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17 marzo 2017

Un residuo utopico nel pensiero politico che potrebbe permettere di immaginare nuovi mondi, tenendo i piedi ben saldi su questo con lo sprone di modificare i limiti attuali tornare a cambiare il mondo, non abolirlo?

Senza limiti, senza utopie

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C’era una volta il motto sky is the limit. Un modo per dire che non c’è alcun limite: se il tuo confine è il cielo, oltre al fatto che l’ascesa è molto lunga, il fatto è che in aria, tecnicamente, puoi sempre continuare a salire.

C’è una scena di Margin call (film che ormai, è vero, appare alquanto reticente comparato con The Wolf of Wall Street), in cui si vede un poster con questo motto campeggiare dietro la scrivania di uno dei broker. In effetti, molto più che alle missioni spaziali, che avranno senza dubbio contribuito alla fortuna della frase, oggi è automatico associare questa idea di assenza di limiti al gioco della finanza globale. E abbiamo capito quanto in alto fosse questo cielo solo quando si è cominciati a precipitare.

Per un certo periodo questa locuzione è stata erroneamente attribuita al Cervantes del Don Quijote, quando si trattava soltanto di una (brillante) restituzione di una frase diversa, trovata dai primi traduttori inglesi dell’opera. Mito dell’origine a parte, non c’è forse niente che abbia saputo riassumere con tanta efficacia quella particolare miscela di edonismo, avidità e arrivismo (neo)liberista che ha innervato la cultura dominante in Occidente dagli anni ’80 in poi. Fino al 2008, quando gli occhi del mondo si sono aperti e si è capito che tanto non c’era stato limite all’ascesa, tanto non c’era limite al peggio della crisi.

Nessuno tirerebbe più fuori questo motto in un periodo come quello che viviamo. E infatti, tra previsioni di stagnazione e ritorni sulla scena dei miti politici più regressivi, il motto più ripreso della storia recente è forse stato quello yes we can, che suona decisamente meno aggressivo.

Così, dopo una fragorosa caduta, in molti si chiedono: che ne è di quei limiti che si pensava di poter incessantemente valicare?

È la domanda che ispira l’ultimo lavoro di Remo Bodei, intitolato proprio Limite (Il Mulino). In questo agile ma serrato saggio il filosofo italiano si propone di affrontare la questione sotto diversi e complementari punti di vista, spaziando dalla questione antropologica del rapporto fisiologico dell’uomo con i limiti fisici, e naturali a quella gnoseologica del tema dei limiti della conoscenza fino a una fenomenologia del processo di violazione costante dei limiti umani, condotta alla maniera di una genealogia (in senso inverso rispetto al verso della linea temporale) con l’obiettivo di ritrovare le ragioni e le cause del sorgere nell’umanità di un atteggiamento di insofferenza rispetto ai limiti. Così si individua nella politica, nella comunicazione, nella scienza civile come in quella militare, un “lungo e sempre più accelerato processo di globalizzazione” (p. 93) che ha prodotto lo slittamento dei limiti e, progressivamente, l’indebolimento dello stesso concetto. Ma allo stesso tempo, Bodei si impegna a identificare le caratteristiche di una cultura del limite, che nel bene o nel male ha sempre accompagnato i progressi umani.

Ma come si diceva, sembra che oggi sia avvenuta una significativa inversione di tendenza di questo processo. L’ebrezza dell’illimitato ha finito il suo effetto e i limiti vengono invocati da ogni parte, spesso sotto forma di imposizioni o di divieti; basti prendere l’esempio macroscopico della reazione dell’Occidente rispetto ai flussi migratori che oggi lo attraversano (non solo in Europa, ma anche gli Stati Uniti dove Donald Trump ne ha fatto uno dei cardini del suo discorso). Ricorso affrettato ai limiti che produce nazionalismo (mascherato da populismo) e razzismo (mascherato da tecnicismi fatti di quote e tipizzazioni migratorie).

Il limite sembra dunque tornare nella sua versione “negativa”, come obbligo. Ma, a ben vedere, questo apparentemente nuovo fenomeno non è forse nient’altro che la forza uguale e opposta rispetto all’atteggiamento di rifiuto dei limiti che ha caratterizzato i decenni che ci siamo lasciati alle spalle? Le sue caratteristiche e la sua struttura, molte analisi lo dimostrano, stanno tutte dentro l’assetto neoliberista della società occidentale contemporanea, inevitabili come il rinculo dopo uno sparo.
Se si vuole pensare al futuro, allora, è importante innanzitutto non rimanere vittime di questo dualismo. Come? Tornando, suggerisce Bodei, a concepire i limiti alla maniera kantiana, con un rinnovato sforzo di «uscita dallo stato di minorità» in cui ci relegano gli opposti ma in fondo uguali atteggiamenti di spregio e di idolatria del limite.

«L’attitudine a riconoscere e distinguere i limiti è un’arte che va coltivata e praticata con cura, lasciandosi guidare, nello stesso tempo, dall’adeguata conoscenza delle specifiche situazioni, da un ponderato giudizio critico e da un vigile senso di responsabilità» (p. 121).

La domanda da farsi è «fin dove spingerci con le nostre scelte?»: e la risposta di Bodei è affidata a un celebre passo di Marco Aurelio: «E non attendere la giusta Città di Platone; ti deve bastare una cosa: un po’ di miglioramento, anche minimo» (IX, 29).

La giusta città di Platone

Il riferimento alla Città di Platone è cruciale, perché segnala un rapporto del limite con un altro elemento fondamentale della storia del pensiero occidentale: quello di utopia. La citazione di Marco Aurelio sembra stabilire una contraddizione tra utopia e limite, ma in realtà i due concetti sono più uniti di quanto possa apparire.

L’utopia è, infatti, un progetto organizzato: i grandi progetti politici emancipatori (e spesso palingenetici) del Novecento stanno a dimostrarlo. Tuttavia, come la storia ci ha insegnato, ogni tentativo di concretizzazione del progetto utopico ha finito per sfociare in una distopia del controllo, tradendo i principi di liberazione o di arricchimento che questi progetti portavano con sé.

L’esempio forse più concreto di questo impossibile dell’utopia è rappresentato dall’architettura: dai falansteri fino a Corviale, quanti progetti di città o spazi utopici realizzati, per lo più pensati come mezzi di critica e superamento della società dell’epoca, si sono infranti contro il muro della vita reale, che quei sogni ha trasformato in incubi?

C’è dunque nel cuore del tema utopico un rapporto di contraddizione con il limite, definito dal fatto che ogni utopia, pur nascendo come superamento di limiti, nel suo effettuarsi si ritrova a lavorare proprio su limiti e confini, si ritrova a stabilire delle misure (i canoni umanistici di Le Corbusier…). E sono proprio queste misure, questi canoni, che la condannano alla contraddizione di non essere mai realizzata, di essere sempre “dietro l’angolo”, o meglio “a venire”, come direbbe Derrida. Perché nonostante essa ha bisogno di porre delle delimitazioni, il suo principio è naturalmente insofferente ai limiti che essa pone, che inevitabilmente finiscono per tradursi in costrizioni, contraddicendo la perfezione del mondo utopico.

Contradizione e irrealizzabilità vanno probabilmente assunte come la più vera definizione di utopia, soprattutto dopo essere passati attraverso il post-moderno (oggi che si parla di “post-verità”). E, tuttavia, se accettiamo questo stato di cose, dobbiamo necessariamente arrivare alla conclusione che è meglio gettare via il pensiero utopico, rassegnandosi a quel «po’ di miglioramento, anche minimo» di cui parlava Marco Aurelio?

Non per forza. Ce lo ricorda, tra gli altri, un recente saggio di Massimo Cacciari, intitolato Grandezza dell’utopia e contenuto nel volume Occidente senza utopia (Il Mulino), scritto con Paolo Prodi. Attraverso un lavoro di ricostruzione storica del tema dell’utopia nel pensiero occidentale, dalla sua genesi religiosa fino ai progetti secolari novecenteschi, questo saggio tenta di estrapolare la funzione ontologica essenziale dell’utopia, segnando il suo carattere imprescindibile per il pensiero politico (ma non solo).
Questa funzione essenziale dell’utopia è l’éschaton, ossia l’escatologia, che si colloca appunto prima di ogni effettuazione concreta del progetto utopico e che descrive un movimento che, forse, è in grado di sopravvivere, come principio, anche al grande fallimento delle utopie realizzate del Novecento.

«L’utopia è escatologia secolarizzata: si mantiene in essa l’idea del Fine, ma questo è essenzialmente il prodotto di un divenire storico, reso possibile da forze in esso operanti, anche se ancora lontane dall’aver assunto quella “sovranità” cui si crede fermamente siano destinate. Prio della moderna utopia consiste nell’individuarle, nel farle emergere dal complesso delle prassi tradizionali e infine nell’indicare il regime politico che sarebbe a esse perfettamente coerente» (p. 72).

Perciò, dentro la morsa della hybris neoliberista di abolizione di ogni limite e il rischio di «accontentarsi» dell’esistente, lavorando unicamente a ristabilire limiti già noti, è forse possibile stabilire come un benjaminiano «compito infinito» del pensiero utopico, diretto a trasformare le cose e allo stesso tempo liberato dall’obbligo e l’illusione di poter far scendere la città di Platone sulla Terra con un solo gesto (per quanto rivoluzionario esso sia)? Un residuo utopico nel pensiero politico che potrebbe permettere di immaginare nuovi mondi, tenendo i piedi ben saldi su questo con lo sprone di modificare i limiti attuali tornare a cambiare il mondo, non abolirlo?


Immagine di copertina: ph. Greg Paul Miller da Unsplash

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