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11 Ottobre 2016

Sharing economy. Il ritorno dei rentiers?

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È ormai un topos letterario quello della barista che, in realtà, è un’artista. Tommaso Labranca, nel suo ultimo (ahinoi) sforzo, Vraghinaroda (Viaggio allucinante fra creatori, mediatori e fruitori dell’arte), 20090, ci ricorda la ballata di “Jenny dei Pirati” dell’Opera da tre soldi di Brecht, in cui la protagonista canta:

“Oh signori voi mi vedete asciugare le posate rifare i letti,
e mi date tre spiccioli di mancia e guardate i miei stracci
e questo albergo tanto povero e me,
ma ignorate chi son io davvero,
ma ignorate chi son io davvero.”

Labranca sta canzonando il barista protagonista di “Essere hipster a Como”, col suo arrogante tentativo di imporre una visione elitista dell’arte, subito rovesciato dall’autore che ricorda come, appunto, il tentativo di dissimulare le condizioni materiali di vita indorandole con una patina di bohème è tipico della vita urbana e difficilmente può essere pensato come una forma originale di contestazione. Questo topos ritorna di continuo e forse qualcuno ricorderà la riproposizione seriale che ne dà Culicchia in Brucia la città, dove bariste sempre uguali nei locali cool del centro di Torino ripetono fino allo stremo che in realtà sono artiste o scrittrici o entrambe le cose.

Potremmo fermarci a costruire un cabinet ottocentesco di figure urbane attuali, dove gli infiniti modi di essere qualcos’altro e qualcun altro garantiscono al flâneur uno spettacolo interminabile di persone che fingono, ma questo stesso esercizio è stato già fatto da altri, molto meglio e molto tempo fa.

Quello che un sociologo può invece aggiungere oggi a questo cabinet è una sorta di possibile affondo analitico, dove a scavare nelle condizioni strutturali che fanno emergere queste figure urbane possiamo trovare qualcosa di più solido e contemporaneo della trita e ritrita solfa liquida che ci circonda.

In questi mesi, con un’accelerazione davvero sorprendente, si è verificata una cosa, già visibile da qualche anno, ma che diventa ormai impossibile da ignorare: i nostri amici sono diventati degli affittacamere. In alcuni casi noi stessi lo siamo, ma poiché è più facile parlar degli altri che di se stessi, continuo con questo approccio benaltrista.

Parenti, amici, conoscenti, e via via lungo il dipanarsi delle reti sociali che ci interconnettono, stanno sempre di più affittando una camera, quando non tutta la propria casa, quella di nonna o degli amici. Molto si è detto dello sharing come dispositivo economico e simbolico e della sua ideologia di presunta orizzontalità e produzione di nuovi legami sociali. Chi detesta l’aggettivo neoliberale non lo aggiunga, ma è piuttosto evidente come il ricorso a questo sistema di auto-imprenditorialità in tono minore sia emerso a fianco e in seguito alla recente crisi finanziaria globale e ne rappresenti una risposta, ma anche un’esasperazione, un’àncora di salvataggio ma anche un vicolo cieco.

Ho già avuto modo di sostenere quanto la diffusione di piattaforme digitali di affittacamere costituisca un problema in sé, perché altera la struttura locale degli affitti. Riduce, in certe città in maniera molto importante, il numero di appartamenti disponibili per tutti quei gruppi sociali che non hanno fatto ancora in tempo, e magari non ce la faranno mai, a proteggersi dalle congiunture economiche attraverso l’acquisto della loro casa o mediante l’accesso a una delle diverse forme di housing pubblico.

La variabilità tra contesti è qui elevatissima, perché le scale nazionali, sub-regionali e urbane alimentano forme di “equilibrio” molto diverse tra proprietà, affitto privato e affitto pubblico.

Roma non è Torino, che non è New York, insomma. Va dunque lasciato alla ricerca scientifica il compito di repertoriare le infinite differenze tra contesti e specificare quanto, in ogni singola città, airbnb e altre piattaforme (comprese quelle analogiche) stiano danneggiando le fasce più vulnerabili della popolazione: immigrati, operai e under-classes, giovani, anziani, disoccupati cronici o recentemente divenuti tali e, infine, tutta quella vasta zona “grigia” di famiglie impoverite da più fonti di vulnerabilità sociale (perdita del lavoro, divorzio, nascita di un figlio, comparsa di una malattia invalidante, etc….).

In questo articolo mi sembra tuttavia interessante riflettere anche sulla figura sociale dell’affittacamere contemporaneo, un po’ artista e soprattutto un po’ povero. Perché se è vero che gli effetti aggregati di migliaia di abitazioni sottratte a potenziali residenti alimentano una spirale di aumento relativo degli affitti rimanenti mentre riducono lo stock complessivo, se è anche vero che sostengono una svolta turistica della città che non necessariamente produce effetti economici redistributivi, possiamo però anche affermare che l’affittacamere postmoderno si è ridotto a fare il rentier urbano faute de mieux.

Lasciando agli entusiasti dello sharing la retorica sulle sublimi esperienze di avere in casa dei pensionati canadesi alla scoperta delle bellezze dell’Italia, è chiaro che molte di queste attività rispondono a una condizione strutturale, diffusa e perdurante: la perdita costante di potere d’acquisto dei salari in un contesto di crescente flessibilità e precarizzazione dei mercati del lavoro.

Il segmento di classe media della generazione TQ, i TrentaQuarantenni che qualche anno fa, seguendo un fortunato intervento di Nicola Lagioia, credettero di poter diventare classe dirigente, sperimenta oggi la condizione di chi ha titoli di studio mediamente superiori a quelli dei propri genitori e reddito sensibilmente inferiore. Non solo inferiore relativamente, perché il potere d’acquisto è crollato, ma anche in termini di continuità e di crescita progressiva (che è bloccata anch’essa).

Una volta, i miei colleghi più anziani e saggi, avrebbero detto che questa generazione stava semplicemente sperimentando uno squilibrio di status: ho la laurea, il dottorato, il master, parlo due lingue, sono pure stato un anno a Londra, eppure navigo attorno alla soglia della povertà.

Questo non sarebbe dovuto accadere, perché, così abbiamo pensato per qualche fortunato decennio, la qualità della vita aumenta, costantemente, e la relazione tra capitale umano e capitale economico anche. Non è purtroppo così, da diverso tempo ormai, e il successo editoriale del libro di Piketty sul Capitale dovrebbe rappresentare un punto di svolta nella consapevolezza che gli anni Duemila stanno procedendo a vele spiegate verso… l’Ottocento.

Se osserviamo questo cambiamento in chiave italiana, è utile guardare ai comportamenti economici della nascente classe media durante e appena dopo il boom economico, quando, diversamente da americani o inglesi, anziché investire in attività finanziarie tutto quel surplus che riuscivano ad estrarre dalle loro posizioni di rendita nelle professioni, nel commercio e nell’impresa, comprarono case. E bot, certo. Ma soprattutto case, facendo dell’Italia uno strano esempio di paese arretrato, ma in rapida crescita, che non credeva però troppo alle promesse del proprio stesso sviluppo e trasformava le lire in mattoni.

Tutto sommato non hanno visto troppo male, sebbene qualcuno potrebbe dire che è stato proprio questo indirizzo politico che non ha permesso al nostro paese di andare oltre le piccole e medie imprese e che ci condanna a un sistema economico asfittico dove si investe al massimo nel SUV. Certo è che questo enorme stock di abitazioni private, associato a generazioni successive molto più smilze (e dunque con un problema di trasmissione dell’eredità tutto sommato indolore se non addirittura profittevole), ha permesso alle generazioni che si sono affacciate all’età adulta a partire dagli anni Novanta di arrivarci con un tetto sulla testa, talvolta due, in certi casi persino tre.

Questo riguarda ovviamente solo una parte della classe media e, soprattutto, quella urbana. Di più: ad approfittarne maggiormente, è solo quella che vive nelle grandi città o in quelle turistiche. Non sono dunque, in assoluto, dei numeri enormi, ma certamente sono ben concentrati a Milano, Roma, Firenze, Bologna, Venezia, forse Genova e Torino, molto meno a Napoli e Palermo. Ripeto, mancano degli studi seri e comparativi e siamo dunque allo stadio di una sociologia che connette letterature e spunti differenti e suggerisce piste di riflessione e analisi.

Perché li qualifico di rentiers? Perché, non troppo diversamente dalla figura sociale sette e ottocentesca dell’abitante cittadino che dilapida le risorse fondiarie agricole per andare a teatro e fingersi poeta, giustificando così un posizionamento di ceto differente, questa frazione di ceto medio italiano sta facendo una cosa simile. Fuggendo la proletarizzazione che, almeno dal punto di vista del reddito, lo colpisce, estrae rendita dai beni lasciati dalle due generazioni precedenti, quelle che uscite dalla seconda guerra mondiale hanno accumulato beni fondiari in quantità (e bot). Questo consente di non perdere la faccia, di mantenere stili di vita e di consumo che definiscono oggigiorno la cittadinanza sociale, di riattualizzare quel “vedo gente, faccio cose” che era stato così sensibilmente catturato da Moretti già negli anni Settanta.

Non sappiamo se e quanto durerà questa fase. Il gioco delle generazioni, delle trasmissioni intergenerazionali di questi asset economici lascia pensare che potrebbe reggere ancora diversi anni (la scomparsa demografica dei baby-boomers deve ancora avvenire e libererà ulteriori risorse importanti), così come non è chiaro quando e come questa crisi, che mescola produttività stagnante, disoccupazione di massa e ristrutturazioni sociali, diventerà qualcos’altro.

Nel frattempo gli affittacamere amici miei, e io stesso, completeremo il reddito disponibile con le rendite, erodendo l’accumulazione primaria dei nostri nonni e genitori. Chi non ha avuto la fortuna di nascere con la seconda o terza casa in dotazione, guarderà a noi con il sano e giusto disprezzo che ha caratterizzato l’opera di Tommaso Labranca, che apre e chiude questo pezzo e che ci mancherà immensamente.


Immagine di copertina: ph. Dane Deaner da Unsplash

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