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A Macao e Ri-Make la IV Assemblea Nazionale beni comuni emergenti e a uso civico

L’1 e 2 febbraio 2020 si terrà la IV Assemblea nazionale beni comuni emergenti e a uso civico, nata a partire da un documento (http://www.exasilofilangieri.it/appello-benicomuni/) firmato da diverse realtà di base, associazioni e singoli, che hanno convenuto sulla necessità di rafforzare anche a livello nazionale le lotte sui beni comuni. Ci sono stati incontri in varie città: Napoli, Mondeggi (Bagno a Ripoli), Reggio Emilia e Venezia. Gli incontri di febbraio saranno a Milano, da RiMake, Macao ed eventuali altri spazi da definire.

È stato aperto un percorso collettivo per costruire in comune uno spazio per la condivisione e la continua sperimentazione di pratiche, saperi e strumenti amministrativi capaci di sfidare e superare lo stato di cose presenti. Questo percorso è nato dalle proposte e dalle conoscenze sui beni comuni che in questi anni con molta fatica sono maturate dalle pratiche delle realtà di base su tutto il territorio nazionale.
Saranno presenti L’Asilo (Napoli), Scugnizzo Liberato (Napoli), Macao (Milano), RiMake (Milano), RiMaflow (Milano), Attac Saronno, Associazione Salviamo Cavallerizza (Torino), Bread&Roses (Bari), ExPost Moderno (Bari), Mondeggi (Bagno a Ripoli), Forum Beni Comuni Firenze, Rete Civica del Comune di Ferrara e una lunga lista di realtà in corso di aggiornamento.




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Che cos’è Macao

Macao risponde a nome del Nuovo Centro per le Arti, la cultura e la ricerca Macao alle 15 domande di cheFare sui nuovi modi di fare cultura. È una rubrica pensata per dare una rappresentazione del panorama delle nuove realtà culturali dal basso collegate tra loro dalla rete di cui facciamo anche noi.
Per leggere le altre interviste vai qui.

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Perché Macao si chiama Macao?
Siamo sicuri che è un acronimo, ma sappiamo che ce ne sono molte versioni.

Quando è nato?
Nel 2012

Dove?
Per strada

Perché?
Perché gli artisti avevano capito di essere diventati un modello di sfruttamento che avrebbe rivoluzionato il mercato del lavoro globale. Essere flessibili, smart, creativi, docili, connessi e senza un euro sarebbe diventato il nuovo modo per farsi sfruttare a vita. Perché c’era voglia di riappropriarsi del proprio futuro e degli spazi per poterlo immaginare.

Che fa Macao?
E’ un’assemblea aperta di collettivi, amiche e amici, singol* artist* e attivist* che co-disegnano un programma pubblico d’arte e di ricerca. Ora è un palazzo magnifico e decadente, in cui le muffe convivono con i topi e gli studenti, i senzatetto e i musicisti, i richiedenti asilo e gli economisti. E’ un modo di aiutarsi a vicenda, sostenersi economicamente col mutuo aiuto, e inventare forme organizzative nuove basate sulla solidarietà, anti-capitaliste e transfemministe.

La cosa più importante che ha fatto Macao
Sono due. Prima ha fatto dimenticare alla gente di tornare a casa. Adesso vuole inventare una nuova forma di proprietà comune, non più vendibile, per sempre accessibile, senza titolari che comandano.

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Perché sono le più importanti?
Perché il personale è politico. E perché questa nuova forma di proprietà comune farà di Milano un esempio di audacia e innovazione

Cosa c’è di innovativo nel dimenticarsi di tornare a casa?
Per inventare un mondo post-capitalista, post-lavorista, sostenibile e cooperante ci vogliono momenti simbolici di rottura radicali. Dobbiamo saperci dimenticare di come siamo abituati a comportarci. Per questo è importante avere spazi in cui ci si dimentica di tornare a casa.

Cosa c’entra la cultura con questa esperienza?
Be’, è evidente. La cultura è il modo in cui vedi il mondo. Se vuoi vedere un mondo diverso da questo, devi allenare lo sguardo. Etica e Estetica, il modo in cui ci comportiamo e il modo in cui vediamo o sentiamo, non sono poi così distanti.

Quali sono le ricadute sociali di questa esperienza?
Si attirano molte persone, perché hanno voglia di esprimersi, perché cercano sostegno economico e perché capiscono che è un modo radicale di mettere in discussione la propria vita.   

Leggi anche l’articolo  Milano può fare a meno di Macao? di Bertram Niessen

Con Macao si mangia?
Si mangiano le verdure dei produttori indipendenti, le marmellate di Rinaldo, le arance della Sicilia e l’olio della Puglia comprate in Commoncoin e in Faircoin (monete alternative che negli anni ci siamo inventati). Tutti gli artisti del programma vengono pagati. In più distribuiamo un reddito di base a tutti i partecipanti. Macao non basta per vivere, ma il sistema di redistribuzione solidale di beni e servizi ci permette di essere più liberi e di poter rifiutare qualche lavoro di merda in più.

Come fate a stare in piedi?
Non stiamo solo in piedi. Stiamo anche coricati, a volte ci rotoliamo nel fango. Sappiamo fare anche la verticale sulla testa. Abbiamo occupato il grattacielo di Ligresti, abbiamo proposto di fare il nuovo museo della Grande Brera, vogliamo comprare un edificio milionario senza avere un soldo, e davvero non scherziamo. Abbiamo centinaia di tesi di laurea e dottorato dedicate al nostro modello di organizzazione culturale ed economico… Per cui spesso abbiamo dei cali di pressione, ci consigliano di stare un po’ seduti e tirare in alto le gambe per fare andare il sangue alla testa.

Qual è l’ostacolo più grande che volete superare?
Ciò che impedisce di essere felici o di eliminare la violenza di genere ed essere sostenibili.

Fate parte di un network più grande di voi?
Sì. Non solo di uno ma di tanti. Alcuni sono fatti di legami intensi, altri sono più di formali.
Prima di tutto gli artisti, gli amici, gli intellettuali, gli altri esercenti del quartiere e della città. Poi la rete dei teatri occupati italiana, o quel che ne rimane. Nonunadimeno e tanti collettivi femministi e transfemministi. I movimenti per la lotta ambientale e il network globale di Faircoop e Bank of the Commons. L’Institute of Radical Imagination: una piattaforma di grandi musei e nuovi centri d’arte per un mondo post-capitalistico. Tante università e progetti sparsi per il mondo.
Organizzare le reti è la sfida del secolo e  quello che conta è la qualità delle relazioni che si si instaurano.

Cosa avete intenzione di fare per creare un futuro migliore?
Non saprei… una festa è meno impegnativa di un’assemblea, ma sono tempi bui… e ci si accontenta anche di poco: basterebbe farla finita con sessismo e razzismo, e introdurre un vero reddito universale di esistenza.


Tutte le foto sono di Luca Chiaudano




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Innovazione urbana. Milano può fare a meno di Macao?

Le città devono costantemente misurarsi con l’emergere di nuove istituzioni e nuove organizzazioni che rispondono a nuove necessità. Chiamatele, se volete, forme d’innovazione urbana.

Il Centro per le Arti, la Cultura e la Ricerca Macao – che oggi è al centro di un complesso caso politico-amministrativo che rischia di concludersi con lo sgombero – ne è un tipico esempio. Nato nel maggio 2012 come esito di una mobilitazione dei lavoratori del mondo dell’arte, ha segnato un momento di forte innovazione rispetto alla tradizione milanese del rapporto tra movimenti sociali e spazi occupati. Se i centri sociali degli anni ’80, ’90 e 2000 avevano una filiazione diretta – per quanto complessa, articolata e talvolta contraddittoria – con il periodo de ”l’Orda d’Oro” (1968-1977), la prima occupazione di Macao era più vicina alle mobilitazioni assembleari che in quegli anni smuovevano Stati Uniti (Occupy) e Spagna (Indignados) e che in Italia prese la forma delle occupazioni dei lavoratori della cultura e dello spettacolo (Teatro Valle a Roma, Ex Asilo Filangeri a Napoli e molti altri).

Si tratta di realtà contigue al mondo dei Centri Sociali, che ne condividono in parte metodi e pratiche ma che hanno tra i propri obiettivi costitutivi due punti-chiave che per le occupazioni “tradizionali” erano solo accessori: la mobilitazione diretta dei lavoratori della cultura e la costituzione di poli indipendenti per le arti, la musica e la cultura.

In questo senso, quindi, esperienze come Macao hanno più punti di contatto con omologhi internazionali come il !Wowow! di Peckham, il Kunsthaus Tacheles di Berlino, il 59 Rue de Rivoli di Parigi o il Metelkova di Ljubljana che non con importanti luoghi storici dell’underground politico come il Cox 18 o il Leoncavallo a Milano o il Forte Prenestino a Roma.

Come e ancora più che per questi ultimi, quindi, il destino dei centri culturali indipendenti occupati chiama in causa la governance culturale di una città. Si tratta di vicende complesse che hanno implicazioni sia sul livello delle grandi questioni di principio che su quello estremamente pragmatico delle norme.

Giusto per inanellare una serie di questioni, a cui non si può pretendere di rispondere in queste poche righe ma che non ci si può esimere di affrontare nella costruzione della governance culturale di un territorio:

È giusto occupare illegalmente spazi non utilizzati? Ed è giusto farlo solo quando sono pubblici (come pubblica è l’attuale casa di Macao, l’ex Borsa del macello di Milano) o anche quando sono privati (come nel caso della prima clamorosa occupazione dei 33 piani della centralissima Torre Galfa)?

Gli eventi organizzati in questi spazi devono essere sempre e costantemente gratuiti o devono avere un “prezzo sociale”? In questi casi è legittimo pensare ad un “auto-reddito” o ogni prestazione deve avvenire a titolo puramente volontaristico?

Il rapporto con il quartiere ed il territorio di riferimento è importante per esperienze che spesso nascono in zone ex-industriali? Cosa è auspicabile e da quale punto di vista?

Questi spazi costituiscono una forma di concorrenza sleale nei confronti di esperienze interamente regolamentate i cui costi di gestione sono molto più alti o svolgono piuttosto il ruolo di enzimi di sperimentazione che possono essere poi ripresi e sistematizzati?

A chi e in che misura spettano le spese di messa a norma di quegli spazi che rappresentano il lascito – meraviglioso, decadente e scomodo – della città fordista?

Quali tipi di relazioni possono intercorrere tra le istituzioni riconosciute, la pubblica amministrazione e organizzazioni che hanno scarsa o nessuna ufficialità?

Esperienze di questo tipo costituiscono un baluardo della società civile nei confronti della ratio puramente speculativa del mercato immobiliare o fungono piuttosto da avanguardie per processi di gentrification che in tempi brevi impoveriscono i tessuti urbani che li hanno generati?

Non sono domande con le quali si confronta solo Milano: la maggior parte delle grandi metropoli occidentali ha provato a rispondere in questi ultimi vent’anni con soluzioni che non sono mai binarie (si o no; giusto o sbagliato) ma dipendono sempre da variabili culturali, politiche, sociali ed economiche e da complessi sistemi di forze e di poteri situati nello spazio e nel tempo. Sono domande che si stanno riproponendo anche in questi giorni, negli articoli di giornale e sui social network. Nei dibattiti che si stanno infiammando abbondano però appelli ai massimi sistemi o questioni di lana caprina; nessuno dei due approcci sembra particolarmente utile in questo momento.

Guardando a quello che succede a Milano, Italia, sul finire del 2018 ci sono piuttosto tre evidenze ineludibili che costituiscono il presupposto di base per ogni scelta su questa particolare forma di innovazione urbana.

La prima è che Macao è un luogo insostituibile nella costituzione del panorama culturale della città. Quando viene un amico dall’estero che ha già visto il Castello Sforzesco, lo Stadio o Il Duomo dove lo porti? A Macao. Nonostante il rilancio degli ultimi anni – e nonostante il lavoro finalmente internazionale che stanno facendo alcune istituzioni ufficiali e un numero crescente di organizzazioni più o meno “dal basso”- senza Macao Milano perderebbe uno dei suoi pilastri del Contemporaneo. Niente più residenze artistiche. Niente più concerti di musica più o meno sperimentale e niente più performance teatrali (incalcolabili, ma sicuramente nell’ordine delle migliaia). Niente più festival come Saturnalia, che con le sue 30 ore e 47 performance è diventato uno dei punti di riferimento qualitativi su scala europea. Niente più, insomma, produzione e distribuzione di una parte significativa di opere che vivono in circuiti paralleli e complementari a quelli ufficiali puramente di mercato.

Se Milano vuole provare ad essere davvero una città di rilievo internazionale non può permettersi il lusso di privarsi di un luogo di questo tipo. Tocca rimboccarsi le maniche e pensare ad un percorso comune.

La seconda ha a che fare con lo spreco di capitale umano, e si comprende meglio se si guarda in retrospettiva al percorso seguito dagli attivisti dei Centri Sociali più tradizionali. All’inizio degli anni ’00 Milano era, assieme a Roma, un’avanguardia europea nella costruzione di modelli ibridi di aggregazione politica e socio-culturale che erano in grado di leggere ed agire le trasformazioni del contemporaneo. Luoghi come Pergola, Garigliano e il Bulk non erano solo spazi di aggregazione che riunivano ogni fine settimana decine di migliaia di giovani per metterli a confronto con la produzione culturale di Londra, Berlino o New York. Erano anche laboratori di costruzione di competenze professionali all’insegna dell’interdisciplinarietà e del bricolage: hacking, scenografia, design, organizzazione e comunicazione di eventi. Saperi che sono alla base delle economie immateriali e che sono stati dispersi quando centinaia di attivisti sono emigrati nella seconda metà degli anni ’00 in seguito al disastro gemello della repressione istituzionale e della crisi finanziaria. Si tratta di una sciagura che una città che aspira ad essere nodo globale deve assolutamente evitare di ripetere.

La terza riguarda la natura stessa di quell’innovazione che sembra essere così importante nello storytelling della Milano d’oggi.

Ogni territorio si trova continuamente di fronte a scelte politiche che mettono in discussione il rapporto tra spazi di cittadinanza e nascita di nuove istituzioni. Si può optare per un approccio legalista e top-down e sancire che le uniche forme di azione politica, culturale ed economica possibile sono quelle che nascono, crescono e muoiono all’interno di uno stretto sistema di norme date, oppure si può decidere che il sistema di leggi è un insieme di strumenti in divenire che deve costantemente accettare le sfide che vengono poste da ciò che si trova attorno – e perché no, al di là – di quello che è consentito.

Alla luce del quadro reazionario della politica italiana ed europea – che guarda caso negli ultimi tempi gioca sempre di più sul crinale di un legalismo peloso – Milano non può non trovare una strada che consenta alle forme di innovazione dal basso di nutrire il resto della società.




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Take Care and Make Your Coin. MACAO al Festival di Santarcangelo

2017 – Eva Neklyaeva, la direttrice artistica della stagione del Festival di Santarcangelo 2017/2019, seduta all’InfoPoint di MACAO ci chiede di raccontare quali sono le forme di organizzazione e di redistribuzione economica che stiamo sperimentando: è la prima volta che un’istituzione culturale italiana si interessa di questi aspetti.

Nasce così una collaborazione a lunga durata volta a contaminare un festival di teatro e arte performativa nato nel ‘71, con alcune delle tematiche e riflessioni che si sperimentano nel cosiddetto movimento delle “Nuove Istituzioni del Comune”. Il progetto si apre con un’inchiesta di MACAO ai lavoratori e alle lavoratrici del Festival – per capire i meccanismi interni e le economie di produzione –, che si formalizza in un’installazione di dati accessibili e interattivi, l’Open Love Point, in una delle location durante l’edizione del 2017.

La domanda che sottende questo incontro potrebbe sintetizzarsi così: gli ambienti economici che alcune comunità culturali e politiche stanno disegnando, possono essere tradotti all’interno di modelli di organizzazione culturale tradizionali – ovvero con un consiglio di amministrazione, una selezione di artisti/e fatta da una direzione artistica e un pubblico atteso annualmente per la verifica dell’intera operazione?

La sfida non è scontata come neanche il risultato. Ciò su cui vale la pena puntare è l’impatto culturale che una “performance” come questa può produrre. Se è vero che l’utopia scatena nuovi orizzonti per pensare e immaginare come vogliamo vivere, è anche vero che rivendicare l’utopia è qualcosa che ha molto a che fare con l’arte.

2016 – Come risposta a una precarizzazione del lavoro e della vita sempre più intensiva, la comunità di MACAO lancia una sperimentazione interna di remunerazione delle attività svolte attraverso una moneta virtuale chiamata “CommonCoin”. La sua progettazione comincia un paio di anni prima (Effimera, 21/22 giugno 2014) grazie alla collaborazione di diversi ricercatori e ricercatrici e di Dyne.org Foundation.

L’idea è quella di creare una moneta che permetta di rendere la sua riproduzione indipendente dal ciclo di valorizzazione del capitale, capace di uscire dalla logica del rapporto salariale e dell’economia della promessa, per innescare un processo di risignificazione collettiva del valore. La sua successiva integrazione con un Basic Income interno alla comunità, ha lo scopo di “liberare tempo” e rendere più sostenibile lo sviluppo di una serie di attività produttive autonome e un maggiore investimento nella logica dei Commons. Il disegno complessivo è quello di un dispositivo tecno-politico volto a sperimentare il governo di uno spazio e di una comunità secondo un’etica post-lavorista. Il desiderio, infatti, è quello di erodere lo spazio che occupa il lavoro salariato nelle nostre vite e nel nostro immaginario, non solo per lavorare meglio ma per lavorare meno. “To ‘have time’ means to work less” (Dalla Costa 1971, 15) e, in effetti, abbiamo bisogno di tutto questo tempo per trasformare il nostro immaginario sul lavoro. Così, l’aspetto più interessante di questa sperimentazione si lega alla pratica di ripensare il valore, attività che porta la comunità di MACAO a visibilizzare e remunerare ciò che tendenzialmente non si riconosce: dalla cura delle relazioni alla partecipazione ai processi di governance. L’ambito ricreativo, l’ozio e la cura, diventano così i luoghi della cooperazione sociale e della produzione di ricchezza, stimolando il superamento del modello valoriale quantitativo, verso una sua prospettiva qualitativa: un’economia “affettiva” che si sviluppa intorno all’intensità relazionale e che valuta questi processi, prima ancora di prodotti specifici (Massumi, 2018).

2018- Tornando ai risultati dell’inchiesta sul Festival di Santarcangelo, due sono gli aspetti che più emergono. Da una parte, le scarse economie complessive che il Festival raccoglie ogni anno tra fondi pubblici e privati, se paragonate all’impatto sul territorio e alla dimensione del suo programma, problema che a cascata provoca altre criticità. Dall’altra, la crescente distanza – reale o percepita – tra cittadini e cittadine di Santarcangelo e l’evento annuale con la sua comunità di “addetti ai lavori”.

Decidiamo di concentrarci sull’aspetto della distanza come elemento da sfatare e come pratica per ristabilire una cooperazione sociale capace di far fronte ad alcuni dei problemi legati alle poche economie disponibili: un’azione necessaria ma da affiancare a più ampi processi di trasformazione delle politiche culturali in Italia.

L’idea è semplice, vogliamo parlare di economia, sentirla come un fatto che ci appartiene e che possiamo reinventare in ambienti capaci di accogliere le comunità che li attraversano, agendo un’etica radicale della cura come condizione di esistenza di una comunità politica (Jordan 2003, 268-274).

Decidiamo allora di contattare gli abitanti di Santarcangelo che si occupano di benessere del corpo, e di salute in generale, per sviluppare un intervento nello spazio pubblico che tenga insieme questa connessione: la costruzione di un’economia circolare attraverso l’ideazione di una moneta locale, la SantaCoin, e l’offerta di servizi per il benessere di una comunità mista, tra abitanti e pubblici, che attraverserà Santarcangelo dal 6 al 15 luglio. Tagli di capelli, massaggi, lettura di tarocchi, tatuaggi, consigli alimentari, esercizi posturali e altro ancora, saranno al centro di un’installazione nella piazza principale di Santarcangelo, durante i fine settimana del Festival (7/8/13/14 luglio 2018).

Il programma si arricchisce di inediti “rituali” di cura con il sostegno di una trentina di professionisti del paese, mentre la circolarità della nuova “crypto” moneta è resa possibile dalla collaborazione con Commonfare e il circuito finanziario di social wallet da loro sviluppato “per assicurare la sostenibilità economica, l’autonomia e la libera espansione delle buone pratiche di welfare cooperativo” (Commonfare, 2018).

Il Festival di Santarcangelo diventa dunque il luogo ideale dove giocare “ai soldi” e il progetto Crypto Rituals lo spazio performativo per la produzione di Commons.

Con SantaCoin, sotto forma di talismano dotato di un QR code, il pubblico accede a tutti i servizi del Festival – dagli spettacoli alla mensa, dalla manicure alla lettura di tarocchi. Anche la comunità di locali coinvolta nel progetto può spendere le SantaCoin percepite durante i fine settimana, generando così più momenti di scambio tra cittadinanza e Festival.

Futuro

A Festival chiuso, gli attori del progetto si incontreranno per capire insieme cosa fare del plusvalore che Crypto Rituals potrebbe produrre. Forse si deciderà che “rilassarsi” deve poter essere una pratica accessibile e un bene comune, forse si deciderà di pagare lo stipendio della Sindaca in SantaCoin o forse accadrà qualcosa che semplicemente non si può predire. Quello che ci interessa è stimolare le persone a immaginare ambienti economici e relazionali differenti e a pensare chi sono e cosa fanno all’interno di questi ambienti.

Il rifiuto dell’economia della scarsità non può che essere un gioioso “no” collettivo a un modello, per crearne un’altro più vivibile e contagioso.

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Talismani in biglietteria

Bibliografia

Convegno a cura di Effimera e MACAO. 2014. La sfida della Moneta del comune e dell’istituzione finanziaria del comune: quali alternative reali? Un primo laboratorio di discussione. Milano.

Dalla Costa, Mariarosa. 1971. Women and the Subversion of the Community.

Massumi, Brian. 2018. 99 Theses on the Revaluation of Value: A Postcapitalist Manifesto. Minneapolis: University of Minnesota Press.

Jordan, June. 2003. Some of Us Did Not Die. New York: Basic Books.

Commonfare. 2018. Santacoin – Commonfare powers Crypto Rituals at Santarcangelo Festival.




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Macao, Milano. Rosetta alla conquista dello spazio

Rosetta alla conquista dello spazio.
Appunti per un diritto alla città

Il 9° appuntamento con il ciclo di incontri Rosetta. Un progetto culturale nomade, ideato da cheFare e Casa della Cultura con Fondazione Cariplo, è Mercoledì 13 Dicembre 2017 a Macao, in Viale Molise 68 a Milano.

In un centro per le arti in cui artisti e cittadini si uniscono e inventano un nuovo sistema di regole per una gestione condivisa e partecipata, ci chiederemo se esiste un “diritto alla città” e come si configura.

Programma
19.00 – Rosetta alla conquista dello spazio. Conversazione
Introduce Emanuele Braga per Macao

Partecipano:
Michel Bauwens – scrittore, attivista, fondatore della P2P foundation
Tito Faraci – fumettista e scrittore
Enzo Mingione – professore di sociologia economica, Università di Milano-Bicocca, presidente della Fondazione Bignaschi
Eva Neklyaeva – direttrice del Festival di Santarcangelo.

Modera Bertram Niessen – direttore scientifico di cheFare

21.00 – Djset di Matteo Saltalamacchia

L’Evento Facebook è qui: iscriviti, invita i tuoi amici, spargi la voce e vieni a Rosetta!

Come declinare nelle pratiche politiche e sociali del quotidiano un “diritto alla città”?
Secondo Lefebvre, “Il diritto alla città si presenta come forma superiore dei diritti, come diritto alla libertà, all’individualizzazione nella socializzazione, all’habitat e all’abitare. Il diritto all’opera (all’attività partecipante) e il diritto alla fruizione (ben diverso dal diritto alla proprietà) sono impliciti nel diritto alla città”.

Questa definizione ci permette di interrogarci su alcune questioni centrali nella storia dello spazio che ci ospita come nella nostra quotidianità: come si costituisce sotto un profilo squisitamente giuridico la “città come bene comune”?
Gli scambi e la condivisione (e il peer to peer) possono cambiare l’accessibilità degli spazi e arricchire questo diritto? Ci sono narrazioni che sfidano lo status quo delle città? In che modo gli spazi urbani includono o escludono? Si può ancora parlare della città di tutte e tutti? Quali territori possono essere adibiti alla produzione artistica e culturale?

Questi sono solo alcuni degli interrogativi che svilupperemo nel corso dell’incontro a Macao, uno dei simboli più interessanti di queste tematiche.




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Il collettivo Macao sfida la politica per ripensare Milano

Una sera piovosa di maggio a Macao c’è un poetry slam, ma quando arrivo è ancora presto e la sala principale è quasi vuota. Ha appena smesso di piovere. La luce delle lampade appese alle colonne decorate, in corrispondenza con il ballatoio del secondo piano, si mescola al chiarore che ancora filtra dal lucernario. Dietro al bancone del bar un ragazzo sta cambiando un fusto di birra; dall’altro lato della sala, un uomo comincia ad allestire il palco.

È straniante vedere questo spazio occupato, sempre così pieno di vita, immobile e silenzioso. Ed è doloroso pensare che potrebbe rimanere così per molto tempo – sgomberato. Ma è una possibilità contro la quale Macao sta lottando, provando a coinvolgere l’intera città con un’idea innovativa.

Per capire cosa sta succedendo, e perché questa vicenda non riguarda solo Milano, bisogna fare un passo indietro.

Come siamo arrivati fin qui?
Il 5 maggio 2012, centinaia di persone occuparono un grattacielo vuoto a due passi dalla stazione centrale di Milano, la Torre Galfa. Era l’atto di nascita e la prima incarnazione di Macao – nuovo centro per le arti, la cultura e la ricerca: e il gesto ebbe una fortissima rilevanza simbolica. Era un guanto di sfida non solo ai proprietari (il gruppo Ligresti) ma a un intero modo di pensare lo spazio urbano.

Per citare il collettivo stesso: “Un grattacielo vuoto, inerte, inutile al tessuto sociale, simbolo prepotente delle logiche insensibili della speculazione edilizia viene restituito alla città, riscattato da una moltitudine di cittadini che vogliono dimostrare come si possa immaginare e costruire una capacità cooperante di fare arte, cultura e ricerca”.

Torre Galfa fu sgomberata nel giro di dieci giorni; Macao occupò palazzo Citterio, un altro stabile abbandonato, stavolta a Brera, in pieno centro; anche palazzo Citterio fu sgomberato. Ma il collettivo resisteva, sostenuto da un certo entusiasmo diffuso e da una curiosità più generale.




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Macao: produzione simbolica e sistema dell’arte

Smettiamo di portare la politica nell’arte, pensiamo piuttosto di considerare l’arte come un’occasione per politicizzare l’esistente: questa è la relazione ambigua e scandalosa che sempre intercorre fra arte e politica. La sfida che abbiamo sempre di fronte è quella di marcare una differenza fra l’estetizzazione di contenuti politici accettando in modo reazionario i processi convenzionali della produzione artistica, e dall’altra intravvedere percorsi in cui i processi artistici sono occasioni di costruzione di soggettività politica. Questo è il luogo della sfida, dello scarto, della produzione di differenza.

Per intraprendere questa strada voglio in primo luogo porre una nota di metodo. Non avrò un approccio analitico, ma terrò un punto di vista interno alle pratiche, alle azioni cui ho preso parte con altri compagni e compagne, o richiamerò altre pratiche che riconosco come esempi di processi di attivazione e emancipazione e produzione di differenza. Il richiamo va al metodo della con-ricerca, a quell’attitudine del cercare di comprendere dall’interno di un movimento collettivo, un processo in cui i concetti, le immagini, le narrazioni sono sempre situate all’interno di un percorso di lotta e conflitto. Spesso queste figure parlano di tensioni produttive, spesso anche di errori e perseveranza, di continua produzione di entropia, di parole chiave o totem, che più che contenere una sintesi rassicurante hanno il potere di sovvertire l’esistente indicando scenari instabili e per nulla definitivi.

Per approcciare con estrema leggerezza questo argomento-monolite che è il futuro del comunismo, o l’arte contemporanea in relazione al comunismo voglio ricordare un incontro: qualche anno fa ci venne a trovare a Macao a Milano un amico artista, Dan Perjovschi. Dan è un artista formatosi sotto il regime di Ceausescu in Romania, e diventato dopo il crollo del regime un famoso artista internazionale, ospitato nelle grandi istituzioni dell’arte, come Moma, Stedelijk, Van Abbem, Tate…

In quell’incontro lui ci disse che era impressionato dal nostro desiderio di ricostruire un noi, quando lui aveva passato tutta la vita a rivendicare la possibilità di essere un io. Osservava a Macao assemblee di artisti che discutevano di abolire il concetto di autore e di opera, che decidevano in modo collettivo con il metodo del consenso, osservava con curiosità questo desiderio politico di ricostruire un corpo collettivo. Osservava queste singolarità umiliate dalla precarizzazione del lavoro, dalla frammentazione e dalla competizione, e comprendeva che la sfida in quel momento per noi stava in quella gioia di essere un corpo sociale in movimento.


Nella foto: Gianmarco Bresadola, St. Elisabeth-Kirche




Macao ci costringe a domandarci cosa significhi essere pubblici oggi a Milano

A Macao siamo entrati le prime volte in punta di piedi, insicuri davanti a un luogo che non riconoscevamo: non era un locale, non era un Arci, ma di sicuro non era un centro sociale. I primi di Macao, lì dentro, non ci erano entrati altrettanto in punta di piedi. Nonostante l’opinione comune voglia che l’ex borsa del macello sia stata offerta dal Comune dopo l’occupazione della torre Galfa, in realtà Macao lì dentro ci è entrato con un atto violento, rompendo il catenaccio che ne chiudeva il portone.

Al nascente collettivo di Macao era stato proposto invece di regolarizzarsi e di entrare dentro le Officine Creative Ansaldo. Il collettivo ha rifiutato ed è entrato dentro alla palazzina liberty di Viale Molise, abbandonata da fine anni Ottanta e di proprietà del Comune, tramite la partecipata Sogemi, proprietaria di tutta la zona dell’Ortomercato. Il Comune concede — a posteriori possiamo dire per impossibilità politica o incapacità amministrativa — un tacito nulla-osta, lasciando che Macao si sviluppi e si radichi come un’isola all’interno del quartiere Molise-Calvairate.

In realtà, con il passare del tempo, all’interno della palazzina si sono sviluppati progetti e realtà diverse dai tavoli e l’iniziale netta separazione disciplinare ha sempre più lasciato spazio a collaborazioni trasversali tra i vari gruppi del collettivo. Il principio di governo di Macao è il consenso unanime, senza il quale una decisione non viene mai presa.

Una soluzione che può dividere in termini di efficienza ma che nel caso di Macao non ha mai peccato di efficacia e non ha bloccato la volontà del collettivo di sperimentare sia verso l’esterno in termini di offerta artistica, sia all’interno con forme organizzative alternative — per esempio, la sperimentazione dei Commoncoin, la moneta interna di Macao, è probabilmente un unicum nel settore culturale italiano.

Macao è un esempio di condivisione atipica per Milano: è un esempio di ciò che oggi può significare spazio pubblico in una città. Sui pad condivisi, nei quali vengono scritti i loro comunicati a 30/40 mani, i messaggi, le correzioni e le discussioni si susseguono per ore.

Anche per questo motivo, abbiamo chiesto a Giovanni, Emanuele, Federico e Leonardo di Macao di commentare, correggere e condividere la stesura di questo articolo, per mostrare una di quelle facce di Macao che non vedete quando vi trovate a ballare afrobeat davanti ai capitelli taurini della sala grande. (Qui potete trovare la bozza originale con i commenti e le correzioni.)




Se Macao non ci fosse

Arco della Pace. Sempione, Milano 24 aprile 2017. Bande con tamburi e cantautori italiani alle casse per dire che “Se Macao non ci fosse…” … bisognerebbe (re)inventarlo. Non bisognerebbe demolirlo, non bisognerebbe lottizzarlo, non bisognerebbe venderlo, non bisognerebbe pagarlo.

La questione è annosa, lo so. Lo sappiamo. L’implicazione sta in ciò che noi costruiamo come “comune”. E prima ancora in ciò che noi intendiamo come tale.

Mettiamola così: Macao c’è da cinque anni e ha prodotto gioia, salute mentale, divertimento, uno spazio in più dove respirare liberamente. Questi bisogni sono talmente antropologicamente dati che non è davvero il caso di doversene privare. Siamo stati pagati per questa produzione? No di certo. Siamo stati sovvenzionati? Ogni tanto le entrate andavano a contributo.

Oggi la minaccia è che Macao scompaia, che venga ingoiato silenziosamente da una società del Comune di Milano per il 99%, una cosiddetta in house (azienda pubblica) che si chiama Sogemi e che, come si vede, ha interessi suoi specifici, diversi da quelli di ciò che per inerzia chiamiamo ancora “Comune”. Sono interessi privati, tediosamente di profitto.

Ma – abbasso i vittimismi! – possiamo ancora tentare la carta del comune col Comune. Possiamo, in altre parole, ricordare al Comune che abbiamo prodotto bellezza insieme (e non ce la siamo fatta pagare), ma adesso però non è che bisogna togliere con la solita carta del profitto qualcosa che è di tutti; una ricchezza di tutti, che – noi proponiamo – al posto di essere accumulata sarà diffusa. Di questo si tratta: diffondere al posto di accentrare. È così che potremo davvero ritrovarci più ricchi.

Sogemi – “la Società per Azioni che, per conto del Comune di Milano, gestisce tutti i mercati agroalimentari all’ingrosso della Città, garantendone il funzionamento tramite l’erogazione di qualificati servizi atti a supportare le attività commerciali svolte dagli operatori” – propone l’ennesimo polo enogastronomico per impoveriti spendaccioni presi per la gola. Ma a leccarsi i baffi non saremo tutti. Sarà in primis la Sogemi S.p.A.

Il Comune non ha affatto detto No a Macao. C’è spazio per negoziare un diverso uso della palazzina Liberty di Viale Molise 68.

Ma spetta a noi tutti, cittadini e non, trovare la tattica giusta per offrire una proposta concreta che non faccia finire questo spazio nel tritacarne della speculazione edilizia. Allora, sono giunti consigli preziosissimi dall’esperienza tedesca degli ultimi vent’anni.

È nel 1990 che nasce il Mietshäuser Syndikat a Friburgo. Un’astuzia giuridica, così ben congegnata che dura ancora, permette di evitare gli sfratti. Un’idea deliziosamente ambiziosa: comprare casa collettivamente. E come si fa? Negli anni in Germania (e poi in Norvegia, in Svezia, Svizzera, Olanda…) si è affinata una tecnica che pare essere stata inizialmente concepita da un avvocato engagé, Matthias Neuling.

L’idea è questa: una forma societaria assimilabile all’italiana SrL (società a responsabilità limitata) ha la proprietà del bene, e i suoi due azionisti sono l’assemblea di abitanti e il sindacato. L’assemblea è sovrana nella gestione del luogo, ma per decisioni per così dire straordinarie, ossia di trasformazione del luogo, di diverse destinazioni d’uso etc. la scelta deve essere congiunta (assemblea + sindacato).

Gli abitanti pagano un contributo mensile (che nel caso tedesco di solito si aggira attorno ai 300 euro comprensivi di spese) per l’uso del luogo, che rimane distinto dalla proprietà, la quale rimane collettiva. Questi canoni di locazione sono dei crediti bancari a tassi simbolici.

Sì perché, di fatto, la questione sta tutta nel trovare un 40 % di capitale proprio e farsi prestare da banche che hanno vocazione particolarmente etica il 60 %. Allora, la prima percentuale dove andarla a pescare? Cioè, il problema abitativo sta proprio nel fatto che gli immobili hanno un costo proibitivo.

A mano a mano che il Mietshäuser Syndikat, dimostrando l’efficacia del proprio operato, ha ricevuto fiducia, è diventato più facile trovare quel 40 % mediante il prestito di amici e di sostenitori – oggi si potrebbe anche pensare a un crowdfunding. E’ così che questo conglomerato di progetti abitativi anche molto differenti l’uno dall’altro consta già di 123 progetti, 2.839 abitanti, investimenti per 129 milioni di euro, per sempre strappati alla speculazione immobiliare.

Chiaramente, le regole ci sono. Principalmente, i luoghi condivisi implicano, come ricorda Emanuele Braga, che

1. non si vada in rosso.
2. non se ne tragga profitto.
3. non si venda.

Gli obiettivi che legano tutti i progetti immobiliari, pur nella loro diversità, sono i punti di partenza comuni:

– Una comunità di persone localizza case vuote/disabitate: decide di abitare insieme sul lungo periodo, cerca strutture adeguate, spesso con spazi comuni per eventi pubblici, assemblee, progetti e iniziative imprenditoriali.
– Oppure, residenti di lungo periodo di una casa che non si rassegnano alle intenzioni del proprietario di vendere, progettano in modo auto-organizzato di acquisire la “loro casa”.
– Oppure, gli occupanti di un immobile destinato alla demolizione (o ad altro uso) cercano una prospettiva nonostante gli inevitabili contraccolpi emotivi derivanti dalle minacce di sfratto e negoziazioni.

Perché farlo?

– desiderio di auto-organizzazione
– necessità di alloggi a prezzi accessibili (lotta contro i meccanismi di gentrificazione)
– avere uno spazio culturale
– creare uno spazio politico
– abitazioni ecologiche
– “nuove” forme di convivenza (vivere insieme e non da soli)
– motivazione politica (mettendo in discussione e trasformando il concetto di proprietà)
– creazione di proprietà gestite dai commons
rete di solidarietà della Mietshäuser Syndikat

Se Macao fosse immesso nel mercato immobiliare questa chance non ci sarebbe. È evidente che sui soldi si è sempre perdenti. Non ci si può battere con la Sogemi SpA perché le armi non sono pari. Ma Macao è ancora un luogo comune, per il quale ci si può battere anche con astuzia giuridica.


Immagine di copertina ph. Luca Chiaudano




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Macao. Cronistoria di come siamo arrivati all’associazione

L’associazione che stiamo costituendo serve per proteggere Macao dalla vendita della palazzina di Viale Molise 68, programmata da Sogemi spa per risanare il suo bilancio; in questi 5 anni, Macao ha abitato la palazzina Liberty ora in vendita, distogliendo un luogo abbandonato dal vuoto in cui era immerso, e riattivandolo per la città.

Per pre iscriversi all’associazione, basta lasciare i vostri contatti qui http://www.macaomilano.org. Sarete poi guidati tramite mail per completare l’adesione.

Il percorso che ci ha portati ad immaginare e desiderare questo strumento parte nel 2014, quando Macao apre con il comune di MIlano un tavolo partecipato, che dura due anni, per depositare in consiglio comunale una delibera che conferisce la gestione degli spazi abbandonati a comunità che si autoorganizzano dal basso. La delibera non viene mai discussa in consiglio (qui è consultabile il testo della delibera: http://www.macaomilano.org/spip.php?article456).

Nel frattempo, lo scenario politico cittadino cambia: nell’agosto del 2017, il neoeletto sindaco Beppe Sala nomina Cesare Ferrero (Ex Country Manager e Amministratore Delegato di BNP Paribas Real Estate Italia) a nuovo direttore della controllata del Comune che gestisce l’ortomercato di Milano: Sogemi Spa. Il rapporto tra Macao e Sogemi è semplice: le palazzine Liberty di Viale Molise sono di proprietà di Sogemi che, pur essendo una partecipata del Comune di Milano, ne ha la piena disponibilità e può pertanto decidere di vendere questi immobili per fare cassa.

Infatti, nello scorso autunno il nuovo direttore fa esplicitamente intendere a tutti i soggetti che sono attivi sull’ortomercato abbandonato che intende recidere qualsiasi contratto esistente per poter disporre degli immobili e venderli. Macao non ha un contratto, pertanto la strada da percorrere sarebbe un’altra: quella dello sgombero.

A febbraio 2017, infatti, il quotidiano “La Repubblica” titola la prima pagina della sezione milanese dicendo che, in conseguenza alla vendita prospettata da Sogemi, Macao è sotto sgombero. Rispondiamo dicendo che non siamo al corrente di questo tipo di minaccia da parte della procura, ma che sappiamo bene della determinazione di Sogemi a vendere le palazzine per i suoi problemi finanziari, senza alcun progetto per la città – se non ottenere il massimo del profitto, inserendo le palazzine sul mercato immobiliare.

Pochi giorni dopo, Beppe Sala, sollecitato da radio popolare, afferma che è aperto al dialogo, riconoscendo in Macao un interlocutore importante.

Nel frattempo, cominciamo a pensare come proseguire il percorso iniziato anni prima con la delibera, il cui obiettivo era trovare un modo per estromettere la palazzina di Macao dal mercato immobiliare, quale pratica riproducibile per istituire beni comuni.

A inizio marzo ospitiamo quindi un workshop con Mietzhauser Sindakat per articolare meglio l’idea di comprare la palazzina di Viale Molise 68 e renderla una proprietà comune, destinata a rimanere negli anni un bene disponibile per la cittadinanza ed autogovernato.




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Macao. Scandalizzare è un diritto: Compriamoci l’ex macello

Vogliamo macao perché non volerla sarebbe follia
perché lo amiamo e la amate
perché è curare, immaginare, agire

In questi anni Macao ha creato una contraddizione, l’ha curata perché potesse essere quel luogo dove sperimentare forme e tempi inediti di lavoro, relazioni, politica; un luogo di domanda al presente, in cui donne e uomini – con il corpo, il tempo, l’intelligenza ed il cuore, hanno inventato qualcosa di imprescindibile e insieme possibile per tutt*.

Siamo serie, siamo stanchi di relazioni a metà: vogliamo tutto, osiamo rivoltare il diritto ribellandoci all’imminente.

Di fronte alla possibile vendita delle palazzine di Viale Molise da parte di Sogemi spa, vogliamo rendere lo spazio di Macao un bene della città, invendibile e inalienabile: daje, compriamoci l’Ex Borsa del Macello.

Ci troviamo quindi a ragionare su come mantenere questo spazio, che prima di tutto è un modo di vita. Prima delle sue pareti è uno spazio di relazioni, un punto dove entra e esce la città, un significante.

Vogliamo mantenere questo spazio perché ha una storia, ha un presente ed immagina un futuro dal quale non possiamo prescindere; per questo non accettiamo che venga venduto secondo logiche speculative e senza un progetto reale per la città:

Macao oggi è uno spazio attraversato in modo continuativo da persone, progetti e visioni. Bisogna arrendersi: la Palazzina di Viale Molise 68 non è più uno spazio di pochi; da quasi cinque anni, non è più un luogo privato.




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Una giornata a Macao

Se si arriva a Macao prendendo una linea del passante e si scende alla fermata Porta Vittoria ci si trova davanti ad un paesaggio urbano che ha certamente l’aspetto di un cantiere, un’area in costruzione. Edifici residenziali incompleti o ancora vuoti, aree verdi in stato di abbandono, cumuli di terra, recinzioni sono tutti elementi che compongono un cantiere che dura da più di dieci anni e che avrebbe dovuto contribuire alla riqualificazione dell’intera porzione urbana, grazie soprattutto ai servizi della collettività, tra tutti la Biblioteca Europea d’informazione e cultura che non verrà mai realizzata.

Alle spalle della fermata del passante si può scorgere il complesso dei Frigoriferi Milanesi, uno dei maggiori magazzini del ghiaccio in tutta Europa, ora riconvertito a spazio polifunzionale in cui si sono insediate numerose aziende che operano nel campo dell’arte e della cultura.

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Procedendo su viale Molise – in una zona ad alta densità abitativa, molto diversificata sia in termini di culture che di reddito – al civico 68 ha sede Macao, a fianco di alcuni capannoni abbandonati, facenti parte del complesso dell’ortomercato e di proprietà di Sogemi, di cui si possono intravedere gli imponenti scheletri attraverso le cancellate. Molte delle strutture affacciate su viale Molise e oggi in disuso, erano in precedenza destinate a funzione amministrativa e burocratica e connesse alla presenza del complesso ortofrutticolo.

Nello specifico, il collettivo – che nel 2012 aveva occupato prima la Torre Galfa e poi Palazzo Citterio – ha trovato sede nell’ex Borsa del Macello, un edificio storico costruito tra il 1912 e il 1924, cui si accede attraverso una scalinata e un porticato esterni.

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Una volta superato l’ingresso ci si trova all’interno del salone balconato che conserva ancora tutta la bellezza di uno spazio in perfetto stile liberty. Si tratta di una sala a pianta quadrata, di circa 20 per 20 metri, con un’altezza di circa 11 metri, un tempo adibita a sala delle aste dove si decidevano i prezzi della carne e dove avvenivano gli scambi monetari tra venditori e compratori di grande quantità di prodotti.

Il perimetro del salone è circondato da un colonnato che sostiene il ballatoio del piano superiore. Le colonne sono quasi tutte decorate da elementi floreali al piano terra, e da applique con decorazioni di ferro battuto al primo piano, che, insieme alla boiserie sulle pareti, contribuiscono a restituire quel sapore liberty caratteristico dell’inizio del XX secolo.

Il salone era un tempo sormontato da un doppio lucernario in vetro che ad oggi è stato sostituito da una copertura in plexiglass come primo lavoro di ristrutturazione da parte degli occupanti, per poi procedere con la sostituzione delle finestre.

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foto di Luca Chiaudano CC BY-NC-SA 4.0

Sia a piano terra che al piano superiore, dietro il colonnato si trovano i corridoi su cui affacciano una serie di porte da cui si accede ad alcune stanze di dimensioni più ridotte adibite a sale cinema, sale prova, studi artistici, laboratori di falegnameria, verniciatura, saldatura, officine, spazi accessibili e aperti a tutti, utilizzati sia da membri del collettivo che da frequentatori più occasionali.

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foto di Luca Chiaudano CC BY-NC-SA 4.0

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I due vani scala si localizzano rispettivamente a destra e a sinistra del salone centrale. Si accede così all’ultimo piano, dove si trovano due hangar di 26 per 10 metri ciascuno, che fungono anch’essi da spazi multifunzionali nei quali è possibile costruire e allestire scenografie e particolari installazioni e ambientazioni.

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foto di Luca Chiaudano CC BY-NC-SA 4.0

La sala, dove ora è stato allestito anche il bar, è certamente lo spazio più flessibile e multifunzionale dell’edificio ed è utilizzato per tutti i grandi eventi organizzati dal collettivo, concerti, spettacoli, proiezioni, convegni, mostre ed esposizioni come, per citarne alcuni, il Cinemacello – il cinema di Macao – workshop di autocostruzione, la fiera di editoria indipendente INEDITO e molti altri.

Ogni proposta che sembra essere in linea con il posizionamento di Macao viene presentata, discussa e approvata durante l’assemblea centrale, aperta ed accessibile a tutti, che si riunisce settimanalmente. È poi l’amministrazione centrale che si occupa della gestione dello spazio, dell’accesso ai mezzi di produzione e successivamente della redistribuzione dei profitti.

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foto di Luca Chiaudano CC BY-NC-SA 4.0

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foto di Luca Chiaudano CC BY-NC-SA 4.0

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foto di Corrado Gemini CC-BY-NC-SA 4.0

Durante la Milano Fashion Week di giugno 2016 l’assemblea centrale di Macao ha deciso di ospitare la sfilata dello stilista croato Damir Doma e di affittare, quindi, lo spazio in forma di donazione per un evento ufficiale del circuito moda, sufficientemente distante dalle logiche e dai contenuti di sperimentazione di Macao.

Tuttavia l’identità e il contributo del collettivo anche in questo caso hanno giocato un ruolo fondamentale che è stato dichiarato a conclusione della sfilata quando, ad insaputa degli organizzatori e dello stilista, è stato emesso il comunicato stampa ed è stato appeso sulla facciata dell’edificio uno striscione che indicava “con la sfilata ospitata negli spazi di Macao, la Milano Fashion Week finanzia l’opposizione al governo fascista di Erdogan”. Il ricavato dell’affitto è stato, quindi, funzionale a sostenere altre cause rilevanti e di interesse per il collettivo, e perciò inserito in una programmazione e in una riflessione più ampia e complessiva.

Tale episodio testimonia la volontà di Macao a proporsi principalmente come una modalità operativa e alternativa del fare cultura più che come uno spazio fisico multifunzionale.

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foto di Luca Chiaudano CC BY-NC-SA 4.0


Immagine di copertina: foto di Corrado Gemini CC-BY-NC-SA 4.0