1

Fare sesso con i robot: dal cinema alla realtà dei nostri giorni

Quasi quarant’anni fa usciva un film destinato a diventare un cult del cinema di fantascienza (e non solo). Era Blade Runner di Ridley Scott, con un giovane Harrison Ford nei panni di un cacciatore di taglie incaricato di “ritirare dal mercato” quattro androidi sfuggiti al controllo dei propri creatori. Il film, del 1982, era ambientato in una caotica e tentacolare Los Angeles del futuro, esattamente nell’anno 2019. La storia da cui fu tratto l’aveva inventata undici anni prima il romanziere Philip K. Dick, con un libro dal titolo Do Androids Dream of Electric Sheep?, in cui Dackard – il cacciatore – si ritrovava a fare i conti con una seduttiva e pericolosa replicante di nome Rachael, ovvero una creatura robotica intelligente e di aspetto tanto umano da risultare indistinguibile da un essere umano vero e proprio.

La fantascienza ha sempre sognato che saremmo stati un giorno in grado di fabbricare robot in tutto e per tutto simili a noi, tanto da riuscire ad ingannare il nostro stesso sguardo. Ora che le straordinarie evoluzioni della tecnica iniziano ad aprire concretamente la robotica a questa possibilità, la questione si dimostra complessa.

Nel 1970 uno studioso di nome Masahiro Mori mise a punto una teoria che prende il nome di Uncanny Valley, ovvero “valle del perturbante”. La ricerca alla base dell’ipotesi consisteva nello studio di un campione di persone poste di fronte a robot dall’aspetto via via più umano; i risultati dimostrarono che i robot antropomorfi suscitavano in loro una reazione positiva, e che questa reazione cresceva con l’aumentare della somiglianza.

I corpi senza testa appesi ai ganci dell’azienda (per la stragrande maggioranza femminili) sono componibili

Ad un certo punto, però, l’indice di gradimento precipitava bruscamente, in coincidenza di un picco di realismo rappresentativo: robot troppo umani, ma non ancora perfettamente umani, generavano nei partecipanti all’esperimento una sensazione di inquietudine e di angoscia, che Mori mise in relazione col concetto di perturbante freudiano. Sull’istinto di affezione ai feticci meccanici, l’estremo realismo dei robot proiettava le ombre spaventose del familiare espropriato della propria affidabilità.

Esiste un campo della robotica che non sembra però interessato dal fenomeno dell’Uncanny Valley, anzi, in cui pare al contrario regnare una estrema tolleranza delle fattezze umanoidi quasi perfette. È il campo dei robot sessuali, ovvero quella zolla della robotica che interseca e intercetta il mercato del sesso. I risultati di questa branca sono a dir poco dei prodigi della scienza: bambole e fantocci iperrealistici dal fascino disturbante, entità in silicone misteriose e terrificanti, schiavi e schiave meccanici al servizio dei propri creatori, nonché dei loro clienti.

La Abyss Creations di San Marcos in California è un’azienda leader del settore robotico-erotico che vende ogni anno circa seicento esemplari di RealDolls, lussuosi robot sessuali destinati alla vendita industriale e prodotti dallo sforzo di una filiera produttiva complessa e ben oliata, che passa per calchi di corpi umani, raffinata manifattura – seriale e artigianale – e, naturalmente, studi all’avanguardia per la programmazione e il dialogo con intelligenze artificiali.

I corpi senza testa appesi ai ganci dell’azienda (per la stragrande maggioranza femminili, ma non solo) sono componibili: si può scegliere, ad esempio, fra undici differenti forme di vulve, cinque taglie di peni e ben cinquantadue tipologie di capezzoli; ma opzionabili sono anche occhi, bocche, capelli e tonalità di pelle.

Il fondatore della Abyss Creations si chiama Matt McMullen, e ha lavorato negli ultimi anni alla realizzazione del primo robot sessuale al mondo dotato di intelligenza artificiale: una RealDoll provvista di rete neurale a cui è stato dato il nome di Harmony.

La sua ultima evoluzione (“Solana”) è stata esibita al Consumer Electronics Show nel 2018. Si è presentata da sola: la sua intelligenza artificiale le permette di parlare con gli esseri umani che la circondano.

Harmony/Solana è collegata ad un’applicazione installabile sullo smartphone: il suo programmatore ha previsto per lei un software che dà all’utente la possibilità di scegliere fra una rosa di dieci opzioni caratteriali, di cui sei possono essere attive nello stesso momento, e una può essere scelta come dominante. Si possono ad esempio selezionare, o deselezionare, lati come sexy, funny, insecure, smart, kind, jealous, angry, e la sua “personalità” sarà il frutto di questa selezione. Per la prima volta la compagnia diventa, a tutti gli effetti, un’esperienza personalizzabile.

La lista dei film che avevano immaginato un mondo in cui gli esseri umani avrebbero vissuto al fianco dei propri robot, spesso innamorandosene, è lunga.

Soltanto due anni prima di Blade Runner, in Italia usciva una pellicola di tutt’altro genere sul tema: Io e Caterina, una commedia diretta e interpretata da Alberto Sordi, il cui protagonista decideva di rinunciare a tutte le donne della sua vita dopo aver acquistato Caterina, robot premuroso, remissivo ed obbediente (almeno in apparenza), soluzione di convivenza ultima e ottimale.

In La donna perfetta (The Stepford Wives, 2004) di Frank Oz, remake di La fabbrica delle mogli di Bryan Forbes, erano invece le mogli di tutti gli uomini di Stepford, una cittadina del Connecticut, a venire trasformate in automi servizievoli. A cavallo fra Novecento e anni Duemila usciva poi L’uomo bicentenario (Bicentennial man, 1999) di Chris Columbus, con Robin Willams nei panni di Andrew Martin, un robot positronico che si innamorava di una donna e passava la propria esistenza cercando di diventare umano per poterla, infine, sposare; e in A.I. – Artificial Intelligence (del 2001) di Steven Spielberg compariva la figura di un robot gigolò.

Più recentemente il tema è stato trattato da un folgorante episodio della serie Netflix Black Mirror dal titolo Be Right Back (2013), in cui la protagonista acquista una tecnologia in grado di riprodurre in un androide i tratti somatici e caratteriali del compagno morto, ritrovandosi infine faccia a faccia con un essere a cui non riesce ad affezionarsi ma di cui, tantomeno, riesce a liberarsi.

Oggi la tecnica inizia a raggiungere dei livelli tali da aprire nuovi reali scenari di interazione fra gli esseri umani e le macchine che costruiscono. Una riflessione sulle relazioni, le proiezioni, gli affetti possibili fra uomo e robot si fa sempre più urgente.

Nel 2017 Jenny Kleeman ha intervistato per il The Guardian un uomo di nome Davecat, «synthetiks advocate». Davecat vive con tre robot sessuali: Sidore, una RealDoll che considera sua moglie e con la quale convive da diciotto anni, Elena e Miss Winter, compagne meccaniche più recenti. A proposito di Sidore, Davecat dice: «Pensavo che sarei rimasto solo per il resto dei miei giorni, che non avrei mai trovato nessuno. Con lei nella mia vita tutto è cambiato. Abbiamo interessi simili, gusti simili… non si è mai trattato soltanto di sesso. Si tratta di avere la possibilità di tornare in una casa che non è vuota, di condividere la tua vita con qualcuno».

La commercializzazione su grande scala di questi sofisticatissimi robot – al momento frenata dai costi poco accessibili ma già annunciata da alcune case di produzione, perlopiù giapponesi e americane – ci obbligherà, probabilmente prima di quanto pensiamo, a confrontarci con prospettive inedite sulla sostanza dei sentimenti e dei rapporti umani.

La promessa di un partner completamente programmabile a nostro piacimento solleva inevitabilmente alcune questioni di carattere etico e filosofico, e rinfocola il discorso, mai interrotto, sulla natura profonda dell’amore. Brick “Dollbanger”, beta-tester di robot sessuali per la Abyss Creations, in un’intervista apparsa pochi mesi fa su Forbes si chiedeva: perché mai qualcuno dovrebbe scegliere (nel robot-partner) tratti come angry, jealous, o unreasonable? Assieme all’entusiasmo per i robot sessuali in quanto sex toy all’ultimo grido si accompagna forse, ben oltre l’aspetto erotico, l’illusione di una soluzione alla complessità caotica, pericolosa e imprevedibile degli “altri”.

Dollbanger sta attualmente testando Harmony. Il programma di rodaggio del robot prevede (oltre al sesso) una sessione di dialogo di trenta minuti/un’ora al giorno, che permette all’intelligenza artificiale di innescare un processo di apprendimento riguardo ad abitudini e preferenze di Brick. Non solo: studia anche il suo modo di parlare, la sintassi, la concatenazione di un pensiero con un altro. Fa domande, e si scusa perché sa che, qualche volta, dice frasi che non hanno senso.

Andiamo davvero incontro ad un’era di partner su misura, per i quali svilupperemo nuovi tipi di affezione? In che modo si modificheranno – si stanno già modificando – i rapporti fra gli esseri umani, l’amore, l’erotismo? Matt McMullen, e altri assieme a lui, sostengono che i robot sessuali non si sostituiranno mai agli umani, ma costituiranno un’alternativa. Forse ci aspetta davvero un futuro di donne e uomini totali, perfettamente adatti a noi, da cui saremo sedotti per la loro manipolabilità, controllabilità, incapacità di dirci di no. Degli esseri a cui potremo ordinare di amarci, e vedere i nostri ordini eseguiti.

«L’inferno sono gli altri», scriveva Jean-Paul Sartre in Huis clos nel 1944: gli altri che percepiamo come cose, ma che non sono cose, che esistono per loro stessi anche senza di noi, che con il loro sguardo ci giudicano e ci mettono a nudo, (e senza i quali non esistiamo). Un robot non ha sguardo. Un robot contiene in sé la possibilità concreta dell’altro fatto oggetto, reso innocuo. Rimane da chiedersi cosa vorrà dire incontrare l’altro, quando lo avremo fabbricato con le nostre stesse mani.