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Macao

Macao è un centro indipendente per le arti, la cultura e la ricerca.
Evitando il paradigma dell’industria creativa e cercando di innovare la vecchia concezione delle istituzioni culturali, Macao considera la produzione artistica come un processo vitale per ripensare i cambiamenti sociali, elaborare critiche politiche indipendenti e come uno spazio dove sperimentare modelli innovativi di governance e di produzione.




Che cos’è Macao

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Macao risponde a nome del Nuovo Centro per le Arti, la cultura e la ricerca Macao alle 15 domande di cheFare sui nuovi modi di fare cultura. È una rubrica pensata per dare una rappresentazione del panorama delle nuove realtà culturali dal basso collegate tra loro dalla rete di cui facciamo anche noi.
Per leggere le altre interviste vai qui.

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Perché Macao si chiama Macao?
Siamo sicuri che è un acronimo, ma sappiamo che ce ne sono molte versioni.

Quando è nato?
Nel 2012

Dove?
Per strada

Perché?
Perché gli artisti avevano capito di essere diventati un modello di sfruttamento che avrebbe rivoluzionato il mercato del lavoro globale. Essere flessibili, smart, creativi, docili, connessi e senza un euro sarebbe diventato il nuovo modo per farsi sfruttare a vita. Perché c’era voglia di riappropriarsi del proprio futuro e degli spazi per poterlo immaginare.

Che fa Macao?
E’ un’assemblea aperta di collettivi, amiche e amici, singol* artist* e attivist* che co-disegnano un programma pubblico d’arte e di ricerca. Ora è un palazzo magnifico e decadente, in cui le muffe convivono con i topi e gli studenti, i senzatetto e i musicisti, i richiedenti asilo e gli economisti. E’ un modo di aiutarsi a vicenda, sostenersi economicamente col mutuo aiuto, e inventare forme organizzative nuove basate sulla solidarietà, anti-capitaliste e transfemministe.

La cosa più importante che ha fatto Macao
Sono due. Prima ha fatto dimenticare alla gente di tornare a casa. Adesso vuole inventare una nuova forma di proprietà comune, non più vendibile, per sempre accessibile, senza titolari che comandano.

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Perché sono le più importanti?
Perché il personale è politico. E perché questa nuova forma di proprietà comune farà di Milano un esempio di audacia e innovazione

Cosa c’è di innovativo nel dimenticarsi di tornare a casa?
Per inventare un mondo post-capitalista, post-lavorista, sostenibile e cooperante ci vogliono momenti simbolici di rottura radicali. Dobbiamo saperci dimenticare di come siamo abituati a comportarci. Per questo è importante avere spazi in cui ci si dimentica di tornare a casa.

Cosa c’entra la cultura con questa esperienza?
Be’, è evidente. La cultura è il modo in cui vedi il mondo. Se vuoi vedere un mondo diverso da questo, devi allenare lo sguardo. Etica e Estetica, il modo in cui ci comportiamo e il modo in cui vediamo o sentiamo, non sono poi così distanti.

Quali sono le ricadute sociali di questa esperienza?
Si attirano molte persone, perché hanno voglia di esprimersi, perché cercano sostegno economico e perché capiscono che è un modo radicale di mettere in discussione la propria vita.   

Leggi anche l’articolo  Milano può fare a meno di Macao? di Bertram Niessen

Con Macao si mangia?
Si mangiano le verdure dei produttori indipendenti, le marmellate di Rinaldo, le arance della Sicilia e l’olio della Puglia comprate in Commoncoin e in Faircoin (monete alternative che negli anni ci siamo inventati). Tutti gli artisti del programma vengono pagati. In più distribuiamo un reddito di base a tutti i partecipanti. Macao non basta per vivere, ma il sistema di redistribuzione solidale di beni e servizi ci permette di essere più liberi e di poter rifiutare qualche lavoro di merda in più.

Come fate a stare in piedi?
Non stiamo solo in piedi. Stiamo anche coricati, a volte ci rotoliamo nel fango. Sappiamo fare anche la verticale sulla testa. Abbiamo occupato il grattacielo di Ligresti, abbiamo proposto di fare il nuovo museo della Grande Brera, vogliamo comprare un edificio milionario senza avere un soldo, e davvero non scherziamo. Abbiamo centinaia di tesi di laurea e dottorato dedicate al nostro modello di organizzazione culturale ed economico… Per cui spesso abbiamo dei cali di pressione, ci consigliano di stare un po’ seduti e tirare in alto le gambe per fare andare il sangue alla testa.

Qual è l’ostacolo più grande che volete superare?
Ciò che impedisce di essere felici o di eliminare la violenza di genere ed essere sostenibili.

Fate parte di un network più grande di voi?
Sì. Non solo di uno ma di tanti. Alcuni sono fatti di legami intensi, altri sono più di formali.
Prima di tutto gli artisti, gli amici, gli intellettuali, gli altri esercenti del quartiere e della città. Poi la rete dei teatri occupati italiana, o quel che ne rimane. Nonunadimeno e tanti collettivi femministi e transfemministi. I movimenti per la lotta ambientale e il network globale di Faircoop e Bank of the Commons. L’Institute of Radical Imagination: una piattaforma di grandi musei e nuovi centri d’arte per un mondo post-capitalistico. Tante università e progetti sparsi per il mondo.
Organizzare le reti è la sfida del secolo e  quello che conta è la qualità delle relazioni che si si instaurano.

Cosa avete intenzione di fare per creare un futuro migliore?
Non saprei… una festa è meno impegnativa di un’assemblea, ma sono tempi bui… e ci si accontenta anche di poco: basterebbe farla finita con sessismo e razzismo, e introdurre un vero reddito universale di esistenza.


Tutte le foto sono di Luca Chiaudano




Innovazione urbana. Milano può fare a meno di Macao?

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Le città devono costantemente misurarsi con l’emergere di nuove istituzioni e nuove organizzazioni che rispondono a nuove necessità. Chiamatele, se volete, forme d’innovazione urbana.

Il Centro per le Arti, la Cultura e la Ricerca Macao – che oggi è al centro di un complesso caso politico-amministrativo che rischia di concludersi con lo sgombero – ne è un tipico esempio. Nato nel maggio 2012 come esito di una mobilitazione dei lavoratori del mondo dell’arte, ha segnato un momento di forte innovazione rispetto alla tradizione milanese del rapporto tra movimenti sociali e spazi occupati. Se i centri sociali degli anni ’80, ’90 e 2000 avevano una filiazione diretta – per quanto complessa, articolata e talvolta contraddittoria – con il periodo de ”l’Orda d’Oro” (1968-1977), la prima occupazione di Macao era più vicina alle mobilitazioni assembleari che in quegli anni smuovevano Stati Uniti (Occupy) e Spagna (Indignados) e che in Italia prese la forma delle occupazioni dei lavoratori della cultura e dello spettacolo (Teatro Valle a Roma, Ex Asilo Filangeri a Napoli e molti altri).

Si tratta di realtà contigue al mondo dei Centri Sociali, che ne condividono in parte metodi e pratiche ma che hanno tra i propri obiettivi costitutivi due punti-chiave che per le occupazioni “tradizionali” erano solo accessori: la mobilitazione diretta dei lavoratori della cultura e la costituzione di poli indipendenti per le arti, la musica e la cultura.

In questo senso, quindi, esperienze come Macao hanno più punti di contatto con omologhi internazionali come il !Wowow! di Peckham, il Kunsthaus Tacheles di Berlino, il 59 Rue de Rivoli di Parigi o il Metelkova di Ljubljana che non con importanti luoghi storici dell’underground politico come il Cox 18 o il Leoncavallo a Milano o il Forte Prenestino a Roma.

Come e ancora più che per questi ultimi, quindi, il destino dei centri culturali indipendenti occupati chiama in causa la governance culturale di una città. Si tratta di vicende complesse che hanno implicazioni sia sul livello delle grandi questioni di principio che su quello estremamente pragmatico delle norme.

Giusto per inanellare una serie di questioni, a cui non si può pretendere di rispondere in queste poche righe ma che non ci si può esimere di affrontare nella costruzione della governance culturale di un territorio:

È giusto occupare illegalmente spazi non utilizzati? Ed è giusto farlo solo quando sono pubblici (come pubblica è l’attuale casa di Macao, l’ex Borsa del macello di Milano) o anche quando sono privati (come nel caso della prima clamorosa occupazione dei 33 piani della centralissima Torre Galfa)?

Gli eventi organizzati in questi spazi devono essere sempre e costantemente gratuiti o devono avere un “prezzo sociale”? In questi casi è legittimo pensare ad un “auto-reddito” o ogni prestazione deve avvenire a titolo puramente volontaristico?

Il rapporto con il quartiere ed il territorio di riferimento è importante per esperienze che spesso nascono in zone ex-industriali? Cosa è auspicabile e da quale punto di vista?

Questi spazi costituiscono una forma di concorrenza sleale nei confronti di esperienze interamente regolamentate i cui costi di gestione sono molto più alti o svolgono piuttosto il ruolo di enzimi di sperimentazione che possono essere poi ripresi e sistematizzati?

A chi e in che misura spettano le spese di messa a norma di quegli spazi che rappresentano il lascito – meraviglioso, decadente e scomodo – della città fordista?

Quali tipi di relazioni possono intercorrere tra le istituzioni riconosciute, la pubblica amministrazione e organizzazioni che hanno scarsa o nessuna ufficialità?

Esperienze di questo tipo costituiscono un baluardo della società civile nei confronti della ratio puramente speculativa del mercato immobiliare o fungono piuttosto da avanguardie per processi di gentrification che in tempi brevi impoveriscono i tessuti urbani che li hanno generati?

Non sono domande con le quali si confronta solo Milano: la maggior parte delle grandi metropoli occidentali ha provato a rispondere in questi ultimi vent’anni con soluzioni che non sono mai binarie (si o no; giusto o sbagliato) ma dipendono sempre da variabili culturali, politiche, sociali ed economiche e da complessi sistemi di forze e di poteri situati nello spazio e nel tempo. Sono domande che si stanno riproponendo anche in questi giorni, negli articoli di giornale e sui social network. Nei dibattiti che si stanno infiammando abbondano però appelli ai massimi sistemi o questioni di lana caprina; nessuno dei due approcci sembra particolarmente utile in questo momento.

Guardando a quello che succede a Milano, Italia, sul finire del 2018 ci sono piuttosto tre evidenze ineludibili che costituiscono il presupposto di base per ogni scelta su questa particolare forma di innovazione urbana.

La prima è che Macao è un luogo insostituibile nella costituzione del panorama culturale della città. Quando viene un amico dall’estero che ha già visto il Castello Sforzesco, lo Stadio o Il Duomo dove lo porti? A Macao. Nonostante il rilancio degli ultimi anni – e nonostante il lavoro finalmente internazionale che stanno facendo alcune istituzioni ufficiali e un numero crescente di organizzazioni più o meno “dal basso”- senza Macao Milano perderebbe uno dei suoi pilastri del Contemporaneo. Niente più residenze artistiche. Niente più concerti di musica più o meno sperimentale e niente più performance teatrali (incalcolabili, ma sicuramente nell’ordine delle migliaia). Niente più festival come Saturnalia, che con le sue 30 ore e 47 performance è diventato uno dei punti di riferimento qualitativi su scala europea. Niente più, insomma, produzione e distribuzione di una parte significativa di opere che vivono in circuiti paralleli e complementari a quelli ufficiali puramente di mercato.

Se Milano vuole provare ad essere davvero una città di rilievo internazionale non può permettersi il lusso di privarsi di un luogo di questo tipo. Tocca rimboccarsi le maniche e pensare ad un percorso comune.

La seconda ha a che fare con lo spreco di capitale umano, e si comprende meglio se si guarda in retrospettiva al percorso seguito dagli attivisti dei Centri Sociali più tradizionali. All’inizio degli anni ’00 Milano era, assieme a Roma, un’avanguardia europea nella costruzione di modelli ibridi di aggregazione politica e socio-culturale che erano in grado di leggere ed agire le trasformazioni del contemporaneo. Luoghi come Pergola, Garigliano e il Bulk non erano solo spazi di aggregazione che riunivano ogni fine settimana decine di migliaia di giovani per metterli a confronto con la produzione culturale di Londra, Berlino o New York. Erano anche laboratori di costruzione di competenze professionali all’insegna dell’interdisciplinarietà e del bricolage: hacking, scenografia, design, organizzazione e comunicazione di eventi. Saperi che sono alla base delle economie immateriali e che sono stati dispersi quando centinaia di attivisti sono emigrati nella seconda metà degli anni ’00 in seguito al disastro gemello della repressione istituzionale e della crisi finanziaria. Si tratta di una sciagura che una città che aspira ad essere nodo globale deve assolutamente evitare di ripetere.

La terza riguarda la natura stessa di quell’innovazione che sembra essere così importante nello storytelling della Milano d’oggi.

Ogni territorio si trova continuamente di fronte a scelte politiche che mettono in discussione il rapporto tra spazi di cittadinanza e nascita di nuove istituzioni. Si può optare per un approccio legalista e top-down e sancire che le uniche forme di azione politica, culturale ed economica possibile sono quelle che nascono, crescono e muoiono all’interno di uno stretto sistema di norme date, oppure si può decidere che il sistema di leggi è un insieme di strumenti in divenire che deve costantemente accettare le sfide che vengono poste da ciò che si trova attorno – e perché no, al di là – di quello che è consentito.

Alla luce del quadro reazionario della politica italiana ed europea – che guarda caso negli ultimi tempi gioca sempre di più sul crinale di un legalismo peloso – Milano non può non trovare una strada che consenta alle forme di innovazione dal basso di nutrire il resto della società.




Take Care and Make Your Coin. MACAO al Festival di Santarcangelo

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2017 – Eva Neklyaeva, la direttrice artistica della stagione del Festival di Santarcangelo 2017/2019, seduta all’InfoPoint di MACAO ci chiede di raccontare quali sono le forme di organizzazione e di redistribuzione economica che stiamo sperimentando: è la prima volta che un’istituzione culturale italiana si interessa di questi aspetti.

Nasce così una collaborazione a lunga durata volta a contaminare un festival di teatro e arte performativa nato nel ‘71, con alcune delle tematiche e riflessioni che si sperimentano nel cosiddetto movimento delle “Nuove Istituzioni del Comune”. Il progetto si apre con un’inchiesta di MACAO ai lavoratori e alle lavoratrici del Festival – per capire i meccanismi interni e le economie di produzione –, che si formalizza in un’installazione di dati accessibili e interattivi, l’Open Love Point, in una delle location durante l’edizione del 2017.

La domanda che sottende questo incontro potrebbe sintetizzarsi così: gli ambienti economici che alcune comunità culturali e politiche stanno disegnando, possono essere tradotti all’interno di modelli di organizzazione culturale tradizionali – ovvero con un consiglio di amministrazione, una selezione di artisti/e fatta da una direzione artistica e un pubblico atteso annualmente per la verifica dell’intera operazione?

La sfida non è scontata come neanche il risultato. Ciò su cui vale la pena puntare è l’impatto culturale che una “performance” come questa può produrre. Se è vero che l’utopia scatena nuovi orizzonti per pensare e immaginare come vogliamo vivere, è anche vero che rivendicare l’utopia è qualcosa che ha molto a che fare con l’arte.

2016 – Come risposta a una precarizzazione del lavoro e della vita sempre più intensiva, la comunità di MACAO lancia una sperimentazione interna di remunerazione delle attività svolte attraverso una moneta virtuale chiamata “CommonCoin”. La sua progettazione comincia un paio di anni prima (Effimera, 21/22 giugno 2014) grazie alla collaborazione di diversi ricercatori e ricercatrici e di Dyne.org Foundation.

L’idea è quella di creare una moneta che permetta di rendere la sua riproduzione indipendente dal ciclo di valorizzazione del capitale, capace di uscire dalla logica del rapporto salariale e dell’economia della promessa, per innescare un processo di risignificazione collettiva del valore. La sua successiva integrazione con un Basic Income interno alla comunità, ha lo scopo di “liberare tempo” e rendere più sostenibile lo sviluppo di una serie di attività produttive autonome e un maggiore investimento nella logica dei Commons. Il disegno complessivo è quello di un dispositivo tecno-politico volto a sperimentare il governo di uno spazio e di una comunità secondo un’etica post-lavorista. Il desiderio, infatti, è quello di erodere lo spazio che occupa il lavoro salariato nelle nostre vite e nel nostro immaginario, non solo per lavorare meglio ma per lavorare meno. “To ‘have time’ means to work less” (Dalla Costa 1971, 15) e, in effetti, abbiamo bisogno di tutto questo tempo per trasformare il nostro immaginario sul lavoro. Così, l’aspetto più interessante di questa sperimentazione si lega alla pratica di ripensare il valore, attività che porta la comunità di MACAO a visibilizzare e remunerare ciò che tendenzialmente non si riconosce: dalla cura delle relazioni alla partecipazione ai processi di governance. L’ambito ricreativo, l’ozio e la cura, diventano così i luoghi della cooperazione sociale e della produzione di ricchezza, stimolando il superamento del modello valoriale quantitativo, verso una sua prospettiva qualitativa: un’economia “affettiva” che si sviluppa intorno all’intensità relazionale e che valuta questi processi, prima ancora di prodotti specifici (Massumi, 2018).

2018- Tornando ai risultati dell’inchiesta sul Festival di Santarcangelo, due sono gli aspetti che più emergono. Da una parte, le scarse economie complessive che il Festival raccoglie ogni anno tra fondi pubblici e privati, se paragonate all’impatto sul territorio e alla dimensione del suo programma, problema che a cascata provoca altre criticità. Dall’altra, la crescente distanza – reale o percepita – tra cittadini e cittadine di Santarcangelo e l’evento annuale con la sua comunità di “addetti ai lavori”.

Decidiamo di concentrarci sull’aspetto della distanza come elemento da sfatare e come pratica per ristabilire una cooperazione sociale capace di far fronte ad alcuni dei problemi legati alle poche economie disponibili: un’azione necessaria ma da affiancare a più ampi processi di trasformazione delle politiche culturali in Italia.

L’idea è semplice, vogliamo parlare di economia, sentirla come un fatto che ci appartiene e che possiamo reinventare in ambienti capaci di accogliere le comunità che li attraversano, agendo un’etica radicale della cura come condizione di esistenza di una comunità politica (Jordan 2003, 268-274).

Decidiamo allora di contattare gli abitanti di Santarcangelo che si occupano di benessere del corpo, e di salute in generale, per sviluppare un intervento nello spazio pubblico che tenga insieme questa connessione: la costruzione di un’economia circolare attraverso l’ideazione di una moneta locale, la SantaCoin, e l’offerta di servizi per il benessere di una comunità mista, tra abitanti e pubblici, che attraverserà Santarcangelo dal 6 al 15 luglio. Tagli di capelli, massaggi, lettura di tarocchi, tatuaggi, consigli alimentari, esercizi posturali e altro ancora, saranno al centro di un’installazione nella piazza principale di Santarcangelo, durante i fine settimana del Festival (7/8/13/14 luglio 2018).

Il programma si arricchisce di inediti “rituali” di cura con il sostegno di una trentina di professionisti del paese, mentre la circolarità della nuova “crypto” moneta è resa possibile dalla collaborazione con Commonfare e il circuito finanziario di social wallet da loro sviluppato “per assicurare la sostenibilità economica, l’autonomia e la libera espansione delle buone pratiche di welfare cooperativo” (Commonfare, 2018).

Il Festival di Santarcangelo diventa dunque il luogo ideale dove giocare “ai soldi” e il progetto Crypto Rituals lo spazio performativo per la produzione di Commons.

Con SantaCoin, sotto forma di talismano dotato di un QR code, il pubblico accede a tutti i servizi del Festival – dagli spettacoli alla mensa, dalla manicure alla lettura di tarocchi. Anche la comunità di locali coinvolta nel progetto può spendere le SantaCoin percepite durante i fine settimana, generando così più momenti di scambio tra cittadinanza e Festival.

Futuro

A Festival chiuso, gli attori del progetto si incontreranno per capire insieme cosa fare del plusvalore che Crypto Rituals potrebbe produrre. Forse si deciderà che “rilassarsi” deve poter essere una pratica accessibile e un bene comune, forse si deciderà di pagare lo stipendio della Sindaca in SantaCoin o forse accadrà qualcosa che semplicemente non si può predire. Quello che ci interessa è stimolare le persone a immaginare ambienti economici e relazionali differenti e a pensare chi sono e cosa fanno all’interno di questi ambienti.

Il rifiuto dell’economia della scarsità non può che essere un gioioso “no” collettivo a un modello, per crearne un’altro più vivibile e contagioso.

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Talismani in biglietteria

Bibliografia

Convegno a cura di Effimera e MACAO. 2014. La sfida della Moneta del comune e dell’istituzione finanziaria del comune: quali alternative reali? Un primo laboratorio di discussione. Milano.

Dalla Costa, Mariarosa. 1971. Women and the Subversion of the Community.

Massumi, Brian. 2018. 99 Theses on the Revaluation of Value: A Postcapitalist Manifesto. Minneapolis: University of Minnesota Press.

Jordan, June. 2003. Some of Us Did Not Die. New York: Basic Books.

Commonfare. 2018. Santacoin – Commonfare powers Crypto Rituals at Santarcangelo Festival.




Macao, Milano. Rosetta alla conquista dello spazio

macao milano rosetta alla conquista dello spazio

Rosetta alla conquista dello spazio.
Appunti per un diritto alla città

Il 9° appuntamento con il ciclo di incontri Rosetta. Un progetto culturale nomade, ideato da cheFare e Casa della Cultura con Fondazione Cariplo, è Mercoledì 13 Dicembre 2017 a Macao, in Viale Molise 68 a Milano.

In un centro per le arti in cui artisti e cittadini si uniscono e inventano un nuovo sistema di regole per una gestione condivisa e partecipata, ci chiederemo se esiste un “diritto alla città” e come si configura.

Programma
19.00 – Rosetta alla conquista dello spazio. Conversazione
Introduce Emanuele Braga per Macao

Partecipano:
Michel Bauwens – scrittore, attivista, fondatore della P2P foundation
Tito Faraci – fumettista e scrittore
Enzo Mingione – professore di sociologia economica, Università di Milano-Bicocca, presidente della Fondazione Bignaschi
Eva Neklyaeva – direttrice del Festival di Santarcangelo.

Modera Bertram Niessen – direttore scientifico di cheFare

21.00 – Djset di Matteo Saltalamacchia

L’Evento Facebook è qui: iscriviti, invita i tuoi amici, spargi la voce e vieni a Rosetta!

Come declinare nelle pratiche politiche e sociali del quotidiano un “diritto alla città”?
Secondo Lefebvre, “Il diritto alla città si presenta come forma superiore dei diritti, come diritto alla libertà, all’individualizzazione nella socializzazione, all’habitat e all’abitare. Il diritto all’opera (all’attività partecipante) e il diritto alla fruizione (ben diverso dal diritto alla proprietà) sono impliciti nel diritto alla città”.

Questa definizione ci permette di interrogarci su alcune questioni centrali nella storia dello spazio che ci ospita come nella nostra quotidianità: come si costituisce sotto un profilo squisitamente giuridico la “città come bene comune”?
Gli scambi e la condivisione (e il peer to peer) possono cambiare l’accessibilità degli spazi e arricchire questo diritto? Ci sono narrazioni che sfidano lo status quo delle città? In che modo gli spazi urbani includono o escludono? Si può ancora parlare della città di tutte e tutti? Quali territori possono essere adibiti alla produzione artistica e culturale?

Questi sono solo alcuni degli interrogativi che svilupperemo nel corso dell’incontro a Macao, uno dei simboli più interessanti di queste tematiche.




Se Macao non ci fosse

Arco della Pace. Sempione, Milano 24 aprile 2017. Bande con tamburi e cantautori italiani alle casse per dire che “Se Macao non ci fosse…” … bisognerebbe (re)inventarlo. Non bisognerebbe demolirlo, non bisognerebbe lottizzarlo, non bisognerebbe venderlo, non bisognerebbe pagarlo.

La questione è annosa, lo so. Lo sappiamo. L’implicazione sta in ciò che noi costruiamo come “comune”. E prima ancora in ciò che noi intendiamo come tale.

Mettiamola così: Macao c’è da cinque anni e ha prodotto gioia, salute mentale, divertimento, uno spazio in più dove respirare liberamente. Questi bisogni sono talmente antropologicamente dati che non è davvero il caso di doversene privare. Siamo stati pagati per questa produzione? No di certo. Siamo stati sovvenzionati? Ogni tanto le entrate andavano a contributo.

Oggi la minaccia è che Macao scompaia, che venga ingoiato silenziosamente da una società del Comune di Milano per il 99%, una cosiddetta in house (azienda pubblica) che si chiama Sogemi e che, come si vede, ha interessi suoi specifici, diversi da quelli di ciò che per inerzia chiamiamo ancora “Comune”. Sono interessi privati, tediosamente di profitto.

Ma – abbasso i vittimismi! – possiamo ancora tentare la carta del comune col Comune. Possiamo, in altre parole, ricordare al Comune che abbiamo prodotto bellezza insieme (e non ce la siamo fatta pagare), ma adesso però non è che bisogna togliere con la solita carta del profitto qualcosa che è di tutti; una ricchezza di tutti, che – noi proponiamo – al posto di essere accumulata sarà diffusa. Di questo si tratta: diffondere al posto di accentrare. È così che potremo davvero ritrovarci più ricchi.

Sogemi – “la Società per Azioni che, per conto del Comune di Milano, gestisce tutti i mercati agroalimentari all’ingrosso della Città, garantendone il funzionamento tramite l’erogazione di qualificati servizi atti a supportare le attività commerciali svolte dagli operatori” – propone l’ennesimo polo enogastronomico per impoveriti spendaccioni presi per la gola. Ma a leccarsi i baffi non saremo tutti. Sarà in primis la Sogemi S.p.A.

Il Comune non ha affatto detto No a Macao. C’è spazio per negoziare un diverso uso della palazzina Liberty di Viale Molise 68.

Ma spetta a noi tutti, cittadini e non, trovare la tattica giusta per offrire una proposta concreta che non faccia finire questo spazio nel tritacarne della speculazione edilizia. Allora, sono giunti consigli preziosissimi dall’esperienza tedesca degli ultimi vent’anni.

È nel 1990 che nasce il Mietshäuser Syndikat a Friburgo. Un’astuzia giuridica, così ben congegnata che dura ancora, permette di evitare gli sfratti. Un’idea deliziosamente ambiziosa: comprare casa collettivamente. E come si fa? Negli anni in Germania (e poi in Norvegia, in Svezia, Svizzera, Olanda…) si è affinata una tecnica che pare essere stata inizialmente concepita da un avvocato engagé, Matthias Neuling.

L’idea è questa: una forma societaria assimilabile all’italiana SrL (società a responsabilità limitata) ha la proprietà del bene, e i suoi due azionisti sono l’assemblea di abitanti e il sindacato. L’assemblea è sovrana nella gestione del luogo, ma per decisioni per così dire straordinarie, ossia di trasformazione del luogo, di diverse destinazioni d’uso etc. la scelta deve essere congiunta (assemblea + sindacato).

Gli abitanti pagano un contributo mensile (che nel caso tedesco di solito si aggira attorno ai 300 euro comprensivi di spese) per l’uso del luogo, che rimane distinto dalla proprietà, la quale rimane collettiva. Questi canoni di locazione sono dei crediti bancari a tassi simbolici.

Sì perché, di fatto, la questione sta tutta nel trovare un 40 % di capitale proprio e farsi prestare da banche che hanno vocazione particolarmente etica il 60 %. Allora, la prima percentuale dove andarla a pescare? Cioè, il problema abitativo sta proprio nel fatto che gli immobili hanno un costo proibitivo.

A mano a mano che il Mietshäuser Syndikat, dimostrando l’efficacia del proprio operato, ha ricevuto fiducia, è diventato più facile trovare quel 40 % mediante il prestito di amici e di sostenitori – oggi si potrebbe anche pensare a un crowdfunding. E’ così che questo conglomerato di progetti abitativi anche molto differenti l’uno dall’altro consta già di 123 progetti, 2.839 abitanti, investimenti per 129 milioni di euro, per sempre strappati alla speculazione immobiliare.

Chiaramente, le regole ci sono. Principalmente, i luoghi condivisi implicano, come ricorda Emanuele Braga, che

1. non si vada in rosso.
2. non se ne tragga profitto.
3. non si venda.

Gli obiettivi che legano tutti i progetti immobiliari, pur nella loro diversità, sono i punti di partenza comuni:

– Una comunità di persone localizza case vuote/disabitate: decide di abitare insieme sul lungo periodo, cerca strutture adeguate, spesso con spazi comuni per eventi pubblici, assemblee, progetti e iniziative imprenditoriali.
– Oppure, residenti di lungo periodo di una casa che non si rassegnano alle intenzioni del proprietario di vendere, progettano in modo auto-organizzato di acquisire la “loro casa”.
– Oppure, gli occupanti di un immobile destinato alla demolizione (o ad altro uso) cercano una prospettiva nonostante gli inevitabili contraccolpi emotivi derivanti dalle minacce di sfratto e negoziazioni.

Perché farlo?

– desiderio di auto-organizzazione
– necessità di alloggi a prezzi accessibili (lotta contro i meccanismi di gentrificazione)
– avere uno spazio culturale
– creare uno spazio politico
– abitazioni ecologiche
– “nuove” forme di convivenza (vivere insieme e non da soli)
– motivazione politica (mettendo in discussione e trasformando il concetto di proprietà)
– creazione di proprietà gestite dai commons
rete di solidarietà della Mietshäuser Syndikat

Se Macao fosse immesso nel mercato immobiliare questa chance non ci sarebbe. È evidente che sui soldi si è sempre perdenti. Non ci si può battere con la Sogemi SpA perché le armi non sono pari. Ma Macao è ancora un luogo comune, per il quale ci si può battere anche con astuzia giuridica.


Immagine di copertina ph. Luca Chiaudano




Una giornata a Macao

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Se si arriva a Macao prendendo una linea del passante e si scende alla fermata Porta Vittoria ci si trova davanti ad un paesaggio urbano che ha certamente l’aspetto di un cantiere, un’area in costruzione. Edifici residenziali incompleti o ancora vuoti, aree verdi in stato di abbandono, cumuli di terra, recinzioni sono tutti elementi che compongono un cantiere che dura da più di dieci anni e che avrebbe dovuto contribuire alla riqualificazione dell’intera porzione urbana, grazie soprattutto ai servizi della collettività, tra tutti la Biblioteca Europea d’informazione e cultura che non verrà mai realizzata.

Alle spalle della fermata del passante si può scorgere il complesso dei Frigoriferi Milanesi, uno dei maggiori magazzini del ghiaccio in tutta Europa, ora riconvertito a spazio polifunzionale in cui si sono insediate numerose aziende che operano nel campo dell’arte e della cultura.

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Procedendo su viale Molise – in una zona ad alta densità abitativa, molto diversificata sia in termini di culture che di reddito – al civico 68 ha sede Macao, a fianco di alcuni capannoni abbandonati, facenti parte del complesso dell’ortomercato e di proprietà di Sogemi, di cui si possono intravedere gli imponenti scheletri attraverso le cancellate. Molte delle strutture affacciate su viale Molise e oggi in disuso, erano in precedenza destinate a funzione amministrativa e burocratica e connesse alla presenza del complesso ortofrutticolo.

Nello specifico, il collettivo – che nel 2012 aveva occupato prima la Torre Galfa e poi Palazzo Citterio – ha trovato sede nell’ex Borsa del Macello, un edificio storico costruito tra il 1912 e il 1924, cui si accede attraverso una scalinata e un porticato esterni.

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Una volta superato l’ingresso ci si trova all’interno del salone balconato che conserva ancora tutta la bellezza di uno spazio in perfetto stile liberty. Si tratta di una sala a pianta quadrata, di circa 20 per 20 metri, con un’altezza di circa 11 metri, un tempo adibita a sala delle aste dove si decidevano i prezzi della carne e dove avvenivano gli scambi monetari tra venditori e compratori di grande quantità di prodotti.

Il perimetro del salone è circondato da un colonnato che sostiene il ballatoio del piano superiore. Le colonne sono quasi tutte decorate da elementi floreali al piano terra, e da applique con decorazioni di ferro battuto al primo piano, che, insieme alla boiserie sulle pareti, contribuiscono a restituire quel sapore liberty caratteristico dell’inizio del XX secolo.

Il salone era un tempo sormontato da un doppio lucernario in vetro che ad oggi è stato sostituito da una copertura in plexiglass come primo lavoro di ristrutturazione da parte degli occupanti, per poi procedere con la sostituzione delle finestre.

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foto di Luca Chiaudano CC BY-NC-SA 4.0

Sia a piano terra che al piano superiore, dietro il colonnato si trovano i corridoi su cui affacciano una serie di porte da cui si accede ad alcune stanze di dimensioni più ridotte adibite a sale cinema, sale prova, studi artistici, laboratori di falegnameria, verniciatura, saldatura, officine, spazi accessibili e aperti a tutti, utilizzati sia da membri del collettivo che da frequentatori più occasionali.

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foto di Luca Chiaudano CC BY-NC-SA 4.0

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I due vani scala si localizzano rispettivamente a destra e a sinistra del salone centrale. Si accede così all’ultimo piano, dove si trovano due hangar di 26 per 10 metri ciascuno, che fungono anch’essi da spazi multifunzionali nei quali è possibile costruire e allestire scenografie e particolari installazioni e ambientazioni.

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foto di Luca Chiaudano CC BY-NC-SA 4.0

La sala, dove ora è stato allestito anche il bar, è certamente lo spazio più flessibile e multifunzionale dell’edificio ed è utilizzato per tutti i grandi eventi organizzati dal collettivo, concerti, spettacoli, proiezioni, convegni, mostre ed esposizioni come, per citarne alcuni, il Cinemacello – il cinema di Macao – workshop di autocostruzione, la fiera di editoria indipendente INEDITO e molti altri.

Ogni proposta che sembra essere in linea con il posizionamento di Macao viene presentata, discussa e approvata durante l’assemblea centrale, aperta ed accessibile a tutti, che si riunisce settimanalmente. È poi l’amministrazione centrale che si occupa della gestione dello spazio, dell’accesso ai mezzi di produzione e successivamente della redistribuzione dei profitti.

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foto di Luca Chiaudano CC BY-NC-SA 4.0

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foto di Luca Chiaudano CC BY-NC-SA 4.0

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foto di Corrado Gemini CC-BY-NC-SA 4.0

Durante la Milano Fashion Week di giugno 2016 l’assemblea centrale di Macao ha deciso di ospitare la sfilata dello stilista croato Damir Doma e di affittare, quindi, lo spazio in forma di donazione per un evento ufficiale del circuito moda, sufficientemente distante dalle logiche e dai contenuti di sperimentazione di Macao.

Tuttavia l’identità e il contributo del collettivo anche in questo caso hanno giocato un ruolo fondamentale che è stato dichiarato a conclusione della sfilata quando, ad insaputa degli organizzatori e dello stilista, è stato emesso il comunicato stampa ed è stato appeso sulla facciata dell’edificio uno striscione che indicava “con la sfilata ospitata negli spazi di Macao, la Milano Fashion Week finanzia l’opposizione al governo fascista di Erdogan”. Il ricavato dell’affitto è stato, quindi, funzionale a sostenere altre cause rilevanti e di interesse per il collettivo, e perciò inserito in una programmazione e in una riflessione più ampia e complessiva.

Tale episodio testimonia la volontà di Macao a proporsi principalmente come una modalità operativa e alternativa del fare cultura più che come uno spazio fisico multifunzionale.

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foto di Luca Chiaudano CC BY-NC-SA 4.0


Immagine di copertina: foto di Corrado Gemini CC-BY-NC-SA 4.0

 




L’identità di Macao e il suo processo produttivo

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Siamo nella periferia est di Milano, viale Molise 68, a fianco dell’Ortomercato, una delle più grandi aree abbandonate localizzate in centro città di tutta Europa – e di uno dei più grandi fallimenti urbanistici degli ultimi tempi. Qui dovevano sorgere un complesso multifunzionale, costituito da residenze, alberghi, commercio, aree verdi ma soprattutto la BEIC – la Biblioteca Europea d’informazione e cultura. Invece è tutto fermo, da anni, ed è di qualche mese fa la notizia del fallimento della società Porta Vittoria spa.

È in questo contesto urbano che ha sede Macao – “il nuovo centro per le Arti, la Cultura e la Ricerca” – occupando l’Ex Borsa del Macello di viale Molise, una palazzina liberty inutilizzata da anni e anch’essa coinvolta in un progetto di riqualificazione più ampio mai realizzato.

La nascita di Macao, quando ancora non si chiamava così, ha a che fare dapprima, nel 2011, con un percorso politico teorico di persone, i Lavoratori dell’Arte e dello Spettacolo, in altre parole con la mobilitazione di una rete di soggetti e di società civile legata alla produzione creativa e artistica ma anche alla ricerca, al lavoro, all’economia e allo sviluppo urbano, con l’obiettivo di “promuovere l’arte e la cultura come beni comuni e sviluppare pratiche e discussioni intorno alla necessità di costruire un nuovo welfare culturale”.

La prima stagione di questo movimento si è dislocata per circa nove mesi in modo itinerante e disperso in giro per la città, criticando il panorama milanese delle istituzioni culturali, perché troppo legate a grandi progetti e investimenti e per il rapporto poco indagato tra arte e sfera pubblica. Da qui scaturiva una sofferenza per l’effettiva mancanza di spazi ma soprattutto di progetti culturali e multidisciplinari che avessero un ruolo sociale, e il bisogno di provare a trasformare la cultura da semplice programmazione di eventi a condizione sociale diffusa e accessibile a tutti, sostenendo una produzione culturale e di lavoro come common ground tra tipologie di attori diverse, a prescindere dal luogo in cui si realizzano.

Gradualmente è emersa la necessità di dotarsi anche di un luogo fisico, dopo aver monitorato per qualche tempo i potenziali luoghi abbandonati dove potersi insediare. I primi tentativi di legarsi a una dimensione spaziale si verificano nel maggio del 2012, con l’occupazione di due immobili molto diversi tra loro, prima della Torre Galfa – ex sede di una banca, rimasta in attesa di una riqualificazione possibile dal 1996 – e poi di Palazzo Citterio – edificio storico inserito nel progetto “Grande Brera” – come occasione per provare a dimostrare che la capacità cooperante e che modalità alternative di produrre arte e cultura possono essere messe a servizio della collettività, avere un ruolo nel ripensare la città e alcune dinamiche della società e possono anche generare delle richieste precise nei confronti dell’amministrazione.

È nel giugno del 2012, dopo entrambi gli sgomberi – e dopo la proposta del Comune di utilizzare gli spazi dell’ex Ansaldo come officine per la creatività per tutti i soggetti che avessero voglia di confrontarsi sul panorama culturale milanese – che Macao si insedia all’interno della Palazzina Liberty, di proprietà di Sogemi, la società a partecipazione comunale che gestisce la grande area dell’Ortomercato e i mercati milanesi. Si tratta di un edificio in stile Liberty del XX secolo, di cui mantiene ancora il fascino e le decorazioni floreali, cui si accede attraverso un’ampia scalinata esterna. In stato di abbandono e degrado dal 1980, è composto da due piani che si affacciano su un salone centrale, dove si contrattava il prezzo della carne, inizialmente coperto da un lucernario di vetro e poi sostituito da plexiglass come primo lavoro di ristrutturazione da parte dei membri di Macao, dando il via ad un processo lungo e a costi molto contenuti di pulizia e riappropriazione dello spazio.

Attorno al cortile centrale si sviluppano poi il bar e un labirinto di stanze, vani scala, corridoi da cui si accede ad altre stanze, alcune adibite a spazi tecnici, altre a sala cinema teatro o a piccoli studioli di registrazione.

La costituzione di Macao, con il suo contributo alla scena pubblica e all’immaginario collettivo, ha da una parte generato “un corto circuito, un elemento di discontinuità rispetto allo scenario standard”, accelerando anche alcune politiche e strategie dell’amministrazione. Dall’altra è in qualche modo riuscito a richiamare a sè molte energie, curiosità e partecipazione, una specie di spinta all’azione collettiva e spontanea, sviluppatasi come esito di un bisogno urbano generazionale – di quei lavoratori della produzione creativa e operatori culturali con molte competenze ma intrappolati in una condizione di sostenibilità individuale multi-tasking – che necessitava, in un modo o nell’altro, di nuove possibilità, strumenti e proposte.

Rispetto al nucleo originale di partenza e grazie anche alle diverse esperienze di occupazione, Macao si è notevolmente modificato e ampliato nel tempo, dotandosi progressivamente di un modello decisionale orizzontale e di una governance aperta, accessibile a chiunque e cui non corrisponde un’organizzazione interna nel senso più tradizionale del termine. L’unità minima inalienabile di tale modello di governance, mi spiegano, è la composizione dell’assemblea – “che si riunisce settimanalmente e che ha l’ultima parola su tutto, basandosi sul metodo del consenso per cui una decisione o un progetto provano ad essere l’esito di accordi e aggiustamenti tra maggioranza e minoranza dei partecipanti”.

Attorno all’assemblea centrale gravitano i diversi progetti, che devono necessariamente svilupparsi responsabilmente e autonomamente cercando i propri mezzi per essere sostenibili e lasciando poi all’amministrazione centrale un contributo derivante dall’evento organizzato. L’amministrazione centrale ha poi il compito di promuovere l’interazione tra progetti, garantire l’accesso ai mezzi di produzione e gestire la condivisione delle risorse e dei profitti e la socializzazione dei rischi.

La strutturazione per tavoli tematici e progetti – ognuno dei quali possiede lo stesso peso e la stessa posizione, da quelli organizzativi a quelli più di contenuto – la sperimentazione di diverse modalità partecipative, la necessità di fare rete, sia con soggetti simili che con realtà più strutturate e formali, il rifiuto di qualsiasi forma di leadership e di curatela artistica ma invece una produzione culturale organizzata collettivamente e una gestione altamente decentralizzata che cerca di ridurre al minimo i costi dell’amministrazione centrale contribuiscono a rendere Macao una modalità operativa e organizzativa del fare cultura più che uno spazio fisico multifunzionale.

La programmazione è molto varia, da concerti a seminari di approfondimento politico, performance teatrali, proiezione di film, corsi di formazione per comunità specifiche, percorsi espositivi – arrivando ad ospitare uno degli appuntamenti della Settimana della Moda ma declinandolo attraverso contenuti alternativi – cercando di mantenere sempre una sensibilità alla sperimentazione, soprattutto musicale e alla contaminazione tra linguaggi performativi e discipline che siano in grado di accogliere pubblici e target diversificati a seconda dei contenuti artistici e tematici che vengono mobilitati. Capita spesso che molte delle persone che frequentano Macao, soprattutto in relazione alla programmazione musicale, decidano poi di prendere parte ad alcuni progetti avanzando delle proposte, partecipando quindi all’assemblea e al tavolo tematico specifico. Questa modalità è stata ufficializzata attraverso una call promossa ogni due settimane con l’obiettivo di chiamare a raccolta tutti i progetti esterni e capire se si tratta di un progettazione isolata o di un primo accesso per collaborare con continuità.

Più recentemente Macao sta sperimentando l’utilizzo di piattaforme cooperative e di infrastrutture economico-finanziarie alternative, grazie alla partecipazione a progetti europei e al partenariato con altri casi. Nello specifico la sperimentazione riguarda da una parte la possibilità di far circolare internamente tra l’assemblea centrale e i diversi progetti una criptomoneta, che ha consentito di automatizzare un processo già implicito usando un circuito di valorizzazione per cui “più si contribuisce allo spazio, più si ha diritto ad usarlo e a prendere parte alla gestione della programmazione”. Dall’altra l’inserimento all’interno di una cooperativa europea che fornisce un’unica identità legale e fiscale per chiunque vi aderisca consente di abbassare ulteriormente alcuni costi.

L’identità di Macao e il suo processo produttivo non sono quindi predeterminati ma sono costantemente ridiscussi e negoziati nel tempo, gli esiti di un processo inclusivo che coinvolge tutti i nuovi soggetti che ogni volta si aggiungono al percorso e vi partecipano come ad un laboratorio condiviso. “Abbiamo provato a costruire un’ecologia in cui condividiamo quello che facciamo, redistribuendone il valore alla collettività”.




Guarda le conferenze de laGuida, il nostro programma nazionale per nuovi centri culturali

Nel corso degli ultimi mesi con cheFare, abbiamo posto al centro del nostro lavoro lo sviluppo de laGuida, il nostro programma nazionale per nuovi centri culturali. Nel farlo, abbiamo costruito momenti di incontro, dibattito e formazione attraverso i quali abbiamo creato un archivio di conferenze e interventi di altissimo valore per la creazione di nuove politiche culturali in Italia.

Per restituire questo patrimonio, abbiamo voluto raccogliere in questo articolo questi interventi – così da facilitarne la consultazione.

Molto Presto, prospettive d’azione per nuovi centri culturali, a Triennale Milano.

Molto Presto, prospettive d’azione dei nuovi centri culturali

Questo percorso, è iniziato con Molto Presto, una 2 giorni di conferenze sulle prospettive d’azione dei nuovi centri culturali che si è tenuta nell’ottobre del 2019 negli spazi di Triennale Milano.

I nuovi centri culturali come esperimenti di ribellione quotidiana, con Ezio Manzini

I nuovi centri culturali richiedono elementi di rapidità e praticità per poter essere innescati. Questi stessi elementi tornano in altri contesti di ribellione costruttiva: ultimo quello di Greta Thunberg — un movimento globale che ci dimostra come è stato possibile spingerci fuori dalla nostra comfort zone.

Una conversazione insieme a Ezio Manzini per discutere di quattro linee di sperimentazione per mettere alla prova le pratiche di ribellione quotidiana: i nuovi centri culturali come acceleratori, come community hub, come comunità di luogo e come agenti nella e della complessità. Può esistere un movimento dei nuovi centri culturali?

XX(I)° secolo: nuovi centri culturali e industrie culturali, con Guido Casali (Il Cinemino), Rodrigo D’Erasmo, Gianluca Segale e Francesca Risi (Germi – luogo di contaminazione), Marta Inversini (Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori e Laboratorio Formentini), Andrea Minetto (Comune di Milano) e Oliviero Ponte Di Pino (ateatro)

I nuovi centri culturali crescono accanto ai settori che da sempre costituiscono la vita culturale dei territori, come la musica, il cinema, il teatro, l’editoria. Come si sviluppano i rapporti tra questi mondi? Quali sono le opportunità di crescita culturale e professionale?

Una tavola rotonda con figure, che attivando connessioni e contrabbandando competenze, operano al confine tra i due mondi.

Oltre l’ecosistema: terapia di gruppo per Milano e i nuovi centri culturali, con Costantino Bongiorno (WeMake), Andrea Capaldi (Mare culturale urbano), Filippo Cecconi (Santeria Toscana 31), Danilo Dajelli (Gogol & Company), Agata de Laurentiis (Il Cinemino), Valentina La Terza (BASE Milano), Marco Minoja (Comune di Milano – Cultura) e Francesco Purpura (Rob de Matt)

Milano sta cercando di trovare una nuova posizione nelle geografie culturali europee: da città della moda e del design a città della cultura a 360°. Negli ultimi anni sono stati fatti molti passi avanti, ma sono molti i progressi ancora da compiere: tra questi, lo sviluppo della piena consapevolezza dell’esistenza di una rete di nuovi luoghi nei quali decine di migliaia di persone sperimentano con l’arte, la cultura e la partecipazione.

Una discussione con nuovi centri culturali e istituzioni per capire insieme cosa serve e chi può fare cosa.

Simboli, relazioni, estetiche, ambienti: la curatela dei nuovi centri culturali, con Filippo Andreatta e Virginia Sommadossi (Centrale FIES art work space), Martina Angelotti (Careof), Gregorio De Luca Comandini (NONE collective), Manuella Gama Malcher e GianMaria Di Pasquale (Saturnalia, Macao)

Gli spazi dei nuovi centri culturali si trasformano in luoghi grazie alle esperienze che li animano. Parlare di curatela non è un’opzione, ma una necessità.

Una tavola rotonda con chi, in luoghi e modi diversi, sta alzando la posta in gioco nella ricerca e nella proposta dei contenuti.

Letture collaborative: ‘Dove. La dimensione di luogo che ricompone impresa e società’ (Egea) di Paolo Venturi e Flaviano Zandonai, con Flaviano Zandonai (Euricse) e Marianna D’Ovidio (Università degli Studi di Milano-Bicocca)

“Una delle conseguenze della globalizzazione – solo in apparenza paradossale – è quella di aver fatto risorgere l’importanza della dimensione territoriale e comunitaria: oggi sono i territori, i quartieri e le periferie, i luoghi privilegiati dove si sperimentano le innovazioni sociali da cui provengono gli impulsi più significativi allo sviluppo e al benessere.”

Una conversazione aperta sulla rigenerazione del locale e sulle contraddizioni che questo ritorno sta facendo emergere a partire da una lettura fondamentale sul tema.


Dopo Molto Presto, grazie al supporto di Fondazione Compagnia di San Paolo e di Fondazione Unipolis, abbiamo continuato con laCall to Action, la mappatura nazionale dei nuovi centri culturali che abbiamo lanciato nel febbraio del 2020. Grazie a questa mappatura, oltre 900 realtà culturali in più di 110 province in tutta Italia si sono riconosciute come nuovi centri culturali.

Nel frattempo, grazie alla vittoria del bando Per Chi Crea di SIAE e al supporto del Ministero della Cultura, abbiamo lanciato Bagliore, il nostro programma di residenze artistiche nei nuovi centri culturali per scrittrici e scrittori under 35 che ha prodotto un volume pubblicato in libreria nel settembre del 2020.

BAGLIORE, la nostra biografia dei nuovi centri culturali pubblicata insieme a Il Saggiatore.

Bagliore, residenze artistiche per una nuova biografia culturale dell’Italia

Tutte le storie di Bagliore: la presentazione della nostra biografia dei nuovi centri culturali in Italia, con Federica Andreoni, Pierluigi Bizzini, Marco De Vidi, Giulia Gregnanin, Alessandro Monaci, Matteo Trevisani e Bertram Niessen

Dai Bagni Pubblici di Via Agliè di Torino, passando per Cre.Zi Plus a Palermo e l’ex stabilimento enologico di ExFadda a San Vito dei Normanni — poi l’Ex Villaggio Eni di Borca di Cadore, le Officine Culturali di Catania e Pollinaria a Civitella Casanova. Nel corso dell’ultimo anno, 6 autrici e autori hanno attraversato e vissuto la realtà di questi 6 nuovi centri culturali disseminati in tutta Italia esplorando dei luoghi che, qui di cheFare, crediamo essere alcuni dei nuovi punti di riferimento per la cultura contemporanea in Italia.

Questo viaggio è stato possibile grazie a BAGLIORE, una stagione di residenze artistiche che abbiamo realizzato in collaborazione con la storica casa editrice Il Saggiatore e nell’ambito del programma ‘Per Chi Crea’ e con il supporto del MiBACT e di SIAE — il risultato di questo percorso è un libro, BAGLIORE: una raccolta di 6 racconti realizzati durante le settimane di permanenza all’interno dei nuovi centri culturali e firmati da Federica Andreoni, Pierluigi Bizzini, Marco De Vidi, Giulia Gregnanin, Alessandro Monaci e Matteo Trevisani.

A cosa serve un nuovo centro culturale durante una pandemia? con Serena Defilippo (Spazio13, Bari), Ginevra Errico (ExFadda, San Vito dei Normanni), Erika Mattarella (Bagni Pubblici di via Agliè, Torino) e Maria Pia Valentini (Ex Asilo Filangeri, Napoli), Marilù Manta (Project Manager, cheFare) e Federico Nejrotti (Responsabile della Comunicazione, cheFare) e con la moderazione di Fabio Caccuri (La Scuola Open Source, Con.divisione. Fòcare)

Insieme a Serena Defilippo (Spazio13, Bari), Ginevra Errico (ExFadda, San Vito dei Normanni), Erika Mattarella (Bagni Pubblici di via Agliè, Torino) e Maria Pia Valentini (Ex Asilo Filangeri, Napoli), discuteremo del ruolo dei nuovi centri culturali durante la pandemia di Coronavirus partendo da BAGLIORE, la biografia dei nuovi centri culturali pubblicata da cheFare insieme a Il Saggiatore.

Presentazione realizzata in collaborazione con La Scuola Open Source. Intervengono Marilù Manta (Project Manager, cheFare) e Federico Nejrotti (Responsabile della Comunicazione, cheFare). Modera Fabio Caccuri (La Scuola Open Source, Con.divisione. Fòcare).


Fatta la mappatura e concluse le residenze, abbiamo costruito la prima tappa territoriale de laGuida, che ha coinvolto i nuovi centri culturali di Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta con cui abbiamo trattato, nel cuore della pandemia di Coronavirus, il tema della Partecipazione.

La prima parte, chiamata ilCamp, si è svolta nel giugno del 2020 in 5 giornate di tavoli di lavoro, talk e momenti di formazione con 90 partecipanti e oltre 500 iscrizioni agli eventi pubblici. La seconda parte, laPiazza, che abbiamo realizzato negli spazi del Polo del ‘900 di Torino nell’ottobre del 2020 ha coinvolto 550 persone online ed offline.

Bertram Niessen, direttore scientifico di cheFare, durante laPiazza al Polo del ‘900 di Torino.

ilCamp: formazioni, workshop e tavole rotonde durante laGuida

La Partecipazione e il design: come si genera il cambiamento? con Stefano Maffei, professore ordinario presso la Scuola del Design del Politecnico di Milano

La Partecipazione è il collante che unisce azione politica e azione progettuale. Quando la Partecipazione incontra il design e si applica all’innovazione pubblica si trasforma in servizi, progetti di transizione, nuovi processi di governance, policy. Diventa da esclusivamente politica a progettuale. E sempre più si allontana dalla dimensione astratta per assumere la forma prototipale. Come se fosse ricerca-azione.

Forme della collaborazione tra arte, attivismo e tecnologia, con Tatiana Bazzichelli, direttrice artistica e fondatrice del Disruption Network Lab

Cultura digitale, hacking e attivismo artistico e politico sono parte delle pratiche di rete su cui si basa il lavoro di Tatiana Bazzichelli sin dagli anni Novanta.

Il lavoro di Bazzichelli si basa su pratiche di disruption e perturbazione che lavorano su un duplice piano contraddittorio: la critica del mercato e la sua reinvenzione. Il nostro compito come operatori culturali, curatori ed esperti di tecnologia è creare consapevolezza – capire come funziona il mercato culturale e tecnologico e adattarlo alle nostre esigenze, cercando di ispirare nuovi immaginari e pratiche critiche.

Per Bazzichelli si deve studiare dall’interno i limiti delle istituzioni culturali, per comprendere i problemi strutturali intrinsechi alla costruzione di reti nel territorio – che invece si basano sulla creazione di processi comunitari e di mutual trust. Il seminario pubblico presenterà metodi e idee per generare cambiamento a livello culturale e politico partendo dalla costruzione interdisciplinare di reti, comunità e processi culturali aperti.

Lezioni sulla Partecipazione dalle Aree Interne, con Filippo Tantillo, ricercatore INAPP, già coordinatore scientifico della Strategia Nazionale Aree Interne

Ai margini geografici del nostro paese, lontano dal frastuono delle metropoli, si stanno esplorando nuovi modi di fare Partecipazione, da cui anche le città possono apprendere molto. A cosa servono le reti di prossimità? Come nascono e perché, qualche volta funzionano? Di quali energie si nutrono?

Uno sguardo pragmatico sulla passione per il cambiamento che anima le reti sui territori, sul come costruire obiettivi condivisi e identificare le priorità, su quali siano i percorsi praticabili perché la Partecipazione possa trasformarsi in coinvolgimento strategico dei cittadini nelle scelte. E su quali politiche vale la pena impegnarsi.

laPiazza: conoscere nuovi stakeholder insieme ai nuovi centri culturali durante laGuida

Mappa dei finanziamenti ai nuovi centri culturali in tempi di Coronavirus, con Marco Minoja, Direttore Direzione Cultura del Comune di Milano – Sandra Aloia, Responsabile Missione Favorire Partecipazione Attiva della Fondazione Compagnia di San Paolo – Roberta Franceschinelli, Responsabile Area Cultura della Fondazione Unipolis / culturability

Un seminario per scoprire come policy maker ed enti erogatori stanno trasformando il loro modo di supportare i nuovi centri culturali.

L’incontro sarà trasmesso dagli spazi de lo ZAC Zone Attive di Cittadinanza! di Ivrea in diretta streaming sulla pagina Facebook di cheFare. Da alcuni anni – con obiettivi, metodi e lenti interpretative diverse – policy maker ed erogatori in Italia sostengono in modi diversi i nuovi centri culturali e i presidi civici.

Per alcuni il sostegno si è inserito all’interno di disegni più ampi legati all’innovazione sociale, culturale e civica. Per altri, è stato un’estensione di politiche territoriali legate alle Industrie Culturali e Creative o al terzo settore culturale. Per altri ancora, infine, si è trattato di un focus specifico di ricerca e sviluppo. In tutti i casi, l’emergenza del Coronavirus ha impresso drastiche accelerazioni e trasformazioni nelle politiche dedicate.

Da un lato, perché i nuovi centri culturali e i presidi civici sono spesso particolarmente fragili dal punto di vista della sostenibilità economica e le misure di distanziamento, precauzione e sanificazione imposte dal virus rischiano di stroncare troppo iniziative.

Dall’altro, perché il ripensamento della cultura e della coesione sociale in ottica territoriale e di prossimità sembra identificare nei nuovi centri culturali e nei presidi civici degli interlocutori ideali. Quindi, che fare?

Costruire le politiche per i nuovi centri culturali in Italia, con Davide Agazzi, esperto di politiche di sviluppo locale e membro del consiglio direttivo di Actionaid, Annalisa Gramigna, Project Manager di Fondazione IFEL, Elena Ostanel, Marie Sklodowska-Curie Fellow, Università Iuav di Venezia e Claudio Paolucci, semiologo e Professore Associato dell’Università degli Studi di Bologna

Un incontro per mettere in contatto nuovi centri culturali e presidi civici con i decisori, gli erogatori e i corpi intermedi di riferimento. La conferenza sarà trasmessa dagli spazi del Polo del ‘900 di Torino in diretta streaming sulla pagina Facebook di cheFare.

Vengono chiamati con molti nomi: spazi culturali di comunità, case del quartiere, community hub, spazi spazi rigenerati a base culturale. Qualunque sia la scelta, è ormai chiaro che i nuovi centri culturali e i presidi civici sono una realtà diffusa capillarmente in tutta Italia, al Sud come al Nord, nelle grandi città come nelle aree rurali e montane. Le loro fortune dipendono da molti fattori (culturali, economici, sociali) ma sicuramente il rapporto con i decisori, gli erogatori e i corpi intermedi è cruciale.

Se è giusto considerare ogni spazio come una storia a sé, è anche fondamentale iniziare a pensarlo come parte di uno scenario più ampio e complesso che riguarda tutto il paese ed un numero potenzialmente enorme di cittadini. L’oggetto, quindi, di politiche culturali specifiche.


Questo articolo fa parte de laGuida nel Contemporaneo, il progetto di cheFare che mette a confronto i diversi mondi della cultura, ascoltandone i bisogni e scambiando conoscenze. Vogliamo mettere in dialogo la cultura emergente con le realtà e le istituzioni più consolidate.

Lo facciamo con Fondazione Cariplo, impegnata nel sostegno e nella promozione di progetti di utilità sociale legati al settore dell’arte e della cultura, dell’ambiente, dei servizi alla persona e della ricerca scientifica.




Analizzare le politiche green post-pandemiche di Milano

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su Il Manifesto clicca il pulsante in basso per leggere il testo completo.

A Milano come a Roma i grandi protagonisti del Real Estate internazionale stanno ottenendo importanti porzioni di spazio urbano partecipando al programma a vocazione ambientalista C40 Reinventing Cities. Ma gli/le attivist* di MACAO a Milano denunciano i rischi e i limiti dei processi di privatizzazione e le nuove strategie neoliberali del greenwashing.

Alla vigilia di appuntamenti amministrativi importanti, per non lasciare alle destre la questione sociale, alcune proposte per una politica urbana di sinistra, ecologica, decoloniale e sostenibile, situata nelle periferie e nel paese reale.

Le politiche green post-pandemiche sono il laboratorio in cui si stanno configurando le tattiche politiche del prossimo decennio. Per questo il caso del programma C40 Reinventing Cities di rigenerazione urbana ad impatto ambientale è un ottimo banco di prova per capire come vecchi interessi si configurano in sfide innovative volte al futuro.

C’è stato un gran dibattito su C40 che mi sembra si risolva in una sola osservazione.




I nuovi centri culturali sono fondamentali, ecco cosa fare per salvarli

Il testo che state per leggere è il risultato del percorso della prima tappa de laGuida, il Festival Itinerante dei nuovi centri culturali di cheFare.

Si tratta di un testo lungo e articolato perché è il risultato di un percorso lungo e articolato. Per questo, abbiamo deciso di dividerlo in sezioni espandibili, nelle quali abbiamo sviluppato dettagli e approfondimenti. Le 11 proposte per politiche locali e nazionali per i nuovi centri culturali sono una sintesi che porteremo sui principali tavoli di revisione politica. Buona lettura, e un sentito grazie a tutti coloro che hanno reso possibile questo primo, importante passo.

» I nuovi centri culturali come infrastruttura nevralgica

» 11 raccomandazioni

» Perché cheFare si occupa di nuovi centri culturali

» La mappa dei finanziamenti ai nuovi centri culturali in tempi di Coronavirus

» Costruire le politiche per i nuovi centri culturali in Italia

» I partner

I nuovi centri culturali come infrastruttura nevralgica

I nuovi centri culturali sono un’infrastruttura culturale e sociale nevralgica per l’Italia. Solitamente considerati residuali rispetto ai luoghi della cultura tradizionali, sono al contrario spazi culturali di prossimità il cui ruolo fondamentale è ancora più evidente nella crisi pandemica del 2020. Abbiamo approfondito altrove le caratteristiche che li distinguono, le forme di cultura che li attraversano e le strutture di criticità e di opportunità dai quali sono attraversate. Nella risposta puntuale alla crisi portata dal Coronavirus, in molte parti d’Italia i nuovi centri culturali hanno costituito la centrale operativa per forme di solidarietà di base che si sono organizzate per portare una risposta ai gruppi sociali più colpiti.

Non solo solidarietà materiale – costituendo punti logistici per la raccolta e la distribuzione – ma anche supporto e sviluppo di progetti di cultura di prossimità. Ed è proprio alla cultura di prossimità che dobbiamo guardare in questi mesi: il dispiegamento sui territori – nei centri come nelle periferie, nelle metropoli come nelle aree interne – di pratiche culturali accessibili, distribuite, capillari che sono e saranno indispensabili perché le disuguaglianze accentuate dal coronavirus non creino ferite che non si possono rimarginare.

In molte parti d’Italia i nuovi centri culturali hanno costituito la centrale operativa per forme di solidarietà di base che si sono organizzate per portare una risposta ai gruppi sociali più colpiti.

Negli ultimi dieci anni i nuovi centri culturali sono proliferati, e oggi sono nell’ordine delle migliaia. Moltissimi di questi spazi rischiano di non riaprire dopo la crisi del Coronavirus, disperdendo non solo le decine di milioni di euro di investimenti fatti finora dal pubblico e dai privati ma – cosa ancor più grave – anche i capitali sociali e culturali accumulati con fatica nel corso del tempo.

Così come sono migliaia i lavoratori (spesso precari, autonomi, saltuari) che anche a partire dalle attività dei nuovi centri culturali costruiscono il proprio reddito. Un reddito che oggi è messo repentaglio, e che molti non percepiscono da molti mesi. I pubblici, le organizzazioni, le comunità che ogni anno li attraversano sono costituiti da centinaia di migliaia di persone che oggi più che mi hanno bisogno di spazi – fisici e virtuali – per vivere la cultura come un’esperienza quotidiana.

11 raccomandazioni

Come esito di un lavoro sul campo durato anni – svolto attraverso progetti curatoriali, editoriali, di accompagnamento e di ricerca che hanno visto il coinvolgimento di centinaia di operatori, istituzioni culturali, università, centri di ricerca, ricercatori e policy maker – e come punto di arrivo del percorso della prima tappa de laGuida – svoltasi da giugno a ottobre 2020 – cheFare ha sintetizzato le seguenti 11 raccomandazioni per politiche specifiche relative ai nuovi centri culturali.

1 – Costruire misure di sostegno sia in ottica di sopravvivenza che di consolidamento. Tenendo conto della grandissima varietà di situazioni e contesti, gli strumenti dovranno necessariamente essere variegati ed articolati; tra gli altri: convenzioni; contributi per l’affitto o l’acquisto di spazi; contributi per l’acquisto di macchinari; detassazioni o riduzioni parziali delle tassazioni; agevolazioni per la stabilizzazione del personale.

2 – Favorire la nascita di percorsi di accompagnamento e formazione per i nuovi centri culturali e per le organizzazioni che operano al loro interno, mirati alla costruzione di nuove competenze strategiche, teoriche e pratiche; al trasferimento delle competenze sui territori; alla circolazione di competenze tra territori diversi in Italia e all’estero.

3 – Investire sulla qualità della produzione artistica e culturale attraverso progetti specifici di produzione e circuitazione di opere e percorsi di finanziamento della direzione artistica e della curatela.

4 – Incentivare la visibilità mediatica ed editoriale della realtà dei nuovi centri culturali, favorendo la nascita di percorsi dedicati presso i nuovi media così come quelli tradizionali.

5 – Favorire la nascita di reti di secondo livello e il consolidamento di quelle esistenti, coinvolgendo parallelamente istituzioni come fondazioni, centri studi, università in percorsi di emersione, studio ed advocacy.

6 – Per quello che riguarda lo studio del fenomeno, è cruciale attivare percorsi di sistematizzazione della grande mole di ricerche condotte finora in modo frammentario, in modo da produrre quadri esaustivi sia degli elementi quantitativi che caratterizzano il panorama nazionale dei nuovi centri culturali che degli impatti di medio e lungo periodo che possono avere sui territori.

È importante trovare forme di integrazione tra le politiche locali e regionali esistenti, nell’ottica della costruzione di politiche nazionali di sistema.

7 – È necessario dedicare un’attenzione particolare alle forme di apprendimento nella pubblica amministrazione che i nuovi centri culturali attivano sui territori, alla loro emersione da forme di sapere tacito a forme di sapere esplicito, al consolidamento ed alla circuitazione di questi saperi.

8 – È importante trovare forme di integrazione tra le politiche locali e regionali esistenti, nell’ottica della costruzione di politiche nazionali di sistema.

9 – Pur nel rispetto delle specificità di ognuno, è necessario considerare i nuovi centri culturali come parte integrante degli ecosistemi culturali dei territori, facilitando e sostenendo di conseguenza percorsi di integrazione, circuitazione e valorizzazione con le infrastrutture culturali pubbliche e private tradizionalmente intese: musei, biblioteche, archivi, etc.

10 – È necessario identificare misure specifiche che sostengano progettualmente forme di partecipazione sui territori, articolando rapporti tra nuovi centri culturali, pubbliche amministrazioni, organizzazioni emergenti e istituzioni tradizionali.

11 – È indispensabile approfondire ed ampliare vocabolari teorici ed operativi comuni, in grado di restituire la complessità dell’esistente. Le categorie oggi utilizzate – nuovi centri culturali, centri culturali indipendenti, centri di aggregazione civica, case del quartiere, community hub, creative labs, etc – si riferiscono a tipologie di luoghi variegati che riguardano processi, forme di attivazione  di contaminazione, impatti e strutture di finanziamento auspicabili anche molto diverse.

Perché cheFare si occupa di nuovi centri culturali

cheFare è nata nel 2012 per produrre il premio cheFare, un premio da 100.000 euro per progetti culturali innovativi. Nelle tre edizioni tra (2012-2014), il premio ha erogato 350.000 euro a 5 soggetti diversi, selezionati tra oltre 1800 progetti arrivati da tutta Italia, selezionati con l’aiuto di oltre 180.000 voti dalle comunità culturali, il lavoro di molte decine di esperti e giurati dai mondi della ricerca e della cultura. Da questa esperienza abbiamo capito che quelli che oggi chiamiamo nuovi centri culturali stavano divenendo uno dei principali crocevia dell’attivismo civico e culturale in Italia, fucine di cultura collaborativa. Per questo abbiamo deciso di cercare modi per raccontarli, studiarli e facilitare il loro lavoro.

È in quest’ottica che tra il 2015 e il 2018 – assieme a Casa della Cultura di Milano e con il supporto di Fondazione Cariplo – abbiamo portato avanti Rosetta: un progetto culturale nomade che ha attraversato 18 nuovi centri culturali milanesi, costruendo ponti tra pubblici, luoghi e scene culturali diverse. Ed è nello stesso periodo che abbiamo finanziato la borsa di ricerca “Spazi, Lavoro e Cultura” assieme a Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

Nell’ottobre 2019 cheFare ha organizzato Molto Presto alla Triennale di Milano: una maratona di due giorni – autoprodotta – durante la quale decine di esperti ed operatori si sono confrontati con un pubblico di centinaia di persone sui temi principali che attraversano i mondi dei nuovi centri culturali. Nello stesso periodo – grazie al sostegno del MiBACT e di SIAE, nell’ambito del programma ‘Per Chi Crea’ – lanciato Bagliore, un programma di residenze in 6 nuovi centri culturali per scrivere una nuova biografia culturale dell’Italia alla cui call hanno risposto 459 artiste e scrittori under 35 e che è divenuto un libro de Il Saggiatore in libreria da settembre.

Molto Presto, prospettive dazione per nuovi centri culturali, alla Triennale Milano.

A gennaio 2020 abbiamo lanciato laCall to Action, una mappatura nazionale ancora attiva è alla quale hanno risposto finora 477 nuovi centri culturali, 145 organizzazioni che operano al loro interno e moltissimi frequentanti. laCall to Action è ancora aperta, e ogni settimana nuovi centri culturali continuano a segnalarsi; nel frattempo stiamo scoprendo l’esistenza di dozzine di altre mappature complementari e cercando il modo di costruire un archivio estensivo, completo ed utile per la ricerca e la progettazione.

Molto Presto e laCall to Action hanno costituito una “tappa zero” de laGuida: un festival itinerante dei nuovi centri culturali che attraversa l’Italia alternando momenti di formazione, riflessione e incontro tra operatori dal basso e policy maker. La tappa numero 1 de laGuida – dedicata ai nuovi centri culturali di Liguria, Piemonte e Valle D’Aosta e centrata sul tema della Partecipazione – avrebbe dovuto tenersi durante tre giorni a giugno 2020. Date le limitazioni portate dalla pandemia, abbiamo deciso di trasformarla in un percorso di incontri on line e dal vivo che si sono snodati tra giugno e ottobre.

Tra giugno e luglio 2020 si è tenuta online la prima fase de laGuida, ilCamp, 15 ore di formazione e laboratori online, con 7 tavoli riservati a più di 60 nuovi centri culturali e 3 incontri con esperti internazionali ai quali hanno partecipato complessivamente più di 550 persone. ilCamp ha favorito la nascita di nuovi legami territoriali, costruito competenze trasversali sulle forme di partecipazione, identificato elementi di criticità e strutture di opportunità.

A gennaio 2020 abbiamo lanciato laCall to Action, una mappatura nazionale ancora attiva è alla quale hanno risposto finora 477 nuovi centri culturali, 145 organizzazioni che operano al loro interno e moltissimi frequentanti.

Il 13 e 14 ottobre 2020 abbiamo organizzato laPiazza. Nel panel a porte chiuse “Costruire progettualità insieme ai nuovi centri culturali e i presidi civici” gli 8 partner di rete (Ateatro, Arci, Fondazione Piemonte dal Vivo, Labsus, Legambiente, NESXT, l’Orgia, Riusiamo l’Italia) de laGuida si sono presentati ai nuovi centri culturali partecipanti, spiegando come la loro attività di organizzazioni di secondo livello (reti di rappresentanza o progettisti di strumenti collaborativi) potesse essere una leva per il rafforzamento a livello nazionale e per azioni specifiche sui territori.

L’incontro on line Mappa dei finanziamenti ai nuovi centri culturali in tempi di Coronavirus ha ricostruito la mappa delle opportunità di sostegno locale, indagando come l’arrivo del Covid abbia trasformato il modo in cui le istituzioni guardano agli spazi che operano sui loro territori e ai modi in cui esse stesse sono state trasformate da questa relazione nell’ultimo anno.
L’incontro tenutosi dal vivo dal vivo al Polo del ‘900 di Torino, “Costruire le politiche per i nuovi centri culturali in Italia”, ha infine riunito un pubblico di stakeholder selezionati nei mondi delle politiche territoriali, della cultura e dell’economia per portare le istanze emerse durante tutto il percorso e per identificare assieme a i principali esperti italiani alcune linee di azione concreta.

La prima tappa de laGuida è realizzata con il supporto della Fondazione Compagnia di San Paolo che, traendo spunto dall’agenda 2030 pensa ai nuovi centri culturali e ai presidi civici come spazi non solo di cultura ma anche di cittadinanza attiva. L’iniziativa ha inoltre il sostegno della Fondazione Unipolis.

La mappa dei finanziamenti ai nuovi centri culturali in tempi di Coronavirus

Da almeno negli ultimi 10 anni – con obiettivi, metodi e lenti interpretative diverse – policy maker ed erogatori in Italia sostengono in modi diversi i nuovi centri culturali e i presidi civici. Per alcuni il sostegno si è inserito all’interno di disegni più ampi legati all’innovazione sociale, culturale e civica. Per altri, è stato un’estensione di politiche territoriali legate alle Industrie Culturali e Creative o al terzo settore culturale. Per altri ancora, infine, si è trattato di un focus specifico di ricerca e sviluppo.

In tutti i casi, l’emergenza del Coronavirus ha impresso drastiche accelerazioni e trasformazioni nelle politiche dedicate. Da un lato, perché i nuovi centri culturali e i presidi civici sono spesso particolarmente fragili dal punto di vista della sostenibilità economica e le misure di distanziamento, precauzione e sanificazione imposte dal virus rischiano di stroncare troppe iniziative. Dall’altro, perché il ripensamento della cultura e della coesione sociale in ottica territoriale e di prossimità sembra identificare nei nuovi centri culturali e nei presidi civici degli interlocutori ideali.

Questo incontro de laGuida ha riunito attorno ad un tavolo virtuale i rappresentanti di alcune tra le istituzioni che hanno lavorato in modo più approfondito con i nuovi centri culturali, per interrogarsi trasformazioni delle forme di sostegno e su come le stesse istituzioni abbiano appreso e si siano lasciate trasformare da ciò che hanno imparato.

L’intervento di Sandra Aloia (Responsabile Missione Favorire Partecipazione Attiva della Fondazione, Compagnia di San Paolo), si è concentrato sul bando Rincontriamoci, una misura straordinaria messa in campo dalla Compagnia di San Paolo per sostenere nuovi centri culturali, nuove istituzioni culturali e centri civici di Liguria, Piemonte e Valle D’Aosta, in risposta alla crisi portata dal Coronavirus. Si è trattato di un bando sui generis in quanto non rivolto a progettualità costruite ad hoc – come avviene spesso – ma al sostegno diretto delle organizzazioni.

Si è trattato di una misura importante dal punto di vista della conoscenza dei territori perché ha consentito alla fondazione di entrare in contatto anche con organizzazioni precedentemente fuori dai radar e che, in numero considerevole, non erano mai state destinatarie di contributi istituzionali di nessun tipo. Questo ha permesso, da un lato, di mappare e sostenere soggetti “dal basso” e inediti. Dall’altro, ha chiarito la necessità di stabilire interlocuzioni continuative con soggetti di secondo livello, di facilitazione e di rappresentanza.

Dal punto di vista delle modalità organizzative interna alla fondazione, inoltre, la consapevolezza della necessità di adottare misure efficaci e urgenti ha prodotto una misura che per il ciclo di pubblicazione, accettazione, valutazione e proclamazione dei risultati ha impiegato solo 5 settimane – un arco di tempo estremamente veloce se comparato ai circa 4 mesi per le stesse attività in periodi “normali”: in soli 10 giorni sono arrivate quasi 500 domande, delle quali sono state accettate 147 per una cifra complessiva di circa 1.500.000 euro.

Roberta Franceschinelli (Responsabile Area Cultura della Fondazione Unipolis/culturability) ha ricostruito il percorso del bando culturability tra il 2013 e il 2020, evidenziando come tra le diverse edizioni la fondazione abbia sentito il bisogno di modificare il focus e i metodi di valutazione e sostegno ai partecipanti per rispondere in modo più adeguato alle sollecitazioni che arrivano dai territori. In questo senso, un momento particolarmente significativo è stato “l’anno di pausa” del bando nel 2019, che ha portato alla decisione di smettere di sostenere l’emersione di nuovi spazi e di iniziare a lavorare sulla crescita ed il consolidamento di centri culturali attivi già da tempo, in modo da poter investire in modo più chiaro e definito su identità e specificità costruite nel tempo incidendo su due variabili specifiche: la governance interna e gli aspetti relativi qualità artistica e culturale.

Bertram Niessen, direttore scientifico di cheFare, durante laPiazza al Polo del ‘900 di Torino.

Per questo motivo, il meccanismo del bando 2020 ha articolato tipologie di forme di sostegno diverse in fasi diverse: liquidità attraverso le erogazioni; accompagnamento; vaucher da utilizzare con consulenti esterni. Nelle sue considerazioni conclusive, Franceschinelli ha ribadito la necessità di misure nazionali per il sostegno ai nuovi centri culturali nel fronteggiare le criticità tecnico-pratiche portate dal Coronavirus (come ad esempio le spese sostenute per le sanificazioni). Oggi più che mai, inoltre, è importante che le fondazioni siano in grado di rendersi flessibili nelle forme di erogazione e rendicontazione, ascoltando costantemente le voci dal territorio e costruendo percorsi di advocacy e mediazione verso che progetta ed implementa le politiche al livello nazionale.

Marco Minoja (Direttore della Direzione Cultura del Comune di Milano) ha costruito il suo intervento secondo una prospettiva storica. Il Comune di Milano, per sostenere gli spazi della cultura, in passato ha adottato quelli che si possono definire come strumenti tradizionali: concessioni di immobili di proprietà del Comune; bandi per l’erogazione di finanziamenti, tradizionalmente divisi nelle macroaree dell’avviso pubblico per le attività di spettacolo, all’interno delle quali rientrano molti soggetti che gravitano attorno ai nuovi centri culturali.

Dal 2019 la Direzione Cultura del Comune di Milano ha iniziato una mappatura delle filiera dell’offerta culturale per la redazione di un nuovo piano strategico. Con l’emergenza portata dalla pandemia si è manifestata chiaramente l’esigenza di una risposta immediata la  sopravvivenza di molte realtà. Milano ha attivato a questo proposito la misura extra-bilancio del Fondo di Mutuo Soccorso, mettendo a disposizione del settore culturale 2 milioni di euro. Un avviso pubblico improntato ad alcuni indirizzi precisi: fare presto; dare sostegno immediato all’attività dei luoghi della cultura; dare un sostegno concreto alle spese per il mantenimento dei luoghi (affitti, concessioni, utenze); dare un sostegno al danno subito a fronte delle mancate entrate dei mesi di chiusura; istruttorie di valutazione estremamente semplici.

BAGLIORE, la nostra biografia dei nuovi centri culturali pubblicata insieme a Il Saggiatore.

Il bando è stato pubblicato il 29 maggio e l’iter si è chiuso il 30 di luglio; sono state processate oltre 400 domande, riuscendo a finanziare oltre 260 soggetti: 85 soggetti per il sostegno alle spese fisiche; 165 soggetti per il risarcimento del bando subito. Una terza linea di finanziamento – più strategica – è stata attuata per finanziare nuove progettualità collegate ad aree territoriali, luoghi, utenze, circuiti, modi di fruizione specifici che mirassero a fare rete tra soggetti diversi, confrontandosi con tutti i modelli di parteneriato possibili. È stato il tentativo – riuscito – di dimostrare che fare rete è un modo di fare ecologia di sistema, aumentando impatti, pervasività ed efficacia. Questo bando ha raccolto oltre 70 proposte e ne ha finanziate 6.

Per l’amministazione, si è trattato di un’occasione di studio e riflessione strategica importante. Gli indirizzi che ne sono emersi sono volti al favorire l’interazione delle filiere dell’offerta pubblica con quella di tutti i nuovi soggetti: non basta più vedere le realtà emergenti come semplice aggiunta all’offerta complessiva, ma bisogna lavorare a processi di integrazione tra biblioteche, musei, luoghi espositivi e luoghi dello spettacolo con i nuovi soggetti. Per trasformare questa visione in strategie serve la capacità di costruire strumenti descrittivi e analitici integrati, ma anche la costruzione di strategie di partecipazione con i pubblici.

Costruire le politiche per i nuovi centri culturali in Italia

Se è giusto considerare ogni spazio come una storia a sé, è anche fondamentale iniziare a pensarlo come parte di uno scenario più ampio e complesso che riguarda tutto il paese ed un numero potenzialmente enorme di cittadini. L’oggetto, quindi, di politiche culturali specifiche.

Davide Agazzi è un esperto di politiche pubbliche, prima a Milano al fianco dell’Assessora Cristina Tajani e del Sindaco Beppe Sala, oggi responsabile del Laboratorio di Innovazione Urbana a Brindisi. Agazzi è entrato a gamba tesa sulle domande che laGuida pone ai policy maker, rilanciando con la visione di una politica nazionale sui nuovi centri culturali che vada oltre le singole iniziative locali.

Per farlo, è necessario guardare ai nuovi centri culturali come a delle organizzazioni produttive, investendo dal lato del pubblico sui gruppi di lavoro dal punto di vista della stabilizzazione, della direzione artistica, dell’innovazione organizzativa. Una politica pubblica dovrebbe sostenere e finanziare gli investimenti sugli edifici, sui macchinari e sulle opere materiale e immateriali che vengono prodotte. Sarebbe necessario prevedere alcune misure che detassino alcune attività specifiche (ad esempio l’occupazione di suolo pubblico) o pensare a tassazioni agevolate.

Un elemento cruciale sarebbe prevedere il finanziamento di interazioni tra i nuovi centri culturali e la collettività, ad esempio mettendo il lavoro di alcune progettualità al servizio di specifiche sfide collettive. Ma anche il tema della visibilità è cruciale: un ulteriore elemento potrebbe essere la facilitazione nell’accesso dei nuovi centri culturali, sia ai media locali e nazionali, sia a canali iper-locali come le affissioni pubbliche dei comuni. Un’attenzione specifica, inoltre, dovrebbe essere data al sostegno di reti che federano organizzazioni su territori diversi e che implementano le connessioni internazionali.

Proprio guardando alle reti che stanno emergendo in questo 2020, Agazzi ha identificato due principali rischi che devono fronteggiare. Da un lato, la galassia dei nuovi centri culturali deve imparare a farsi percepire in modo diverso, non accontentandosi solo di essere riconosciuti e convocati (come succede oggi), ma divenendo invece più sfidanti e conflittuali nei confronti dell’opinione pubblica e degli interlocutori della governance territoriale.

Dall’altro, è importante sviluppare dei percorsi si interroghino su cosa vuol dire essere un’istituzione culturale contemporanea, non rendendo i NCC subalterni rispetto alle istituzioni culturali tradizionali ma, al contrario, rivendicando un’alterità identitaria e progettuale.

Annalisa Gramigna è una ricercatrice dell’Istituto per la Finanza e l’Economia Locale (IFEL), la Fondazione dell’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani (ANCI). Nel suo intervento, Gramigna si è interrogata sui vincoli organizzativi, strutturali e amministrativi che ostacolano la trasmissione di valore sui territori tra le esperienze sociali e culturali dal basso e le amministrazioni locali.

Il 70% dei quasi 8000 comuni italiani non supera i 5000 abitanti, mentre il restante 30% si divide tra realtà medie e grandi; si tratta di un quadro estremamente eterogeneo, che però è condizionato trasversalmente da due criticità comuni alla stragrande maggioranza dei contesti: la struttura del personale e la cultura organizzativa. Il comparto degli enti locali, infatti, negli ultimi dieci anni ha perso quasi il 20% del personale che non è stato rimpiazzato. Il personale della Pubblica Amministrazione nel suo complesso ha un’età media di 51 anni; gli under 30 sono solo il 3%, mentre gli over 60 sono sei volte tanto. Allo stesso tempo, logiche e procedure della Pubblica Amministrazione tendono a privilegiare letture organizzative autoreferenziali che si interrogano più su criteri di efficienza che non sulle modalità di trasmissione del valore.

A fronte di questo quadro, si possono identificare alcuni suggerimenti pratici per tutti coloro che intendono interagire con le amministrazioni del proprio territorio.
Innanzitutto, è importante capire qual è la cornice di senso all’interno della quale la singola amministrazione programma ed opera: in questo senso possono essere strumenti preziosi gli statuti, le linee di mandato degli amministratori e del sindaco, i regolamenti sulla partecipazione e sul terzo settore, il documento unico di programmazione che declina le linee politiche pregi anni di mandato dell’amministrazione in carica.

In secondo luogo, è indispensabile imparare a declinare e tradurre le forme di valore che le progettualità sociali e culturali possono avere sui territori. In questo senso, istituzioni intermedie come le fondazioni e le università possono favorire processi di mediazione culturale e legittimare istanze dal basso. Infine, è cruciale per le pubbliche amministrazioni costruire strumenti e organi di integrazione tra uffici e politiche diverse, in grado di rispondere alla complessità delle sfide in campo.

Elena Ostanel, è un’urbanista che lavora allo IUAV di Venezia, ricercatrice Marie Curie e membro del Master U-Rise. L’intervento di Ostanel ha preso le mosse dalla Risoluzione della Commissione Cultura della Camera dei Deputati del 29 Aprile 2020 – nella quale si sottolineava la natura della cultura come infrastruttura democratica essenziale per la nostra società – ed ha evidenziato come, durante l’emergenza connessa al lockdown, sia emerso chiaramente come i nuovi centri culturali lavorino costantemente sui due livelli: uno spaziale (hardware) e l’altro di servizi sul campo e immateriali (software). Da questa prospettiva è possibile considerare i nuovi centri culturali come vere e proprie infrastrutture sociali e culturali di prossimità, il cui impatto si basa sul trasferimento del valore in modo allargato ai territori in cui operano. Un esempio è il lavoro svolto dall’Ex Asilo Filangeri e da altri spazi “liberati” tramite il lavoro di innovazione amministrativa che ha interessato Napoli in questi anni: la rete napoletana ha, infatti, raccolto durante il lockdown oltre 60.000 euro per le persone in difficoltà, segno di una capacità di organizzazione e intervento sul territorio tutt’altro che banale.

Nel suo libro Spazi fuori dal comune, del 2017, Ostanel ha guardato ai nuovi centri culturali come spazi di apprendimento tra le istituzioni, il territorio e le persone. Un esempio è quello che è successo nel Laboratorio Spazi della città di Bologna, nel quale la co-progettazione è divenuta uno strumento effettivo per intervenire sul territorio; questa metodologia adesso sta venendo presa in considerazione anche delle amministrazioni di comuni più piccoli. Si tratta quindi un’opportunità di circolazione dei saperi dalle città più avanzate dal punto di vista dell’innovazione amministrativa nel rapporto con i nuovi centri culturali verso quelle che ancora non hanno adottato strategie di questo tipo. Opportunità nelle quali possono giocare un ruolo cruciale le organizzazioni di rete “dal basso” (come i Partner di Rete de laGuida), così come le istituzioni intermedie (come la Fondazione per l’Innovazione Urbana di Bologna).

Con le conseguenze dell’emergenza Covid, il rischio oggi è che i nuovi centri culturali scompaiano. La priorità quindi è quella di passare (come ha iniziato a fare Compagnia di San Paolo con il bando Rincontriamoci) dalle forme di finanziamento che negli anni passati hanno spinto ad una costante innovazione progettuale a forme di sostegno e ristoro che permettano agli spazi di continuare a vivere.

Claudio Paolucci è professore associato di Semiotica e Filosofia del linguaggio all’Università di Bologna ed è il coordinatore del dottorato di ricerca in Philosophy, Science, Cognition and Semiotics del Dipartimento di Filosofia e Comunicazione dell’Università di Bologna. Il suo intervento ha investigato 5 sensi diversi della parola “partecipazione”, mettendo in guardia sul rapporto ambiguo che inevitabilmente sussiste tra lo sviluppare percorsi partecipativi per le organizzazioni e il costruire forme di immunizzazione che permettono alle organizzazioni stesse di metabolizzare – senza però esserne trasformate – istanze esterne radicali.

Per non togliere nulla alla natura anche per formativa dell’intervento di Paolucci, però, vi rimandiamo al video del suo intervento.

I partner

Ci sostengono e ci hanno sostenuto per tutta la durata del progetto:

Partner di Rete: Arci Italia; Ateatro; Fondazione Piemonte dal Vivo; L’Orgia; Labsus; Legambiente; Lo Stato dei Luoghi; NESXT; Fondazione Riusiamo l’Italia; URBACT.

Partner Culturali: Polo del ‘900 di Torino e La Triennale di Milano

Partner Scientifici: il Dipartimento di Sociologia e Ricerca dell’Università degli studi di Milano – Bicocca; l’Università IUAV di Venezia e Master U-RISE Rigenerazione Urbana e Innovazione Sociale; il Centro Internazionale di Studi Umanistici “Umberto Eco” – Scuola Superiore di Studi Umanistici (SSSUB) – Università di Bologna.

Partner Editoriale: Iperborea

Partner Finanziatori: Fondazione Compagnia di San Paolo e Fondazione Unipolis

Sono stati con noi:

Ricetto per l’Arte – Agorà della Val Susa (Cumalè), Lo Spazio di Mezzo (atelier mobile), a.titolo, Arci Piemonte, Arci Canaletto, Associazione Amici di Paganini, Arteco, ArteSera, Babelica, Bocciofila Vanchiglietta, Teatro Cabiria, Cafè Neruda, Cap10100, Casa Gavoglio, CCCTO – Ex Birrificio Metzger, Cascina Govean, Centro di Incontro Mascagni, Centro di Incontri Chiusa di Pesio, Centro Ricreativo Culturale Luceto, Circolo Barabini di Trasta, Cinema Vekkio, Circolo Combattenti e Reduci Montegrappa, Con-diviso, Centro del Protagonismo Giovanile di Torino, Cripta747, ExMattatoio – Cittadella del Volontariato, Ex Ospedale Psichiatrico di Quarto, Iperspazio, L’Arteficio, La Claque – Teatro della Tosse, La Fortezza (E20), La Rocca – Fratellanza Contadini e Operai, Magazzino sul Po, Mastronauto, NESXT, Nòva, Officina residenza teatrale per le nuove generazion, Officine CAOS, Officine Solimano, Palazzo del Tribunale (Baba Jaga), Pandan, Portmanteau, Print Club Torino, Borgata Paraloup, Sintra Onlus, SOMS (Progetto Cantoregi), Spazio Bac, Spazio Ferramenta, Spazio Hydro, Spazio Kor, Tastè Bistrot, Teatro della Juta, Teatro Marchesa (Choròs), Terzo Paradiso (le Radici e le Ali), Teatro Laboratorio Creativo, viadellafucina16 Condominio-Museo, Villa Filanda, ZAC! Zone Attive di Cittadinanza, Zero Gravità (Villa Cernigliaro), Oratorio Finalpia.




Breve storia dell’attivismo post-2000, dai corpi in strada agli avatar sulle reti

Da pochi giorni è in libreria l’ultimo saggio di Marco Mancuso, Intervista con la New Media Art (Mimesis), da cui pubblichiamo l’intervento di Bertram Niessen. Il libro sarà presentato oggi da Combo a Torino alle 19.00. I proventi del libro saranno donati per le ricerche sugli effetti clinici e sociali del Covid-19, eseguite presso il Centro di Neuroscienze e neurotecnologie, Dipartimento di eccellenza di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze dell’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia. Per saperne di più visita questo link.

Nel 2001 con un gruppo di artisti, musicisti e attivisti fondammo il collettivo di sperimentazione elettronica otolab. La nostra prima performance pubblica avvenne una settimana dopo i fatti del G8 di Genova. Discutemmo lungamente se iniziarla con una registrazione dell’irruzione della polizia al Media Center della Scuola Diaz. Molti di noi erano a Genova in quei giorni, e i centri sociali erano il nostro ambiente “naturale” di riferimento. Nel 2004 nello studio di otolab, Marco Mancuso venne a presentarsi con il progetto di un magazine online su tecnologia, arte e design. Sono passati 15 anni dal lancio di Digicult e oggi Marco mi chiede di scrivere un testo su come è cambiato il rapporto tra tecnologia e attivismo. Guardare al 2005 dal 2020 è un esercizio già complicato di per sé che assume tratti quasi onirici in un momento come questo – siamo in piena quarantena per il Coronavirus – segnato dalla rottura di ogni normalità e da un drastico cambiamento nei modi in cui ci rapportiamo con la tecnologia, l’esperienza, le forme espressive e la politica.

In questo senso, la metà degli anni 2000 era un momento strano perché venivamo da un decennio strano, segnato dal ritorno inaspettato dei movimenti sociali in occidente. In Italia nel ’94 era esploso il movimento del centri sociali con centinaia di occupazioni. Era prevalentemente da quella porta che nel nostro paese erano entrati nell’immaginario collettivo modi nuovi di “fare cose” con la tecnologia. A cominciare da nuove musiche basate non più sul classico combo rock chitarra-basso-batteria-voce ma sull’uso di campionatori, drum machines, sintetizzatori, mixer: con anni di ritardo si erano diffusi – anche in Italia, anche oltre le nicchie di appassionati – l’hip hop, il dub, la techno, la drum n’bass. In poco tempo, la principale forma di intrattenimento notturno per giovani di ogni classe sociale era divenuta il dimenarsi nelle notti del weekend al ritmo di musica elettronica. E dove c’era musica elettronica c’erano anche altre tecnologie, allestimenti più o meno consapevoli per il cinema espanso, installazioni variamente post-industriali, sperimentazioni con le luci.

Su scala globale, in occidente le cose stavano cambiando in modo vertiginoso su più piani. Era ormai chiara la direzione della transizione verso una società post-fordista, basata non più sulla produzione industriale ma sul terziario avanzato, su un’economia immateriale finanziarizzata influenzata dai flussi e dal general intellect. Di anno in anno cresceva esponenzialmente l’accesso ad una rete sempre più veloce – da casa, da lavoro, da scuola, dall’università – e i prezzi per l’informatica di consumo crollavano. Mandare mail, cercare testi su Internet, usare programmi di media editing iniziava ad essere alla portata di molti, se non direttamente, tramite amici o amici degli amici.

Corpi in strada, avatar sulle reti. L’immaginario condiviso era quello di essere tanti pirati, piccoli, molteplici, in lotta contro i colossi, gli stati, le multinazionali.

Era possibile leggere queste trasformazioni su scala globale in mondo prismatico guardando a quello che accadeva in piccolo in Italia, partendo dall’attività di alcuni gruppi di attivisti contigui ai centri sociali. Nel 1998 venne organizzato il primo Hackmeeting italiano al Cpa di Firenze; un appuntamento che divenne annuale segnando generazioni di attivisti tecnologici. Certo, esistevano già nel mondo altri meeting di hacker – a partire dal Chaos Communication Congress tedesco – ma la connotazione strettamente politica e la trasversalità del raduno italiano lo rendevano unico. Quando nel 1999 nacque la rete di centri media indipendenti Indymedia per sostenere le proteste statunitensi contro la World Trade Organization a Seattle, l’Italia fu uno dei paesi più pronti a raccoglierne e tradurne le pratiche sia con i capitoli locali di Indymedia che con gruppi affini come Autistici/Inventati.

Ma una peculiarità tutta italiana era quella di un paese nel quale queste trasformazioni si legavano alla sedimentazione di oltre 20 anni di movimenti, dal ’68 alla Pantera, passando per il ’77 e la stagione antinucleare. Da un lato, cambiava l’uso sociale delle città: le fabbriche se ne andavano, lasciando il posto ad occupazioni che sperimentavano forme alternative di politica, socialità, produzione e consumo. Da un altro, convivevano, si ibridavano e si scontravano pratiche e linguaggi tra occupazioni e gruppi di acquisto, autonomi e hacklab, post-frikketoni e raver, fumatori di cylum e zapatisti, neo-situazionisti e media-attivisti, redskins e associazioni per i migranti. Il collante principale era probabilmente la dimensione subculturale: la sensazione di far parte di qualcos’altro, di avere valori e orizzonti possibili in comune. Sembrava di essere dapperttutto: nelle strade e nelle piazze con le manifestazioni, nelle università e nei capannoni abbandonati, a Seattle e a Porto Alegre, sui primi server indipendenti e all’assalto dei siti delle grandi aziende. Corpi in strada, avatar sulle reti. L’immaginario condiviso era quello di essere tanti pirati, piccoli, molteplici, in lotta contro i colossi, gli stati, le multinazionali.

I 2000 hanno iniziato a rendere tutto più strano e veloce, con l’alternarsi schizofrenico di momenti dell’impossibile e di momenti del possibile. L’impossibile erano cose troppo grandi per essere vere: l’11/9, l’invasione dell’Afghanistan e dell’Iraq, il massacro di Beslan, il G8 di Genova. Il possibile erano le irruzioni dell’immaginazione nel quotidiano, tra street parade e Mayay da centinaia di migliaia di persone, rave, reti peer-to-peer, critical mass, radio in streaming, media center, hacklab, street tv. Internet sembrava ancora uno spazio di frontiera, e il Do It Yourself la regola della casa.

E poi, intorno al 2005, tutto accelerò ancora. La coniazione del termine Web 2.0 viene fatta risalire al 2004, e l’implementazione di molte delle sue tecnologie chiave agli anni immediatamente successivi. Nel giro di pochissimo tempo si passò dai siti personali ai blog, dai vecchi sistemi di content management ai wiki, dalla stickiness (il tentativo di trattenere gli utenti sul singolo sito) alla syndication (la possibilità di fruire gli stessi contenuti attraverso canali diversi), dai siti chiusi ai social network. Se si interseca questo mutamento con la diffusione della banda larga e con l’arrivo sul mercato degli smartphone (l’iPhone arrivò sui mercati nel 2007, facendo detonare la concorrenza) è facile capire come tutto cambiò in pochissimo tempo dal punto di vista delle aspettative di un’utenza media i cui numeri continuavano ad aumentare: non più solo “esploratori” o “fruitori”, ma anche e soprattutto aggregatori, curatori e produttori di contenuti di ogni tipo.

Nel giro di pochissimo tempo si passò dai siti personali ai blog, dai vecchi sistemi di content management ai wiki, dai siti chiusi ai social network.

Fuori, “oltre la rete”, dopo il G8 le cose per i movimenti si facevano sempre più grevi e la repressione in molte città portò allo sgombro di spazi e allo smembramento di collettivi. Non si trattava però solo di conflitto con le autorità. Fu soprattutto una stanchezza generalizzata dovuta alle conseguenze della precarizzazione della carriere; allo scivolamento di molti attivisti nei nuovi segmenti di mercato da working poor del lavoro cognitivo; all’attrazione di città più promettenti come Amsterdam, Berlino e Londra; all’affaticamento per i riti tecnologico-psichedelici del fine settimana, sempre più spesso accompagnati da incidenti; all’accorciamento del ciclo produzione-cooptazione-istituzionalizzazione nel rapporto tra subculture e mercati; al disgregarsi delle subculture stesse in un brodo post-subculturale sempre meno identitario. Fu in qualche modo, un “riflusso soft”, che culminò nella rincorsa alla dimensione privata portata dalla crisi finanziaria del 2007. Ci furono, certo, luoghi e movimenti capaci di concentrare le energie, da L’Onda ai No TAV in Val Susa. Singoli collettivi continuavano a lavorare in modo affiatato e nascevano alcune nuove esperienze. Qualcosa però si era rotto e ben poco riuscì ad andare oltre una stagione o un territorio specifici.

Negli anni ’10 i movimenti sociali che hanno sperimentato con le tecnologie sono stati perlopiù “altrove”: Occupy Wall Street negli Stati Uniti; gli Indignados in Spagna; le Primavere Arabe tra Nord Africa e Medio Oriente. Anche i fenomeni più strettamente mediattivistici – da Wikileaks ad Anonymous passando per i casi di Chelsea Manning e Edward Snowden – quasi non hanno toccato l’Italia. Non che qui non ci siano state importanti mobilitazioni, come la stagione dei Teatri Occupati che ha portato all’occupazione del Teatro Valle e di Macao, Non Una di Meno o più recentemente Fridays For Future. Quella che è mancata è stata piuttosto la diffusione di pratiche radicali specificamente politico-tecnologiche.

Sicuramente in questo ha avuto un peso decisivo il percorso – tutto italiano – del Movimento 5 Stelle: nato come piattaforma populista di contro-informazione che attirava anti-berlusconiani, tecnofili e frange della sinistra “della decrescita”, è rapidamente mutato in un partito dai connotati sovranisti per arrivare poi al governo con un partito di estrema destra. Questa traiettoria ha compresso le energie e sconvolto immaginari, appartenenze e sistemi valoriali al punto che, per qualche anno, i movimenti sono stati in difficoltà nell’affrontare discorsi connessi a democrazia e tecnologia.

Su un altro piano, probabilmente ha giocato un ruolo chiave la “naturalizzazione” della tecnologia nella vita quotidiana, connessa sia alla sua diffusione sempre più capillare che all’avvicendarsi di generazioni che non ricordano più “come era prima”. E in questo sono cambiati anche gli immaginari: nel senso comune, la contro-informazione si è confusa sempre più spesso con le fake news; il potere delle piattaforme tecnologiche come Facebook, Amazon, Google e Apple si è sposato con l’egemonia culturale, economica e politica del neoliberismo su scala globale; ad analisi critiche sempre più raffinate in ambito accademico nei campi del de-colonialismo, dell’internazionalismo, della queer theory e della rapporto tra natura e cultura si è accompagnata una crescente incapacità di tradurle in modo strategico in termini di pratiche politiche diffuse.

Nel senso comune, la contro-informazione si è confusa sempre più spesso con le fake news; il potere delle piattaforme tecnologiche come Facebook, Amazon, Google e Apple si è sposato con l’egemonia culturale, economica e politica del neoliberismo su scala globale.

Eppure, questo 2020 segnato dalla catastrofe globale del Coronavirus può essere un nuovo punto di partenza. Perché la sfida di centinaia di milioni di persone chiuse nelle proprie abitazioni – mentre il sistema sanitario e quello economico stanno ricevendo la peggiore scossa dai tempi della Seconda Guerra Mondiale – ci spinge a cercare nuovi modi pensare e di agire.

Per teorizzare e mettere in pratica nuove reti socio-tecnologiche di solidarietà locali e globali. Per costruire collettivamente nuovi vocabolari e nuovi modi per trasformarli in azioni. Per rifondare nuove culture, nuovi immaginari e nuove radicalità.