica dei servizi?

Sì, ma non solo. Abbiamo anche teso a dimenticare che tutti i servizi hanno una dimensione fisica e questa sta da qualche parte nello spazio. E quindi sta in relazione con altre entità che, nel loro insieme, compongono un sistema di prossimità. Ne deriva che ciò che esso genera non dipende solo dalle sue specifiche proprietà, ma anche dalle caratteristiche del sistema di prossimità di cui è parte, e dalla sua collocazione in esso.

Mi spiego meglio. Nel linguaggio corrente, si dice che un’attività “ha luogo”. Cioè avviene in uno spazio più o meno popolato da altre attività che, nel loro insieme, costituiscono un luogo. Mettere a fuoco il tema della prossimità ci aiuta a ricordarcelo, anche quando, come oggi accade, il baricentro delle nostre attività si sposta verso il mondo digitale. Il tema della prossimità ci ricorda infatti che, anche quando lavoriamo o studiamo online, il nostro corpo è situato da qualche parte nello spazio fisico. Non solo. Ci dice che anche quando le organizzazioni operano nelle reti lunghe del mondo globale, hanno pur sempre una dimensione fisica e relazionale che si colloca in un sistema di prossimità. Cioè in quell’intrico di reti brevi che sono i luoghi. 

L’attenzione ai sistemi di prossimità è dunque rilevante sia per i soggetti individuali (le persone), sia per quelli collettivi (le organizzazioni). Con riferimento alle persone, è chiaro che i loro percorsi di vita implicano l’attraversamento di un continuum di attività e servizi che compongono il sistema di prossimità in cui sono immerse. Considerare questo sistema, e non i singoli elementi che lo compongono, è la mossa che ci permette di incidere sulla loro esperienza del mondo. E quindi sulla qualità della vita. 

Con riferimento alle organizzazioni, la loro esistenza e le loro attività sono influenzate anche dal sistema di prossimità in cui operano, e di cui esse stesse sono parte. Il che può generare localmente frizioni o sinergie, configurando diverse economie di prossimità: economie che tengono conto del fatto che ogni attività avviene (anche) in un sistema di prossimità. 

Come si articolano dunque i servizi nelle economie di prossimità?

Nella discussione di questi anni, parlando di economie di prossimità, ciò cui più spesso si è pensato sono le attività produttive e di servizio che hanno un mercato o un bacino d’utenza locale. È questo il tema, giustamente molto discusso, dei negozi e dei servizi di prossimità, e della contraddittoria condizione in cui si trovano. Essi sono infatti da tempo messi in crisi dalla grande distribuzione e dalle consegne a domicilio mentre, allo stesso tempo, si riconosce il valore sociale che essi producono creando relazioni di vicinato e senso di sicurezza. A fronte di questa contraddizione stanno nascendo delle strategie di supporto tendenti a riconoscerne il valore sociale, ad aiutarle a mantenere i loro clienti locali e, quando possibile, a ricercare sinergie tra diversi nodi del sistema di prossimità. Quest’ultima strategia mi sembra particolarmente rilevante: collegando tra loro attività diverse, ma tra loro compatibili, si può generare un mutuo supporto e, in questo modo, delle economie di scopo. Ciò avviene, per esempio, quando un giornalaio è anche portineria di vicinato o sportello online del comune. Oppure, quando un bar accoglie attività di coworking o il terminale locale di servizi sociosanitari (come nel caso di WEMI, il servizio di welfare collaborativo milanese): tutti casi in cui l’ibridazione di attività crea nuove possibili economie di prossimità. 

Un’altra modalità in cui l’economia di prossimità può presentarsi è quella relativa agli effetti locali delle attività di organizzazioni che, per altro, non sono di prossimità. Più precisamente, in questo caso l’economia di prossimità è data dal valore economico e sociale che esse, con la loro stessa esistenza, producono nel sistema di prossimità in cui sono collocate: quelle relative ai consumi locali dei loro dipendenti e quelle derivanti da altre possibili forme di interazione e interscambio col territorio circostante. Per esempio, filiere locali connesse al loro approvvigionamento di materiali e energia, e/o al trattamento di scarti e rifiuti nel quadro di un’economia circolare localizzata. Oppure: utilizzo e valorizzazione di competenze e capacità localmente presenti. Oppure, ancora: partecipazione ad attività di animazione culturale del territorio. Nell’insieme, tutto ciò ci dice che imprese che operano a scala cittadina, nazionale o anche globale possono sviluppare relazioni anche col sistema di prossimità di cui sono parte. E, così facendo, intrecciare le reti lunghe su cui la loro attività principale si basa, con quelle brevi del luogo in cui sono fisicamente collocate, diventando parte attiva di quel sistema di prossimità. E quindi di quella comunità di luogo.

Dalla tua risposta emerge questa visione della “città che cura”…mi sembra un’idea vecchia ma nuova allo stesso tempo…

Devo premettere che questa bellissima immagine della città che cura non è mia: l’ho presa in prestito da Franco Rotelli, che l’ha usata in riferimento al tema della salute mentale nella città e al rivoluzionario modo di affrontarlo iniziato a Trieste da Franco Basaglia negli anni Settanta. 

Il suo senso è quello di un’intera città che, per come è fatta e come funziona, si prende cura dei suoi cittadini. A cominciare dalle persone più fragili, per passare agli anziani e ai bambini, per arrivare a tutti, perché tutti abbiamo bisogno di cure e tutti possiamo esprimere cura. 

Puoi descrivere meglio la città che cura alla quale alludi?

Per rendere concreta quest’immagine partiamo dalla cura per i bambini. Un tempo i bambini potevano giocare in strada, in autonomia: non c’erano molti pericoli, le strade erano libere, nessuno era incaricato di organizzarli e controllare quello che facevano ma, in realtà, erano in molti a farlo: i portinai, i negozianti, chi era seduto fuori casa o nel giardinetto, alcune persone alla finestra. Ognuno di loro conosceva quei bambini perché abitavano tutti là intorno.  Questo complesso di condizioni era la città che cura, nella sua forma tradizionale. Quella che ora non c’è più.

Oggi, la cosa che per prima salta agli occhi è che nelle strade e nelle piazze al posto dei bambini, di solito, ci sono le auto. Ma non si tratta solo di questo: anche dove le auto non ci sono, è difficile vedere bambini in strada che giocano. È infatti venuto meno quel denso tessuto di relazioni e di fiducia che faceva sì che intorno a loro ci fosse la rete di sicurezza del vicinato di cui si è detto. In queste condizioni, si reputa – non a torto – che non sia sicuro lasciare i bambini in strada a giocare da soli. Il risultato sono le strade piene di auto e i bambini chiusi in casa incollati ai loro videogiochi o alla tv. O, i più ricchi, trasportati da genitori stressati ai luoghi dove si offrono servizi di socialità e attività per bambini: dal parco giochi al corso di inglese, alla palestra. Si è passati cioè dal quartiere che cura alla città dei servizi professionalizzati (per chi ne ha diritto o se li può permettere). 

La domanda che ora si pone dunque è questa: può la città che cura essere rigenerata? La risposta è sì, anche se non è facile.

Ma in che modo? Puoi fare degli esempi?

Un esempio concreto di questa possibilità lo troviamo a Barcellona. In questa città, il team di Luis Torrens, responsabile dell’Area Diritti Sociali del Comune, sta sviluppando un programma di servizi per gli anziani la cui idea di fondo è proprio questa: creare una “residenza virtuale distribuita” in cui una persona riceva, nella propria casa e nel quartiere, gli stessi servizi che riceverebbe in una residenza per anziani. E, così facendo, permettere loro di continuare a vivere, e a vivere bene, lì dove da tempo hanno abitato. Un programma questo che si collega a quello già in atto relativo alla riduzione del traffico e alla creazione di nuovi spazi pubblici (il programma delle Superlles), integrandolo con la territorializzazione dei servizi di assistenza domestica e l’attivazione di altri attori di prossimità (come per esempio negozi e farmacie) che funzionino come antenne distribuite sul territorio, capaci di offrire socialità e segnalare l’emergere di problemi. 

Come si può facilmente intuire, raggiungere questi obiettivi (per la cura degli anziani, ma lo stesso potrebbe essere detto per quella dei bambini o per chiunque d’altro) non può essere il risultato di un singolo progetto ben fatto: la città delle prossimità che permetta ai bambini di andare a scuola a piedi e giocare nelle strade, e agli anziani di passeggiare sentendosi sicuri e trovando nelle vicinanze tutto ciò di cui hanno bisogno, per esistere, deve emergere da una molteplicità di interventi diversi ma convergenti che, nel loro insieme, formano, appunto, la città che cura.

La “città che cura” che stai proponendo richiede una dimensione progettuale. Come può inserirsi il design in questa fase di maturità che descrivi? Lo chiedo non solo perché sono una designer, ma perché mi pare che tutto il libro, pur non parlando esplicitamente di design, includa questa dimensione. 

A differenza che dal passato, oggi una città della prossimità, e quindi una città che cura, non può esistere senza una fitta rete di attività progettuali che la rendano possibile e che ne garantiscano la continuità. Questo suo carattere necessariamente progettuale è il primo e principale contenuto del libro. D’altro lato, quest’osservazione può apparire paradossale poiché un altro contenuto del libro è il riconoscimento che né la prossimità, né la cura, in quanto tali, possono essere progettate. Il problema che si pone è dunque è questo: prossimità e cura dipendono oggi da scelte progettuali. Ma cosa si può davvero progettare? E, in questo quadro, si pone la tua domanda: cosa fa il design in tutto questo? 

Per rispondere a questa domanda, il libro propone un’osservazione ravvicinata di due casi di costruzione di comunità in cui il design, cioè team di esperti di progettazione, ha avuto un ruolo: un quartiere milanese, quello di Nolo, e le pratiche di abitare collaborativo messe in atto dalla Fondazione Housing Sociale. Quest’osservazione permette di vedere con chiarezza la trama di progetti, di diversa natura e di diversa scala, che hanno prodotto il sistema di prossimità e le relazioni di cura che lo caratterizzano. Facendo poi uno zoom ancora più ravvicinato, questi progetti mostrano la diversità di attori coinvolti e di modalità di azione. Questo tipo di progetti può coinvolgere infatti una molteplicità di attori: i cittadini abitanti della zona, prima di tutto. Ma anche i policy maker, e diversi esperti in diversi campi. Tra questi, certamente, ci possono essere anche professionisti del progetto: pianificatori, architetti e designer. 

La “città che cura” richiede chiaramente anche una dimensione fattiva, perché la cura deve essere intrapresa. Mi pare che questa cura non possa essere somministrata, ma si costruisce insieme… secondo te come si può fare? 

La co-generazione della città che cura, cioè della città della prossimità è un processo a carattere sistemico. Che però non si riferisce ad un mega-sistema unitario e monologico, ma piuttosto ad un complesso ecosistema: un’intricata rete di interazioni che nessuno può progettare e controllare nel suo insieme, ma in cui e su cui ciascuno può intervenire portando un contributo: progettando qualcosa che, con la sua presenza, interagendo con gli altri elementi, modifica lo stato delle cose e genera anche una nuova configurazione del sistema di prossimità. In altre parole, le attività progettuali che possiamo mettere in atto non possono produrre direttamente prossimità e cura ma, facendo succedere qualcosa, possono generare le condizioni in cui prossimità e cura abbiano più possibilità e più probabilità di esistere e durare nel tempo. 

Per dare concretezza a questa affermazione userò un’immagine che ho proposto anche nel libro. Pensiamo a dei ballerini in una sala da ballo. Al centro della scena ci sono delle coppie che, pur non conoscendosi, si sono incontrate, hanno iniziato a ballare e a dirsi qualcosa che potrebbe evolvere in una conversazione che, a sua volta, forse potrebbe durare il tempo di un ballo o forse proseguire, oltre il ballo stesso.  Mi pare che questa scena dica molto su come le persone possono essere aiutate ad avvicinarsi. Su come gli incontri possono essere facilitati. Su che cosa si possa progettare per far sì che si creino le condizioni affinché ci sia possibilità e probabilità che ciò accada. 

Vediamo meglio. La scena che ho descritto, nel suo insieme, non è certo il frutto di un progetto unitario consapevole. È piuttosto il risultato della coevoluzione dei vari elementi: la sala da ballo, la musica, la capacità di ballare, persone ben disposte a conoscersi. Tutto questo, ovviamente, non predefinisce ciò che davvero succederà. Pista, musica, conoscenza condivisa delle regole del ballo sono ciò che rende degli incontri possibili e probabili. E questo è ciò che, concretamente, può essere progettato. 

Fuori di metafora, la pista da ballo allude ad un’infrastruttura che renda possibili degli incontri e dei progetti. L’essere capaci di ballare corrisponde all’esistenza di linguaggi, idee e conoscenze socialmente condivise che permettano alla conversazione sociale di esistere. Infine la musica è ciò che stimola e dà la spinta per attivare quelle conversazioni e quei progetti. Tutto questo, va progettato. E in tutto questo, evidentemente, i progettisti esperti possono e devono avere un ruolo. Anzi, nel progetto di infrastrutture, nella co-creazione di linguaggi e visioni condivise, nello stimolo alla conversazione sociale con nuove idee e nuovi scenari, possono avere una molteplicità di ruoli diversi. 




Design for collaborative cities: lecture di Ezio Manzini al Kulturforum di Berlino

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Design for collaborative cities – Weaving people and places in fluid urban spaces è il titolo della lecture di Ezio Manzini, cui seguirà una tavola tavola rotonda, con cui il 26 giugno 2019 si inaugura al Kunstgewerbemuseum di Berlino la mostra Design for collaborative cities curata da Desis Network, organizzata in collaborazione con l’Ambasciata italiana a Berlino e con il sostegno di cheFare.

La lecture di Ezio Manzini è basata su oltre 10 anni di esperienza nei 48 DESIS Labs di tutto il mondo. Presenta alcune linee guida di progettazione che mettono in luce gli spazi di manovra che le città offrono alla collaborazione e promuove la sostenibilità dei progetti.  In questa prospettiva, il lavoro parte da una visione condivisa della città come punto di partenza per un’ipotesi di città partecipativa. Le ipotesi potranno essere incentrate su aspetti differenti come “Il design per la coesione sociale”,  “Il design per la rigenerazione di comunità”, “Il design per l’infrastruttura urbana”.

L’evento Facebook è qui

Qui l’evento e la mostra sul sito Staatliche Museen zu Berlin

Leggi e scarica Progettualità sociale e Politche, la pubblicazione del seminario organizzato da cheFare e DESIS Network con Ezio Manzini alla Triennale di Milano




Design, Social Innovation and Public Service: conferenza all’ambasciata italiana a Berlino con Bertram Niessen ed Ezio Manzini

Mercoledì 25 giugno l’Ambasciata d’Italia a Berlino ospiterà la conferenza Design, Social Innovation and Public Services: Everyday Perspectives, che vedrà la partecipazione di Ezio Manzini, studioso di design della sostenibilità tra i più importanti al mondo con cui noi di cheFare collaboriamo su diversi fronti (Leggi qui e qui) e sarà moderato da Bertram Niessen.
L’evento è organizzato dall’Ambasciata d’Italia a Berlino in collaborazione con DESIS Network, cheFare, l’Italienzentrum of Freie Universität Berlin, Hochschule Luzern e Politics for Tomorrow.
Ezio Manzini presenta il suo libro Politics of the Everyday e discuterà con Sabine Junginger e Bertram Niessen di innovazione sociale e design e di come possono trasformare i servizi pubblici.

“Per la prima volta l’Ambasciata d’Italia in Germania ospiterà a Berlino il ricercatore nel campo del design sociale Ezio Manzini, uno dei più importanti studiosi di design della sostenibilità al mondo, campo in cui lavora da più di 20 anni.  Fondatore di DESIS, network internazionale sul design per l’innovazione sociale e la sostenibilità. Professore onorario al Politecnico di Milano, Chair Professor all’University of the Arts London, attualmente Distinguished Professor of Design for Social Innovation all’Università di Barcellona ELISAVA e Guest Professor alla Tongji University di Shanghai e alla Jiangnan University – Wuxi.
Tra i libri che ha pubblicato,  Design, When Everybody Designs. An Introduction to Design for Social Innovation (MIT 2015)  e Politiche del quotidiano (collana ‘cheFare’ delle Edizioni di Comunità, 2018), tradotto per Bloomsbury nel 2019 col titolo di  Politics of the Everyday.

PROGRAMMA (La conferenza sarà in inglese)

18.30 Saluti introduttivi di S.E. Luigi Mattiolo, Ambasciatore italiano in Germania
18.35 Presentazione di Ezio Manzini, fondatore di DESIS Network

Come le “Politiche del quotidiano” possono  influenzare una nuova generazione di servizi pubblici capaci di fare riferimento ai cittadini attivi e collaborativi e contribuire all’emersione di servizi dall’interazione positiva tra persone attive (iniziative bottom-up) ed esperti di progettazione ( of public services referring to active and collaborative citizens and could contribute to services emerging from a positive interaction between active people (bottom-up initiatives) and design experts (iniziative top-down).

18.55 Presentazione di Sabine Junginger, capo del Competence Center Design & Management all’Università di Lucerna di scienze e arti applicate,  Fellow Hertie School of Governance, autrice di Transforming Public Services by Design: Re-orienting Policies, Organizations and Services around People (Routledge, 2017), e presidente di Politics for Tomorrow

Le persone non fanno esperienza delle policy. Fanno esperienza dei servizi: perché le capacità di progettazione sono la chiave per le policy e i servizi centrati sui cittadini.

19.15 – 20.00 Tavola rotonda moderata da Bertram Niessen, Direttore di cheFare – Centro per la cultura collaborativa di Milano

20.00 – 20.30 Domande e risposte

20.30 – 21.30 Networking e rinfresco

Per vedere l’invito, clicca qui. Il numero di posti è limitato, per partecipare registrati entro lunedì 24 giugno scrivendo a berlino.events@esteri.it.

Il 26 giugno il Kunstgewerbemuseum inaugura, nell’ambito della serie Design Labs, la mostra Design for collaborative cities di DESIS Network, che presenta una selezione di diversi DESIS Lab da tutto il mondo, per mettere a fuoco il tema “Design for Social Innovation and Cities”. Per l’occasione Ezio Manzini terrà la lecture di apertura “Design for collaborative cities – Weaving people and places in fluid urban spaces”, seguita da una tavola rotonda che favorirà lo scambio di idee ed esperienze tra diverse generazioni.

 




Ezio Manzini, Politiche del quotidiano a Palermo

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Ezio Manzini, Politiche del quotidiano a Palermo. Presentazione a La Feltrinelli libri e musica. 

Il 27 settembre 2018 Ezio Manzini presenta il suo libro Politiche del quotidiano- Progetti di vita che cambiano il mondo (Edizioni di Comunità, collana cheFare) alla Feltrinelli di Via Cavour a Palermo.

Il  libro, pubblicato da Edizioni di Comunità nella collana cheFare, racconta il carattere progettuale delle scelte di vita che ciascuno di noi mette in atto quotidianamente e mostra che progetti anche minimi hanno il potenziale di innescare trasformazioni dell’intero sistema.

Discuteranno con l’autore:

Cristina Alga,
Federico Butera e
simone Lucido

L’evento Facebook è qui. Diffondetelo, soprattutto voi di Palermo.

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Ezio Manzini, Politiche del quotidiano a Trento

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Politiche del quotidiano a Trento – presentazione alla libreria due punti
Il 12 settembre 2018 alle 18.00 Ezio Manzini presenta il suo ultimo libro, Politiche del quotidiano. Progetti di vita che cambiano il mondo, in un dialogo con Flaviano Zandonai alla libreria indipendente due punti di Trento.

Il  libro, pubblicato da Edizioni di comunità nella collana cheFare, racconta il carattere progettuale delle scelte di vita che ciascuno di noi mette in atto quotidianamente e ne mostra che progetti anche minimi hanno il potenziale di innescare trasformazioni che interessano l’intero sistema.

L’autore immagina la presentazione come una conversazione con gli innovatori sociali attivi sul territorio trentino. Fatevi avanti.




Ezio Manzini, Politiche del quotidiano a Bologna – La scuola morbida

In occasione del quinto appuntamento della Scuola Morbida,
Ezio Manzini presenta “Politiche del quotidiano. Progetti di vita che cambiano il mondo”, edito da Edizioni di Comunità, per la collana CheFare.

Le politiche del quotidiano sono quelle che ciascuno di noi mette in atto perseguendo i propri progetti di vita.
Manzini adotta il punto di vista dell’iperlocale e celebra la cultura del progetto come possibilità per generare un cambiamento nel mondo fluido in cui viviamo.
Un cambiamento radicale, verso la sostenibilità sociale e ambientale.
Attorno a questi temi, e ad una riflessione sulle relazioni ed i legami che generano comunità flessibili, aperte e inclusive, esempi di innovazione sociale che coniugano autonomia e collaborazione, si svilupperà la conversazione tra l’autore, alcune realtà bolognesi che portano avanti progetti nel campo e il pubblico.

La scuola morbida è un ciclo di incontri per approfondire la centralità delle competenze trasversali e di un approccio sistemico e relazionale alla formazione per orientarsi e dare valore alle proprie attitudini. È un percorso di coinvolgimento o, come preferiamo chiamarlo, di community organizing: attraverso questi appuntamenti introduttivi su discipline, approcci e sguardi di educazione non formale e morbida, la scuola intende creare un gruppo pilota con cui progettare e strutturare i prossimi passi di un percorso formativo comune.

Ingresso libero.




Ezio Manzini, Politiche del quotidiano a Novara

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Lunedì 2 luglio 2018 il teorico del design Ezio Manzini presenta il suo libro Politiche del quotidiano. Progetti di vita che cambiano il mondo a Novara, a Casa Bossi, progetto di comunità che ha riaperto le porte di uno dei monumenti più iconici del neoclassicismo trasformandolo in un nuovo centro culturale.

Il libro è il secondo volume della collana “cheFare” di Edizioni di comunità, curata da noi con un progetto grafico di Riccardo Falcinelli.

Insieme all’autore ci saranno anche:

Dino Campiotti, Cooperativa Emmaus
Paolo Cottino, KCity rigenerazione urbana
Augusto Ferrari, Assessore alle Politiche Sociali Regione Piemonte
Giovanni Lanzone, Fondazione Italia Patria della Bellezza

Le politiche del quotidiano sono quelle che ciascuno di noi mette in atto perseguendo i propri progetti di vita. Possono contribuire a creare comunità flessibili, aperte, inclusive e, per questo, socialmente sostenibili. Gli esempi riusciti di innovazione sociale ci insegnano che questa strada è praticabile e che, coniugando autonomia e collaborazione, è possibile sviluppare inedite forme di intelligenza progettuale. Per il bene proprio, della comunità di cui si è parte e della società nel suo complesso.

Durante l’incontro a Novara Ezio Manzini svilupperà con gli interlocutori un dialogo intorno ad alcune questioni chiave della cultura del progetto contemporaneo con particolare attenzione a come sia possibile attivare un circolo virtuoso tra progetti collaborativi e attività istituzionali.

La partecipazione all’incontro vale 2 CFP per Architetti PPC

Offerta minima di 5€ a sostegno delle attività e della causa di Casa Bossi




Ezio Manzini, Politiche del quotidiano al Polo del ‘900 di Torino

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Le politiche del quotidiano sono quelle che ciascuno di noi mette in atto perseguendo i propri progetti di vita.
Il saggio “Politiche del quotidiano. Progetti di vita che cambiano il mondo” di Ezio Manzini affronta il fenomeno delle comunità flessibili, aperte e inclusive, esempi riusciti di innovazione sociale che coniugano autonomia e collaborazione. Attorno a questi temi si svilupperà una conversazione aperta al pubblico.

Martedì 3 lugio 2018 alle 18.30 l’autore presenta il libro al Polo del ‘900 di Torino insieme a Luca Ballarini, Laura Oristano e Paola Pisano.

Modera Bertram Niessen

Saluti di Alessandro Bollo
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Ezio Manzini con «Politiche del quotidiano» alla Todo Modo – Firenze

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«Politiche del quotidiano. Progetti di vita che cambiano il mondo» è l’ultimo libro di Ezio Manzini, pubblicato da Edizioni di Comunità nella collana cheFare.

“Le politiche del quotidiano sono quelle che ciascuno di noi mette in atto perseguendo i propri progetti di vita. Possono condurre verso nuove forme di solitudine connessa oppure contribuire a creare comunità flessibili, aperte, inclusive e, per questo, socialmente sostenibili”

Ezio Manzini ne discute con
Vittorio Bugli, Regione Toscana
Silvia Givone, Sociolab
modera Carlo Andorlini, Università di Firenze




Ezio Manzini. Politiche del quotidiano all’Università di San Marino

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Martedì 29 maggio alle 12.00 Ezio Manzini presenta il suo ultimo libro all’Università degli Studi della Repubblica di San Marino.

Politiche del quotidiano. Scelte di vita che cambiano il mondo, pubblicato da Edizioni di Comunità nella collana “cheFare”, affronta il fenomeno delle comunità flessibili, aperte e inclusive, esempi riusciti di innovazione sociale che coniugano autonomia e collaborazione.
Le politiche del quotidiano sono quelle che ciascuno di noi mette in atto perseguendo i propri progetti di vita.