Datapoiesis. Il Made in Italy dei Dati che rende sensibili al pianeta

Possiamo immaginare di riposizionare i dati e il calcolo nelle nostre società? Trasformarli da asset di un’industria prevalentemente estrattiva in qualcosa che contribuisce positivamente al benessere per costruire relazioni ed empatia, solidarietà e partecipazione, conoscenza e informazione, produzione e condivisione?

Come può la grande disponibilità di dati e la potenza di calcolo delle intelligenze artificiali aiutarci a sviluppare “sensibilità aumentate” con cui percepire, comprendere e affrontare i  fenomeni complessi del nostro mondo globalizzato, come il cambiamento climatico, le migrazioni, la povertà?

E come è fatta un’azienda che fa tutto questo per mestiere?

In questo articolo cercheremo di descrivere come siamo arrivati a definire il concetto “Datapoiesis”, perché ha senso che tutto questo nasca e si sviluppi in Italia e perché ci siamo dati appuntamento dal 25 al 30 novembre 2019 Ivrea, nelle Fabbriche ex-Olivetti, per dargli forma.

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La “poiesi” non è un concetto nuovo.

Ne conosciamo tante in filosofia e in natura (autopoiesi, allopoiesi, practopoiesi, sympoiesi… ). Wikipedia ci dà una definizione molto semplice ma efficace di poiesi come “l’attività in cui una persona crea qualcosa che prima non esisteva”

In un mondo in cui ogni cosa che usiamo e produciamo genera dati, emerge la Datapoiesis: il processo attraverso il quale i dati (e la computazione necessaria a elaborarli) portano all’esistenza qualcosa che prima non c’era.

In questo mondo (il nostro) dati, computazione e intelligenze artificiali non sono più artefatti tecnici o tecnologici, ma culturali ed esistenziali: contribuiscono a definire la nostra esistenza, le nostre possibilità di accedere alle opportunità, di esprimerci, di godere dei nostri diritti e delle nostre libertà.

La Datapoiesi è proprio questo: i dati e la computazione abbandonano il dominio esclusivo della tecnica e abbracciano quello della sensibilità, del significato, della relazione, della cultura. Un neologismo, in questo senso, ci aiuta a navigare un territorio che non conosciamo, definendo il confine (esistenziale, politico, economico) tracciato dai dati per rendenderlo visibile.

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I dati vengono costantemente estratti dal nostro ambiente, elaborati e calcolati. E i risultati di questa elaborazione utilizzati per prendere decisioni, personalizzare servizi e interfacce, classificare gli esseri umani, gli oggetti e i luoghi, orientare i modi in cui le cose accadono.

Questo processo non è sempre trasparente o accessibile. La maggior parte delle volte, infatti, è vero il contrario: non possiamo conoscere quali dati generiamo e come; non sappiamo come sono utilizzati e da chi; o, anche se lo sappiamo, queste informazioni sono talmente separate e distanti da noi che difficilmente riuscirebbero ad avere senso.

E, invece, dovrebbero. Nel nostro mondo iperconnesso e globalizzato, forse l’unico modo di avere esperienza dei fenomeni complessi è attraverso enormi quantità di dati. Cosa e dove è il cambiamento climatico, oltre la percezione che potrebbe star aumentando la temperatura nella mia città. Dove e cosa sono i mercati globali? Dove e cosa è il consumo energetico di una nazione? Come si relazionano gli uni con gli altri.

Dati. Dati. Dati.

Senza Dati e Computazione restiamo monchi, impossibilitati a conoscere e comprendere il nostro mondo e a relazionarci.

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L’anno scorso abbiamo partecipato a una due giorni a Ivrea, The Future is Back Home, entrando in contatto grazie agli amici di PlusValue con ICONA: il gruppo di 18 imprenditori che sta rigenerando le Fabbriche ex Olivetti.


Fabbriche ex Olivetti: img courtesy by ICONA – workshop #0 “The future is back home”, luglio 2018

I luoghi non sono neutri, hanno una loro energia.

È qui che, partendo da queste considerazioni, è nata l’ispirazione della Datapoiesis e la spinta di tradurre questo concetto  in una forma di design capace di far vivere i dati nel bel mezzo della società, trasformandoli in occasione per unire anziché dividere. Per eliminare la separazione tra noi e la possibilità di conoscere. Per comprendere e agire il mondo in cui viviamo, come individui e come società.

L’essenza di un oggetto datapoietico dipende da dati e computazione. Questi nuovi oggetti (mobili, dispositivi, gadget e tecnologie indossabili: per la casa, la scuola, l’ufficio, lo spazio pubblico e gli altri spazi del nostro vivere), connessi ai dati si animano con uno scopo preciso: consentirci di avere esperienza dei fenomeni complessi del nostro mondo globalizzato, trasformandoli in occasioni di riflessione, emozione, condivisione, discussione e, soprattutto, di presa di responsabilità ed azione partecipata.

Nella Datapoiesi, l’arte è una strategia: in un mondo in cui dati e computazione intervengono anche nelle dimensioni fisiche e delle relazioni, l’arte può aprire nuove opportunità per la sensibilità. Ciò che era immateriale può prendere forma sensibile. Ciò che era assente si materializza. Ciò che prima mi osservava, ora lo posso osservare. Ciò che era oggetto, può diventare soggetto, con cui relazionarmi. Le questioni fondamentali dell’arte diventano nuove opportunità per esplorare, nella società, i nuovi spazi della nostra esistenza, tra ambiente, politica, economia, comunità, culture…

Costruendo Obiettivo a Spazio Chirale

Nei mesi successivi, queste riflessioni si sono trasformate in progetto. Insieme a PlusValue abbiamo coinvolto prima il gruppo ICONA e poi Sineglossa. Ci siamo uniti in un consorzio per partecipare al bando ORA!: produzioni di cultura contemporanea Compagnia di San Paolo, e lo abbiamo vinto.  Il progetto si chiama “Datapoiesis. Mobili e oggetti data-poietici per il corpo, la casa e lo spazio pubblico”.

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Nello spirito che anima trasversalmente il gruppo di lavoro, Datapoiesis è simbolo di una nuova stagione del made in Italy “data-driven”, in cui (cit. dal progetto): “IoT – Internet delle Cose –, Big data e Intelligenza Artificiale sappiano generare per le persone non solo efficienza, ma anche poesia e senso, raccogliendo la sfida culturale e psicologica posta da dati e nuove tecnologie”.

Ha veramente senso per l’Italia competere nel mercato degli investimenti miliardari di Cina, Stati Uniti, Francia ed altre nazioni, alla ricerca dell’algoritmo più potente, dell’hardware più avanzato o della maggior potenza di calcolo? Ha senso, per esempio, aderire all’approccio pseudo-militare che vediamo in tema di fake news e disinformazione – una vera IA e Data warfare, una corsa agli armamenti digitali?

O, forse, ha più senso aprire un nuovo terreno di gioco, un nuovo spazio di leadership nel settore dell’innovazione, trasformandosi nel laboratorio europeo e internazionale in cui, attraverso arte e design, queste tecnologie che ci circondano e ci modificano possano generare senso, bellezza e coesione sociale? È questo il ruolo che vediamo per l’Italia.

E non sarebbe una novità. Si tratterebbe di fare quello che abbiamo sempre fatto, per cui siamo riconosciuti e che meglio sappiamo produrre ed esportare. Ma di farlo in modo contemporaneo.

Il nuovo Made in Italy dei dati che abbiamo in mente è questo.

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I primi passi, grazie al progetto, sono stati fatti.

OBIETTIVO è la prima opera d’arte datapoietica: una lampada per l’illuminazione pubblica animata da fonti di dati globali (fra cui ONU, OECD, World Bank, World Poverty Clock..) che rimarrà accesa fin quando la povertà estrema nel mondo non scenderà sotto una certa soglia, tenendoci svegli. Davanti a OBIETTIVO potremo riunirci, per comprendere i dati e riflettere criticamente, mettendo in discussione i dati come rappresentazioni del reale: di quale povertà ci parlano questi dati? possiamo immaginare altri indicatori? siamo, per esempio, poveri se non abbiamo tempo, se siamo stressati, se siamo soli? Ma potremo riunirci anche e soprattutto per dare vita a nuove forme di socialità e nuovi rituali basati sull’accesso a questi dati e sulla capacità di trasformarli in sensibilità planetarie e capacità di azione collaborativa che prima non avevamo.

Il primo rituale lo realizzeremo fra poco a Torino: per tutta la settimana dell’arte contemporanea, dal 28 ottobre al 3 novembre, alla Galleria Wild Mazzini potremo non solo avere esperienza della povertà attraverso gli impulsi luminosi della lampada, ma anche “ascoltare” la povertà per un’ora al giorno, sotto forma di una musica generativa: un “concerto data-driven” in tempo reale.

OBIETTIVO, come ogni oggetto datapoietico, è un oggetto totemico attorno a cui creare neo-rituali urbani.

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Dal suo lancio ad art+b=love(?) Festival in Maggio, OBIETTIVO è stata acquisita dalla Collezione di Arte Contemporanea della Farnesina,  in occasione del suo ampliamento, insieme a 20 capolavori del contemporaneo. E si trova al 4 piano del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Una delle principali istituzioni politiche e culturali dell’Italia ha riconosciuto il valore innovativo della Datapoiesi: la capacità di un oggetto d’arte di stimolare processi di cooperazione e consapevolezza su grandi questioni di scala planetaria. Ovvero il senso della Collezione Farnesina: il valore dell’arte come diplomazia culturale.

I prossimi passi ci vedono impegnati in quella che, nella vita di questo progetto, si può considerare la seconda sua fase: ispirandoci a OBIETTIVO, progetteremo il modello organizzativo e di business e la linea di prodotti e servizi della prima start-up datapoietica.

Lo faremo durante la Fall School Internazionale di Datapoiesis, che si svolgerà a Ivrea nelle Fabbriche ex-Olivetti dal 25 al 30 di novembre prossimo.

La School è aperta a 25 giovani (studenti, ricercatori, designer, artisti, professionisti) di background e discipline differenti, è gratuita e si svolgerà in lingua inglese.

Per 5 giorni lavoreremo, ci comporteremo e vivremo come il team della futura startup datapoietica: un’esperienza performativa di ricerca e produzione durante la quale immaginare collaborativamente la forma, l’organizzazione, la comunicazione e i prototipi di una prima linea di oggetti di design e servizi ispirati alla nostra instancabile lampada che vuole renderci sensibili alla povertà.

Obiettivo, art+b=love(?) Festival 2019 , Ancona

L’obiettivo del progetto è, infatti, creare le condizioni per il lancio vero e proprio di questa start-up. Che questa organizzazione datapoietica – nata nello spazio di immaginazione dell’arte, progettata in modo partecipativo e aperta alla review e alla critica del comitato scientifico, della città di Ivrea e di chiunque se ne voglia interessare – alla fine del progetto possa vivere ed operare nel mondo.

I partecipanti alla Fall School saranno i primi a sperimentarla beneficiando e restituendo il più prezioso dei feedback, e saranno anche i primi potenziali attori del team alla sua creazione nei mesi prossimi.

Non si tratta solo di una bella idea. Il gruppo ICONA trasformerà parte del suo investimento in share dell’azienda e fornirà degli spazi alla futura organizzazione all’interno delle Fabbriche ex Olivetti in corso di rigenerazione. Il team di progetto, e in particolare Plus Value, è all’opera per individuare potenziali investitori e questa startup che ancora non c’è beneficerà della ricerca, della comunicazione e del patrimonio simbolico e culturale, materiale e immateriale, che il progetto ha generato.

Con questo chiudiamo il circolo sull’appuntamento eporediese che apre l’articolo. E con una nota storica, che ci ha raccontato la giornalista Rita Cola su La Sentinella del Canavese. Una di quelle microstorie che danno il senso e il peso specifico delle cose.

Datapoiesis e questa Fall School riportano dopo 20 anni una produzione di arte e di design nei luoghi di Adriano Olivetti. Lo prendiamo come un segnale bello e positivo: il Made in Italy dei dati è un seme già piantato in una terra speciale.

ps Ricordiamo per chi volesse iscriversi che per partecipare a Datapoiesis Fall School c’è tempo fino massimo al 10 di novembre.




datacrazia

Datacrazia: il potere al tempo della rappresentazione dei dati

A Torino la galleria Wild Mazzini si è specializzata in opere d’arte che nascono come rappresentazione di dati. I galleristi credono e sostengono il potenziale estetico delle visualizzazioni, un mondo simbolico fatto di numeri, scritte, grafici, cromatismi, figure, modelli… un vero e proprio dispiegamento della matematica e della statistica in un sistema di comunicazione complesso che, proprio a causa della sua complessità, si affida al linguaggio visivo.

E così queste opere di data visualization si propongono come arte, come universo simbolico ed estetico radicato nel nostro tempo. Il caso di Wild Mazzini solleva un interrogativo: ma davvero i data e la loro rielaborazione possono rappresentare un sistema simbolico di riferimento per la nostra epoca? O, se vogliamo: a tal punto i data sono penetrati nel nostro organismo sociale tanto da innervarsi con i modelli culturali? Fortunatamente la risposta in questo caso è semplice: certo! Il punto, infatti, non è questo, bensì osservare, studiare, analizzare come, quanto e in quanti e quali campi questa penetrazione ha avuto e sta avendo sviluppi.

Chiariamoci subito: ci troviamo nel bel mezzo di una vera rivoluzione che è percepita come tale anche all’interno della stessa disciplina dell’Informatica. Ho avuto il piacere di discuterne diverse volte con Marcello Pelillo, professore di Informatica all’Università Ca’ Foscari di Venezia, per il quale senza ombra di dubbio si tratta di un vero e proprio cambio di paradigma che sposta il campo di studi dalla creazione di modelli alla realizzazione di grandi banche dati e algoritmi di machine e deep learning in grado di sfruttarle.

Si passa così dalla modellizzazione all’osservazione dei data. In pratica assistiamo al concretizzarsi della riflessione fatta da Chris Anderson qualche anno fa in un articolo su “Wired” in cui si invocava la “fine della teoria” in nome di un nuovo “datismo” frutto della enorme massa di dati a nostra disposizione. E che questa sia la direzione intrapresa lo testimonia anche Alex Pentland con il suo fondamentale Fisica sociale. Come si propagano le buone idee (Università Bocconi Editore). Così come nel suo prezioso libro Il mondo dato. Cinque brevi lezioni di filosofia digitale (Egea), Cosimo Accotto ci accompagna in questo cambio di paradigma rifacendosi esplicitamente al percorso di Pentland ma in chiave filosofica.

Possiamo parlare apertamente di un sistema dei dati, un sistema che si dispiega sempre più come un dispositivo dell’informazione in grado di generare una vasta influenza sia in campo economico e sociale che culturale. Un dispositivo che è anche una macchina del potere e che quindi va sondato, scandagliato, analizzato nei suoi meandri e nei suoi impatti presenti e futuri.

Si muove proprio in questa direzione il bel volume curato da Daniele Gambetta dal titolo Datacrazia (D Editore). Iniziamo col dire che il libro raccoglie interventi di giornalisti e saggisti che provano a riflettere sul ruolo dei dati nella costruzione di assetti di potere, siano essi istituzionali, pubblici o privati. È diviso in 3 parti con saggi che svariano tra il critico e il teorico, con alcuni interventi di taglio sociologico e altri che privilegiano un approccio critico-storico. Non mancano puntuali riferimenti economici, storici e tecnologici. Ma ciò che colpisce è come la molteplicità delle voci, degli approcci e degli argomenti sia stata orchestrata con saggezza dal curatore in modo da offrire, non un semplice campionario di punti di vista, bensì una rete di percorsi che si intersecano e addirittura dialogano con una serie di temi ricorrenti.

Entriamo allora nel vivo delle analisi proposte da Datacrazia e vorrei partire proprio dalla prefazione firmata da Raffaele Alberto Ventura che pone a base della sua trattazione il modello del Panottico di Jeremy Bentham, ripreso e studiato nell’ottica di una società della sorveglianza da Michel Foucault. Il Panottico propone uno sguardo dall’alto che, senza essere visto, è in grado di osservare tutti gli altri (si tratta di un sistema di sorveglianza che nasce in ambito carcerario).

Il Panottico esemplifica e sostanzia un processo di potere che si fonda sulla visione (e quindi sulla sorveglianza visiva) e su un’idea di potere verticale per cui un singolo può controllare (dall’alto) molti. Proprio quel sistema di potere che abbiamo così tante volte visto applicato e replicato nel corso del ’900: dalle dittature ai persuasori (più o meno occulti) che fossero politici o pubblicitari.

A questa affiancherei anche una riflessione parallela che ci permette di entrare ancora più approfonditamente nel merito della materia trattata da Datacrazia… proprio il dispositivo dei data pone in essere un diverso modello di sorveglianza e di potere che il professore Ruggero Eugeni definisce “plenottico”1.

Eugeni ha provato a delineare questo modello (evidentemente contrapposto a quello foucaultiano) nelle sue linee portanti e ne ha individuato l’elemento fondamentale nella disseminazione degli sguardi: una virtuale e tendenziale evoluzione verso una moltitudine di occhi scorporati e magari con funzioni e funzionalità diverse che si possono combinare ogni volta in diversi modi tramite un algoritmo che scruta, mappa (e sorveglia) sulla base di una programmazione umana. Non più uno sguardo ma l’assemblaggio (sempre più “intelligente” e autonomo) di visioni (e di informazioni) private dello sguardo, spesso parziali e persino senza autore, ma profondamente massive. Una massa di dati da analizzare in senso “biopolitico”. Una sorveglianza fatta di dati che spesso è lo stesso “sorvegliato” a offrire e senza che sia reso esplicito il rapporto di potere.

Un sistema diverso, non per questo meno pericoloso (anzi!) perché mette il sistema capitalistico in mano a quei gruppi che sono in grado di accaparrarsi il più alto numero di dati, con buona pace delle utopie del pensiero utopico della prima Silicon Valley.

La datacrazia contemporanea non è più un modello di potere verticale, bensì si sostanzia nella capacità di elaborare sistemi complessi di controllo e di acquisizione dati giocando sulla partecipazione orizzontale degli utenti, e conducendo questa utopia della società aperta verso territori lucrosi per pochi. Ecco allora che i casi di eBay, BlaBlaCar, Amazon per i due studiosi Viktor Mayer-Schoenberger e Thomas Ramge divengono emblematici di un nuovo capitalismo, quello dei rich data (Reinventare il capitalismo nell’era dei big data – Egea). E se anche colpisce l’ottimismo (che – lo ripetiamo – fa molto prima Silicon Valley) non si possono non condividere le solo apparentemente roboanti asserzioni dei due autori: “Un riavvio del mercato alimentato dai data porterà a una riconfigurazione fondamentale della nostra economia…” E ancora oltre: “Stiamo per assistere sia a una riconfigurazione quasi istantanea del settore bancario e finanziario, sia alla successiva e più profonda limitazione del ruolo del denaro, con il conseguente spostamento dell’economia dalla finanza al capitalismo dei dati.”

Così come non si possono non condividere le analisi di Alvin Roth sull’emergere di un’economia e di una cultura orizzontale e “personalizzata” fondata sui dati (Matchmaking. La scienza economica del dare a ciascuno il suo – Einaudi). Ma se il sistema di cui stiamo parlando si definisce come un valore economico, serve allora una legislazione che tuteli i diritti del dato (si veda il saggio di Daniele Salvini), così come, allo stesso tempo, andrebbe almeno impostato un lavoro sulla retribuzione legata all’uso dei dati personali.

Nel volume il quesito viene posto trasversalmente da diversi interventi: se i grandi social network creano valore con i nostri dati (un valore che sfruttano non a nostro vantaggio ma per creare profitto), non dovrebbe essere prevista una sorta di redistribuzione del profitto o, quanto meno, una certificazione della nostra attività? Non si potrebbe persino (utopisticamente) pensare a una forma di reddito, non più di cittadinanza, quanto di “datismo”?

Quello che diviene sempre più manifesto è il pericoloso intreccio tra vita, potere e dati che passa attraverso la centralità che viene ad assumere l’algoritmo nelle nostre società. Secondo Ventura, infatti, si pone il problema dell’affidamento della nostra vita sociale a un algoritmo: pensiamo di partecipare, di essere protagonisti, di mostrare i nostri volti sociali e invece diventiamo facili prede di una caccia all’accaparramento massivo di dati personali e di profilazioni utenti.

Daniele Gambetta ci avverte che dietro a parole quali intelligenza artificiale, machine learning, algoritmi e database si cela un sistema di potere che pone in essere una tecnologia indirizzata a un nuovo accaparramento capitalistico per raggiungere il quale lavora a un’ibridazione tra machina e vita. La strategia del potere informatico dei data è indirizzata a creare un’atmosfera bio-tecnologica che ibrida uomini e macchine creando un enorme flusso di dati che alcuni grandi gruppi sono in grado di pescare, ingabbiare ed elaborare al fine di uno sfruttamento principalmente economico.

Non si può quindi non concordare con Gambetta quando ci propone di approfondire il sistema data fatto di dataset che spesso provengono da contenuti user-generated e utilizzati per il training di algoritmi di machine learning. Si tratta di un dispositivo che va studiato sia nei suoi elementi informatici sia in quelli sociali, oltre che in quelli simbolici. Ed è proprio questa ibridazione uomo-macchina che solleva diversi interrogativi di carattere etico.

Luciano Floridi nel suo La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo (Raffaello Cortina) parla di “Inforg” come risultato di uno scambio incessante tra uomo e dati e che pone il problema dello stabilire nuovi confini identitari e nuove formulazioni di ambiti di potere. Essere tecnofobi o, di contro, tecnoentusiasti, risulta fuorviante. In entrambi gli atteggiamenti ciò che si rischia è di non vedere con chiarezza quali sono i rapporti di forza, di potere, di proprietà e di identità che le tecnologie attuali possono mettere in campo.

Andrea Fumagalli nel suo intervento parla, per esempio, dei dati biologici: a essere sfruttato non è più solamente il lavoro ma ciò che compone la nostra identità… i dati personali, privati, le metriche e le informazioni mediche. Si tratta di un valore biotecnologico gestito da un sistema biopolitico la cui lettura critica si fa sempre più urgente e necessaria. Anche secondo Fumagalli macchinico e umano intrecciano i loro destini e tendono a un avvicinamento pericoloso.

Osserviamo così la nascita del “bioipermedia”, un ambiente di immersione sempre più totalizzante all’interno del quale si situa un pensiero come quello della Singolarità descritto da Ray Kurzweil, e cioè, addirittura, una trascendenza biologica attraverso le tecnologie. Anche l’intervento di Andrea Capocci e Mauro Capocci si sofferma sui big data e il corpo focalizzando l’attenzione sulle tecnologie genomiche.

Anche in questo caso si tratta di ambiti personali, intimi, che divengono mercato aperto di attraversamenti, prelevamenti e sfruttamento. Un mercato di dati che sviluppa nuove forme di potere e, di contro, può vedere l’emergere di nuove strategie di contropotere. Donatella della Ratta e Geert Lovink propongono, per esempio, di prendere in considerazione delle strategie di contropotere rendendo i dati più opachi e contraddittori.

Ma per operare in questa direzione urge capire come funziona la tecnologia, quali meccanismi sovraintende e quali strategie pone in essere. Andrea Daniele Signorelli smonta per noi lettori il giocattolo “intelligenza artificiale” tra machine learning, deep learning e dataset gettando anche le basi di una riflessione sull’etica dell’intelligenza artificiale, tema fondamentale che affronta anche Roberto Pizzato nel suo pezzo dedicato a capire la AI.

Stiamo parlando di uno spazio “politico” occupato dall’algoritmo. Esiste una filosofia, un pensiero e persino una tirannia dell’algoritmo che assume sempre più un ruolo egemonico nella nostra società. Del tema se ne occupano in particolar modo Massimo Airoldi e Angelo Paura che si soffermano sul potere degli algoritmi2. Paura, in particolare, si rifà alle analisi estremamente critiche di Eugeny Morozov focalizzandosi sugli scenari distopici che possono emergere dall’analisi degli algoritmi di Netflix o quelli di Google (che tra l’altro si è visto costretto a bloccare un suo algoritmo di intelligenza artificiale per il marcato carattere razzista di alcune sue conclusioni).

Affidarsi agli algoritmi significa – come mette sapientemente in evidenza Eleonora Pirori – che potremmo avvicinarci a un nuovo Fideismo tecnologico e a un credo quasi religioso che prende il nome di Datismo. La Scienza non è mai neutrale, è calata nel mondo, è partorita dall’uomo e per questo la Scienza è fondamentalmente una rete di domande, di quesiti, di problematiche inserite all’interno di dibattiti, negoziazioni e persino conflitti. La Scienza sta lì, quello è il suo spazio, e per questo non può essere slegata (e non lo è mai alla prova dei fatti) dalla cultura e dalla società. Ecco allora (e ancora una volta) la necessità di fondare un dibattito vero tra Scienza, Tecnologia, Etica e in generale Cultura.

Mettere a nudo i meccanismi di intreccio tra data e potere risulta un’operazione proficua al fine di delineare meglio i problemi e le problematiche emergenti, ma anche per definire e tracciare vie e percorsi. E magari anche per progettare orizzonti di azione politica e sociale. E questo fa Datacrazia: pone questioni, allarga gli orizzonti, propone sguardi, mette in campo strumenti critici. Mostra con le sue analisi che il territorio osservato è, a oggi, una sorta di campo vulcanico fatto di continue insorgenze e reflussi ma che è mosso da un’unica energia che risulta ancora parzialmente nascosta e sotterranea.


1 Ruggero Eugeni, L’immaginazione operosa. Fotografia computazionale e tecnologie della sensibilità, in Daniele Guastini, Adriano Ardovino (a cura di), I percorsi dell’immaginazione. Studi in onore di Pietro Montani (Pellegrini).

2 Rimando a questo proposito anche al recente: Ed Finn, Che cosa vogliono gli algoritmi? (Einaudi)

Immagine di copertina: ph. Joseph Chan da Unsplash




information design

Il lessico kantiano secondo l’information design: Valerio Pellegrini

«Quando due elementi apparentemente eterogenei sono mantenuti in equilibrio in modo creativo, accostati in modi nuovi e unici, spesso nascono sorprendenti scoperte». Sono le parole del celebre sociologo canadese Marshall McLuhan – tra i primi studiosi a comprendere e teorizzare gli effetti pervasivi della comunicazione sull’immaginario collettivo – a scolpire il manifesto di Wild Mazzini – data art gallery di Torino, la prima galleria italiana interamente dedicata all’information design. Inaugurata il 20 aprile scorso e nata da un’idea di Clemente Adami, Federica Biasio e Davide Fuschi, si è data l’obiettivo di fare luce su quei designer che analizzano complessi fenomeni sociali, culturali ed economici per tradurli in opere visive che ne semplificano la lettura e l’interpretazione. Una branca del communication design che si è sviluppata negli ultimi decenni e che viene ora esplorata da Wild Mazzini in tutte le sue sfaccettature, dal data journalism fino alla ricerca universitaria, passando per il marketing.

Ad aprire la galleria è una prima stagione di mostre – Prospettiva Italia – che ha presentato le opere di quattro designer e artisti italiani: Valentina D’Efilippo, con il suo progetto OddityViz dedicato a Space Oddity di David Bowie, Adriano Attus, Direttore Creativo del Sole 24 Ore, con il percorso visivo Numerage&Neometrie, Federica Fragapane, con le sue tavole grafiche pubblicate sull’inserto culturale La Lettura del Corriere della Sera e infine Valerio Pellegrini, che presenta il progetto Minerva, dedicato al lessico kantiano.

Quest’ultima opera, in scena presso la galleria dal 12 luglio al 4 agosto, stravolge la classica metodologia dello studio dei testi filosofici traducendo in grafici la ricorrenza di determinate terminologie nei versi di Kant. Una modalità di analisi accettata dalla storiografia filosofica – unica branca della filosofia che consente l’uso dei numeri e dei dati nello studio del testi – che non solo rintraccia e calcola la frequenza dei lemmi nei testi di Kant, ma che ne offre una rappresentazione visiva rendendo più semplice e intuitiva la lettura del suo pensiero. A ispirare il nome del progetto è la celebre metafora hegeliana della Nottola di Minerva citata nell’ultimo capoverso della Prefazione ai Lineamenti di filosofia del diritto.

Abbiamo chiesto a Valerio Pellegrini com’è nata questa mostra e come è possibile unire una disciplina umanistica come la filosofia ai dati e ai numeri dell’information design