1

Rigenerazione urbana e processi partecipativi. Intervista a Lorenzo Tripodi

Da 5 anni cheFare cura un programma di incontri sulla trasformazione culturale al festival mantovano FattiCult (Fattidicultura). Quest’anno – dopo un incontro sui mestieri della cultura con un centinaio di ragazzi delle scuole superiori – abbiamo riunito attorno a un tavolo tre figure eterogenee per riflettere sul rapporto tra spazi, rigenerazione urbana e cultura: l’architetto e attivista milanese Federica Verona, l’urbanista e film-maker berlinese Lorenzo Tripodi e l’artista nomade Riccardo Arena. Perché questa scelta? Negli ultimi anni il dibattito sul senso politico, sociale e culturale della rigenerazione urbana si è fatto sempre più esteso ed approfondito. Secondo noi di cheFare è urgente iniziare a guardare ai grandi processi di trasformazione urbana anche con occhi diversi da quelli dell’urbanistica, della sociologia e dell’economia. Per questo ci siamo rivolti a tre sguardi diversi e trasversali che si interrogano sul senso dei luoghi e su come questo cambia al mutare della città.

Questa è la seconda di una serie di brevi interviste (qui la prima a Federica Verona) in cui esploriamo alcuni degli aspetti toccati nei loro interventi. Lorenzo Tripodi da decenni ricerca la città con strumenti molto diversi. Si muove tra gli ambiti della ricerca urbanistica “pura”, dell’attivismo per la giustizia spaziale – attraverso il lavoro del collettivo Ogino:knauss – e dell’indagine artistica tramite le immagini.

tripodi, ogino

Foto di Manuela Conti/oginoknauss

Negli ultimi anni stiamo assistendo ad una nuova ondata di interesse per la rigenerazione urbana ed i processi partecipativi; forse non è un caso che stia succedendo dopo lo scoppio della bolla finanziaria-immobiliare del 2008. Si tratta però di un percorso che viene da lontano; nel tuo lavoro di ricerca e di progettazione hai avuto modo di confrontarsi con diverse fasi, contesti e letture del rapporto tra processi partecipativi, pianificazione e città. Come leggi il momento in cui ci troviamo adesso?

Nella tua domanda si articolano tre elementi estremamente rilevanti, ciascuno dei quali con una una sua dimensione autonoma: la rigenerazione degli spazi (urbani), la pratica/discorso della partecipazione, e la dimensione finanziaria, nello specifico la finanziarizzazione del patrimonio immobiliare. Potrebbero essere analizzati separatamente, ma l’aspetto che a me personalmente interessa di più è proprio quello che li connette, che li attraversa e li rende parte dello stesso processo.

È un paradigma essenziale della tarda modernità, ovvero il ruolo essenziale della produzione di immagine – inteso come complesso tecno-politico che assume un ruolo dominante nella trasformazione spaziale cosi come in quella sociale. Nel corso degli ultimi anni questa dominanza ha acquisito una valenza sempre maggiore, agendo come catalizzatore e omologatore di processi. Ecco che rigenerare gli spazi diventa sempre di più rigenerare l’immagine di uno spazio, per far si che attraendo capitali, stakeholders e idee la trasformazione spaziale possa avvenire in concreto (e spesso senza che questa concreta trasformazione sia necessariamente l’obbiettivo perseguito o conclusivo, spesso bastando la rinnovata immagine e relativa mobilizzazione di capitali, simbolici o finanziari, ai propositi di chi la promuove).

Ecco che fare partecipazione diventa promozione di processi urbani, diventa piattaforma, acquisisce dinamiche da social media, con tutti i rischi di cooptazione e le contraddizioni inerenti ai nuovi modelli di estrazione di valore da pratiche co-produttive nominalmente open e free. Ed ecco che gli spazi urbani sono fondamentalmente progettati, trasformati, e gestiti in virtù del loro potenziale valore come assets finanziari piuttosto che come beni comuni e diritti universali, e che tale capacita di estrarre valore diventa totalmente dipendente dalla capacità di controllare l’immagine, la comunicazione, l’attribuzione di significato ai luoghi. Nel mio lavoro ho definito questa convergenza “Urbanismo Cinematico”, riferendomi alla teoria di Beller del “Cinematic Mode of Production” alla radice delle economie urbane emergenti, ma anche al concetto di  Paul Virilio di “logistica della percezione”, e naturalmente alla idea di Società dello Spettacolo di Guy Debord.

Quindi, per venire alla tua domanda, io leggo questo come il momento di pieno compimento della città cinematica, un momento  in cui la convergenza del processo di produzione spaziale e quello di immagine sono totalmente fusi e confusi, in cui le tecnologie della comunicazione instaurano una condizione di totale e pervasiva interconnessione, in cui si determina a livello antropologico una maniera totalmente nuova di relazionarsi allo spazio urbano.

Ho chiamato questa nuova condizione “Urbiquità tecnologica” in un articolo in via di pubblicazione, riferendomi alla capacita, acquisita tramite i dispositivi personali che tutti portiamo in tasca, di accedere da situazione remote a tutto ciò che un tempo era ragione per la città di esistere come entità spaziale discreta, ma allo stesso tempo, alla capacita del dispositivo tecnologico globale di accedere al nostro corpo come risorsa, tracciare e monetizzare ogni nostro gesto. Il nostro modo di sentire città è sempre più filtrato attraverso informazioni aggregate tramite crowdsourcing e processate dalle corporation della Sylicon Valley.

Lo spazio, nella definizione di Rob Kitchin, diventa “spazio/codice”. Questo determina una esperienza della città a portata di pollice, in cui ci orientiamo, scegliamo dove andare, come consumare ma anche come interpretare e valutare il territorio attraverso la mediazione di Google Maps, Yelp, Trip Advisor etc.

Scegliamo in nostri percorsi meno attraverso il tradizionale senso dei luoghi e più attraverso likes, stelle, e flags apposte a rappresentazioni territoriali esperite come continuum planetario. In questo contesto rigenerare territori si risolve strategicamente nell’implementare la loro sfera simbolica, aumentarla di contenuti semantici e dati; la partecipazione si misura in termini di crowdsourcing, secondo la logica della attention economy, e della presunta democratizzazione indotta dalle sharing platforms, e allo stesso modo se ne misura il valore, in termine di produzione di attenzione, di dati, di interazioni mediate. Siamo scivolati in questa condizione con una naturalezza straordinaria, ma ancora non abbiamo realizzato cosa questa condizione sottende in termini di infrastrutture soggiacenti, di relazioni di potere oscure, e dettaglio non secondario, di dispendio energetico per mantenere il sistema in forma.

tripodi, ogino

Foto di Manuela Conti/oginoknauss

Una parte del tuo lavoro analizza da molti anni le trasformazioni urbane utilizzando la lente privilegiata della visione. Quali sono gli strumenti che utilizzi? Quali sono gli elementi principali che vedi emergere nella città contemporanea da questo punto di vista?

In questo scenario, sempre di più l’urgenza è quella di smontare la visione, e il predominio dell’immagine per capirne i processi formativi e gli equilibri di potere che producono l’immagine. Come ho scritto altrove, la città cinematica ha trasformato i muri – una volta l’elemento fondamentale di una urbanistica del contenimento, della difesa e della gestione dei flussi materiali – in schermi:  dispositivi improntati alla logistica della percezione, superfici semantiche dedicate alla distribuzione di immagini, membrane attive che regolano flussi di dati e rappresentazioni fluide. Cosa c’e dietro, l’impalcatura, l’hardware, i protocolli di controllo ed estrazione di valore, chi possiede, chi decide, chi sfrutta questo complesso planetario; tutto questo rimane spesso invisibile ed ignoto ai più, arcano da decodificare, e quasi impossibile da disinnescare. Il lavoro che faccio si concentra quindi soprattutto su questa pratica di smontaggio, di decodifica degli assemblaggi che costituiscono la complessità della natura urbana in cui siamo immersi.

Forse il progetto più significativo è quello degli Exercises in Urban Reconnaissance, una vera e propria scatola di attrezzi metodologica per districare la complessità di aspetti che determinano l’identità urbana; è una metodologia di ricognizione, termine che richiama sia la pratica militare – conoscere il territorio come precondizione alla sua conquista o controllo – sia la necessita di ri-conoscere forme e forze che sono soggiacenti, opacizzate, che tendono a sfuggire ad una percezione superficiale anche se sono di fatto note e presenti a livello inconscio.

È una metodologia di base che abbiamo sviluppato come collettivo ogino:knauss nel corso di un ventennio di derive tra territori e immaginari, e che costituisce la base per interventi e progetti di vario tipo, ad esempio ReCentering Periphery. Anche quest’ultimo è un progetto di lungo corso, una esplorazione ai margini dei territori urbani prodotti dall’ideologia modernista e delle forme di resistenza e di riappropriazione che nascono nelle comunità locali ai margini.

La nuova fase del progetto l’abbiamo chiamata Urbiquity 2018 proprio per dirottare l’attenzione sulla condizione di iperconnessione di cui sopra, per capire come i territori della periferia vengono ad essere influenzati, ridefiniti da questa nuova capacita connettiva, dai flussi di immagini, dai social media. E anche prendere atto che questa nuova visibilità e connettività niente ha mutato in termini di redistribuzione delle risorse, giustizia sociale e autodeterminazione, anzi la polarizzazione tra centri e periferie paradossalmente ne risulta accentuata.

Infine, uno degli aspetti che trovo essenziali per comprendere la città contemporanea, in aperta sfida al mio ruolo nominale di artista visivo, è che il predominio della visione, ed in particolare dell’immagine mediata, ha bisogno di essere messo in discussione, sfidato anche attraverso altri sensi, quindi capacità di ascolto, rapporto tattile e olfattivo, sapori. Il senso della città va compreso attraverso la pluralità dei sensi, ma anche la pluralità dei punti di vista, per capire la natura dello spazio urbano come regno della differenza e del diritto alla differenza, che è la mia interpretazione personale del concetto molto evocato ai nostri giorni di Right to the City.


Immagine di copertina: photo by Christian Bartsch




Le persone, gli spazi e il senso della città. Intervista a Federica Verona

intervista-a-federica-verona-bertram-niessen

Da 5 anni cheFare cura un programma di incontri sulla trasformazione culturale al festival mantovano FattiCult (Fattidicultura). Quest’anno – dopo un incontro sui mestieri della cultura con un centinaio di ragazzi delle scuole superiori – abbiamo riunito attorno ad un tavolo tre figure eterogenee per riflettere sul rapporto tra spazi, rigenerazione urbana e cultura: l’architetto e attivista milanese Federica Verona, l’urbanista e film-maker berlinese Lorenzo Tripodi e l’artista nomade Riccardo Arena. Perché questa scelta? Negli ultimi anni il dibattito sul senso politico, sociale e culturale della rigenerazione urbana si è fatto sempre più esteso ed approfondito. Secondo noi di cheFare è urgente iniziare a guardare ai grandi processi di trasformazione urbana anche con occhi diversi da quelli dell’urbanistica, della sociologia e dell’economia. Per questo ci siamo rivolti a tre sguardi diversi e trasversali che si interrogano sul senso dei luoghi e su come questo cambia al mutare della città.

Questa è la prima di una serie di brevi interviste in cui esploriamo alcuni degli aspetti toccati nei loro interventi. Federica Verona da 15 anni interroga Milano tra progettazione e ricerca negli ambiti dell’housing sociale, dell’homelessness e del rapporto città/periferie; proprio in questi giorni si tiene Super, il festival “lento” delle periferie a Milano.


La tua esperienza integra pratiche di critica urbanistica, progettazione per il sociale e attivismo urbano. Quali sono i tratti comuni del tuo percorso?

Quello che a me interessa profondamente in ciò che faccio, e che poi di conseguenza diventa un tratto comune in ogni lavoro, sono le persone. Mi interessa indagarne l’umanità, osservarne le normalità straordinarie, provare a tirare fuori dal capitale umano delle risorse, delle bellezze non comuni. Mi interessa osservare il modo in cui usano lo spazio, se ne appropriano, lo modificano, lo inventano. Per questo in particolare mi incuriosisce il mondo dell’homelessness, dell’abitare difficile e la dimensione della vita nei quartieri periferici. Sono architetto di formazione ma non progetto le case, faccio la project manager, la coordinatrice, cerco di guardare alla progettazione come un sistema complesso fatto di molti e articolati ruoli. Tenerli insieme e farli parlare è il mio lavoro.

Credi che ci sia un filo comune che ci dice qualcosa su come stanno cambiando le professioni che indagano il senso della città?

Credo che questo sia un momento interessante per mettere in discussione il ruolo di un’unica professionalità nei progetti. Una casa non la fa solo l’architetto ma la fanno i costruttori, gli operai, gli avvocati, gli uffici comunali, gli abitanti… C’è una complessità enorme nei lavori di oggi e sempre di più, se si pensa la città, c’è bisogno di figure con competenze diverse.
Penso anche che – e l’esperienza di Super il festival delle periferie me lo ha insegnato bene – lavorare con gli altri permetta di mettersi in discussione, demolire certezze, ricominciare a pensare sempre senza smettere mai. Super, se lo avessi fatto da sola, non sarebbe quel che è oggi e riunire un gruppo, scegliendo persone che prima non avevano mai lavorato insieme, ha arricchito in maniera fondamentale il progetto e lo scambio. Quando poi abbiamo lavorato con le 160 realtà del territorio che abbiamo incontrato durante i 23 tour, abbiamo imparato molto, mettendo in discussione le nostre competenze, le nostre formazioni confrontandole con il territorio.
E’ anche vero però che, più in generale, se da un lato c’è la consapevolezza che sia importante, oggi, mettere più competenze in campo, dall’altro si rischia la frammentazione perché per costruirsi dei ruoli nelle nuove professionalità c’è bisogno di tempo e il rischio è che in molti ci si occupi delle stesse cose senza collaborare, mettendosi in competizione. Su questo c’è molto lavoro da fare ancora.

E’ veramente possibile progettare il senso degli spazi? O far si che gli spazi diventino luoghi?

E’ molto più importante costruire il senso man mano, con chi quegli spazi li usa. Uno spazio diventa luogo quando le comunità se lo prendono. E’ difficile progettare un luogo immaginandolo vivo. Non basta una sala comune carina perché gli abitanti la usino al di fuori delle assemblee di condominio, non basta progettare una piazza perché le comunità la utilizzino. Il senso degli spazi scaturisce dalle necessità di chi li abita. Se quei luoghi, a volte anche casualmente, rispondo per alcune caratteristiche a delle urgenze, allora saranno vissuti. Certo la qualità della progettazione è importante, ma se non ci sono percorsi di identificazione del bisogno nel pre-progettazione, allora diventa difficile vedere quei luoghi utilizzati al pieno del loro potenziale.
Le comunità reinventano luoghi, reinventano regole per utilizzare quei luoghi. Imparare da questo, piuttosto che imporre soluzioni dall’alto, è davvero interessante.


Foto di Andrea Basile




cheFare a Mantova per Fatticult2018

chefare fatticult mantova 2018

Fatticult2018: cheFare partecipa anche quest’anno a Fatticult, l’appuntamento di settembre a Mantova con la realtà attuale del lavoro e della produzione culturale innovativa.

Quest’anno curiamo due incontri, in programma il 27 di settembre, sui temi del lavoro culturale e della rigenerazione urbana:

  • #Fact2
    9.30 – 11.30 Palazzo Soardi, Sala degli StemmiLavorare nella cultura nel 2020
    Un incontro con gli studenti delle scuole superiori in cui, attraverso una rassegna di casi provenienti dall’esperienza di cheFare in tutta Italia e all’estero, Bertram Niessen illustrerà cosa vuol dire lavorare al crocevia tra innovazione e cultura.
    A partire dal 2010 si sono moltiplicate in Italia le pratiche, le voci e le discussioni sui nuovi lavori della cultura. Cosa vuol dire essere un lavoratore culturale oggi? E cosa vorrà dire nel 2020? Quali competenze sono necessarie? E quali prospettive si possono costruire?
  • #Fact4
    14.30-16.30 HUB Santagnese10, officina creativaIl senso e la rigenerazione urbana
    Negli ultimi anni il dibattito sul senso politico, sociale e culturale della rigenerazione urbana si è fatto sempre più esteso ed approfondito. C’è bisogno di iniziare a guardare ai grandi processi di trasformazione urbana anche con occhi diversi da quelli dell’urbanistica, della sociologia e dell’economia. In questo incontro un artista, un urbanista e un’architetto, con i loro tre sguardi diversi e trasversali, si interrogano sul senso dei luoghi e di come cambia al cambiare della città.
  • intervengono:
    Riccardo Arena
    Federica Verona
    Lorenzo Tripodi
  • modera:
    Bertram Niessen

Per scaricare tutto il programma di Fatticult clicca qui




FattiCult

FattiCult

FattiCult, un’occasione di ascolto e incontro su innovazione e cultura, strategie e imprese creative come motore di crescita di un territorio.




FattiCult, 10 panel e incontri per parlare di lavoro culturale

chefare a fatticult mantova

Dal 2014, cheFare cura un programma di incontri sulla trasformazione culturale al festival mantovano FattiCult (Fattidicultura).

Nel corso di 5 edizioni, abbiamo curato oltre 10 panel diversi mettendo a confronto le conoscenze di oltre 35 ricercatori, artisti, policy maker e attivisti culturali su temi come: le politiche collaborative, la valutazione e la misurazione d’impatto, l’economia culturale delle città, la rigenerazione urbana, il senso stesso delle pratiche di rigenerazione, il lavoro culturale di oggi e di domani.

FattiCult 2014: la cultura può essere un lavoro? (programma)

Nell’edizione 2014 di FattiCult abbiamo curato 2 panel:

  • La cultura come lavoro, con Flaviano Zandonai (Iris Network), Giovanni Petrini (Avanzi), Damiano Aliprandi (Fondazione Fitzcarraldo), Marianna D’Ovidio (sociologa e ricercatrice), Anna Meroni (DESIS Lab, Politecnico di Milano), Fabrizio Panozzo (M.a.c.lab, Università Cà Foscari di Venezia).
  • Innovazione sociale e sviluppo del territorio, con Alessandro Rubini (IC, Fondazione Cariplo), Roberta Franceschinelli (Culturability, Fondazione Unipolis), Daniele Rossi (IdeaTRE60, Fondazione italiana Accenture), Marco Liberatore (cheFare, Associazione Culturale doppiozero) erano i titoli dei 2 incontri curati da noi (qui il programma di quell’anno). In questo articolo puoi leggere i nomi di tutte le persone che hanno partecipato.

FattiCult 2015: innovazione culturale e sharing economy (programma)

Nell’edizione 2015 di FattiCult abbiamo curato 2 panel:

  • Di cosa parliamo quando parliamo di innovazione culturale, con Maurizio Busacca (Università Ca’ Foscari), Carolina Bandinelli (Goldsmith University), e Christian Caliandro (IULM Milano).
  • Sharing Economy: la condivisione nell’era digitale, con Andrea Poltronieri (Camera di commercio di Mantova), Guido Smorto (Università di Palermo), Adam Arvidsson (Università Statale di Milano), Tiziano Bonini (IULM Milano).

FattiCult 2016: città e territori

Nell’edizione 2016 di FattiCult abbiamo curato 3 panel:

  • Come si immagina la città?, con Giorgio de Finis, Murizio Cilli e Giorgio Romito;
  • Rigenerazione dal basso, con Idea Ginger, Elena Ostanel;
  • A di città, e Rigenerazione dei territori, con SEM (Spazi Espressivi Monumentali), Chiavi di accesso, Magnificat, Jazzi e ISA Intermobility and Sustainability Action for rural regeneration.

FattiCult 2017: misurazioni di impatti

Nell’edizione 2017 di FattiCult abbiamo curato 2 panel:

FattiCult 2018: lavoro culturale

Nell’edizione 2018 di FattiCult abbiamo curato 2 panel:

  • Lavorare nella cultura nel 2020, è stato un incontro con gli studenti delle scuole superiori in cui Bertram Niessen ha discusso con loro di cosa significhi oggi lavorare nella cultura attraverso una rassegna di casi dall’esperienza di cheFare in Italia e all’estero.
  • Il senso e la rigenerazione urbana, con l’architetto e attivista milanese Federica Verona, l’urbanista e film-maker berlinese Lorenzo Tripodi e l’artista nomade Riccardo Arena.




Dal 2017 al 2018: cheFare per un anno intero

cheFare 2017

Il 2017 è stato un anno molto denso per noi di cheFare:

  • è iniziata “Rosetta”, il progetto culturale nomade di Casa della Cultura e cheFare che ha attraversato Milano e quelli che per noi sono i suoi centri culturali con 9 incontri in cui si è parlato di migrazioni, di accessibilità e cittadinanza, di come si diffonde l’ignoranza, della città meticcia, del ruolo politico del cibo, del rapporto tra cultura, denaro e lavoro, di manifattura digitale nell’ex città-fabbrica e di diritto alla città. Nel 2018 Rosetta continua il suo giro con altri 9 incontri, che come sempre costruiamo via via insieme agli spazi che ci accolgono e agli ospiti di Rosetta.

rosetta-milano chefare

  • abbiamo avviato la curatela di una nuova collana di Edizioni di Comunità: si intitola cheFare, la grafica è di Riccardo Falcinelli, lo scopo è indagare l’innovazione sociale contemporanea nel solco di Olivetti.
  • il primo volume della collana si intitola Shareable! L’economia della condivisione, è curato da Tiziano Bonini e Guido smorto e raccoglie i più importanti contributi apparsi sulla piattaforma americana Shareable, fondamentali per comprendere l’evoluzione di un fenomeno nato come movimento e distinguere la condivisione dal business delle piattaforme.
  • Insieme a Fattidicultura abbiamo organizzato a Mantova due panel dedicati alla città, alla cultura e ai suoi impatti, al policy making.
    Hanno partecipato, oltre a Bertram Niessen in veste di moderatore, Giovanni PizzocheroPaolo Venturi, Stefano MaffeiValentina MontaltoAlessandro Rubini e Marianna D’Ovidio.
  • Insieme a Fondazione Feltrinelli e Sharitaly abbiamo organizzato l’incontro Sharing Economy, dedicato alla prima presentazione in Italia della Risoluzione del Parlamento europeo sull’economia collaborativa.
    Una giornata importante in cui si è sviluppato un dibattito insieme a tutte le più importanti realtà milanesi della sharing economy.
    Hanno partecipato Ivana PaisGuido SmortoTiziano BoniniNicola DantiBertram Niessen come moderatore e Marta Mainieri per Sahritaly.Sharing-Economy-chefare-fondazione-feltrinelli-sharitaly
  • per la prima volta abbiamo iniziato a dedicarci alla curatela di un progetto artistico in cui la città, i suoi abitanti e il modo di vivere si intrecciano: Civic Media Art, parte del programma Lacittàintorno di Fondazione Cariplo, è un progetto di arte pubblica e relazionale, site-specific, realizzato insieme agli abitanti del quartiere Adriano di Milano da Kevin Van Braak, artista e attivista culturale olandese. Il progetto è sostenuto dall’Ambasciata e Consolato Generale dei Paesi Bassi in Italia e da Mondriaan Fonds. Nel 2017 abbiamo fatto conoscenza con il quartiere e iniziato il lungo e delicato processo artistico, nel 2018 le cose prenderanno sempre più concretezza.

civic media art lacittaintorno chefare

  • abbiamo pubblicato sul nostro Almanacco 270 inediti e 775 segnalazioni di articoli da altre fonti sugli stessi temi che trattiamo noi. I dieci inediti più letti?

1 – La città turistica come messinscena di Marco D’eramo
2 –
33780 battute contro la teoria della classe disagiata di Valerio Mattioli
3 –
La rigenerazione come egemonia culturale di Ilda Curti e Michele D’Alena
4 –
La presunta fine del capitalismo di Adam Arvidsson
5 –
Il lavoro culturale tra antipatie e logiche da clan di Paolo Di Paolo
6 –
Fa’ il lavoro giusto di Annibale D’Elia e Paolo Venturi
7 –
Uscire dal vecchio mondo. Dialogo con Fabrizio Barca di Filippo Tantillo e Giovanni Carrosio
8 – Il Re è nudo: Lavorare nella cultura di Maria Elena Colombo
9 – Biennale di Venezia: cultura e futura umanità di Lucrezia Cippitelli
10 – The day Internet Died di Tiziano Bonini

  • come sempre abbiamo organizzato workshop, partecipato ad incontri e dibattiti pubblici, coltivato la rete di cui facciamo parte con contributi pratici e teorici.

chefare-workshop-laboratori

  • abbiamo trasformato in Linked Open Data i dati provenienti dai progetti che hanno partecipato ai bandi cheFare, alle prime 3 edizioni di iC-Innovazione Culturale e ai bandi Open e ORA! di Compagnia di San Paolo, mettendo a disposizione di tutti un prezioso patrimonio di informazioni sulla produzione culturale italiana dei tempi in cui viviamo.

     

  • abbiamo lanciato un bando per progetti culturali innovativi transfrontalieri tra Lombardia, Cantone Vallese e Cantone Ticino, si chiama Laboratorio Creativo.

Laboratorio-Creativo-Call

  • abbiamo avviato una revisione della struttura del nostro sito: nei primi mesi del 2018 potrete navigare sul sito che conoscete, ma la sua struttura sarà più semplice, la navigazione più facile, il nostro lavoro più chiaro per chi ci visita.
  • altri progetti e iniziative importanti bollono in pentola già dal 2017 ma manterremo il segreto finché ogni cosa non sarà pronta.
  •  a gennaio 2017 il gruppo di lavoro di cheFare contava 6 persone, adesso siamo in 9!

    lucrezia cippielli erika sartori marilu manta chefare

    Erika Sartori, Marilù Manta e Lucrezia Cippitelli al lavoro su Civic media Art

    Il 2018 per noi comincia adesso, e una cosa che ci mette di buon umore è che la nostra pagina Facebook ha appena raggiunto i 30.000 iscritti!

 




Fatti di cultura: policy making e impatti

fatti di cultura

Nei prossimi giorni – dal 28 settembre – si terrà a Mantova la quarta edizione di Fatti di Cultura promosso e ideato da Pantacon, uno dei primi network di imprese culturali in Lombardia.

cheFare vi partecipa proponendo due panel: Il primo è previsto il 29 settembre alle 10.00 presso HUB Santagnese 10 officina creativa e muoverà attorno ai temi dell’impatto e della sua misurazione, Misurare gli impatti. Ma quali? Verrano chiamati a confrontarsi Giovanni Pizzochero (Project Manager e ricercatore), Paolo Venturi (Economista, Università di Bologna) e Stefano Maffei (Professore di design, Politecnico di Milano).

Il secondo panel sempre il 29 settembre (ore 14.30 HUB Santagnese10 officina creativa) affronterà invece la misurazione in chiave urbana: Città, spazi e cultura tra misurazione, valutazione e policy making, e a confrontarsi abbiamo chiamato Valentina Montalto (Economista della cultura), Marianna D’Ovidio (Sociologa) e Alessandro Rubini (Fondazione Cariplo, P.L. iC-InnovazioneCulturale).

Riteniamo i due panel cruciali in quanto propongono una discussione attorno a una chiave spesso sottovalutata e fraintesa dell’impresa culturale: quella della misurazione e della sua relativa efficacia. Perché fare cultura significa fare politiche culturali, attivare cittadinanza e immaginare un presente consapevole e visionario.

Abbiamo rivolto un paio domande ai relatori del 29 settembre anticipando così su l’Almanacco di cheFare quello che sarà il dibattito di Mantova a Fatti di cultura. È solo l’inizio.

Mariana D’Ovidio

(Sociologa, ricercatrice al Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Bari)

Nel suo ultimo libro, Richard Florida mette in discussione gli assunti della Classe Creativa sui quali ha basato gli ultimi 15 anni della sua attività. Nonostante i ricercatori di urban studies avessero messo in evidenza fin da subito il fatto che pure misure di city marketing non potessero rappresentare soluzioni sostenibili, le ricette facili proposte da Florida e dai suoi epigoni sono state abbracciate entusiasticamente dai policy makers di mezzo mondo. Cosa ci dice tutto questo sul ruolo pubblico degli studi urbani? C’è forse una deontologia da ripensare?

Secondo me questo dice molto sul modo in cui si fa politica, e sul modo in cui si cercano risposte e strategie. Il grande successo delle proposte di Florida sta proprio, come dici tu, nell’essere presentate come “ricette”, ricette utili per risolvere il problema di tutte le città. Per di più, sono ricette costruite proprio per evitare il conflitto. Quindi, ripeto, non credo che il problema sia di un mancato “social and political engagement” da parte degli studi urbani in generale, ma della politica che, da un lato, non vuole rischiare, facendo scommesse troppo impopolari, e dall’altro, dell’egemonia del pensiero neoliberale.

Se guardiamo ai paesi anglosassoni, ad esempio, vediamo che quando la politica guarda alla sociologia per ottenere supporto, questo spesso comporta uno spostamento verso posizioni meno radicali da parte della sociologia e che lì il confine tra progettazione, riflessione teorica e discipline è più sfumato rispetto all’Italia (e forse all’Europa continentale).

Spostiamo ora il fuoco sul nostro paese. Sociologia è spesso usato in maniera dispregiativa, capita di leggere editoriali di testate giornalistiche nazionali dove ci si vanta di “non fare della sociologia” come se fosse una brutta abitudine. I sociologi italiani riescono ad avere una voce pubblica su poche questioni, tra cui ad esempio il welfare; ma quando si parla di città, la sociologia urbana è pressoché assente. La sociologia urbana sembra essere una scienza pavida, che si nasconde dietro una profonda critica sociale (nella migliore delle ipotesi) senza azzardare soluzioni ai problemi perché la responsabilità della scelta è politica. Weber scrive nel suo metodo delle scienze storiche-sociali che la rilevanza delle discipline sociologiche stia in primo luogo nella possibilità di offrire “a colui che agisce, la possibilità di misurare tra loro le conseguenze non volute e quelle volute del suo agire”. Sarebbe forse il caso di ritornare ai classici.

Quando ci si sposta da un approccio radicalmente quantitativo si ha spesso l’impressione che i tentativi di misurare “la creatività” di un determinato spazio urbano perdano di vista l’oggetto stesso della propria analisi, riducendolo ad una serie di indicatori che non sono in grado di restituire la complessità qualitativa della realtà. È così? Esistono rimedi?

Questo è vero per definizione, la domanda è un po’ tautologica, messa così. La misurazione quantitativa non può dare conto delle sfumature qualitative, questo è vero. Ha però dei vantaggi, che sono noti. Dal mio punto di vista non ha più senso guardare solo alle statistiche o solo alle ricerche qualitative. Ormai è chiaro che una buona ricerca la si fa solo con un approccio misto, indipendentemente dalla domanda di ricerca.

Io invece vedo un altro problema, direi epistemologico, che sta tutto nella pratica della ricerca: quando ci si sposta verso un approccio più quantitativo, di solito lo si fa perché si cerca di misurare l’impatto economico della creatività, e quindi si rischia di snaturare la creatività in posti di lavoro (indipendentemente dalla loro qualità), fatturati (indipendentemente dalle tasche a cui arrivano) e così via. E qui sta tutto il problema: cioè chiarire cosa si intende misurare e per quale motivo si intende farlo. Se, ad esempio, vogliamo misurare quanto la creatività sia in grado di portare inclusione sociale (in senso ampio) dovremmo fare uno sforzo per misurare sia la creatività che l’inclusione in tutte le loro dimensioni.

È vero che si tratta di un’operazione molto faticosa, che rischia di portare ben pochi frutti, e che spesso (sempre?) viene risolta con analisi qualitative, di casi studio, che riescono a restituire tutte le famose sfumature, ma, dal punto di vista prettamente metodologico, non vedo nessun ostacolo.

Stefano Maffei

(Professore di design, Politecnico di Milano)

Quando si ragiona in termini di impatti, misurazioni e valutazioni si pensa solitamente al contributo di discipline come le scienze politiche, la sociologia o l’economia. Qual’è il valore aggiunto che può dare il design da questo punto di vista?

La questione della valutazione dell’impatto è a mio parere un tema controverso in cui molte discipline si stanno avventurando con un approccio che sarebbe IMHO da discutere: vedo passarmi sotto il naso cose come i cosiddetti indicatori, o i tool-metodi di qualsivoglia disciplina senza che si parli mai minimamente dei due concetti fondamentali (da un punto di vista epistemologico o scientifico-operazionale) che sono quello della definizione di che cos’è la valutazione stessa e che statuto d’azione ha rispetto all’oggetto da valutare (ontologico? politico? convenzionale-economico?) e quello della definizione dell’oggetto stesso della valutazione (campo) che vogliamo valutare.

Gli approcci tradizionali che costruiscono _ perdonatemi la provocazione _ metriche di cartone ad uso e consumo dei processi di costruzione di consenso dell’azione politico-economico-trasformativa sono, più che dei sistemi di valutazione, dei sistemi di orientamento del campo.

La parola che nessuno vuol sentire pronunciare è complessità che mal si concilia con la visione riduzionista-operazionalista-attivista imperante.

Non esiste nessuna speranza di poter individuare la natura causale di fenomeni sistemici interdipendenti e di misurarli nella loro dinamica attesa immaginando, se mai fosse possibile, l’effort di modellizzazione e calcolo che sarebbe necessario.

Il contributo del design (che si occupa di trasformazioni nella sua estensione più ampia di significato) è quello di mettere sabbia nella macchina oleata dei processi politico-decisionali e nel conseguente sistema consulenziale opportunistico che si è costruito interno. Usare un pensiero che dà il suo meglio nel problem setting per smontare con pazienza lo scientismo che orbita attorno a questo tema.

Ma si sa…la vita economica non chiede dubbi (pericolosi) ma certezze. Il dubbio spegne gli ardori e gli affari. Meglio una cosa apparentemente sensata ma nella sostanza infondata che fare niente e criticare.  Quindi il risultato del dibattito è..palla avanti e pedalare.

Cosa vuol dire, praticamente, “progettare le politiche”?

Prima di tutto una distinzione. Nella lingua inglese la differenza tra politics e policy mette a fuoco un primo fraintendimento pericoloso che l’imprecisione dell’italiano e della sua cultura profondamente intrisa di idealismo non chiarisce.

Il design che si occupa di individuare, analizzare, studiare, progettare le trasformazioni. Quindi, rispettando la distinzione dell’inglese, si occupa di progettare le policy, ovvero i sistemi, i processi e gli atti trasformativi stessi, con cui l’azione delle politics (il mondo dei valori, delle credenze, delle identità, delle relazioni, degli interessi…) si manifesta concretamente nel mondo. I policymaker sono in questo senso dei potenziali designer (pur non appartenendo al campo disciplinare) che come tali devono immaginare una relazione con la politics che ne legittimi il ruolo, ma che allo stesso tempo devono migliorare la loro capacità di compiere atti trasformativi che appartengono a livelli e processi differenti.

Il design lavora da molto tempo (design strategico a scala territoriale, service design, design e social innovation, interaction design…) sulla costruzione di capacità negli individui e nelle organizzazioni di adattare, creare e utilizzare un approccio e dei processi che consentano di costruire processi condivisi, trasparenti, pragmatici.

Anche perché le policy _ nella discussione su cosa sia il tema della governance e del potere nelle grandi entità sociali contemporanee (lo stato? le regioni? la città?)_ generano quasi automaticamente nella loro attivazione all’interno dell’amministrazione una traduzione in termini di filosofia, organizzazione, offerta di servizi (che sono una dimensione che il design sa certamente affrontare).

Valentina Montalto

(Economista della cultura, Joint Research Centre JRC – European Commission’s Science Service, Ispra)

Dall’inizio degli anni ’90 si sono succeduti decine di strumenti diversi per misurare l’impatto delle industrie culturali e creative sui territori. A che punto siamo arrivati?

È proprio così. A partire dagli anni ’90, si registra una domanda crescente di metriche e metodologie sull’impatto dei settori culturali e creativi, spesso difficili da valutare vista la natura intangibile e il valore fortemente simbolico dei loro prodotti e servizi. Anche in sede europea, Eurostat – l’ufficio statistico europeo – si è « attrezzato » per misurare in maniera più precisa, comparabile e regolare questi settori. L’Unione europea, inoltre, invita sempre di più le città a dotarsi di indicatori e tecniche di valutazione che permettano di monitorare e valutare gli impatti dell’investimento culturale. Non a caso, diverse capitali europee della cultura si sono mobilitate in tal senso: Liverpool 2008 (città pioniere sul tema), seguita poi da Essen 2010, Turku 2011, Kosice 2013 e Mons 2015.

A che punto siamo? Bella domanda. Credo si tratti di un momento molto particolare in cui o si fa la svolta definitiva oppure gli sforzi fatti finora diventeranno carta straccia. Mi spiego: abbiamo maturato un’importante consapevolezza degli effetti benefici che la cultura e la creatività possono avere sui territori, a dei fini di immagine, di rigenerazione urbana ma anche di nuove economie che pian piano stanno contribuendo a riconfigurare le economie cittadine.

Siamo ancora lontani dalla ripresa, ma si vedono i semi di un nuovo sistema economico, più aperto, « opensource » e collaborativo, di cui i professionisti della cultura e della creatività sono stati i pionieri. Questa consapevolezza è nata anche grazie ai numerosi studi e dati prodotti sul tema. Grazie a queste ricerche, però, sappiamo anche che i (pochi) dati a disposizione sono davvero limitati. Finora, ci siamo accontentati di misurare « quel che si può ». Ed è importante che lo abbiamo fatto.

Ma dopo vent’anni, non possiamo più accontentarci. Uno, perché la nostra sete di domande resta insoddisfatta (la nostra, è un’offerta culturale inclusiva? Chi sono i « pubblici » della cultura? Quali sono gli impatti della partecipazione culturale sull’impegno civico o sul capitale umano? Qual è l’impatto dell’economia creativa sui salari dei creativi (e non), sulla gentrificazione o sulle diseguaglianze?). Due, perché, « Not everything that counts can be mesured and not everything that can be mesured counts » (A. Einstein). Ma senza misura, restano le opinioni. I numeri non sono certo il punto di arrivo ma quello di partenza per una discussione più consapevole sul tema. Terzo, perché viviamo nell’era dei big data e mi rifiuto di pensare che non si possano estrarre da questi nuove e rilevanti informazioni sul tema. Non lo dico io, ma quei (pochi) ricercatori brillanti che ci hanno cominciato a lavorare. Mi riferisco in particolare ai lavori di NESTA per mappare in maniera più esaustiva il settore dei videogiochi, per esempio (http://www.nesta.org.uk/publications/map-uk-games-industry).

Credo sia necessario mettere sempre più a lavorare insieme decisori politici e progettisti culturali, da un lato, e ricercatori con profili diversi (economisti, scienziati sociali e data scientists, per cominciare), dall’altro, per produrre dati e ricerca di qualità. I primi aiuteranno nella formulazione delle domande, i secondi nell’adozione dei metodi necessari per estrarre e analizzare nuovi dati. L’interpretazione dei dati sarà frutto del lavoro collettivo.

Forse sono troppo ottimista, ma chi mi conosce sa che l’ottimismo non è esattamente il mio punto forte! Se sono fiduciosa è perché l’esperienza al JRC e il contatto sempre più regolare con il mondo della ricerca, mi sta portando a vedere le cose sotto un’altra ottica.

Pier Luigi Sacco, per esempio, combinando dati disponibili con metodi di analisi quantitativi robusti, sta tirando fuori dei risultati davvero interessanti e incoraggianti. Andate a dare un’occhiata ai suoi ultimi articoli, giusto per citare i più recenti, sull’impatto della partecipazione culturale sul consumo di cibo organico o ancora quello di Davide Quaglione, Ernesto Cassetta, Alessandro Crociata e Alessandro Sarra sul risparmio energetico.

Al JRC ho avuto anche la fortuna di cimentarmi in un progetto per me straordinario che cerca appunto di rispondere ai dei bisogni di policy mobilitando competenze scientifiche. È così che abbiamo sviluppato il Cultural and Creative Cities Monitor, una piattaforma interattiva che permette di valutare 168 città europee su 29 indicatori (selezionati dai circa 200 indicatori inizialmente considerati). I dati sono stati raccolti da fonti europee ufficiali – principalmente Eurostat – ma anche da TripAdvisor come fonte sperimentale.

La piattaforma non risponderà certo a tutte le nostre domande, ma si tratta del primo tentativo di mettere assieme dati comparabili per un campione così ampio di città che non include solo Parigi, Londra, Barcellona o Milano, ma anche Matera, Bordeaux, Essen e Turku, per citarne alcune. Potete trovare tutti i dati, il rapporto con la nostra analisi dei risultati e tutti i dettagli metodologici qui : https://composite-indicators.jrc.ec.europa.eu/cultural-creative-cities-monitor/

Quali pensi che possano essere, in quest’ambito, le forme di integrazione più efficaci tra le politiche a livello europeo e quelle a livello micro-regionale ?

Più che di integrazione di politiche parlerei di integrazione di pratiche e ricerca delle competenze giuste, come suggerito prima. A livello europeo, per esempio, è stato istituito qualche anno fa un gruppo di lavoro per favorire lo scambio di esperienze e tra le capitali europee della cultura in tema di valutazione (https://ecocpolicygroup.wordpress.com). Un altro tentativo lo si è fatto con il nuovo regolamento per le capitali dal 2020 al 2033 dove si elencano gli indicatori « minimi » che una capitale europea della cultura dovrebbe rendere disponibili per misurare l’impatto dell’evento (http://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/?uri=uriserv:OJ.L_.2014.132.01.0001.01.ENG). Gli indicatori non saranno esaustivi ma sono già un buon punto di riferimento affinché le città si preparino alla raccolta dei dati necessari a produrre questi indicatori.

Al di là della valutazione dei « grandi eventi », il Cultural and Creative Cities Monitor potrebbe giocare un ruolo molto importante nei piani di ricerca futuri relativi all’impatto che la cultura e la creatività possono avere sullo sviluppo urbano – economico e sociale. Si tratta infatti della prima piattaforma che mette a disposizione dati comparabili per ben 168 città europee. Per comparabili intendo dire che, per esempio, mentre i dati sull’occupazione culturale e creativa spesso misurano l’occupazione in settori diversi (alcuni includono l’industria del cibo, altri no, per fare uno dei tanti esempi possibili), qui viene utilizzata la stessa definizione per tutte le città. Quindi sappiamo che i dati sull’occupazione a Milano e Parigi misurano esattamente la stessa tipologia di lavori.

L’argomento è complesso, ma spero renda l’idea. Certo, resta il fatto che il Monitor non è uno strumento pienamente esaustivo – dove sono, per esempio, i dati sui luoghi informali di cultura o sull’accesso alla cultura via web ? Chi ha lavorato sui dati sa bene che si tratta di dati molto difficili da ottenere, soprattutto a livello di città..e per 168 città ! L’obiettivo è proprio quello di completare e affinare il Monitor nelle edizioni future anche grazie a un migliore uso del web e del coinvolgimento delle città stesse che, viste le potenzialità di un tale esercizio, potrebbero essere più motivate a raccogliere e fornire dati di buona qualità. Abbiamo in effetti già ricevuto delle proposte da alcune città in questo senso.

Ma il Monitor è uno strumento operativo già oggi perché permette di 1) valutare in cosa le diverse città vanno meglio e dove meno bene ; 2) identificare in cosa città simili identificabili in base alla popolazione, PIL pro capite e tasso di occupazione vanno bene (se nell’offerta culturale pro capite, per esempio, o sul numero dei turisti attirati o sull’occupazione nei settori culturali e creativi) al fine di instaurare con queste un dialogo o avviare un progetto europeo a fini di apprendimento reciproco (anche sul tema della valutazione) ; 3) inserire dei dati di « scenario » (per esempio un maggior numero di turisti o di visitatori museali previsto) per capire che tipo di impatto certe politiche potrebbero avere sulla performance complessiva della città sul Culturale and Creative Cities Index ; 4) « interrogare » i dati raccolti e messi liberamente a disposizione degli utenti interessati (V. Annex C – https://composite-indicators.jrc.ec.europa.eu/cultural-creative-cities-monitor/) su questioni come : «Qual è l’impatto della cultura sull’occupazione e la crescita?”. Inoltre, grazie alle future edizioni che verranno pubblicate ogni due anni a partire dal 2019, sarà anche possibile monitorare l’evoluzione della performance delle città, sugli indicatori selezionati e arricchiti nel tempo.

Giovanni Pizzochero

(Project Manager e ricercatore)

Il termine “valutazioni d’impatto” è quasi ammantato da una sorta di aura mistico-tecnica, come se aiutasse ad invocare l’intervento di forze super partes in grado di dirci – finalmente – cosa funziona e cosa no in questo mondo così complicato. Eppure nella costruzione delle valutazioni d’impatto i presupposti politici e, perché no, filosofici sono assolutamente determinanti. Come ricostruiresti questa relazione?

L’impatto ha una profonda valenza politica fin dalla sua etimologia. Dal latino “impingere” spingere avanti, spingere avanti in modo netto e quindi urtare, cambiare di stato. In qualche modo l’impatto porta in sè il concetto di cambiamento e di conflitto, l’essenza stessa della politica (sia quello caratterizzante le ideologie storiche, sia, più semplicemente, la ricomposizione di differenti interessi, la politica come mediazione).

La valutazione di impatto ha a che fare con fenomeni strettamente connessi alla vita delle persone. Per citare l’antropologo De Castro “confrontare il commensurabile è un compito che spetta ai contabili, soltanto l’incommensurabile merita di essere confrontato”: questo incommensurabile spetta prima alla filosofia, e poi alla politica.

Ma se la valutazione d’impatto è in qualche modo incardinata su presupporti politici allora i punti di attenzione sono tre: il primo è quello di non confondere gli effetti (che la valutazione è chiamata a misurare) con le cause. Il secondo è la relazione con il contesto, che richiede un approccio “democratico” e aperto all’intelligenza collettiva. Il terzo ha a che fare con la scala: le dimensioni dell’impatto contano. Siamo chiamati ad ampliare l’orizzonte, per fare il salto di scala: dalla singola iniziativa (di innovazione) sociale, alla visione ecosistemica.

Dal punto di vista empirico, in questo senso, come si costruisce il legame tra valutazioni d’impatto e misurazioni?

Il fatto che non esista nè una definizione univoca di misurazione di impatto, né uno standard universalmente riconosciuto, dice molto, nel bene e nel male. Se la misurazione ha una natura più oggettiva, la valutazione include componenti di soggettività. E’ qui che subentra l’interpretazione politica. In questo campo vale il principio di Heisenberg: l’atto stesso dell’osservazione modifica gli oggetti osservati, o per dirla meglio, chi valuta è parte del sistema e deve relazionarsi con esso in una logica partecipativa, mediante processi di coinvolgimento.

In particolare è forse alle imprese che è richiesto il cambio culturale più grande: smettere di ragionare “per performance” e cominciare a ragionare “per impatti”. Perché i soggetti economici non sono estranei al contesto in cui operano, perché l’impatto integra anche il punto di vista dello stakeholder, a differenza della trimestrale, favorisce la creazione di capitale relazionale, e perché ampliare la prospettiva permette di includere nell’agire economico anche quell’”incommensurabile” di cui il nostro sistema economico avrebbe un grande bisogno.

Alessandro Rubini

(Programme Officer di Fondazione Cariplo e Project Leader iC-InnovazioneCulturale)

Ormai è noto che le performance dei soggetti che agiscono nell’ambito culturale sono molto diverse sia da quelle di chi agisce nel mercato puro che da quelle di chi agisce esclusivamente nel settore pubblico. Quali sono secondo te i fattori o le dimensioni che differiscono maggiormente? Cosa ha veramente senso prendere in considerazione?

La qualità dell’azione culturale di un ente nel breve periodo non è linearmente correlata alla sua capacità di avere entrate pubbliche o private che dipende invece da capacità di altro tipo (nel medio periodo questa correlazione tende però ad aumentare). La cultura è intrinsecamente nemica dell’opportunismo, che invece è spesso (soprattutto nel breve periodo) premiato sul mercato. Il contesto pubblico invece tende a premiare comportamenti conservativi e autoreferenziali che non necessariamente reprimono la qualità, ma ne rendono difficile il rinnovamento. L’innovazione culturale differisce da modelli di mercato o della pubblica amministrazione perché del primo acquisise il dinamismo e il rischioso sistema di validazione ma non l’opportunismo, del secondo acquisisce la vocazione sociale ma non le protezioni.

Scegliere di prendere in considerazione una forma di misurazione piuttosto che un’altra è una grande forma di responsabilità per un policy maker. Quali credi che siano le principali forme di cautela deontologica da mettere in atto?

Le dimensioni da considerare per le imprese culturali rimangono quelle legate all’economicità in quanto inevitabilmente costituiscono la sua linea di sopravvivenza e quelle legate al rapporto con l’audience diretta e indiretta in quanto ne costituiscono la sua prospettiva di senso e di costruzione di valore.

Paolo Venturi

(Economista, Università di Bologna)

La ricerca e la pratica sul terzo settore in Italia ha sviluppato alcuni strumenti importanti per misurare il valore non strettamente economico delle attività sociali. Quali sono secondo te i più significativi?

L’emersione del tema dell’impatto sociale generato dagli Enti non profit ed in particolare delle imprese sociali, nasce dalla fase di passaggio che il Terzo settore italiano sta attraversando e che si lega inevitabilmente alla transizione da un modello di welfare state ad uno di welfare society (o “civile”), due sistemi di welfare che si basano su altrettanti principi.

Da un lato, quello di redistribuzione, in cui lo Stato preleva dai cittadini risorse tramite la tassazione e le redistribuisce attraverso il sistema di welfare; dall’altro, il principio di sussidiarietà circolare in cui i cittadini sono coinvolti nel processo di pianificazione e di produzione dei servizi (co-produzione), che supera la dicotomia pubblico-privato (ovvero Stato-mercato) aggiungendovi una terza dimensione, quella apportata dai beni e servizi generati dal soggetti privati che però svolgono una funzione pubblica. Passare da una logica di produzione ed erogazione di servizi ad una di produzione condivisa con i beneficiari di quei servizi (co-produzione) postula un cambiamento di prospettiva e rende centrale la valutazione.

Se ai tempi del welfare state era sufficiente rendicontare (dare conto dell’uso delle risorse) nell’era del welfare generativo è indispensabile valutare, ossia dare valore. La valutazione d’impatto sociale per il non profit, pertanto non entra solo su “cosa” e “quanto” viene fatto ma sul “come” e su il “cambiamento” generato. In questo senso il non profit non deve avere paura, ma deve accogliere con soddisfazione questa sfida poiché è un’occasione per rendere esplicita la propria “biodiversità”.

Quali sono secondo te le affinità e le divergenze tra il mondo del sociale e quello della cultura?

Capitale culturale è una forma di “capitale” e in quanto tale può essere misurato. Per capire come ci viene in aiuto F. Benhamou quando dice “Sarebbe spiacevole che nel momento in cui la scienza economica comincia a prendere in considerazione la dimensione qualitativa di ciò che misura, l’economista si ostinasse a considerare solo i ritorni commerciali degli investimenti culturali”. (L’Economia della Cultura, Il Mulino, 2000).

Occorre cioè allontanare dal tema della valutazione dell’impatto delle attività culturali, quella visione utilitaristica che spesso nasce ricombinando in maniera additiva, la dimensione economica con quella culturale. Il riduzionismo della visione economica ha reso il dibattito sul “valore della cultura” una mera esternalità.È quindi indispensabile non sottomettere la valutazione al solo criterio di efficienza, pena il rischio di parametrare i beni e i servizi culturali al pari di merci qualsiasi.

Pertanto, nell’avventura della valutazione dell’impatto, il primo rischio da evitare è quello di adattare gli strumenti di analisi della teoria economica mainstream alle attività culturali.




cheFare a Mantova per Fatticult

cheFare partecipa anche quest’anno a Fattidicultura, che da oggi si chiama semplicemente Fatticult, con la curatela di due panel sulla valutazione d’impatto delle politiche culturali per le città.

Fatticult 2017 si svolge a Mantova dal 28 al 30 settembre. I nuovi spazi della cultura, la misurazione degli impatti e le periferie sono i tre grandi temi a partire dai quali prenderanno avvio le riflessioni dei vari panel.

Gli appuntamenti con cheFare sono entrambi il 29 settembre per i due panel dedicati alla città, alla cultura e ai suoi impatti, al policy making.

  • #fact6 
    29 settembre 2017 h. 10.00-12.00 HUB Santagnese, 10 officina creativa

    Misurare gli impatti. Ma quali?
    Giovanni Pizzochero,
    Paolo Venturi
    Stefano Maffei
    parleranno di valutazione di impatto, soprattutto per le politiche pubbliche: cosa misurare? Con quali parametri? Per chi?

    Modera Bertram Niessen

  • #fact7
    29 settembre 2017 14.30-16.30 HUB Santagnese, 10 officina creativaCittà, spazi e cultura tra misurazione, valutazione e policy making
    Valentina Montalto,
    Alessandro Rubini,
    Marianna D’Ovidio
    parleranno di come si possono valutare le politiche culturali urbane, tenendo conto dei diversi aspetti materiali e immateriali che è necessario misurare.
    Che rapporto c’è tra riflessione critica e possibilità di sviluppare politiche efficaci?
    Quanto valgono gli strumenti di misurazione e che influenza possono avere?Modera Bertram Niessen.

 




Fatti di Cultura, Mantova

A Mantova, da giovedì 8 ottobre a sabato 10 ottobre, si terrà la seconda edizione di Fatti di Cultura, evento promosso dall’impresa sociale Pantacon.

Anche quest’anno cheFare organizzerà due appuntamenti sui temi dell’innovazione culturale:

Giovedì 8 ottobre dalle 14.30 alle 16.30 presso lo spazio di Santagnese10

DI COSA PARLIAMO QUANDO PARLIAMO DI INNOVAZIONE CULTURALE?

Negli ultimi anni i modi di progettare, produrre e impiegare cultura stanno cambiando in modo radicale. Il ruolo ricoperto da innovatori e imprenditori sociali ha come effetto una riscrittura dell’orizzonte di senso di un settore portante della vita civile e collettiva. Ma cosa comportano queste trasformazioni? Quali sono gli attori, le pratiche, i limiti e le potenzialità dei nuovi panorami che si stanno delineando? Quale l’ordine del discorso implicito che informa questo fare?

  • Maurizio Busacca (Università Ca’ Foscari)
  • Maurizio Busacca nasce professionalmente nel 1999 come attivista culturale, dal 2003 è imprenditore sociale, dal 2013 è assegnista di ricerca presso Università Ca’ Foscari Venezia e dal 2014 è consulente e formatore freelance. Si è occupato di processi partecipativi ed empowerment dei cittadini. Negli ultimi anni ricerca e pratica imprenditoriale si sono incontrate sui temi dell’innovazione sociale e delle politiche attive per il lavoro.
  • Carolina Bandinelli (Goldsmith University)
    Carolina Bandinelli si è laureata in Filosofia all’Università di Siena e ha un master in Creative and Cultural Entrepreneurship ottenuto al Goldsmiths College, University of London. Sempre al Goldsmiths, sta completando gli studi dottorali e lavora come associate lecturer. Si occupa di impresa e innovazione sociale, industrie creative, economia della conoscenza, media e studi culturali.
  • Christian Caliandro (Università IULM)
    Christian Caliandro (1979), storico dell’arte contemporanea e studioso di Cultural Studies. Insegna “Media e narrative urbane” presso l’Università IULM di Milano. Nel 2006 ha vinto la prima edizione del Premio MAXXI-Darc per la critica d’arte italiana.
    modera Bertram Niessen (Direttore Scientifico cheFare)

 

Venerdì 9 ottobre dalle 9.30 alle 12.30 presso la Sala degli Stemmi del comune di Mantova             

SHARING ECONOMY

La sharing economy, nelle sue molte e non sempre chiare declinazioni, è un tema ormai al centro del dibattito pubblico. Ma condivisione e collaborazione, pratiche mutualistiche ed economia relazionale sono elementi che possono essere ibridati in forme tra loro molto diverse. Cosa sono esattamente questi nuovi modelli? Quali sono le criticità che presentano, e quali le opportunità? In questo incontro ne discuteremo assieme ad alcuni dei alcuni dei principali esperti italiani:

  • Tiziano Bonini
    Tiziano Bonini (PhD in Media, Comunicazione e Sfera pubblica nel 2008, Università di Siena) è ricercatore in media studies all’Università Iulm di Milano. Si occupa di radio, social media, cultura digitale, media pubblici e audience studies.
  • Guido Smorto (Università di Palermo)
    Guido Smorto è Professore Ordinario di Diritto privato comparato e Analisi economica del diritto all’Università di Palermo. In qualità di “International Visiting Professor” ha insegnato negli Stati Uniti (Fordham University School of Law – New York) e in Giappone (Nagoya University Graduate School of Law), ed è stato “Professore Visitante” in Brasile (Università Oeste de Santa Catarina).
  • Adam Arvidsson (Università statale di Milano)
    Adam Arvidsson è Professore di Sociologia della Globalizzazione e dei Nuovi Media all’Università Statale di Milano, dove ricopre il ruolo di Professore Associato di Sociologia. Si interessa di nuove forme di produzione ed organizzazione economica emerse con le ultime evoluzioni dei nuovi media, della social innovation e della Open Economy in generale.
  • Interviene Andrea Poltronieri

Referente Camera di Commercio di Mantova Economista, docente incaricato di Economia e organizzazione presso la Scuola di Architettura e Società del Politecnico di Milano. Svolge attività didattica curriculare ed extra curriculare, occupandosi di temi inerenti l’economia del territorio, lo sviluppo sostenibile, la gestione dei progetti complessi e lo sviluppo competitivo d’impresa. Svolge attività di consulenza sulle tematiche della promozione e della fattibilità economica di piani e progetti a scala territoriale, nonché di progetti formativi volti alla crescita delle professionalità presenti sul territorio.

modera Bertram Niessen (Direttore Scientifico cheFare)





I bastardi dell’innovazione culturale

innovazione

“L’attenzione al mezzo espressivo comporta (…) una accentuata consapevolezza dei limiti invalicabili di esso: se possiamo intendere l’arte come <<passione per il senso>> (…), o anche come tentativo di esprimere la totalità del senso della vita, che resta inafferrabile dalle forme della conoscenza e delle rappresentazioni, allora l’arte si definisce come quella forma di mediazione simbolica che più direttamente pone in luce il carattere riduttivo dei significati e che si costituisce, di per sé, come costante rinvio all’indicibilità del senso: l’arte anziché tentare di esaurire quest’ultimo nel significato, mostra il senso. Una forma espressiva è tanto più autenticamente artistica, quanto più, rinunciando alla pretesa di dire il senso, fa balenare ciò che in parole non può essere espresso” (Franco Crespi Manuale di Sociologia della Cultura, p.181, Laterza, 1998).

Negli ultimi anni, quando si parla di innovazione culturale si intende un panorama estremamente variegato di innovazioni di prodotto e di processo portate avanti da reti frammentate di individui, gruppi, associazioni e imprese che operano sia nell’ambito dell’attivismo che in quelli del non-profit e del profit. Senza necessariamente riconoscersi come parte di uno stesso mondo, migliaia di innovatori si stanno interrogando su come cambiare le industrie culturali, un settore che in questo paese più che in altri è rimasto vincolato alle logiche ed alle strutture di un ‘900 ormai troppo lontano.

In questo senso, molte delle domande che ci si pone quando si riflette sull’innovazione culturale hanno a che fare con temi estremamente concreti. Solo per citarne alcuni: la sostenibilità economica della cultura; i nuovi ruoli possibili di istituzioni tradizionali come musei, università e biblioteche; le forme ed i luoghi del lavoro dell’economia immateriale; le pratiche virtuose di riappropriazione e rigenerazione territoriale; il rapporto tra tecnologia e cultura. In pratica, sono gli interrogativi ai quali cercano di trovare risposta i partecipanti al bando cheFare, ma anche a IC-Innovazione Culturale e Culturability, così come i frequentatori di incontri come ArtLab, Nuove Pratiche, Fattidicultura, e molti altri.

Eppure, guardare all’innovazione culturale come qualcosa di collegato esclusivamente alle industrie culturali (seppure intese in un’accezione ampia) vuol dire considerare solo una piccola parte della posta in gioco. Non stiamo parlando, forse, del tema più ampio dell’innovazione sociale, e di quello più ampio ancora di come sia possibile pensare, dire e agire il cambiamento nel mondo intorno a noi?

Proviamo a considerare le cose da una prospettiva diversa: quella della lettura sociologia fenomenologica elaborata negli Stati Uniti sulla scorta del pensiero di Husserl. La sociologia fenomenologica e le sue molte derivazioni e mutazioni si interrogano su come individui e gruppi umani danno senso all’azione sociale. Cosa diamo per scontato nelle nostre interazioni sociali quotidiane? Cosa è “naturale”, e perché? Perché diamo per scontato che se c’è un incendio si chiamano i vigili del fuoco? O che possiamo scambiare dei pezzi di carta chiamati “banconote” con cibo o sedute dall’analista? Cosa è deviante, e cosa non lo è? Cosa è veramente il senso comune, “quello che tutti sanno”? E cosa succede se iniziamo a problematizzare l’ovvio e a dare per scontato l’anormale?

Si tratta di domande tutt’altro che banali, che negli ultimi decenni hanno portato a cambiamenti a volte radicali negli studi sull’educazione, sulle istituzioni sanitarie e psichiatriche, sui media, sulle organizzazioni, sull’applicazione delle norme giuridiche e sull’epistemologia e le procedure scientifiche. Chi ha cercato le risposte lo ha fatto mettendo a soqquadro le nostre certezze sulla vita quotidiana e sui modi in cui costruiamo la definizione stessa di realtà, inseguendo oggettività e soggettività in una continua negoziazione inter-soggettiva.

Alcuni autori italiani come Donolo, Jedlowski e De Leonardis negli ultimi decenni hanno rielaborato le riflessioni sul rapporto tra senso comune e innovazione, a partire dalle linee guida “classiche” della sociologia della vita quotidiana. In quest’ottica, lo spazio primario dell’elaborazione dell’innovazione sociale è quello del senso comune: la vera innovazione riguarda le modalità di tipizzazione attraverso le quali la realtà viene percepita, socialmente, come tale. Se il senso comune è “quello che tutti sanno”, ovvero quello che tutti danno per scontato, allora ogni innovazione in questo senso va intesa come un processo di riorganizzazione della percezione della realtà; un momento nel quale la familiarità a-problematica della realtà viene messa in discussione e si innesca un meccanismo che porterà nuove risposte e nuovi problemi.

L’apertura al nuovo è una caratteristica fondante delle società umane (e non solo). Non è possibile, infatti, concepire la riproduzione delle strutture della società senza contemplare un processo adattivo che vada oltre la mera riproposizione di schemi di pratiche e simboli già preordinati: una società che procedesse attraverso mere operazioni meccaniche di “copia e incolla” sarebbe una società morta.

Tuttavia, in determinati momenti storici alcune variabili fanno sì che la cultura diffusa di una società sia costitutivamente più aperta al nuovo: “la possibilità di rotture delle routines e di sospensione dell’atteggiamento della familiarità è favorita dalla presenza di culture dove è scarsamente presente il tipo di legittimazione degli ordinamenti legato al valore normativo delle tradizioni” (Jedlowski, p. 11).

Tanto meno si legittimano i valori e le istituzioni tradizionali, quindi, tanto più si è propensi a mettere in discussione le tipizzazioni “normali” del senso comune.

E tanto più si è pronti al cambiamento. In un certo senso, quindi, l’innovazione sociale è caratteristica di tutti i contesti moderni: nasce dalla possibilità di confronto tra diversi sensi comuni, ossia tra le modalità di costruzione sociale della realtà propri di gruppi sociali diversi. Una chiamata al compromesso, al far sì che la propria rappresentazione del mondo cambi, si ibridi, si innesti con altre.

Può accadere che questa forma d’innovazione subisca un’accelerazione improvvisa a causa di eventi “di rottura” che mutano radicalmente le condizioni materiali o simboliche: guerre, rivoluzioni e catastrofi – ad esempio – obbligano a riorganizzare le categorie di tipizzazione della realtà in tempi necessariamente brevissimi.

In tempi meno drammatici, le nuove proposte di organizzazione simbolica possono provenire da molti ambiti, ma è chiaro che i media e i settori culturali hanno un ruolo centrale. Ed è lì che entrano in gioco i nuovi attori dell’innovazione culturale, ibridi delle organizzazioni e mutanti dei simboli.

Quando si parla d’innovazione culturale non si ragiona solo nei termini, pur fondamentali, dei processi economici, amministrativi e produttivi. Anche e soprattutto si ragiona a proposito di incertezze, conflitti, rinegoziazioni; di percorsi nei quali ci si assume il rischio di vivere la mutazione culturale e di provare a trasformare il senso comune attraverso la sovversione dei processi di categorizzazione della realtà; di rendere, in altre parole, possibile l’impossibile. Si ragiona, insomma, dell’esercizio della cultura nelle sue forme più fieramente bastarde di critica dell’esistente, di esercizio della possibilità, di rinvio continuo all’indicibilità ultima del senso, di tensione tra ciò che è e ciò che potrebbe essere.

Immagine di copertina: ph. Kevin Horstmann da Unsplash




Il racconto e il raccolto

Ciao a tutti!
Torniamo a prendere la parola dopo alcuni mesi di silenzio per rispondere a quanti ci chiedono informazioni sul nuovo bando e per spiegare a tutti cosa stiamo facendo, cosa abbiamo in mente, quali saranno le nostre prossime mosse e i prossimi appuntamenti che ci vedono in prima linea.
Da quando abbiamo chiuso il nostro bando, la scorsa primavera, non abbiamo mai smesso di lavorare intorno ai nostri temi: l’innovazione culturale, l’economia della condivisione, l’impresa sociale, il p2p, le nuove forme del lavoro, i cambiamenti del non-profit e del terzo settore e molto altro ancora.
Di tutte queste cose di cui ci occupiamo e su cui facciamo ricerca si può trovare traccia nei contenuti pubblicati all’interno della nostra rubrica su doppiozero attraverso cui, settimana dopo settimana, cerchiamo di tenere alta l’attenzione su elementi centrali per animare il dibattito che ci interessa.
Tutto questo però non basta e non ci basta.
Ci rendiamo conto che la nostra presenza sui territori non è più procrastinabile, abbiamo bisogno di confrontarci de visu con le persone sparse per la penisola che come noi si muovono per rinnovare il mondo della cultura.
Vogliamo rinsaldare tutte quelle relazioni che in questi due anni siamo andati costruendo con un’identica passione, con quanti sono animati dal nostro stesso sentire per riuscire, con altri mezzi oltre a quello del bando, a rafforzare l’idea che la cultura sia uno strumento potente di trasformazione sociale e che non vogliamo farne a meno, o rinunciarci, a causa di politiche miopi, baronati, logiche clientelari e cattiva fede.
Come quando siamo partiti, nel 2012, crediamo nell’elaborazione e nella diffusione di nuove pratiche e siamo convinti che si possano trovare e agire insieme, facendo propria una modalità collaborativa vera. Cercando la contaminazione, l’attraversamento, il contatto.
Per questo abbiamo preferito spostare l’apertura del bando, solitamente autunnale, a inizio 2015 per dedicarci in queste settimane e nei prossimi mesi alla partecipazione e all’organizzazione di una serie di incontri, tavole rotonde, panel, conferenze e occasioni più o meno formali.
I primi appuntamenti che ci vedranno presenti sono Artlab a Lecce, Fatti di Cultura a Mantova, Nuove pratiche a Palermo e Cultura e Impresa a Faenza:

ArtLab, dal 24 al 27 Settembre 2014, è l’appuntamento annuale sul management culturale. Noi andremo a Lecce per confrontarci con gli operatori culturali di mezza Italia intorno a temi centrali della produzione culturale. Saremo coinvolti nei seguenti appuntamenti:
“Open data per la cultura: istruzioni per l’uso”
“Nuove competenze per l’imprenditoria e l’innovazione culturale”
“Oltre il contributo. Nuove forme di sussidiarietà orizzontale in ambito culturale”.

Fatti di Cultura, dal 09 al 12 Ottobre 2014, è un festival di innovazione culturale nato per discutere, ascoltare, conoscere i modi di fare cultura nel nostro paese incontrando gli attori principali del cambiamento e dell’innovazione culturale. Qui organizzeremo due panel:
“La cultura come lavoro”
“I bandi per l’innovazione culturale”

Nuove pratiche, dal 17 al 18 Ottobre 2014 è una due giorni creata per dialogare sui nuovi paradigmi economici, culturali e politici dell’innovazione culturale italiana. Per quanto riguarda cheFare, saremo presenti entrambi i giorni e parteciperemo alla tavola rotonda conclusiva dove discuteremo degli esiti del workshop.

Cultura e Impresa, dal 23 al 25 Ottobre 2014, è un incontro dedicato all’imprenditoria culturale promosso dall’Alleanza Cooperative Italiane – settore cultura. Noi saremo lì per raccontare quello che si è mosso intorno a cheFare in questi due anni, all’interno della sessione SpazioImpresa, momento di presentazione di imprese culturali, festival, bandi, riviste di settore e realtà che si occupano di cultura dal titolo: “Quando la cultura la fanno le imprese: esperienze, bandi, analisi e nuovi modelli di business”.